Noce: il Rito di Iniziazione

Cari lettori,

Con questo post concludo la mia esperienza di scrittura su questo blog, per trasferirmi sul blog del mio nuovo sito: www.ortisensibili.com, che vi invito a visitare e a seguire.

Grazie a chi mi ha letta e ha condiviso con me una, anche piccola, parte di cammino.

Con il Noce si conclude anche il mio libro sugli alberi, che sto finalizzando in questi giorni. Grazie al Noce, e a tutti gli alberi, per la loro voce e la loro pazienza.

Ora vi lascio alla lettura. A presto!

Con amore,

Giorgia

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Noce: il Rito di Iniziazione

Nome: Juglans regia L., famiglia della Juglandacee. L’epiteto generico è una contrazione di Iovis glans, ovvero “ghianda di Giove”, divinità a cui l’albero, presso i Romani, veniva associato.

Botanica:
Il Noce è un albero deciduo che non raggiunge solitamente grandi dimensioni (massimo 35 m di altezza e 2 m di diametro del tronco) e che può raggiungere un’età di 300-400 anni. Spesso presenta una chioma ampia, regale, che risalta ancor più perché si sviluppa in cima a un tronco non troppo alto. Pianta eminentemente solare, ama la luce e suoli fertili.

La corteccia è liscia, di colore marrone olivastro negli esemplari più giovani, e con l’età viene fessurata da molte rughe, diventa argentea e spesso si lascia ricoprire da licheni che le donano bellissime sfumature. Le gemme sono grosse, dure e marroni, e ricordano le zampe di un animale. Le foglie alternate, composte (da 5 a 7 foglioline ovali dal margine liscio) e imparipennate, e le foglie apicali tendono a diventare più grandi delle altre, raggiungendo anche i 15 cm di lunghezza. I fiori maschili sono amenti penduli di colore giallo mentre i femminili crescono in cima ai rami (terminali) in gruppi di 2-5, e somigliano a piccole botti verdi, da cui spuntano 2 ciuffi di pistilli, gialli prima dell’impollinazione e rosa una volta che l’ovulo viene fecondato. Una volta avvenuta la fecondazione, il fiore femminile si ingrossa, trasformandosi nel frutto, la noce, una drupa costituita da un guscio esteriore chiamato mallo, verde all’esterno e nero all’interno, che protegge le due valve di un guscio coriaceo dentro cui si trova il seme dorato (gheriglio), dall’aspetto simile al cervello umano, diviso in quattro parti e ricchissimo di oli vegetali e di minerali quali zinco, selenio e magnesio. Per germogliare, i semi del noce necessitano di trascorrere un lungo periodo sottoterra, nel completo buio, e di gelate.
Le radici del Noce, così come ogni altra parte del suo corpo, rilasciano nel suolo un tannino (naftochinone) chiamato juglone, che è la principale causa dell’allelopatia caratteristica di quest’albero. L’allelopatia (letteralmente “insofferenza degli altri”) è un comportamento attuato da alcune specie vegetali, per vincere la competizione e assicurarsi salute e sopravvivenza. Consiste nel rilasciare attorno a sé sostanze tossiche o repellenti per altre specie vegetali (e/o animali), così da scoraggiarne la crescita nelle vicinanze dell’individuo che le produce. Per questa ragione intorno al Noce non crescono solitamente altre piante, permettendogli di assicurarsi l’accesso a tutta la luce solare di cui necessita per prosperare, e probabilmente questa particolarità è alla base della credenza popolare secondo cui dormire o sostare a lungo presso un Noce causa mal di testa e malessere generale.

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Fitoterapia:
Il Noce è governato dal Sole, come funzione primaria, ma anche da Giove, Venere e Mercurio come funzionalità secondarie.
Agisce come un tonico astringente e disinfettante, e tutte le sue parti sono impiegabili.

Lo juglone presenta proprietà antibatteriche e fungicide. Le foglie trovano impiego nel trattamento sintomatico dell’insufficienza venosa, nella sintomatologia emorroidaria e nel trattamento sintomatico delle forma diarroiche lievi. Per uso topico, le foglie di Noce aiutano in caso di prurito e desolazione furfuracea del cuoio capelluto (a questo scopo Angelini consiglia un decotto di foglie di Noce e fogli di Edera), come trattamento d’appoggio come addolcente e antipruriginoso in alcune manifestazioni dermatologiche, e anche come antalgico e disinfettante nelle affezioni della cavità orale e dell’orofaringe.

In gemmoterapia, il rimedio Juglans regia MG DH100 (gemme) manifesta proprietà antinfettive e antinfiammatorie di lunga durata, attive nei confronti di stafilococco e streptococco e dei germi che si sviluppano a livello delle mucose, in particolare di trachea e bronchi (angine, trachebronchiti, otiti).
Rimedio di suppurazione, Juglans regia MG è utile anche nella terapia dell’eczema infettato, nell’acne pustolosa, nell’impetigine e in ogni altra alterazione cutanea con gemizio.
Esplica azione antinfiammatoria anche a livello del pancreas, stimolandone l’attività, per esempio nei casi di malassorbimento causato da insufficienza pancreatica funzionale (E. Campanini, Manuale di gemmoterapia).

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Con i fiori del Noce si prepara anche un rimedio floreale del repertorio di Bach, Walnut, utile per accompagnare i momenti di trasformazione e cambiamento nella vita degli individui, proteggendoli dalle perturbazioni e dalle influenza esterne e aiutandoli a mantenere integro e limpido il proprio campo energetico, restando in contatto con il proprio centro superiore.

Nella ricerca di Hubert Bosch e Lucilla Satanassi, il rimedio preparato con le parti di quest’albero, lo Spirito del Noce, aiuta a scendere nel proprio abisso oscuro per ritrovare la luce della propria consapevolezza, espandere le proprie percezioni e pensare più lucidamente, una volta esplorate e integrate le proprie parti più buie (intestino e cervello, le due parti del corpo simili al gheriglio della noce, sono i due organi anche più simili fra loro del nostro organismo, entrambi producono serotonina e influenzano la nostra psiche. Se l’intestino rappresenta il buio, il cervello è la luce, ma noi siamo il risultato della loro azione congiunta).

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Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che Dione, re della Laconia, si era sposato con Anfitea, con la quale aveva avuto tre figlie: Orfe, Lico e Caria. Un giorno la madre accolse con grande ospitalità il dio Apollo, che si trovava a viaggiare per quelle terre e questo, come ricompensa, donò alle tre figlie doni profetici, puché esse non tradissero mai gli dei e non cercassero di sapere quel che non le riguardava.
Tempo dopo, anche Dioniso chiese ospitalità in casa di Dione e, non sapendo resistere al fascino di Caria, la figlia più giovane, se ne innamorò. Giunto il momento Dioniso ripartì per il suo viaggio intorno alla Terra ma, quando finalmente lo concluse, torno in Laconia, da Caria, per rivederla e per stare con lei. Le sorelle Orfe e Lico però, spinte dalla curiosità, iniziarono a spiare i due amanti, infrangendo la promessa fatta ad Apollo. Nonostante Dioniso le avesse avvertite, le due non riuscivano a resistere alla tentazione, cosicché il dio le punì facendole impazzire e trasformandole poi in rocce. Facendo ciò però Dioniso perse Caria che, a quanto narrano, morì dal dolore. Avendola tanto amata, Dioniso decise allora di trasformarla in un bellissimo Noce.
Fu Artemide, sorella di Apollo, che raccontò per prima questa storia ai coni che eressero un tempio in suo onore, le cui colonne erano statue di donne scolpite in legno di Noce. Il tempio fu consacrato a Artemide Cariatide (da qui deriva il nome “cariatide” usato in storia dell’arte e riferito appunto alle colonne scolpite secondo sembianze femminili).
La trasformazione di una donna morta in albero così come l’attribuzione ad Artemide dell’appellativo derivato da Caria ci rivelano che il mito adombra, come spesso accade, la sostituzione di un culto antico con uno nuovo. Lo conformerebbe il fatto che in epoca arcaica si venerava una divinità pelagica, Kar o Ker, che diede il nome alla Caria, una regione dell’Asia minore. Ker, forse una rappresentazione della Grande Madre, nella Teogonia di Esiodo è ritenuta sorella di Thanatos, la Morte, e di Moros, il Trapasso. Omero la chiama “funesta e malvagia” ed Eschilo “arraffatrice di uomini”. La dea si moltiplicò anche nelle Keres, personificazioni del destino che portava via ogni eroe alla sua morte. Le Keres erano raffigurate come esseri alati, neri, con grandi denti bianchi e unghie aguzze, intente a straziare i cadaveri e a bere il sangue di morti e feriti. Talvolta erano anche intese come destini coesistenti in ogni essere umano, non soltanto la morte quindi ma anche la vita e le occasioni che gli sarebbero toccate in sorte. Sembrerebbe quindi che le funzioni ambivalenti della Dea Ker pelagica si siano sdoppiate, con l’affermazione del patriarcato, da una parte nella bianca Artemide celestiale, e dall’altro nelle Keres infernali.

Tra Sole e Buio, il Noce nel Medioevo era considerato anche albero di streghe. Famoso il Noce di Benevento, attorno al quale si teneva un grande sabba nella notte di San Giovanni, al quale accorrevano volando streghe da ogni parte del mondo, guidate da Diana (il nome latino di Artemide). L’albero, già abbattuto nel VII secolo, era rispuntato sempre nello stesso punto, vicino a dove il fiume Sabato si immette nel Calore, e morì definitivamente (?) nel XVII secolo.

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Oltre che alla morte e alle streghe (Buio) il Noce è tradizionalmente legato anche all’abbondanza e alla fertilità (Luce). Come pianta dedicata alla Grande Madre, ha una duplice valenza, di vita e di morte, luminosa e cupa. Anticamente venne consacrato a Giove, come testimonia il suo nome, secondo la tradizione per via delle grandi proprietà nutritive unite a un gusto gradevole del suo frutto, che nei tempi antichi costituiva un elemento importantissimo dell’alimentazione. Nella Roma antica era usanza far piovere noci sugli sposi perché, secondo Festo, il loro rumore copriva le grida della sposa, di cui si simulava il rapimento, e la sposa a sua volta doveva lanciare delle noci che, cadendo e rimbalzando erano segno di buona fortuna. Tale usanza non si è perduta nelle tradizioni europee, dove però la noce è stata sostituita dal riso o dal grano, sempre simboli di fortuna e abbondanza.

