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Olivo: la Grande Guida

Nome: Olea europaea L., dal latino olivum, a sua volta derivato dal greco classico elaion e dal greco arcaico elaiwon. Famiglia delle Oleaceae.

In italiano, si utilizzano sia la forma “olivo”, che la forma “ulivo”, nonostante quest’ultima sia tendenzialmente tipica delle regioni dell’Italia centrale.

Botanica:
Specie caratteristica del bacino del Mediterraneo, l’Ulivo è un albero sempreverde, dalle foglie lanceolate e coriacee, che crescono opposte una all’altra e sono coperte da un sottile strato di cera, che le protegge dagli agenti atmosferici. Cadendo, le foglie formano ai piedi dell’albero un tappeto argentato che ricopre il suolo e in mezzo a cui, verso novembre, si possono scoprire le olive, nere e mature, cadute dai rami. Le olive sono drupe, ovvero frutti al cui interno il seme è contenuto in un nocciolo, che rappresenta la scorta di nutrienti che permetterà al seme di germogliare una volta trovate condizioni favorevoli (nel caso delle olive polifenoli, acidi grassi monoinsaturi e vitamina E, cioè l’olio d’oliva). Per divenire commestibili vanno trattate, sottoponendole a un processo di fermentazione. Al naturale, le olive sono troppo amare, per via dell’elevato contenuto di oleuropeina, un complesso tanninico.

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I fiori dell’Ulivo sono piccoli, bianchi, cerosi e delicatamente profumati. L’impollinazione tuttavia è anemofila, anche se, in seguito alle migliaia di anni di coltivazione da parte dell’uomo, le varietà attuali di Ulivo faticano a riprodursi da sole, e perciò oltre alla propagazione per seme, con quest’albero di ricorre spesso alla talea.
L’ulivo non raggiunge grandi altezze, fermandosi intorno ai 15 metri massimo, la la sua longevità è invece quasi senza uguali. Può superare i 1000 anni e l’olivastro (olea oleaster, varietà di ulivo inselvatichita) di Luras, in Sardegna, che ha più di 4000 anni, è in realtà costituito da tronchi più giovani germogliati su una radice antichissima, con lo stesso patrimonio genetico dell’esemplare originario.
Le foglie, dure e simili a scaglie, sono sempreverdi e attaccate ai rami da piccioli piuttosto rigidi,  donando un aspetto quasi metallico alla chioma dell’albero, che brilla d’oro nel sole e d’argento nella luna.
L’apparato radicale è ramificato, sensibilissimo e resistente:  si insinua anche nei terreni più aridi e rocciosi, procurandosi nutrimento quasi dalla pietra stessa.

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La grande particolarità dell’Ulivo risiede però nel suo tronco, nelle forme contorte che assume, nei fori e nelle venature che lo percorrono, liscissimo eppure inciso dal tempo, modellato dalle correnti di energia che scorrono in lui secondo un ritmo per noi lentissimo, eterno. Il tronco dell’ulivo reca un messaggio scritto per noi in una lingua che dobbiamo riscoprire, antichissima e proprio per questo vicina, dentro di noi.
L’ulivo è anche il più grande produttore di olio, o almeno il più illustre. L’olio, costituito da acidi grassi e vitamina E, costituisce una riserva lipidica, ovvero è un fuoco vegetale, calorie pronte da bruciare. I processi attraverso cui si forma l’olio sono legati alle forze ignee e all’energia solare e producendo l’olio l’ulivo trasforma il calore del Sole distillandolo in forma liquida, nutrimento per il seme e per l’uomo.

