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Tiglio, la Via del Cuore

Nome: Tilia cordata Mill. (Tiglio selvatico) e Tilia platyphyllos Scop. (Tiglio nostrano) sono le due specie maggiormente rappresentate in Europa e di cui qui ci occuperemo. Queste due varietà si assomigliano e si ibridano molto facilmente, tanto che Linneo le considerava un’unica specie, che chiamò Tilia eurpaea. Appartengono alla famiglia della Tiliaceae (anche se lo Angiosperm Philogeny Group le classifica nella famiglia delle Malvaceae).

Il nome generico Tilia deriva dal greco ptilon, “ala”, per via della brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti. L’epiteto specifico cordata si riferisce alla caratteristica forma a cuore delle foglie di quest’albero, mentre platyphyllos significa “dalle ampie foglie”.

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Botanica:
Il Tiglio è una pianta di grandi dimensioni e uno degli alberi più longevi, può infatti raggiungere i 1000 anni di età, mentre la circonferenza del tronco può arrivare a misurare 10 m. Ha un accrescimento piuttosto lento, che fino verso i 150 anni di età è più rivolto verso l’alto, mentre in seguito cresce soprattutto in larghezza.
Il tronco del Tiglio è robusto, alla sua base spuntano spesso numerosi polloni e la corteccia grigioargentea, liscia negli esemplari giovani, con l’età tende a divenire splendidamente rugosa e fessurata. Le fibre cribrose del suo legno sono molto forti e flessibili e venivano usate sia dai Greci che dagli Anglosassoni per la produzione di corde, zerbini, borse e vestiti (rafia di Tiglio). Negli individui isolati, la chioma è larga e tondeggiante, spesso cuoriforme come le foglie, mentre se il Tiglio si trova vicino ad altri alberi la sua chioma si sviluppa naturalmente più in altezza.

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Non si trova spesso nei boschi, perché crescendo lentamente non gli riesce facile competere con altre essenze più aggressive. In compenso, per via del suo aspetto dolce ed elegante e del suo profumo inconfondibile, lo si trova sovente in aree urbane, vicino a dove vive l’uomo. Il Tiglio sopporta bene l’ombra e predilige terreni freschi e fertili, non troppo acidi. Le foglie sono cuoriformi, dal margine seghettato, più grandi nel T. platyphyllos (fino a 15 cm di lunghezza) e negli esemplari drasticamente potati. I fiori hanno 5 petali di colore bianco giallastro, e sono uniti in gruppi di tre o di cinque, in infiorescenze ascellari protette da una lunga brattea fogliacea verde chiaro, che servirà come ala per la diffusione dei frutti attraverso il vento. Caratteristica dei fiori è quella di emanare un profumo dolcissimo e pacificante che, nelle sere di inizio estate, durante la fioritura, si diffonde nell’aria, rallegrando gli animi e attirando le api, che sembrano letteralmente impazzire per i fiori di quest’albero, dimenticandosi di tutti gli altri.
I frutti sono piccole noci ovali o globose, della grandezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente chiamato carcerulo.

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Fitoterapia:
Il Tiglio è governato da Giove e da Venere, e agisce sull’ipofisi, come sedativo e leggero ipnotico, sui liquidi corporei come diaforetico e come emolliente delle vie respiratorie.
Venerato nel Nord Europa, il suo utilizzo in erboristeria si rifà agli usi popolari, più che alla farmacopea ufficiale, nonostante l’estratto dei suoi fiori sia presente anche in alcun specialità medicinali registrate indicate a scopo sedativo.

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Del Tiglio si usano le infiorescenze disseccate, che contengono polisaccaridi, poliennali (flavonoidi, tannino, leucocianidine) e un olio essenziale ricco in fenoli, alcol e terpeni.
Tradizionalmente i fiori di Tiglio sono impiegati nella preparazione di tisane a scopo diaforetico, cioè per favorire la sudorazione nelle malattie infettive acute febbrili o da raffreddamento, come le sindromi influenzali. I fiori di Tiglio presentano anche proprietà mucolitiche, come sedativi della tosse, e emollienti, oltre che proprietà sedative delicate, e perciò utilizzabili anche per il sonno dei bambini.
In fitocosmesi, l’olio essenziale e l’idrolato ottenuti per distillazione dei fiori vengono utilizzati in tonici e creme per via delle loro proprietà lenitive, emollienti e rinfrescanti.
L’alburno di Tiglio (parte del legno anche detta “seconda corteccia”), pur senza evidenze scientifiche, trova indicazione nella medicina popolare come diuretico, antinfiammatorio, astringente, spasmolitico e analgesico, considerando il suo decotto un rimedio utile in caso di cefalea ed enterite.