Nelle fiabe la noce è sempre portatrice di tesori o oggetti magici, come ne “Il Forno” o “Il principe e la principessa” dei fratelli Grimm, in cui tre noci, con i loro doni, permettono alle protagoniste di ottenere risultati insperati (ovvero sposare il principe e, quindi, da un punto di vista archetipico, riunirsi al proprio Animus e raggiungere l’individuazione, già preannunciata nel simbolo della noce).

 

L’energia del Noce:

Noce è la nostra parte oscura. E’ l’energia dello Scorpione, che scende e decompone e disfa la materia nelle sue parti essenziali, preparandola per essere arsa dal fuoco alchemico della Terra, durante il mese del Solstizio, quando il Sole esterno oscilla freddo dalla costellazione del Sagittario mentre gli spiriti della Terra sono finalmente svegli e il sottosuolo arde di trasformazioni.
Noce ci chiede di annientarci. Di fermarci e smettere di essere noi stessi. Perché solo così, senza maschere, senza legami, senza paletti, senza tracciato o staccionata, senza paracadute, solo così possiamo davvero essere. “Bisogna smettere di esistere, per esistere davvero” diceva Goethe, luminoso e sibillino. Di cosa stava parlando? Delle piante forse, che con il fiore superano se stesse e si condensano nel seme, morendo e proprio così aprendosi alla fecondazione del Cosmo, dando vita a una nuova pianta, una nuova versione di se stesse?
Il Noce ci parla dello sprofondare, del disfare e del disfarsi, e poi anche del cristallizzarsi di nuove forme, a partire dalle ceneri delle vecchie.
L’energia del Noce unisce acqua, fuoco sotterraneo, cenere e scintilla. E’ un albero misterioso e complesso, dall’energia fredda, legata a processi molto profondi. E’ la pare dell’evoluzione che ci fa più paura. E’ la prova, il rito di iniziazione. E’ la morte che conduce nel prossimo livello.

Per esistere davvero, occorre prima annullarsi. Da quel nulla, partire poi seguendo la prima vera spinta di desiderio che ci rianima. La morte purificatrice del Noce porta al risveglio della mente su un livello completamente nuovo. Pronti a ripartire, un altro giro di giostra lungo la spirale del destino, ripassando sempre dalle stesse tappe ma con giri sempre più lunghi, sempre più larghi, sempre più profondamente pervasi di universo.

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Bibliografia:
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-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bellini G., Carmignani U., Runemal, Età dell’Acquario, Torino
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Brown J.E., The Sacred Pipe, Penguin Books, London 1947 (pdf reperibile su internet)
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia, Tecniche Nuove, Milano 2005
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 1953
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Grimm J. e W., Fiabe, Einaudi, Torino 2013
-Grohmann G., Tra Sole e Terra, Filadelfia Editore, Milano 2010
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Hesse H. Il canto degli alberi, Guanda, Parma 1992
-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014
-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Kindl U., Mari A., Il Bosco, Mondadori, Milano 1989
-Kranich E.M., Il linguaggio delle forme vegetali, Editrice Antroposofica, Milano 2010
-Lightfoot J., Flora Scotica, B.White, London 1777 (versione digitale)
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
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-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996
-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013
– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Stefani S., Conti C., Vittori M., Manuale di medicina spagyrica, Tecniche Nuove, Milano 2008
-Stone M., Quando Dio era una donna, Venexia, Roma 2011
-Sturlsson S., Edda, traduzione a cura di G.Dolfini, Adelphi, Milano 1975
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

 

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Inverno

Le stagioni che preferiva erano l’autunno e l’inverno, quando la Terra inspirava e poi tratteneva il respiro. Mentre le forze del sottosuolo imperversavano, sopra tutto era calmo, rimanevano poche cose, il cielo si avvicinava come per sentire un segreto. La luce obliqua rendeva le ombre sensibili, dando nuova tridimensionalità alle pietre, ai rami scuri, alle foglie sfiorate dal freddo, all’acqua che diventava cristallo. Cresceva il muschio, l’aria profumava di tempo senza fine e c’era silenzio. Arrivava la neve. Una cosa che non le piaceva d’inverno era la pioggia. La pioggia era meglio d’estate.

Lì dov’era non cadevano foglie. Gli alberi erano tutti pini e abeti dai tronchi possenti, alcuni vecchi di secoli. Il sole si muoveva veloce su e giù nel cielo e la luce cambiava in continuazione.

Quest’anno, Ada sarebbe rimasta a guardia della riserva durante i mesi freddi. Fino all’arrivo della primavera avrebbe vissuto nella baita tra gli abeti, con la sua provvista di legna e un corriere che una volta ogni dieci giorni portava le scorte di cibo. Per bere avrebbe usato l’acqua della fonte. Nella riserva vivevano venti lupi.

Ada aveva i capelli neri, lunghissimi e lisci, la pelle bianca, i seni minuscoli, gli occhi verdi a fessura. Era piccola e forte. Suo padre era un eskimese e le aveva insegnato a fare il fuoco.

La prima neve cadde a ottobre. La terra coperta di aghi e neve era un animale sognante. Ada girava il bosco secondo schemi geometrici. Raccoglieva rami, pigne, pietre, incontrava i lupi. I lupi la riconoscevano ormai, e non avevano paura. Uno di loro era tutto bianco con gli occhi neri ed era finora quello che aveva osato andarle più vicino, fino quasi a sfiorarla col muso. Un altro, il lupo più vecchio, stava sempre da solo e aveva il pelo grigio e folto e gli occhi verde acqua. Zoppicava leggermente. Quando la vedeva si metteva dietro il tronco di un albero e la osservava inclinando la testa. Ada dava da mangiare ai lupi, lasciando la carne in mangiatoie. I lupi sapevano che era lei a portare il cibo, la controllavano di nascosto. C’erano undici femmine. Le femmine erano più piccole e meno ossute dei maschi, molto più prudenti.

La baita era accogliente, profumata. Il camino funzionava alla perfezione e il letto era sul soppalco, un nido bianco di piume. Dalla finestra Ada poteva guardare i boschi e la valle, dove il torrente diventava fiume roccioso. Sullo stesso versante della montagna ma più in basso viveva lo scultore. Era l’unico a vivere nella riserva, oltre ad Ada. Aveva ricevuto un permesso speciale perché lui viveva già lì quando la riserva era stata fatta. Il corriere che portava le provviste si fermava da lui e lasciava lì il cibo per entrambi, senza salire fino alla baita dove stava Ada. Spesso, Ada e lo scultore mangiavano insieme. Lui sembrava meno vecchio di quanto fosse. Aveva la barba brizzolata, camicie a quadri, era un uomo forte. Un bravo scultore. Scolpiva il legno senza abbattere gli alberi. Si limitava a raccogliere i ceppi e i tronchi che trovava per terra durante lunghissime escursioni nei boschi. Ada l’aveva visto lavorare, erano diventati amici. Una volta che trovava un pezzo lo osservava a lungo con i suoi occhi luminosi. Poi, lentamente ma con decisione, inziava a scalpellare e tirava fuori dal legno la sua forma nascosta. Si trattava sempre di figure di donna.

Quel mattino l’aria tagliava il fiato e il cielo stava di traverso tra le cime degli abeti altissimi e neri, conficcati nella roccia come lance di titani. Il sole era uno spillo e la neve si smagliava e scivolava fino a valle. Ada uscì dalla baita e venne trafitta dalla luce accecante di mille riflessi di ghiaccio, mentre inspirava l’aria fredda da bruciarle narici e gola. Quel gelo all’interno la faceva sentire eterna in quell’istante, sigillava, rendeva perfetto il respiro. Si mise lo zaino in spalla e corse alla fonte. Bevve l’acqua direttamente dalla roccia da cui sgorgava ed era come bere cristallo. Finito il giro delle mangiatoie, decise di salire fino al piccolo altopiano dove c’erano le sorgive. Ci volevano quasi due ore di cammino in salita per arrivare, poi tra gli alberi si apriva uno spiazzo scosceso dove nella neve ribollivano tre pozze, due più piccole e una un po’ più grande. L’acqua arrivava lì direttamente dalle interiora della Terra, era antica e appena nata e odorava di minerali attraversati a fatica. Ada si tolse i vestiti ed entrò nella pozza più grande. L’acqua gorgogliava, c’era vapore e odore di zolfo. Ada si lasciò sommergere dalla luce del mattino e dal tepore della Terra. Sotto ai piedi sentiva la roccia liscia come metallo. A volte, una Voce risuonava nel cielo e faceva vibrare l’aria. Quel mattino però tutto quello che si sentiva era il borbottìo delle sorgive. Il resto era silenzio, dentro e fuori Ada. Un silenzio maestoso e riposante. Quando il sole si fu spostato di dieci gradi, Ada uscì dalla pozza. Nuda sulla neve era altrettanto bianca. Il corpo lucido che si rivestiva veniva osservato da due lupi nascosti fra i tronchi. Ada non se n’era era accorta ma l’avevano seguita. C’era sempre qualche lupo che ne studiava i movimenti, per proteggerla. Il ritorno a casa fu più rapido perché in discesa.

Lo scultore aveva mani quadrate e unghie coriacee. Masticava in silenzio bevendo vino scuro. Lui e Ada mangiavano insieme funghi del bosco e formaggio. Il pane profumava. Nessuno dei due diceva niente. Dietro alle spalle dello scultore, su una pedana, stava un enorme pezzo di legno ricoperto di muschio e licheni, ingombrante e odoroso come un relitto. Lo scultore aveva passato la mattina a osservarlo e lo stesso avrebbe fatto quel pomeriggio. Avrebbe osservato e ascoltato quel meteorite di corteccia bevendo vino fino a sera, fino all’alba, fino a che dietro ai suoi occhi non avesse cominciato a emergere la forma nascosta. Anche se le sculture non erano in vendita, quello era il suo lavoro e lo amava.

Stambecchi e caprioli dovevano fare attenzione nella riserva dei lupi, ma ce n’erano comunque. I cerbiatti avevano il mantello macchiato che li mimetizzava nella neve. Avevano occhi intelligenti e nasi neri e umidi. Ada quando li vedeva rimaneva immobile senza respirare e li osservava stringendo gli occhi per mettere a fuoco ogni dettaglio.

Quando c’era il sole e Ada si metteva fuori dalla baita a intrecciare ramoscelli per fare ceste, a volte arrivava il lupo bianco. Usciva allo scoperto e si accovacciava sul limite degli alberi, a dieci metri da lei. La guardava lavorare. Il suo pelo luccicava come la neve. I caprioli e i cerbiatti sfrecciavano nell’ombra intorno.