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Un ultimo sguardo all’ulivo ci mostra ancora una cosa: nonostante i millenni di selezione genetica da parte dell’uomo lo abbiamo reso quasi incapace di riprodursi per seme, l’ulivo mostra ancora un’enorme vitalità: ogni anno dalla base del suo tronco spuntano polloni, che non sono altro che alberelli neonati recanti in sé, come un tesoro, il patrimonio genetico dell’albero madre, che può essere anche vecchio di secoli e ancora vivo. Capita spesso inoltre di vedere radici di ulivi strappate dal suolo e rovesciate, dalle quali, come un miracolo, nuovi polloni spuntano allungandosi verso il cielo. Forte è anche negli ulivi la tendenza a inselvatichire: lasciati a se stessi, ritornano oleastri e colonizzano la macchia, come per esempio è accaduto in alcune parti dell’Australia dove l’ulivo, importato dall’Europa, si è diffuso come arbusto selvatico espandendosi per molti ettari…
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Fitoterapia:
L’Ulivo è una pianta a funzione eminentemente solare e a potenzialità leonina. Ciò significa che agisce sul cuore, sul suo ritmo. La tradizione fitoterapeutica attribuisce alle foglie di ulivo le proprietà ipotensivante, ipoglicemizzante, febbrifuga e diuretica, rendendole un utile coadiuvante nella terapia di ipertensione e diabete.
Il gemmoderivato di Olea europea giovani getti presenta a sua volta una spiccata attività antiipertensiva, oltre che ipocolesterolemizzante e ipoglicemizzante, rendendolo un ottimo rimedio nella prevenzione e cura dell’arteriosclerosi.

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In floriterapia, Olive è un rimedio del repertorio di Edward Bach. Olive è il fiore della rigenerazione, che ci sintonizza con la Fonte dell’energia, aiutandoci nei momenti di spossatezza e depressione. Ci riconnette con il nostro Sole interno.
L’olio d’oliva, grazie al suo alto contenuto di polifenoli, acidi grassi insaturi e vitamina E, rappresenta una grande fonte di nutrimento e benessere (antiossidante).

Mitologia e storia:
Originario dell’Asia Minore, dove cresceva allo stato selvatico, l’ulivo era in origine un frutice spinoso, l’oleaster, e secondo il mito fu Eracle Dattilo a introdurlo per la prima volta in Europa, portandolo a Olimpia, dove l’eroe istituì i giochi olimpici che si svolgevano ogni quattro anni in onore di suo padre Zeus. Eracle pianto sulla spoglia collina dove sorgeva la città un bosco di oleastri prelevati alle sorgenti del Danubio, dove li aveva avuti in dono dai sacerdoti di Apollo. Fino alla settima Olimpiade i vincitori ricevevano in premio un rame di melo con un frutto, promessa di immortalità, in ricordo delle mele d’oro delle Esperidi di cui si era impossessato l’eroe. Con la settima Olimpiade il melo fu sostituito, per ordine dell’oracolo di Delfi, da una corona d’oleastro. Di oleastro era anche la clava di Eracle.

Dalla selezione effettuata in Siria sull’oleastro deriva probabilmente l’olivo che i Fenici diffusero in tutto il Mediterraneo, quell’olivo che, secondo un altro mito greco, Atena, dea della cultura e della guerra, vergine nata dalla testa di Zeus, piantò per la prima volta in Grecia. Si narra che un giorno la dea si scontrò con Poseidone, suo zio, fratello di Zeus e signore del Mare, per il possesso dell’Attica. Per dirimere la contesa gli dei si rivolsero a Cecrope, primo re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Poseidone colpì con il tridente la terra in mezzo all’Acropoli, facendone scaturire una sorgente di acqua salata. Ma fu Atena ad assicurarsi la vittoria piantando il primo olivo, come ricordava anche un’iscrizione sul fronton dell’Acropoli. Da quel giorno l’olivo divenne sacro alla dea. Non soltanto era proibito bruciarne il legno, ma si puniva severamente chi li danneggiava. Persino gli Spartani, quando saccheggiarono Atene, li risparmiarono temendo la vendetta degli dei.

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Scavato nel tronco di un ulivo centenario era anche il talamo nuziale di Ulisse, eroe prometeico simbolo del progresso dell’uomo grazie all’intelligenza così come del suo desiderio di divenire uguale a un dio (Ulisse sfida gli dei con la sua hubris, la sua tracotanza, che causa l’ira di Poseidone e di conseguenza la catena di disgrazie che porterà l’eroe a girovagare per i mari, senza poter mettere il piede sulla sua terra madre, Itaca, per lunghissimi anni).