Lo Spirito del Tiglio (rimedio erboristico e vibrazionale preparato a partire da gemme, corteccia, fiori, foglie ed energia dell’albero, secondo un sistema ideato da Hubert Bosch e Lucilla Satanassi e spiegato nel libro Incontri con lo Spirito degli Alberi) è utile per favorire l’incontro degli opposti, per facilitare la risoluzione dei conflitti e rinsaldare i legami tramite l’amore, oltre che per facilitare lo stato meditativo e il sonno.

Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che la ninfa Filira, figlia di Oceano, viveva nell’isola del Ponto Eusino che porta il suo nome. Un giorno Crono si unì a lei ma, sorpreso dalla moglie Rea, si trasformò in uno stallone e si allontanò al galoppo. Dall’unione fra Crono e Filira nacque Chirone, una strana creatura, mezzo uomo e mezzo cavallo. Filira provò un tale dispiacere per il figlio mostruoso che chiese al padre Oceano di trasformarla in un albero: il Tiglio, che infatti in greco porta il nome della ninfa. Chirone divenne un celebre guaritore, anche grazie al potere ereditato dalla madre, albero dalle numerose virtù medicinali.

Il Tiglio è sacro ad Afrodite. E’ sempre stato associato alla femminilità nel suo aspetto più dolce e accogliente.  Erodoto, nelle sue Storie, riferisce che in Persia vivevano strani uomini-donna, gli Enarei, che Afrodite aveva privato della virilità perché avevano osato saccheggiare il suo tempio ad Ascalona, in Siria, ma in cambio aveva loro concesso il dono di predire il futuro. Gli Enarei praticavano la divinazione con una corteccia di Tiglio: dopo averla divisa in tre strisce, davano responsi avvolgendo e svolgendo le strisce tra le dita. Probabilmente si trattava di figure simili agli sciamani siberiani, che tramite il travestitismo rituale giungevano a una vera e propria mutazione psicologica di sesso acquistando poteri divinatori grazie alla comunione con la dea e all’uso rituale del suo albero.

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Anticamente in Lituania, per ottenere buoni raccolti gli uomini sacrificavano alle Querce, le donne ai Tigli, e questo riporta alla mente anche la leggenda greca di Filemone e Bauci, coppia di anziani che offre ospitalità a Zeus ed Ermes, nonostante questi si presentino al loro uscio travestiti da mendicanti. Come premio per il loro buon cuore, gli dei offrono alla coppia la possibilità di esaudire un desiderio. Filemone e Bauci chiedono di poter morire insieme e così restare uniti anche nella morte. Quando muoiono, Filemone si tramuta in Quercia, mentre la moglie diviene un Tiglio e i due alberi restano per sempre ad accogliere i viandanti di fianco alla porta della loro casa. Mentre la Quercia è legata a un archetipo di accoglienza e accettazione forse più maschile, il Tiglio è il simbolo dell’amore e dell’ospitalità tipicamente femminili, che abbracciano, avvolgono e rappacificano, sfumando con la dolcezza le tensioni del viaggio.

Presso i Norreni, il Tiglio era l’albero di Freyja, la dea germanica dell’amore, della bellezza e della fertilità. In nessun insediamento mancava un Tiglio e sotto questo magnifico albero gli innamorati si giuravano fedeltà. Celebrare un matrimonio sotto a un Tiglio era considerato di buon auspicio, perché il Tiglio avrebbe generato un forte legame fra gli sposi, forte come le corde che una volta si fabbricavano dal suo floema. E il Tiglio è ancora l’albero più diffuso nelle zone urbane dell’Europa centrale, dove per millenni fu il centro della vita sociale. Ogni tribù si riuniva regolarmente per prendere decisioni politiche ed esprimere giudizi. Tali assemblee erano chiamate Thing e si tenevano all’aperto. Ogni tribù aveva un luogo per l’assemblea, chiamato “piazza Thing” e solitamente posto in cima a una collina, in un bosco sacro, sotto a un Tiglio o più raramente sotto a una Quercia. Si pensava che il Tiglio aiutasse a comprendere le esigenze di tutti e a trovare un’intesa, mentre la Quercia sosteneva di più l’applicazione rigorosa delle leggi.