Le radici degli abeti sostenevano la terra e le impedivano di scivolare. Le loro radici possenti e sottili si insinuavano nella roccia, creando microscopiche fessure che riempivano di se stesse.

Lo scultore viveva in una baita alla fine dell’abetaia, dove inziavano a esserci anche betulle e castagni. Il legno di betulla era il suo preferito. Flessuoso, umido, con la corteccia simile alla pelliccia di un animale. Quando decideva di lavorare il legno di betulla, doveva prima lasciarlo seccare per giorni davanti al fuoco, e il legno sospirava. Spesso durante i sogni lo scultore veniva visitato dalla Donna Betulla. Era lo spirito dell’albero, al posto dei capelli aveva una chioma di foglie minute, alcune verdi e alcune gialle. Lo sfiorava con i suoi piedi bianchi e gli parlava, ma anziché udire parole lo scultore vedeva forme, forme in cui la donna si trasformava dinanzi a lui.

Lo scultore assomigliava a un lupo. Le basette erano da lupo, gli occhi verde muschio con le piccole pupille, il collo grosso, leggermente incassato, l’andatura elastica, spensierata sulle gambe lunghe, proprio come quella dei lupi, che quando camminavano sulla neve sembravano saltellare e questo contrastava con l’espressione concentrata dei loro musi.

In fondo i lupi erano animali allegri.

Il giorno del solstizio il lupo bianco non c’era. Ada lo cercò disegnando rombi nella neve, esplorando sistematicamente i luoghi della riserva in cui a lui piaceva andare, senza trovarlo, finché non giunse il buio. Quella notte non dormì. Vide dalla finestra della baita l’aurora boreale che verdeggiava nel cielo, fiamme di elettricità danzavano sulla volta scura e l’aria vibrava di un suono profondo e possente, come se la Voce stesse cantando un canto immenso, di una sola nota.

Il lupo bianco tornò due giorni dopo. Nel suo sguardo qualcosa era cambiato, o forse era solo un’impressione di Ada. In quel posto, come sempre durante l’inverno, le impressioni si confondevano con l’ambiente circostante, rendendo impossibile, a un certo punto, distinguere tra ciò che succedeva dentro e ciò che succedeva fuori della testa di Ada. La sua mente era la riserva dei lupi.

Nel giorno di Capodanno la linfa ricominciò a salire nel legno degli alberi, prima timidamente, poi sempre più forte.

Da giorni lo scultore provava invano a scolpire nel legno l’immagine di donna che aveva sognato. E l’enorme pezzo di legno, il tronco vivo ricoperto di muschio e licheni davanti a cui lo scultore trascorreva ore di veglia e di sogno, andava sempre più rimpicciolendosi sotto i colpi della sega elettrica e dello scalpello. Ogni volta gli sembrava di stare per farcela, di essere quasi giunto alla fine: scolpiva il corpo, i capelli, il seno, le mani, l’ombelico, il naso ma poi, arrivato agli occhi, si bloccava e non riusciva a proseguire. La Donna non era cieca. Nel sogno i suoi occhi erano visibili, indimenticabili. Lo scultore li vedeva chiaramente, ma non riusciva a tirarli fuori dal legno. Ogni volta falliva e doveva cancellare tutto, segare via in trucioli il lavoro fatto, ridurre il relitto di legno di nuovo a un ceppo informe e ricominciare: piedi, polpacci, ginocchia, cosce, fianchi, ventre, pube, ombelico, costato, seni, capezzoli, sterno, clavicole, spalle, braccia, mani, collo, la Donna era bellissima, bella come non mai anche se grezza, robusta, profondamente donna. Mento, labbra, mandibole, naso, fronte, orecchie, capelli lunghi di foglie. Tutto era perfetto, affiorava dal legno come una visione. Mancavano solo gli occhi. Lo scultore ci provava, e falliva, di nuovo. Beveva un bicchiere di vino scuro, ravvivava il fuoco con ceppi d’abete, lanciava sguardi rabbiosi alle stelle vicine e poi ricominciava, senza mai dormire. Il suo lavoro era il suo sogno. Gli occhi della Donna gli sfuggivano dalle mani come polline in primavera.

Il lupo bianco spariva sempre più spesso. Ada aveva smesso di preoccuparsi, ma era curiosa.

Un mattino, dopo che era stato via per cinque giorni, Ada uscì dalla baita e lo trovò seduto al margine dell’abetaia, a pochi metri da lei. Quando lui la vide si alzò e le andò incontro, come un cane. La guardò per qualche secondo, lo sguardo fisso nel suo e la coda ritta, poi si voltò e cominciò ad allontanarsi. Ada lo seguì. Il lupo si lasciava seguire, saltellando nella neve fresca e soffice. Il cielo era coperto, prometteva altra neve.

Il lupo bianco camminava verso nord, dove finiva il bosco. Il limite della riserva non era segnato da reti o cancelli, ma solo da cartelli e da una fila di abeti che si stagliavano ordinati per diversi chilometri. I lupo li oltrepassò, seguìto da Ada. Non era ancora mai stata lassù. Dopo gli abeti, la montagna diventava più scoscesa. Ada e il lupo si inerpicarono insieme, sempre più vicini alle nuvole. Ogni tanto il lupo si voltava e la guardava, rassicurandola.

Salendo, la neve diventava ghiaccio perenne, da cui spuntava roccia nera come meteorite. Gli sprazzi di sereno fra le nuvole erano diamanti sopra alla testa di Ada.

Dopo tre ore di ripido cammino, Ada e il lupo arrivarono su uno sperone di roccia ghiacciata, un’insenatura che formava una sorta di balcone nel fianco della montagna, affacciato sul vuoto, e lì c’era lui.

Al centro dello sperone si apriva una finestra di ghiaccio in cui, sdraiato come in una tomba, c’era un uomo. Il lupo gli sedette vicino. Ada s’inginocchiò di fianco al lupo e osservò. L’uomo era vestito come un eskimese, con abiti di pelliccia e cappuccio. I lineamenti del volto, la forma delle calzature, la faretra appoggiata sul fianco, erano quelli di un un uomo primitivo. Un uomo che dormiva da secoli, da solo lassù, le mani appoggiate sul ventre, il volto sereno. Era integro, incastonato nell’inverno della montagna. Forse il suo cuore avrebbe anche ripreso a battere, se il ghiaccio si fosse sciolto. Ada e il lupo lo guardavano in silenzio, lassù dove non volavano uccelli e dove la neve cadeva fitta e lenta. Si potevano udire i battiti del proprio cuore e il respiro era fatto di spilli. La valle dei lupi sotto di loro era immersa nel bianco.

Quando Ada riaprì gli occhi, era buio. Doveva essersi addormentata accanto all’uomo di ghiaccio. Le lingue verdi dell’aurora boreale le lambivano i capelli coperti di brina. Non sentiva più i piedi, il lupo non c’era. Dalla finestra trasparente in cui giaceva l’uomo si diffondeva una fosforescenza azzurrina, come un bagliore cosmico, ma proveniente da dentro la Terra e dall’uomo stesso. Con il buio tutto intorno e la luce che sprigionava, Ada poteva vederne meglio i dettagli. L’uomo aveva baffi sottili e una cicatrice profonda sullo zigomo destro. Le ciglia lunghe gli davano un’espressione triste. La pelliccia che indossava era di un colore meticcio, un po’ bianca, un po’ nera e un po’ marrone, sarebbe potuta appartenere a un lupo. Al collo l’uomo aveva un cordoncino da cui pendeva una lunga zanna gialla. Ada non conosceva nessun animale, tra quelli non ancora estinti, che potesse avere una zanna del genere.

La fascinazione con cui osservava l’uomo fu interrotta dal pensiero che il freddo l’avrebbe uccisa, così come centinaia di migliaia di anni prima aveva ucciso lui. Il gelo l’avrebbe resa la sua sposa di ghiaccio. Il naso le doleva, e così anche le mani. Se avesse avuto con sé anche solo qualche ramo, avrebbe saputo accendere un fuoco, come le aveva insegnato suo padre. Ma lassù non c’era niente di vivo, a parte lei, solo roccia e neve. Ada sentì un gelido artiglio sfiorarle il cuore e alzò lo sguardo al cielo verde, danzante e vicino come mai. Il giorno è della terra, la notte è del cielo, pensò. Poi udì il rumore di una zampa che raspava contro il ghiaccio, si voltò e vide il lupo bianco alle sue spalle. Il pelo scintillava di brina nel buio, gli occhi luccicavano come stelle. Le parve ancora più grosso del solito, una creatura soprannaturale. Quando il lupo si mosse, Ada lo seguì. Poco distante, subito dietro lo sperone, c’era un buco nella montagna. Era piccolo, Ada ci sarebbe passata a mala pena carponi. Il lupo entrò strisciando, Ada lo seguì. Dentro sarebbe stato meno freddo.

Dopo una lunga galleria buia e stretta, giunsero nella caverna. Il cunicolo sboccava in una grotta circolare, piuttosto ampia e stranamente luminosa, dove c’era un tepore accogliente. Gli occhi di Ada vennero riempiti dal baluginare di centinaia di cristalli di quarzo che tappezzavano le pareti della caverna. Sembrava che, a quella profondità, la montagna stessa fosse fatta di cristallo. La luce accumulata nella silice milioni di anni prima, in ere geologiche durante le quali i cristalli non erano che magma incandescente, ora si sprigionava dai quarzi diffondendo nella caverna una luce ultraterrena. Tutta la grotta sembrava fatta di ghiaccio perfetto, che però invece di essere gelido era tiepido, di un tepore primordiale e materno. Era il cuore della montagna, il cuore dell’inverno, dov’era custodito il segreto della luce. Un soffio d’aria proveniente da chissà dove soffiò tra i cristalli, producendo un sibilo che ricordò ad Ada la Voce che a volte risuonava per la valle dei lupi. Nella caverna c’erano cristalli di quarzo ialino di ogni dimensione. Per terra c’erano i pezzi più piccoli, che formavano una polvere luccicante. Al centro giaceva un enorme cristallo di quarzo rosa, l’unico e il più grosso di tutti, posato in orizzontale come fosse un altare. Era da lì che si sprigionava la luce più forte. Ci dovevano essere voluti milioni di anni per formare un cristallo di quelle dimensioni. In fondo alla caverna, nella parte opposta a quella da cui Ada era entrata, c’era una soglia, un’apertura da cui partiva una scalinata incisa nel quarzo che andava ancora più in profondità. Ada avrebbe voluto scendere per vedere dove portasse, ma ora si sentiva troppo debole. Si sdraiò sul quarzo rosa e percepì un’onda di calore invaderle il corpo. Poi cadde in uno stato tra la veglia e il sonno e forme luminose danzarono davanti a lei. Il lupo, seduto tra i quarzi, la osservava.