L’ulivo è simbolo di luce, pace e civiltà anche nella tradizione biblica, così come nel Corano. La Genesi narra che quando le acque del Diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla cima del monte Ararat, Noè fece uscire prima un corvo perché gli riferisse sul lento emergere delle terre, , poi una colomba. Entrambi tornarono senza aver trovato nemmeno un lembo di terra su cui posarsi. Così dopo sette giorni Noè fece volare nuovamente la colomba fuori dall’arca, e a che questa volta, al crepuscolo, la colomba ritornò, ma portando un ramoscello d’olivo nel becco. Noè comprese allora che le acque si erano ritirate definitivamente. Aspettò altri sette giorni e di nuovo lasciò libera la colomba, che non tornò più nell’arca. Per questo l’ulivo era ritenuto simbolo di salvezza, prosperità e fine del conflitto. Al simbolismo di pace, quella pace che sola permette il progresso della civiltà, si ispirava anche un’usanza testimoniata da Cirillo d’Alessandria: un esercito che voleva la pace dopo una battaglia la chiedeva tramite un araldo che si presentava la nemico recando un recipiente colmo di olio d’oliva.

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L’olio d’oliva, fuoco vegetale, è considerato sacro da tempi antichissimi. Oltre a essere una delle fonti principali di nutrimento e di luce (serviva infatti per condire i cibi ma anche per alimentare le lampade), era anche l’unguento utilizzato nei riti di consacrazione di sacerdoti e re, simboleggiando il Cristo (e christos, in greco, significa appunto “unto”, “santificato con l’olio”, e quindi prescelto).

Nel Corano si descrive un olivo misterioso. Dice Maometto nella Surat sulla Luce (la XXIV): “Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è come quella di una lampada, collocata inuma nicchia entro un vaso di cristallo simile a una scintillante stella, e accesa grazie a un albero benedetto, un olivo che non sta a oriente né a occidente, il cui olio illuminerebbe anche se non toccasse fuoco. E’ luce su luce. E alla sua luce Dio guida chi vuole. Così Dio, che sa ogni cosa, propone similitudini agli uomini.”
L’olivo mistico di Maometto non si trova a oriente né a occidente perché costituisce l’asse del mondo, e sta quindi nel centro del macrocosmo così come del microcosmo. Al centro di noi stessi, risiede l’Ulivo, distillatore dell’oro verde, fuoco vegetale, sostanza alchemica che trasforma l’uomo in dio. Così come l’albero produce l’olio sacro, così l’uomo è invitato a fare di se stesso, producendo luce liquida, quella sostanza preziosa che simboleggia il Sole, l’Io, la divinità interiore nascosta all’interno del frutto, racchiusa nel seme.

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Ulivi a San’Antimo

L’energia dell’Ulivo:
“All’ulivo bisogna avvicinarsi con rispetto, giacché non è soltanto una delle più antiche tra le piante coltivate che offrono nutrimento, è anche un sostenitore della guarigione, un custode delle sostanze per gli atti del culto, della consacrazione di Re Sacerdoti, per l’estrema unzione. L’ulivo stesso è un patriarca sacerdotale tra gli alberi; in un oliveto le ombre sono attraversate da luci argentate o dorate, vi si respira la stessa pace solenne di un santuario. (…) Anche se in età avanzata il fusto può frantumarsi, si suddivide in pezzi distinti come il ceppo del salice, assomigliando più alle rovine di una roccia spaccata che a una pianta: da esso germogliano ramoscelli verdi, giovanili e freschi, e anche i rami secolari sono nuovamente sensibili al richiamo della primavera. Si sa che in realtà tutto l’albero è un frammento della Terra, lo si capisce bene guardando un vecchio ulivo. Ma questo albero così terrestre è aperto anche alla luce e al calore cosmico.”                                        W. Pelikan, Le Piante Medicinali, vol. II

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L’Ulivo è tradizionalmente legato all’archetipo del Re sacerdote, del sovrano illuminato, dell’unione fra uomo e dio, fra il presente e l’infinito, ma anche di fusione tra uomo e donna, tra il maschile e il femminile presenti in noi. Di giorno risplende di luce dorata e di notte le sue foglie sono scaglie d’argento che cantano con la Luna. Nonostante sia simbolo di civilizzazione e di progresso e perciò sia spontaneamente considerato un albero “maschile”, razionale, in un certo senso “educato” (non per niente è sacro ad Atena, dea vergine che rappresenta il femminile controllato, “maschilizzato”, rispettato e riverito proprio perché sottomesso alla razionalità angusta tanto onorata dal patriarcato), l’ulivo sa mostrare anche un profondo lato lunare, femminile. Fuori dall’Abbazia di Sant’Antimo, per esempio, vicino a Siena, si trovano tre ulivi secolari di grande magnificenza che rappresentano chiaramente tre fasi della Dea: la vergine, la madre e l’incantatrice (poco più in là, discosto e come nascosto, c’è n’è anche un quarto; contorto e appartato, si lascia scoprire solo in un secondo momento, mentre si sta per andare via: è la quarta fase della luna-donna, la vecchia strega).
E’ sempre presso gli ulivi di Sant’Antimo che, una notte in cui la Luna in Cancro si opponeva al Sole in Capricorno, e faceva capolino in fondo a un tunnel di nuvole scure, mi è arrivato il messaggio dell’Ulivo. Lì ho saputo che, oltre a simbolo di progresso e cronaca dell’Akasha, quest’albero è anche, per eccellenza, il compagno dell’uomo.