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Il Tiglio era anche l’albero sotto al quale si incontravano gli abitanti a fine giornata per parlare, cantare e ballare. Veniva piantato vicino alla fontana, dove aiutava le donne a rinsaldare il loro legame, e nella piazza del mercato, dove aiutava a trovare un accordo tra venditore e compratore. Nell’area di lingua tedesca esistono più di 1000 paesi che contengono il nome del Tiglio (Linde) nel loro toponimo.
Per i sacerdoti antichi del Nord il Tiglio era l’albero dell’oracolo, che permetteva di abbandonare il controllo mentale  e così avere la visione del mondo sottile.

Già alcuni millenni fa, il Tiglio veniva utilizzato dall’uomo, che produceva vestiti, corde e borse con lo strato interno della sua corteccia, il libro o floema. Gli autori romani raccontano che i Celti si vestivano con il libro di Tiglio. Le foglie giovani costituivano un’integrazione dell’alimentazione umana, come aggiunta all’insalata, e i contadini antichi le utilizzavano fresche o essicate come foraggio, per aumentare il contenuto di grasso nel latte. Il legno di Tiglio, morbido e facile da lavorare, viene usato per lavori di intaglio e intaso, ma anche per fabbricare strumenti musicali. Una vecchia tradizione suggerisce di piantare un Tiglio quando nasce il primogenito, per trasmettere la sua longevità al casato.

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L’energia del Tiglio:
Il Tiglio è un balsamo per il cuore, forse il più dolce tra gli alberi. La sua energia ci parla della Madre presente in ciascuno di noi, il lato della femminilità che accoglie, lenisce, ammorbidisce e trasmette ottimismo e gioia. E’ un albero fortemente comunicativo e bellissimo, generoso, che straripa bellezza e inonda di profumo il mondo.
La sua energia ci parla di Amore, sintonizzandosi con le frequenze del nostro chakra del cuore (Anahata) e stabilizzandole. E’ l’abbraccio di una madre che conforta e riporta al presente, una madre solida dalle radici profonde e dalla memoria antica, che offre tutto di se stessa per il benessere dell’uomo, per vestirlo, curarlo e alleviare le sue pene. E fa tutto ciò con leggerezza, semplicità, anche da vecchia il profumo di questa madre è dolcissimo, come quello di una fanciulla.

Il Tiglio parla direttamente al nostro cuore, infondendo fiducia e piacere per la vita. La sua energia trasmette comprensione, tolleranza, ottimismo e una sensazione di eterna abbondanza e di un presente eterno, anche se connesso alla ciclicità della natura. Ogni anno, quando il suo profumo torna a inebriare i cuori e le api, sappiamo che c’è ancora speranza, che ovunque, anche nel cuore delle città o nei posti più isolati, l’amore arriva, volando come un seme o spandendosi nell’aria come un aroma.

L’energia che scorre in quest’albero è impetuosa e soave al tempo stesso. E’ un flusso di gioia, di spensieratezza profondamente radicata, di fiducia nella vita. Ed è facile connettersi a lui, sembra anzi che non aspetti altro che fare dono di sé, condividersi.
Il Tiglio rappresenta la Via del Cuore, la più semplice e al tempo stesso la più difficile da seguire. Perché implica l’abbandono delle difese, l’apertura al mondo, la generosità della condivisione che abbatte la paura. Con il suo esempio, Madre Tiglio ci mostra come fare dono di noi stessi agli altri,  manifestando in ogni nostro aspetto la forma del nostro cuore. Ammansisce la rabbia e il rancore, appiana i conflitti ricordandoci la bellezza che ci circonda e ci permea, consola la disperazione avvolgendo nel suo abbraccio senza confini.
Per questo il Tiglio è forse il più amoroso tra gli alberi, così rassicurante ed espansivo. Vicino al Tiglio sentiamo il nostro cuore aprirsi e lui ci sussurra “Non avere paura. Siamo tutti collegati in una rete d’amore, in ogni momento. Condivisione è la chiave e dolcezza il linguaggio.”