Le scale di cristallo avrebbero potuto condurla al centro della Terra. Forse laggiù c’era Atlantide, o una dimensione popolata da esseri di luce. In effetti, pensò Ada in bilico tra i sogni, anche io sono luce.

Al risveglio, uscì dalla grotta e nella luce crepuscolare dell’alba si accorse che il suo corpo aveva ora lo stesso bagliore che avvolgeva l’uomo di ghiaccio.

Lei e il lupo ridiscesero nella valle e Ada si recò dallo scultore.

Quando giunse alla baita fra le betulle, lo scultore le mostrò quello che era rimasto del colosso di legno. Sembrava una bambola, era la sua scultura più piccola, delle dimensioni di una forma di pane. Assomigliava un poco ad Ada, ma lei non se ne accorse. Disse che era bellissima. Ancora però lo scultore non era riuscito a farle gli occhi. Ada gli regalò alcuni piccoli cristalli di quarzo ialino che aveva raccolto nella caverna per lui. Sapeva infatti che lo scultore non sarebbe mai salito fin lassù per vedere coi propri occhi. Non si allontanava mai dal suo bosco, inoltre il cunicolo che portava alla grotta era troppo stretto. Però voleva mostrargli schegge dello splendore. Il volto dello scultore s’illuminò.

Il mattino dopo, lo scultore bussò alla porta della baita. Quando Ada aprì, vide la sua testa incorniciata dalla luce. Lo sguardo dell’uomo era diverso. Sembrava lo sguardo di un bambino di cento anni. Finalmente aveva terminato la scultura. Ora la donnina aveva due occhi di quarzo attraverso cui scrutava nel Tempo. La regalò ad Ada, poi i due si salutarono con un bicchiere di vino.

Ada e il lupo bianco tornarono dall’uomo di ghiaccio. Questa volta Ada aveva portato con sé rami secchi. Accese un fuoco vicino al cuore dell’uomo. Il ghiaccio lentamente si squagliò e divenne fluido. Ada allora, senza lasciare che si sciogliesse del tutto, sprofondò le mani nel ghiaccio molle, come lo stesse frugando nelle interiora, fece un po’ di spazio e infilò la piccola dama di legno. La appoggiò sul petto dell’uomo, poi spense il fuoco con un pugno di neve. In pochi minuti il ghiaccio era già tornato duro come prima. Ora, da dietro la lastra trasparente, la dama di legno vegliava il sonno dell’uomo primitivo e guardava il cielo con occhi di ghiaccio che attraversavano il Tempo. Di notte si sarebbero riempiti di stelle.

Quando il sole scomparve, Ada e il lupo entrarono nel cunicolo, raggiunsero la caverna e di lì scesero per le scale di cristallo.

Esiste, anche se è molto raro, un albero che cresce solo nel Nord, che ha la corteccia liscia e argentata e i cui fiori sbocciano molto prima delle foglie, in pieno inverno, quando il freddo sta per finire e si fa per un attimo ancora più intenso. Lo chiamano la Dama Bianca. Lo sbocciare dei suoi fiori candidi, simili per certi versi a stelle alpine o a giacinti di vetro, segna il punto più freddo dell’anno ma anche la fine del buio. Da quel momento in poi ritorna la luce.

Nella valle dei lupi c’era uno di questi alberi. Quando i suoi fiori sfiorirono la neve inziò a sciogliersi, dappertutto era un gocciolare che si mescolava a nuovi cinguettii di uccelli. Nel giro di pochi giorni arrivarono i guardiaparco per il cambio stagionale.

Non trovarono Ada nella baita, né in giro per la riserva. Mancava anche il lupo bianco.

Gli altri lupi stavano bene, a loro aveva pensato lo scultore. Quando gli chiesero, disse che di Ada non sapeva nulla.

Aveva smesso di scolpire nel legno. Ora amava scolpire nella roccia, anche se era più difficile, occorreva più forza e spesso bisognava lavorare all’aperto, direttamente sul corpo della montagna. In mezzo alla neve che svaniva, comparivano le sue sculture. Anche i soggetti erano leggermente cambiati. Non si trattava più di sole donne, ma di donne grandi con piccoli uomini appoggiati sul cuore. Le donne avevano sempre occhi bellissimi ed espressioni sognanti, gli uomini invece sembravano dormire.

Tiglio, la Via del Cuore

Nome: Tilia cordata Mill. (Tiglio selvatico) e Tilia platyphyllos Scop. (Tiglio nostrano) sono le due specie maggiormente rappresentate in Europa e di cui qui ci occuperemo. Queste due varietà si assomigliano e si ibridano molto facilmente, tanto che Linneo le considerava un’unica specie, che chiamò Tilia eurpaea. Appartengono alla famiglia della Tiliaceae (anche se lo Angiosperm Philogeny Group le classifica nella famiglia delle Malvaceae).

Il nome generico Tilia deriva dal greco ptilon, “ala”, per via della brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti. L’epiteto specifico cordata si riferisce alla caratteristica forma a cuore delle foglie di quest’albero, mentre platyphyllos significa “dalle ampie foglie”.

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Botanica:
Il Tiglio è una pianta di grandi dimensioni e uno degli alberi più longevi, può infatti raggiungere i 1000 anni di età, mentre la circonferenza del tronco può arrivare a misurare 10 m. Ha un accrescimento piuttosto lento, che fino verso i 150 anni di età è più rivolto verso l’alto, mentre in seguito cresce soprattutto in larghezza.
Il tronco del Tiglio è robusto, alla sua base spuntano spesso numerosi polloni e la corteccia grigioargentea, liscia negli esemplari giovani, con l’età tende a divenire splendidamente rugosa e fessurata. Le fibre cribrose del suo legno sono molto forti e flessibili e venivano usate sia dai Greci che dagli Anglosassoni per la produzione di corde, zerbini, borse e vestiti (rafia di Tiglio). Negli individui isolati, la chioma è larga e tondeggiante, spesso cuoriforme come le foglie, mentre se il Tiglio si trova vicino ad altri alberi la sua chioma si sviluppa naturalmente più in altezza.

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Non si trova spesso nei boschi, perché crescendo lentamente non gli riesce facile competere con altre essenze più aggressive. In compenso, per via del suo aspetto dolce ed elegante e del suo profumo inconfondibile, lo si trova sovente in aree urbane, vicino a dove vive l’uomo. Il Tiglio sopporta bene l’ombra e predilige terreni freschi e fertili, non troppo acidi. Le foglie sono cuoriformi, dal margine seghettato, più grandi nel T. platyphyllos (fino a 15 cm di lunghezza) e negli esemplari drasticamente potati. I fiori hanno 5 petali di colore bianco giallastro, e sono uniti in gruppi di tre o di cinque, in infiorescenze ascellari protette da una lunga brattea fogliacea verde chiaro, che servirà come ala per la diffusione dei frutti attraverso il vento. Caratteristica dei fiori è quella di emanare un profumo dolcissimo e pacificante che, nelle sere di inizio estate, durante la fioritura, si diffonde nell’aria, rallegrando gli animi e attirando le api, che sembrano letteralmente impazzire per i fiori di quest’albero, dimenticandosi di tutti gli altri.
I frutti sono piccole noci ovali o globose, della grandezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente chiamato carcerulo.

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Fitoterapia:
Il Tiglio è governato da Giove e da Venere, e agisce sull’ipofisi, come sedativo e leggero ipnotico, sui liquidi corporei come diaforetico e come emolliente delle vie respiratorie.
Venerato nel Nord Europa, il suo utilizzo in erboristeria si rifà agli usi popolari, più che alla farmacopea ufficiale, nonostante l’estratto dei suoi fiori sia presente anche in alcun specialità medicinali registrate indicate a scopo sedativo.

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Del Tiglio si usano le infiorescenze disseccate, che contengono polisaccaridi, poliennali (flavonoidi, tannino, leucocianidine) e un olio essenziale ricco in fenoli, alcol e terpeni.
Tradizionalmente i fiori di Tiglio sono impiegati nella preparazione di tisane a scopo diaforetico, cioè per favorire la sudorazione nelle malattie infettive acute febbrili o da raffreddamento, come le sindromi influenzali. I fiori di Tiglio presentano anche proprietà mucolitiche, come sedativi della tosse, e emollienti, oltre che proprietà sedative delicate, e perciò utilizzabili anche per il sonno dei bambini.
In fitocosmesi, l’olio essenziale e l’idrolato ottenuti per distillazione dei fiori vengono utilizzati in tonici e creme per via delle loro proprietà lenitive, emollienti e rinfrescanti.
L’alburno di Tiglio (parte del legno anche detta “seconda corteccia”), pur senza evidenze scientifiche, trova indicazione nella medicina popolare come diuretico, antinfiammatorio, astringente, spasmolitico e analgesico, considerando il suo decotto un rimedio utile in caso di cefalea ed enterite.

Lo Spirito del Tiglio (rimedio erboristico e vibrazionale preparato a partire da gemme, corteccia, fiori, foglie ed energia dell’albero, secondo un sistema ideato da Hubert Bosch e Lucilla Satanassi e spiegato nel libro Incontri con lo Spirito degli Alberi) è utile per favorire l’incontro degli opposti, per facilitare la risoluzione dei conflitti e rinsaldare i legami tramite l’amore, oltre che per facilitare lo stato meditativo e il sonno.

Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che la ninfa Filira, figlia di Oceano, viveva nell’isola del Ponto Eusino che porta il suo nome. Un giorno Crono si unì a lei ma, sorpreso dalla moglie Rea, si trasformò in uno stallone e si allontanò al galoppo. Dall’unione fra Crono e Filira nacque Chirone, una strana creatura, mezzo uomo e mezzo cavallo. Filira provò un tale dispiacere per il figlio mostruoso che chiese al padre Oceano di trasformarla in un albero: il Tiglio, che infatti in greco porta il nome della ninfa. Chirone divenne un celebre guaritore, anche grazie al potere ereditato dalla madre, albero dalle numerose virtù medicinali.

Il Tiglio è sacro ad Afrodite. E’ sempre stato associato alla femminilità nel suo aspetto più dolce e accogliente.  Erodoto, nelle sue Storie, riferisce che in Persia vivevano strani uomini-donna, gli Enarei, che Afrodite aveva privato della virilità perché avevano osato saccheggiare il suo tempio ad Ascalona, in Siria, ma in cambio aveva loro concesso il dono di predire il futuro. Gli Enarei praticavano la divinazione con una corteccia di Tiglio: dopo averla divisa in tre strisce, davano responsi avvolgendo e svolgendo le strisce tra le dita. Probabilmente si trattava di figure simili agli sciamani siberiani, che tramite il travestitismo rituale giungevano a una vera e propria mutazione psicologica di sesso acquistando poteri divinatori grazie alla comunione con la dea e all’uso rituale del suo albero.

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Anticamente in Lituania, per ottenere buoni raccolti gli uomini sacrificavano alle Querce, le donne ai Tigli, e questo riporta alla mente anche la leggenda greca di Filemone e Bauci, coppia di anziani che offre ospitalità a Zeus ed Ermes, nonostante questi si presentino al loro uscio travestiti da mendicanti. Come premio per il loro buon cuore, gli dei offrono alla coppia la possibilità di esaudire un desiderio. Filemone e Bauci chiedono di poter morire insieme e così restare uniti anche nella morte. Quando muoiono, Filemone si tramuta in Quercia, mentre la moglie diviene un Tiglio e i due alberi restano per sempre ad accogliere i viandanti di fianco alla porta della loro casa. Mentre la Quercia è legata a un archetipo di accoglienza e accettazione forse più maschile, il Tiglio è il simbolo dell’amore e dell’ospitalità tipicamente femminili, che abbracciano, avvolgono e rappacificano, sfumando con la dolcezza le tensioni del viaggio.

Presso i Norreni, il Tiglio era l’albero di Freyja, la dea germanica dell’amore, della bellezza e della fertilità. In nessun insediamento mancava un Tiglio e sotto questo magnifico albero gli innamorati si giuravano fedeltà. Celebrare un matrimonio sotto a un Tiglio era considerato di buon auspicio, perché il Tiglio avrebbe generato un forte legame fra gli sposi, forte come le corde che una volta si fabbricavano dal suo floema. E il Tiglio è ancora l’albero più diffuso nelle zone urbane dell’Europa centrale, dove per millenni fu il centro della vita sociale. Ogni tribù si riuniva regolarmente per prendere decisioni politiche ed esprimere giudizi. Tali assemblee erano chiamate Thing e si tenevano all’aperto. Ogni tribù aveva un luogo per l’assemblea, chiamato “piazza Thing” e solitamente posto in cima a una collina, in un bosco sacro, sotto a un Tiglio o più raramente sotto a una Quercia. Si pensava che il Tiglio aiutasse a comprendere le esigenze di tutti e a trovare un’intesa, mentre la Quercia sosteneva di più l’applicazione rigorosa delle leggi.

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Il Tiglio era anche l’albero sotto al quale si incontravano gli abitanti a fine giornata per parlare, cantare e ballare. Veniva piantato vicino alla fontana, dove aiutava le donne a rinsaldare il loro legame, e nella piazza del mercato, dove aiutava a trovare un accordo tra venditore e compratore. Nell’area di lingua tedesca esistono più di 1000 paesi che contengono il nome del Tiglio (Linde) nel loro toponimo.
Per i sacerdoti antichi del Nord il Tiglio era l’albero dell’oracolo, che permetteva di abbandonare il controllo mentale  e così avere la visione del mondo sottile.

Già alcuni millenni fa, il Tiglio veniva utilizzato dall’uomo, che produceva vestiti, corde e borse con lo strato interno della sua corteccia, il libro o floema. Gli autori romani raccontano che i Celti si vestivano con il libro di Tiglio. Le foglie giovani costituivano un’integrazione dell’alimentazione umana, come aggiunta all’insalata, e i contadini antichi le utilizzavano fresche o essicate come foraggio, per aumentare il contenuto di grasso nel latte. Il legno di Tiglio, morbido e facile da lavorare, viene usato per lavori di intaglio e intaso, ma anche per fabbricare strumenti musicali. Una vecchia tradizione suggerisce di piantare un Tiglio quando nasce il primogenito, per trasmettere la sua longevità al casato.

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L’energia del Tiglio:
Il Tiglio è un balsamo per il cuore, forse il più dolce tra gli alberi. La sua energia ci parla della Madre presente in ciascuno di noi, il lato della femminilità che accoglie, lenisce, ammorbidisce e trasmette ottimismo e gioia. E’ un albero fortemente comunicativo e bellissimo, generoso, che straripa bellezza e inonda di profumo il mondo.
La sua energia ci parla di Amore, sintonizzandosi con le frequenze del nostro chakra del cuore (Anahata) e stabilizzandole. E’ l’abbraccio di una madre che conforta e riporta al presente, una madre solida dalle radici profonde e dalla memoria antica, che offre tutto di se stessa per il benessere dell’uomo, per vestirlo, curarlo e alleviare le sue pene. E fa tutto ciò con leggerezza, semplicità, anche da vecchia il profumo di questa madre è dolcissimo, come quello di una fanciulla.

Il Tiglio parla direttamente al nostro cuore, infondendo fiducia e piacere per la vita. La sua energia trasmette comprensione, tolleranza, ottimismo e una sensazione di eterna abbondanza e di un presente eterno, anche se connesso alla ciclicità della natura. Ogni anno, quando il suo profumo torna a inebriare i cuori e le api, sappiamo che c’è ancora speranza, che ovunque, anche nel cuore delle città o nei posti più isolati, l’amore arriva, volando come un seme o spandendosi nell’aria come un aroma.

L’energia che scorre in quest’albero è impetuosa e soave al tempo stesso. E’ un flusso di gioia, di spensieratezza profondamente radicata, di fiducia nella vita. Ed è facile connettersi a lui, sembra anzi che non aspetti altro che fare dono di sé, condividersi.
Il Tiglio rappresenta la Via del Cuore, la più semplice e al tempo stesso la più difficile da seguire. Perché implica l’abbandono delle difese, l’apertura al mondo, la generosità della condivisione che abbatte la paura. Con il suo esempio, Madre Tiglio ci mostra come fare dono di noi stessi agli altri,  manifestando in ogni nostro aspetto la forma del nostro cuore. Ammansisce la rabbia e il rancore, appiana i conflitti ricordandoci la bellezza che ci circonda e ci permea, consola la disperazione avvolgendo nel suo abbraccio senza confini.
Per questo il Tiglio è forse il più amoroso tra gli alberi, così rassicurante ed espansivo. Vicino al Tiglio sentiamo il nostro cuore aprirsi e lui ci sussurra “Non avere paura. Siamo tutti collegati in una rete d’amore, in ogni momento. Condivisione è la chiave e dolcezza il linguaggio.”

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

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Sorbo: il Protettore della Rinascita

Nome: Sorbus aucuparia L., famiglia delle Rosaceae.
Altre specie di Sorbo comuni nelle nostre zone sono Sorbus domestica L. e Sorbus aria L., o Sorbo montano.

Il nome generico deriva forse dal latino sorbeo, “sorbire, assorbire”, presumibilmente per via delle proprietà astringenti e conservanti delle bacche, con le quali presso i Romani si produceva una bevanda dalle caratteristiche simili al sidro.
Il nome specifico aucuparia deriva probabilmente invece da avium, “uccello” e capere, “prendere, catturare”, perché gli uccelli sono ghiotti dei frutti di quest’albero e si posano numerosi sui suoi ami per nutrirsene, rendendo il Sorbo un involontario alleato dei cacciatori.

E’ interessante notare che il suo nome germanico è Eberesche, che deriva dalla fusione dei nomi gaelici di altri due alberi, il Tasso (Eburos) e il Frassino (Esche): infatti le foglie del Sorbo somigliano a quelle del Frassino, mentre i suoi frutti a quelli del Tasso.

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Botanica:
Il Sorbo è un albero amante della luce, che raramente raggiunge grandi dimensioni, attestandosi di solito su altezze intorno ai 13 metri (altezza massima raggiunta: 30 m) mentre, in condizioni ideali, può vivere anche fino a 300-400 anni.
Non pretende molto dal suolo e, lasciando filtrare molta luce attraverso i suoi rami,permette alle altre piante di crescere attorno a lui.

I suoi habitat principali sono le pendici delle colline e delle montagne meno alte, dove spesso si trova vicino alle abetaie e dove contribuisce all’equilibrio del terreno trasformandone gli strati acidi, prodotti dalla lenta decomposizioni degli aghi, in fertile humus. Per il suo bisogno di luce diretta preferisce crescere come esemplare isolato e conquista il proprio spazio emettendo rami orizzontali poco lontani da terra, diventando un albero con la chioma più larga che alta.

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Il tronco è di colore bruno e negli esemplari giovani si presenta liscio, e inizia a fessurarsi, partendo dal basso, solo quando l’albero raggiunge l’età adulta. In presenza di disturbi geodetici cresce attorcigliato, girando generalmente verso sinistra.
Le gemme sono verdi, macchiate di rosso e resinose. Le foglie sono lunghe 15-25 cm, imparipennate, composte da 13-21 foglioline dal margine seghettato, lunghe fino a 6 cm e larghe 1 cm, di color verde scuro sulla pagina superiore e verde chiaro su quella inferiore. In autunno diventano rosse, colorando il paesaggio.

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Le sue infiorescenze bianche ricordano quelle del Sambuco e sono formate da numerosi fiori a cinque petali, bisessuali, disposti in corimbi che fioriscono a maggio per poi svilupparsi in grappoli di bacche (le sorbe o sorbole) prima verdi, poi arancioni e infine rosse in autunno. L’abbondanza dei suoi frutti dipende dalla grande quantità di luce che riesce ad assorbire. Gli uccelli ricambiano la sua generosità distribuendo i semi contenuti nelle bacche di cui si nutrono.

Fitoterapia:
Le foglie del Sorbo sono impiegate tradizionalmente per la loro azione antinfiammatoria sul tratto intestinale e in caso di meteorismo, mentre l’infuso dei fiori è utile in caso di tosse o bronchite.