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

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Posizione del Pesce (Matsyasana)

Narra il mito che un giorno il dio Shiva, seduto sulla spiaggia di un’isola, stesse istruendo la sua sposa Parvati sulla pratica dello yoga, non accorgendosi però di un piccolo pesce che, nascosto tra le onde che si infrangevano sul bagnasciuga, ascoltava rapito tutte le sue parole. Quando i due déi si resero conto della presenza del piccolo intruso era troppo tardi: questi si era già dileguato tra i flutti, portando con sé tutti i segreti che aveva appreso. Il pesciolino nuotò per chilometri e chilometri, mentre elaborava e metteva a frutto dentro di sé gli insegnamenti che aveva carpito a Shiva. Tale era la potenza di questi insegnamenti che il pesciolino, nel breve spazio del suo viaggio a nuoto, passò attraverso tutte le tappe del percorso evolutivo finché, quando al termine del viaggio giunse a riva, sul continente, si era infine trasformato in un uomo. Quest’uomo, che si chiamò Matsyendra (Matsya in sanscrito significa “pesce”), fu il primo yogin della storia, e attraverso il suo insegnamento la scienza dello yoga poté essere conosciuta dagli esseri umani.

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Matsyasana è una posizione semplice ma potente, che stimola i chakra Vishuddha (gola), Anahata (cuore) e Svadhisthana (organi genitali). Mentre la si esegue, ci si sente come trasportati da un’onda di energia, come pesci nella corrente, attraversati da un sensazione di leggerezza, apertura e fiducia.

Matsyasana compensa la posizione di Tutto il corpo sostenuto (http://bit.ly/1EBo5ou), eseguita regolarmente contribuisce a curare costipazioni, bronchiti croniche, asma; previene raffreddori e mal di gola, stimola dolcemente la tiroide, tonifica la regione lombo-sacrale, i genitali e il sistema nervoso. E’ controindicata in caso di artrosi cervicale.

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Simbolo di Vishuddha chakra

L’asana

Siediti a terra, con le gambe unite stese in avanti e il busto eretto. Inspira profondamente e, espirando, piega il busto all’indietro, portando gli avambracci e i gomiti a terra.

Inspira profondamente spingendo in fuori il petto e, espirando, fai scivolare le braccia in avanti e la testa indietro, fino a toccare il suolo con il vertice del capo. I gomiti a terra aiutano a sostenere il busto arcuato, la mani poggiano sulle cosce (oppure si infilano sotto ai glutei), il bacino poggia a terra.

Mantieni la posizione, concentrando l’attenzione sulla respirazione toracica, per 5-10 respiri, aumentando gradualmente giorno per giorno. Per uscire dalla posizione inspira e, espirando, lasciati scivolare a terra.

Se lo desideri, è possibile eseguire l’asana anche tenendo le gambe intrecciate nella posizione del loto. L’effetto risulta più intenso e viene stimolato anche il chakra della radice, Muladhara.

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Letture consigliate:

-Cella G., Il grande libro dello yoga, Rizzoli, Milano 2009

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La posizione dell’albero (Vrksasana)

Gli alberi sono antichissimi esseri sapienti, che sostengono il suolo, lo nutrono, lo fanno respirare e lo collegano alle forze cosmiche. Sono il respiro del mondo e canali energetici di comunicazione tra la Terra e il Cielo. Con le loro radici sondano le Terra, massaggiandola e parlando con lei, scambiando nutrimenti; con i rami e le foglie comunicano con il Cosmo, canalizzandone le energie. Inoltre, con il respiro delle loro foglie gli alberi permettono all’uomo la vita sul pianeta, che altrimenti, in assenza di una quantità sufficiente di ossigeno, sarebbe impossibile. Viceversa l’uomo, con l’anidride carbonica prodotta dal suo respiro, dà nutrimento agli alberi.

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La simbiosi tra uomo e alberi non si limita a questo: ci sono mille altri modi, fisici e sottili, in cui le due famiglie si scambiano energie e informazioni.

Nonostante gli alberi siano molto più evoluti e sapienti, l’uomo somiglia in certo modo a loro: anch’egli infatti passa la maggior parte del suo tempo in posizione verticale, profondamente legato alla Terra e proteso verso il Cielo. Anch’egli respira, impiega molti anni prima di raggiungere la maturità sessuale e può vivere a lungo, assistendo a numerosi cicli di stagioni e ai mutamenti della Natura, accumulando saggezza da condividere. Questa somiglianza fa sì che la comunicazione tra uomo e alberi sia non soltanto possibile ma anche molto importante e fonte di gratificazione e di crescita.

Imparare ad ascoltare gli alberi e a parlare con loro è una delle più grandi fonti di ricchezza e gioia. Connettersi agli alberi è un modo efficacissimo per ricaricarsi dell’energia che corre lungo il loro tronco come lungo la nostra colonna vertebrale. Stare in mezzo agli alberi espande il nostro respiro connettendolo al respiro del Mondo.