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La parte di quest’albero più utilizzata in fitoterapia sono però indubbiamente i frutti, le sorbole, bacche aspre leggermente tossiche da crude ma perfettamente commestibili previa bollitura. Contengono acido sorbico (la parte tossica per l’uomo, con azione conservante – per questo un tempo il latte veniva conservato in recipienti in legno di sorbo), glucidi, carotene, pectina, olio essenziale, provitamina A e più vitamina C di arance e limoni. L’azione delle bacche è dunque antiossidante, astringente, antidiarroica, rafforza il sistema immunitario e purifica il sangue.
I pianeti che governano quest’albero sono Saturno e Venere.

Il gemmoderivato ottenuto dalle gemme di Sorbus domestica è considerato un rimedio specifico per le vene: tonifica la parete venosa, ne combatte l’infiammazione e riduce i fenomeni conseguiti. Agisce nelle sindromi di insufficienza venosa caratterizzate da pesantezza degli arti e negli stati pretrombotici, mostrando una certa tendenza a correggere l’ipercoagulazione.
Altre indicazioni sono acufeni e sordità sostenute da timpanosclerosi. E’ uno dei rimedi d’eccellenza per le donne in climaterio o menopausa, in quanto contribuisce ad attenuare la sintomatologia di tipo circolatorio (cefalea, vampate, ipertensione).

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Mitologia e storia:
Il Sorbo (Luis) è il secondo albero dell’alfabeto arboreo celtico e i suoi rami rotondi, coperti di pelli di toro appena scuoiato, erano usati dai druidi come estrema risorsa per incitare gli spiriti a rispondere a domande difficili. Nelle isole britanniche, il Sorbo è l’albero più utilizzato come protezione contro i fulmini e i malefici in genere.

Nell’antica Irlanda i druidi di due eserciti nemici accendevano fuochi di Sorbo e vi recitavano sopra incantesimi per chiamare gli spiriti a prendere parte al combattimento. Nell’epica celtica (Il Romanzo di Diarmuid e Grainne) la bacca del Sorbo, insieme alla mela e alla noce rossa, viene definita “cibo degli dei”, espressione che porta a interpretare il tabù alimentare su tutto ciò che è rosso come un’estensione di quello comune sul fungo rosso dell’Amanita muscaria, considerata “cibo degli dei” anche presso Greci e Romani (nella Grecia antica tutti i cibi di colore rosso -aragoste, pancetta, triglia, gamberi, frutta e bacche rosse – erano soggetti a tabù tranne che nelle festività in onore dei morti. Il rosso, forse anche per l sua connessione con il colore del sangue, era il colore della morte in Grecia e nella Britannia dell’Età del Bronzo, come mostra l’ocra rossa rinvenuta nelle sepolture megalitiche della piana di Salisbury, così come in altre sepolture dell’Europa Neolitica – cfr. M.Stone, Quando Dio era una donna).

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Il Sorbo è considerato dai Celti l’albero del ritorno in vita e del risveglio, profondamente legato al prevalere della luce sul buio. Il suo mese nel calendario celtico va dal 21 gennaio al 17 febbraio, e a metà di questo periodo cade la festa di Imbolc (1 febbraio), una delle quattro feste stagionali che scandivano l’anno pagano (insieme a Beltane, Lammas e Samain). Imbolc è la festa del ritorno della luce, segna la fine dell’inverno e l’inizio della rinascita della vegetazione. Imbolc e il Sorbo sono protetti dalla dea Brigid (o Birgit, Brigitta, Brigantia), divenuta poi con il Cristianesimo Santa Brigida, che un tempo era la Dea Bianca, la Triplice Dea protettrice del Fuoco, del risveglio alla vita, delle arti, della filatura e della tessitura. Anche per questa ragione, tradizionalmente, i fusi erano in legno di Sorbo. Il legame tra il Sorbo e il Fuoco, la Luce, si trova anche nel suo nome celtico: Luis, che ha la stessa etimologia di luisiu, ovvero “fiamma”.

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Le bacchette da rabdomante un tempo usate per trovare i metalli erano in legno di Sorbo e il suo legno veniva spesso usato nella divinazione. Il suo uso oracolare spiega forse, secondo Graves (Graves R., La Dea Bianca) la presenza di boschetti di quest’albero a Rugen e nelle altre isole baltiche dell’ambra, un tempo sedi oracolari, nonché la frequente ricorrenza del Sorbo notata da John Lightfoot (Lightfoot J., Flora Scotica) nei pressi di antichi cerchi di pietre. Il Sorbo era considerato protettore delle soglie e portatore di luce, custode del passaggio tra i mondi e dei risvegli a nuova vita.

Nei miti norreni ritroviamo ancora il Sorbo come simbolo di protezione. Un mito islandese narra che Thor, dio dei tuoni e dei fulmini, un giorno stava per annegare in un fiume, ma riuscì a salvarsi aggrappandosi a un ramo di Sorbo. Da allora, oltre alla Quercia, anche il Sorbo divenne sacro al dio. Poiché Thor è il dio dei fulmini, questo spiegherebbe anche come mai il Sorbo è considerato nel nord l’albero che meglio protegge contro di essi (statisticamente, quest’albero è in effetto uno dei meno colpiti durante i temporali).

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Tradizionalmente, nel Galles avere un Sorbo vicino alla propria casa era considerata una fortuna e le donne si appuntavano al petto bacche di Sorbo per proteggersi dalle stregonerie.

Infine, è interessante notare come in molte leggende irlandesi si trovino serpenti e draghi in qualità di guardiani di alberi di Sorbo, ed essendo il serpente uno degli animali-simbolo della Grande Dea nella sua versione ctonia, questo dato ci parla della connessione tra il Sorbo e la Dea così come di quella tra il Sorbo e le forze della Terra. Infatti se consideriamo che molto spesso i cerchi di pietre megalitici sorgono lungo le linee in cui scorrono le correnti energetiche della Terra (una sorta di meridiani del corpo di Gaia, un tempo chiamati “linee del drago”, e il drago non è in fondo che una versione potenziata del serpente che, guarda caso, sputa fuoco), e che spesso vicino a questi siti si rinvengono Sorbi o tracce di essi, vediamo come serpenti, Sorbi e siti megalitici siano legati dal filo rosso del culto della Dea Madre, che altro non è se non il pianeta-organismo su cui viviamo e di cui facciamo parte. Le antiche popolazioni, che intuivano e conoscevano l’anatomia energetica della Terra, costruivano mandala di pietra in luoghi in cui l’energia era particolarmente forte, per favorire la comunicazione tra i mondi, le dimensioni temporali e i piani di coscienza, e ponevano il Sorbo come guardiano di questi portali.

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L’energia del Sorbo:
Tempo fa, con il un gruppo di donne, andammo in montagna, al confine tra Italia e Svizzera, per incontrare un Sorbo secolare che cresce lassù. Eravamo emozionate e determinate, ma l’escursione non andò come speravamo. Infatti, non riuscimmo a trovarlo. Il Grande Sorbo non si face scovare, nonostante l’avessimo cercato a lungo, in su e in giù lungo il ripido pendio del bosco in cui abita. Trovammo invece, poco più sotto, altri due esemplari di Sorbo, forse non monumentali come quello che andavamo cercando, ma comunque molto grandi e di certo secolari. Stavano come due guardiani vicino a un rifugio in pietra. Non avendo trovato il Sorbo maggiore, ci concentrammo sui due più “piccoli”, facendo un cerchio e cantando per loro, onorando la loro bellezza e connettendoci alle loro energie. La delusione scomparve. Credo ora che il Grande Sorbo si fosse nascosto a noi perché, in qualche modo, non eravamo ancora pronte a incontrarlo. L’energia del Sorbo illumina e protegge, e protezione significa anche insegnare il giusto tempo e mostrare come la delusione nasca dalle aspettative. Anziché un albero, il Sorbo ce ne offrì due, una coppia di custodi del Tempo, come a dirci: “Ancora non potete incontrare il Re, ma guardate lungo il cammino, prestate attenzione: forse ciò che vi serve ora l’avete già trovato. Apprezzate ciò che avete. La vita è un viaggio con tante soglie.”

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Ogni soglia è morte e rinascita. E il Sorbo custodisce il ritmo dell’evoluzione, proteggendo l’inizio di ogni nuovo ciclo e segnandolo, come i cerchi nel suo tronco testimoniano il tempo di ogni anno che passa.
Il Sorbo è Fuoco e Terra. E’ il Fuoco nella Terra, che non muore mai ma si rinnova ciclicamente. Ci insegna a cambiare pelle come i serpenti, rimanendo noi stesse ma rinascendo sempre. Quando crediamo di essere arrivate alla fine, ecco che ricominciamo, e questo avviene di continuo, su scala piccola ogni giorno, al sorgere del Sole, e su scala più grande attraverso i cicli che scandiscono la nostra vita presente così come quelli che ci guidano lungo le nostre reincarnazioni. Il Sorbo protegge gli inizi, le soglie e il Fuoco che non si spegne. E’ guardiano del Tempo e del Karma, insegna ad attendere il momento giusto con la certezza che arriverà, ma non sarà quando lo vorremo noi, né quando ci sembrerà di averne bisogno assoluto… Arriverà quando saremo pronte, quando avremo smesso di cercarlo perché avremo accettato la necessità di morire. Soltanto accettando di morire possiamo rinascere. Aggrapparci e cercare a tutti i costi ciò che crediamo indispensabile, in realtà rallenta il cammino e lo rende più doloroso, perché ci impedisce di apprezzare ciò che ci offre il presente. Il Sorbo è portatore di una saggezza antica e il suo messaggio per noi è importantissimo e a volte difficile da accettare. Per questo lui ci protegge. Ci fa sapere che lui c’è, che ciò di cui abbiamo bisogno c’è, siamo noi che ci ostiniamo a non vederlo. Se prestiamo attenzione all’energia del Sorbo, possiamo sentire il Fuoco della Terra che non smette mai di ardere: un’energia stabile e sicura e mite, che supera il Tempo e mostra come rinascere significhi molto di più di ciò che siamo solite pensare. “La Primavera è già tornata” ci dice il Sorbo. “Sarebbe tornata comunque ed è già qui. Guarda, guarda bene. Ce l’hai fatta e ce la farai sempre, di nuovo. Abbi coraggio e fede. Non sei sola. Attraverso di me puoi riconnetterti al Fuoco che arde dentro di te e dentro la Terra, e lasciare che ti purifichi e ti prepari per un’alba nuova. Ogni cosa a suo tempo, lungo le linee della geometria sacra che sono le nostre vite, verso il centro. E il centro è ovunque.”

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Kranich E.M., Il linguaggio delle forme vegetali, Editrice Antroposofica, Milano 2010
-Lightfoot J., Flora Scotica, B.White, London 1777 (versione digitale)
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Pelikan W., Le piante medicinali Vol. I, II, III, Natura e Cultura Editrice, Alassio 1999
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Stone M., Quando Dio era una donna, Venexia, Roma 2011
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

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La respirazione del Sole e della Luna

Surya Chandra Pranayama

Questa tecnica di respirazione ci aiuta a riportare l’equilibrio tra la parte destra e la sinistra del nostro corpo, tra la nostra parte maschile e quella femminile, tra il nostro Sole e la nostra Luna. Alla narice sinistra è collegato ida, uno dei più importanti canali energetici (nadi) del nostro corpo attraverso cui scorre il prana (soffio vitale), e alla narice sinistra è collegato il canale pingala. Il prana che scorre attraverso questi due canali si mescola poi in sushumna, il canale principale che scorre lungo la colonna vertebrale.

Questa respirazione promuove inoltre la chiarezza di pensiero, lenisce il mal di testa e dona un senso generale di calma e lucidità. Stimola soprattutto il quinto e il sesto chakra (Vishudda e Ajna). E’ sconsigliata in caso di ipertensione o di fragilità dei capillari del naso.

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La pratica                                                                                                                                              Prima di iniziare, siediti in una posizione che trovi comoda, nella posizione del loto (Padmasana) o in quella dell’eroe (Virasana) oppure a gambe incrociate. Chiudi gli occhi e svolgi una decina di respirazioni complete, facendo in modo che inspirazione ed espirazione abbiano la stessa durata. Mentre respiri, concentrati nel sentire il flusso dell’aria che percorre le narici. Porta la tua attenzione prima su una narice e poi sull’altra. Apprezza la sensazione di fresco che ti trasmette l’aria quando sfiora le tue narici durante l’inspirazione, e il tepore dell’aria che ne esce.

Quando ti senti pronta, porta la tua mano (destra o sinistra) davanti al viso e appoggia indice e medio alla radice del naso, in mezzo alle sopracciglia. Con il pollice, tappa la narice destra e inspira lentamente, contando fino a quattro, dalla narice sinistra. Ora con l’anulare tappa anche la narice sinistra e trattieni così il respiro contando di nuovo fino a quattro. Poi solleva il pollice dalla narice destra e, sempre contando fino a quattro, espira da questa. Al termine dell’inspirazione, procedi inspirando, questa volta dalla narice destra, tenendo la sinistra tappata. Poi tappa la narice con il pollice e trattieni il respiro contando fino a quattro. A questo punto solleva l’anulare ed espira della narice sinistra, sempre contando fino a quattro. Prosegui con la respirazione, inspirando di nuovo dalla narice sinistra, trattenendo il respiro ed espirando dalla destra; inspirando dalla destra, trattenendo il respiro ed espirando dalla sinistra e così via, con un movimento ciclico. Continua per almeno cinque minuti (già dopo cinque minuti il tuo livello di stress si abbassa e il tuo corpomente inizia a rilassarsi) e se lo desideri anche più a lungo.

Al termine della pratica, resta per alcuni istanti a occhi chiusi e ascolta il tuo respiro fluire, senza più cercare di controllarlo. Presta attenzione a come ti senti, e in particolare alle sensazioni che provi nel naso e nella testa, dietro la parete frontale della scatola cranica. Noti qualche differenza rispetto a prima della pratica? Ti sembra di respirare con più facilità? Come sta la tua testa? Ti senti più calma, centrata? Noti qualcosa a cui prima non avevi fatto caso?

Se lo desideri, ora puoi procedere con una pratica meditativa, o con una posizione yoga, oppure puoi semplicemente ringraziare e ringraziarti, alzarti e proseguire la tua giornata.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Astri&Foglie: corso teorico-pratico

Che relazione c’è tra le piante e i pianeti e come accade che il carattere e il ritmo di un corpo celeste influenzino la vita vegetale?
Nei cinque incontri di questo corso, partendo dagli insegnamenti di Paracelso e dall’analisi degli archetipi rappresentati da ciascun pianeta, esploreremo le relazioni fra micro e macrocosmo, tra “ciò che sta sopra e ciò che sta sotto” così come tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, percorrendo il misterioso confine tra materia e psiche.

Impareremo a ri-conoscere e a sentire – innanzitutto dentro di noi e di conseguenza anche fuori – le caratteristiche funzionali dei pianeti e come esse si presentino nel mondo della Natura. Ogni pianta, come ogni essere, sente ed esprime l’influenza di tutti i pianeti, ma tende ad avere uno o due pianeti “governanti”, la cui funzionalità si manifesta nella forma e nelle proprietà curative principali della pianta stessa.

Piante venusine, mercuriali, saturnine o solari… Come si riconoscono e come possono aiutarci? Il corso prevede sia incontri teorici-pratici con uscite nella Natura, dove si potrà apprendere un modo di osservare le piante che per qualcuno sarà del tutto nuovo. Proveremo a “leggere il libro della Natura”, a decifrarne i segni sintonizzandoci con la lenta danza della vegetazione, che continuamente ci parla. E, attraverso la Natura, si potrà forse comprendere un po’ meglio anche noi stessi. La Terra è un organismo vivente, così come il nostro corpo, così come il corpo dell’Universo, e la realtà che ci circonda non è che uno specchio che riflette gli avvenimenti della nostra Anima.

Relatrici: Giorgia Rossi (naturopata, floriterapeuta e orticultrice) e Giulia Marzocca (terapeuta energetica e astrologa)

Sedi: Siena, Val d’Orcia, Monte Amiata

SI PREGA DI CONFERMARE L’ISCRIZIONE TRAMITE TELEFONO O E-MAIL.
PER ISCRIZIONI E INFO SU CORSO, LUOGHI, ORARI E DATE PRECISE:
Giulia: 371 1543911
Giorgia: 347 6559825
e-mail: ortisensibili@gmail.com

Salice: la ferita inguaribile del Femminile

Nome: esistono numerose specie di Salice, ma quella di cui ci occuperemo principalmente qui è Salix alba L., famiglia della Salicaceae.
Il latino salix, salicis risale alla radice indoeuropea *selik, passata poi nel greco heliké. La voce latina è collegata anche con l’irlandese saille.

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Botanica:
Il Salice è un albero deciduo che ama i suoli umidi e luminosi. Si trova spesso lungo corsi d’acqua e ha una crescita piuttosto veloce, anche se non raggiunge grandi altezze, fermandosi a un massimo di 25 metri, né è particolarmente longevo. Sua caratteristica è quella di avere un legno flessuoso, difficile da spezzare, infatti i suoi rami (soprattutto quelli della specie S. viminalis) vengono utilizzati per fare ceste e mobili. Un’altra caratteristica è quella di produrre numerosi polloni, fusti giovani che spuntano dalle radici dell’albero madre, dotati di grande vitalità, tanto che spesso basta trapiantarli in un suolo con il giusto tasso di umidità perché questi crescano e diventino nuovi alberi.

Il tronco del salice è robusto e spesso contorto, la corteccia grigioverde tende a fessurarsi e desquamarsi ed è ricca di tannini e di acido salicilico (che si chiama così proprio perché è stato individuato per la prima volta nella corteccia di quest’albero).
Le foglie del salice bianco sono lunghe e strette, simili a spicchi di luna, con la pagina superiore grigioverde e quella inferiore bianco avorio. Spuntano lungo i rami a volte contemporaneamente alla fioritura, a volte subito dopo, verso aprile. I salici sono piante dioiche, quindi ogni esemplare porta fiori o maschili o femminili e per l’impollinazione si affidano sia al vento (impollinazione anemofila) che agli insetti (i. entomofila). Sono frequentissime, in questo genere, le ibridazioni interspecie (salici appartenenti a generi diversi che si fecondano, dando vita a specie ibride).

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I fiori sono amenti penduli, e i fiori maschili sono i più belli e vistosi. Si formano a partire da gemme setose e argentate, sviluppandosi poi in amenti verdi simili a bruchi, con piccole scaglie che si aprono lasciando apparire gli stami. Gli stami sono lunghi e si presentano quasi sempre in coppie che recano nel mezzo una sacca di polline che attira le api, per le quali i fiori di salice sono una dei primi cibi dell’anno. Quando le antere (le “teste” degli stami) sono mature, scoppiano, liberando nell’aria nuvole di polline che, trasportate dal vento, cercheranno di raggiungere i fiori femminili di un altro salice, per fecondarli.

Il frutto del salice, come quello del pioppo, è simile a un batuffolo di cotone e nela forma somiglia a un bruco. I semi del salice, al fine di essere il più leggeri possibile, non sono dotati di endosperma, cioè non hanno il corredo nutritivo solitamente presente all’interno del seme (quella scorta di cibo che permette ai semi, in caso non trovino subito le condizioni idonee alla germinazione, di restare quiescenti ma  vitali anche per diverso tempo). Ciò fa sì che i semi del salice abbiano una vita piuttosto breve e che per germogliare necessitino di atterrare su terreni umidi dove possono radicare rapidamente.

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Fitoterapia:
Il Salice è una pianta lunare, e il suo processo caratteristico consiste nel condurre l’acquoso all’aereo, trasformando l’acqua in luce, l’eterico in astrale.

E’ noto per le sue proprietà antipiretiche, antireumatiche e antispasmodiche. E’ a partire dalla corteccia di salice che Piria scoprì, nel 1838, l’acido salicilico, per ossidazione della salicina. La salicina agisce nell’organismo umano come un prefarmaco: dopo la somministrazione per via orale, viene idrolizzata a livello intestinale in glucosio e saligenina che, una volta entrata nel circolo ematico, viene metallizzata in acido salicilico, che è un inibitori della sintesi delle prostagandine per inibizione della cicloossigenasi (quindi blocca il processo infiammatorio).

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Gli amenti hanno proprietà sedativa e ansiolitica. In particolare l’azione sedativa si manifesta a livello degli organi genitali: nei disturbi causati dalla dismenorrea, dove si ha una notevole attenuazione del dolore e delle turbe nervose, e nell’eretismo genitale, per via dell’azione anafrodisiaca. A queste proprietà si aggiunge una benefica azione tonico-stomachica che, migliorando i processi digestivi, contribuisce al benessere generale.