In Vrksasana (che si legge vrikshasana) “imitiamo” gli alberi, radicando un piede a Terra e allungandoci verso il cielo. Durante l’asana è importante cercare di assumere lo stesso atteggiamento di un albero verso il mondo, “sentirsi” un albero, antico e maestoso, simbolo da sempre di vita e armonia.

Vrksasana, la posizione dell’albero, è un asana molto potente, che aiuta a riallineare tutti i chakra e a riconnettersi con la fonte di energia terrestre e cosmica. In particolare stimola il chakra della radice, Muladhara, aumentando il radicamento e la sicurezza in se stessi e nel proprio diritto a esistere; il chakra del cuore, Anahata, connesso alle emozioni superiori e all’Amore cosmico; il chakra della gola, Vishuddha, legato all’espressione dei talenti.

La posizione non presenta controindicazioni e apporta benefici tonificando l’apparato respiratorio, massaggiando lievemente il cuore, tonificando il sistema nervoso, aumentando la concentrazione e il senso dell’equilibrio, sviluppando la forza delle gambe e delle braccia.

Eseguita in un parco, in un bosco o vicino agli alberi è ancora più efficace.

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L’ASANA

In piedi, a gambe leggermente divaricate, percepire la stabilità del nostro corpo, prestando attenzione alle piante dei piedi e alla sensazione che scaturisce dal loro contatto con il suolo. I piedi sono il nostro ancoraggio e mantenere una posizione dritta e stabile, con i piedi ben piantati a terra e le spalle aperte ci aiuta a respirare meglio e a percepire a livello fisico la nostra autorità, influenzando il modo in cui ci rapportiamo al mondo e agli altri. Controllare che la postura sia corretta: le spalle aperte ma rilassate, il bacino leggermente ruotato in avanti così da non avere tensioni nella zona lombare, le ginocchia morbide ma non flesse. Chiudendo gli occhi, ascoltare la fierezza del proprio corpo, la sua apertura, la sua forza pacata che nasce dal contatto e dal radicamento nella Terra. Immaginare che radici invisibili escano dalle piante dei piedi e penetrino sinuose nella Terra, scambiando energia con lei e collegando il nostro corpo al suo corpo, indissolubilmente.

Accompagnare questa centratura con respiri ampi e profondi.

Dopo qualche minuto, riaprire gli occhi, unire i palmi delle mani davanti al petto nel gesto di preghiera e scaricare il peso del corpo sulla gamba sinistra, spostando il centro di equilibrio. Inspirando, sollevare piano la gamba destra, prima semplicemente appoggiandola alla caviglia sinistra poi, anche aiutandosi con la mano destra, facendo salire il piede fino al ginocchio sinistro e, se ci si riesce fino al perineo, facendo aderire la pianta destra all’interno coscia della gamba sinistra. Cercare di stare dritti il più possibile e di non compensare eventuali squilibri sbilanciando il bacino.

Lentamente, inspirando, sollevare le mani sopra la testa e portarle in alto, nel gesto di saluto al cielo, estendendo la spina dorsale e poi riabbassarle fino a che non si trovino sopra al capo. Spingere i palmi delle mani uno contro l’altro, per rafforzare la braccia. Mantenere le spalle rilassate.

Una volta entrati in posizione, contrarre i glutei e fissare un punto davanti a sé per mantenersi meglio in equilibrio. Immaginare radici che dalla pianta del piede sinistro sprofondano nella Terra e un filo di luce che dal Cielo si collega alla cima del nostro capo, sostenendoci. Immaginare di essere un albero, ancorato alla Terra e teso verso il Cielo. Immobile, tranquillo e sereno spettatore del mondo, canale energetico che collega il basso all’alto, respirando insieme al respiro del cosmo.

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Mantenere la posizione da una decina di respiri calmi a qualche minuto. All’inizio potrebbe risultare difficile mantenere l’equilibrio ma con la pratica sarà sempre più semplice.

Una volta usciti dalla posizione, prestare per qualche istante attenzione alla differente sensazione che ora si prova nelle due gambe. Come si sente la gamba sinistra?

Ripetere secondo le stesse modalità e con gli stessi tempi anche a destra.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Letture consigliate:

-Cella G., Il grande libro dello yoga, Rizzoli, Milano 2009

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

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