In flortierapia, il rimedio preparato con i fiori del Salice (Willow) fa parte del repertorio dei fiori di Bach ed è considerato il “fiore del Destino”, consigliato a coloro che non accettano la propria situazione, sentendosi continuamente insoddisfatti da ciò che hanno e attribuendo la colpa dei propri supposti fallimenti e della propria frustrazione agli altri. Willow aiuta a uscire dalle situazioni di autocompatimento cronico, stimolando l’assunzione di responsabilità e la capacità di accogliere gli altri, anziché esigere sempre qualcosa, non giudicando mai abbastanza ciò che si ottiene. Ci mostra che siamo artefici del nostro destino e ci dispone a un atteggiamento più materno verso il prossimo, più gioviale e saggio, permettendoci di uscire dalle spirali di lamentele, recriminazioni, vittimismo e rimuginamenti continui.

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Mitologia e storia:
Il Salice è il quinto albero dell’alfabeto arboreo dei Celti, che lo chiamavano saille. E’ considerato l’albero degli incantesimi, il quinto albero dell’anno, e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana, Minerva. Il mese celtico del Salice va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Beltaine, celebre per essere la festa degli innamorati, per le sue baldorie orgiastiche e per la rugiada magica. Nell’Europa settentrionale il suo legame con le streghe è così forte che, come fa notare Robert Graves in La Dea Bianca, le parole witch (“strega”) e wicked (“malvagio”) derivano dallo stesso termine che anticamente indicava il Salice, e da cui deriva anche wicker (“vimini”).                I sacrifici umani dei druidi venivano offerti con la Luna piena in cesti di vimini, e le selci funerarie erano a forma di foglia di Salice.

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Nell’antica Grecia era sacro a Circe, Era, Ecate e Persefone, tutte rappresentanti aspetti oscuri, mortuari della Triplice Dea, e venerato dalle streghe. Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal, scrive che il salice “appartiene alla Luna”. Il Salice (heliké in greco) ha dato il nome al Monte Elicona, dimora delle nove Muse, in origine sacerdotesse orgiastiche della Dea.  Secondo Plinio, davanti alla grotta cretese in cui nacque Zeus cresceva un Salice. Arthur Bernard Cook, nel suo Zeus: a study in Ancient Religion, commentando una serie di monete provenienti dal sito cretese di Gortyna, avanza l’ipotesi che Europa, che vi è raffigurata seduta su un Salice, con in mano un cesto di vimini e stretta in un abbraccio amorosa con un’aquila, sia non solo Eur-opa , “colei dall’ampio volto”, cioè a Luna piena, ma anche Eu-ropa, “colei dai fiorenti rami (di Salice)”, anche nota come Elice, sorella di Amaltea, la capra che allattò Zeus neonato.

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Sono molteplici le ragioni per cui il Salice è da sempre stato considerato sacro alla Luna: è l’albero che forse più di ogni altro predilige l’acqua, il cui simbolismo è strettamente legato a quello della Luna, dispensatrice della rugiada e in generale dell’umidità, e signora delle maree; le foglie e la corteccia dell’albero, che contiene acido salicilico, sono il rimedio per eccellenza contro i dolori rematici, causati da eccessiva umidità e un tempo ritenuti opera di stregoneria. Sui Salici ama nidificare, sempre secondo quanto racconta Graves, un uccello simbolo della Dea, il torcicollo (Inyx torquilla, noto in inglese anche come “uccello serpente”), un migratore primaverile che sibila come un serpente, si sdraia sui rami, alza la cresta quando è adirato, ha il collo mobilissimo, depone uova di colore bianco (come la Luna), si nutre di formiche e ha sulle piume dei segni a V che ricordano le scaglie dei serpenti oracoli della Grecia antica. E’ noto come il serpente sia stato, fin dal Paleolitico, considerato una delle forme assunte dalla Grande Dea, legato in particolare al suo aspetto ctonio, ossia sotterraneo.
Inoltre il liknon, il setaccio utilizzato anticamente per vagliare i cereali, era fatto di Salice. E’ su vagli di Salice di questo genere che le streghe di North Berwick, secondo quanto esse stesse confessarono a Giacomo I, avrebbero fluttuato durante i loro sabba.
Presso i Romani il Salice si chiamava salix, ma essi indicavano più frequentemente con il termine vimen, viminis (“vimine”) quelle varietà (S.alba, trianda e purpurea) i cui rami flessibili, decorticati dopo una lunga macerazione, venivano utilizzati per la fabbricazione di cesti, panieri e legacci d’ogni tipo. Vimen è anche all’origine del nome di uno dei sette colli di Roma, il Viminale, così chiamato perché un tempo era ricoperto di Salici.

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Elena Arcangeli, La sedia di vimini

La credenza di origine greca secondo cui l’albero avrebbe favorito la castità, ispirò un farmaco per calmare l’ardore sessuale. Nel XVIII secolo si raccomandava di assumere amenti di Salice alle donne sessualmente troppo esuberanti.
Anche presso il Cristianesimo delle origini il Salice era considerato una pianta che portava sterilità, o comunque che spegneva il desiderio. Forse basandosi sul falso stereotipo (già comune ai tempi di Omero, che nell’Odissea definisce il Salice come l’albero “che perde i frutti”) che il Salice faccia cadere i frutti dai rami prima che questi siano maturi – quando invece oggi si sa bene, e del resto sarebbe stato facile osservare anche in passato (ma è risaputo che a volte i pregiudizi impediscono di vedere le cose per ciò che veramente sono) che i frutti del Salice si staccano presto dalla pianta semplicemente perché maturano in fretta-, ma insomma, forse per questo il Salice fin dall’antichità fu considerato dagli uomini come albero legato alla castità, sia in senso negativo (assenza di discendenza) sia in senso positivo (ascesi e purezza). Sono numerose le occorrenze in proposito nei testi degli autori cristiani delle origini e del Medioevo.
La figura del Salice si trova dunque a oscillare, nella tradizione, fra simbolismi ambivalenti, se non proprio opposti: albero lunare, stregonesco, simbolo di un femminile indomabile e oscuro da un lato, e albero della castità dall’altro.

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L’energia del Salice:
L’energia del Salice è molto forte e complessa. Quest’albero ci parla del Femminile, ma in maniera ambivalente e misteriosa. Più che parlare a noi, quando ci poniamo in ascolto, sembra oltrepassarci per comunicare direttamente con le acque del nostro inconscio, mescolandosi con esse, sondandole con le sue radici fradice e sensibilissime e portando alla luce della Luna parti di noi che non siamo solite frequentare, trasformando in aria e liberando emozioni che teniamo segrete addirittura a noi stesse.

Il Salice è un albero legato all’acqua e alla luce, alla trasformazione delle emozioni in pensiero, al passaggio dalla sfera eterica a quella astrale. La sua energia esplora e libera, ma in un modo inconsueto per molti e spesso frainteso, soprattutto presso le società patriarcali: un modo profondamente femminile.
Il Salice è impregnato di contenuti inconsci, e il suo legno trattiene da millenni il dolore e il pianto per un femminile incompreso, temuto e quindi sottomesso. Rappresenta una parte (tanto delle donne come degli uomini) estremamente potente, legata alla capacità di flettersi, di portare a galla dal profondo e infine di accogliere. E’ un albero notturno (anche se ama il Sole e in lui riprende magnificamente), controparte vegetale della Luna, che influenza i liquidi corporei e gli organi genitali.

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Il Salice, nell’esperienza che mi ha donato, con il suo tronco in cui spesso si aprono cavità, fessure, buchi, rappresenta la ferita inguaribile del Femminile: il dolore irrimediabile dell’incomprensione e della sottomissione, che però è al tempo stesso caratteristica imprescindibile dello sciamano. Ogni sciamano infatti, tradizionalmente, deve i suoi poteri a una “unhealed wound”, una ferita inguaribile appunto, apertura che gli permette di comprendere il dolore del mondo e viaggiare in altre dimensioni per recuperare i pezzi delle anime degli altri. Il Femminile più profondo dentro ognuno di noi ha subito nel tempo gravi danni, è stato ingiuriato quasi a morte, travisato, umiliato, disprezzato e dileggiato. Il tutto per paura e ignoranza.

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Il Salice ci mostra come questa ferita insanabile, che causa sofferenza e risentimento, spesso talmente inconsce che l’apparenza è totalmente opposta, possa divenire un incavo nel nostro tronco in cui dare rifugio a piccoli animali. Un portale attraverso cui scendere nelle nostre acque per esplorare mondi lunari. Una fessura da cui assorbire la luce del Cosmo. Senza questa apertura, la magia non sarebbe possibile. Non sarebbe possibile la trasmutazione di acqua in luce, e invece è proprio questo che il saggio, forte, meraviglioso Salice ci vuole insegnare. Ci dice: “Crescete intorno alla vostra ferita, portandola come un gioiello. Esplorate mondi diversi e metteteli in comunicazione. Piegatevi, accogliete, niente potrà distruggervi. Nemmeno l’incomprensione. Nemmeno il dolore più grande. Le lacrime divengono luce. Vi offro la mia energia per mettere a tacere l’urlo dell’infiammazione che si espande attorno alle vostre membra, irrigidendovi le articolazioni e impedendovi di danzare. Accettate la ferita. Onoratela. E’ proprio attraverso di essa che potete entrare in contatto con le vostre antenate, le più antiche delle quali erano ancora riconosciute come dee. La ferita è una sola, e ci accomuna tutte. Lamentarsi non serve, e nemmeno serve ribellarsi alla propria natura di vasi portatori di acque magiche. Salite sulle mie fronde e vi farò volare fin sulla Luna, insegnandovi la meraviglia del femminile che sopravvive e accoglie e protegge e trasforma, e perdona, anche. Perché è più forte. Conosce profondità in cui i più temono di arrivare. Ma è da laggiù che passa la via per la Luna.”

Essendo legato alle acque e all’inconscio, ai poteri medianici, il Salice è un albero magico, e la sua energia, lasciata entrare nelle nostre vite, darà luogo a interessanti episodi di sincronicità, risvegliando soprattutto l’archetipo della Strega, ovvero la Vecchia Madre, la Nonna: un femminile antichissimo e tremendamente saggio, in cui la donna supera se stessa e diventa natura, paesaggio, albero…

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Cook A.B.,  Zeus: a study in Ancient Religion, Cambridge University Press, London 1925 (versione digitale)
-Culpeper N., The Complete Herbal, Thomas Kelly, London 1835 (versione digitale)
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Goethe J.W., La metamorfosi delle piante, Ugo Guanda Editore, Parma 1983
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996