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Ulivo secolare presso l’abbazia di Sant’Antimo

Il legno dell’ulivo è considerato pregiato, sia per via della sua bellezza che per la lentezza con cui si accresce. Nei tronchi d’ulivo, nelle loro misteriose incisioni, nelle onde, nei buchi, nelle spirali che lo percorrono, il Tempo è scritto nel linguaggio del legno. Le sue forme raccontano come l’energia ha fluito nei secoli, scolpendolo, lasciando l’impronta delle cose successe. Il legno d’ulivo è in un certo senso tempo solidificato, un diario dove stanno scritte le cronache dell’Akasha, pronte a essere decifrate, quando il lettore sarà pronto. L’ulivo è perciò memoria solida, eterno presente, saggezza e superamento del piano fisico. Ci mostra con se stesso come superare le finte barriere che ci sperano dalla divinità, restando sempreverdi e distillando il nostro fuoco alchemico. Ci parla al tempo stesso di evoluzione graduale e di cooperazione: i frutti dell’oleastro non contenevano che poche gocce di olio; è stato l’uomo a selezionare l’ulivo come oggi lo conosciamo. Ulivo e uomo sono legati dalla storia, si sono evoluti insieme. L’ulivo ci mostra anche la relatività del tempo e la pazienza che necessita per divenire dei. Non è qualcosa che succede in un giorno o in un anno, è piuttosto un processo costituito da una serie infinita di attimi, ciascuno consacrato alla Luce e ciascuno che va a sommarsi a quel precedenti, scolpendo un racconto che si muove come le onde del mare e non è, infine, altro che fluire di energia, il tessuto di cui siamo fatti. Al tempo stesso, ci mostra come i secoli si possano condensare in un attimo, come l’illuminazione annulli lo scorrere del tempo e come un numero infinito di eventi possa essere riassunto in un lampo di luce, in una forma, nel fruscio di una chioma. Nel seme è già presente tutto, ma all’uomo-albero occorrono secoli per raggiungere la forma perfetta, qualunque essa sia – il nostro contributo al Dio di cui facciamo parte.

L’ulivo collega. E’ compagno fedele, amico e maestro dell’uomo, la cui razionalità ha cercato di ridurlo a “simbolo di civilizzazione”. In realtà l’ulivo è ben più di questo. E’ stato ed è tuttora, per chi sa osservarlo, una guida arborea che reca incise le istruzioni per ri-scoprire dio all’interno di se stessi. Ponte tra uomo e dio, libro dell’akasha, registra per noi i messaggi dello spaziotempo e ci accompagna lungo il viaggio, lungo l’evoluzione della coscienza che, attraverso i suoi vari stadi, ci conduce alla realizzazione del nostro essere divini.

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Vincent Van Gogh, Alberi di olivo, 1889

Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano 1991
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia, Tecniche Nuove, Milano 2005              -Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013
– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2014
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005

Meditazione della Spiaggia e del Corpo che Scompare

Questa meditazione si può svolgere in qualsiasi momento ma è perfetta da eseguire al termine di una sessione di yoga, dopo il rilassamento. E’ una meditazione che sintonizza con i ritmi naturali, a partire da quello del nostro respiro, ricarica intensamente il terzo chakra e rende lo stato di rilassamento ancora più profondo, facendoci sentire uno con il Respiro del Cosmo.

Un’altra occasione in cui si può svolgere questa meditazione è quando ci si trova in spiaggia, magari sdraiati sul bagnasciuga, i piedi e i polpacci lambiti dalle onde…

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Sdraiati in posizione supina, rilassa i muscoli del corpo, in particolare quelli delle spalle e del viso, chiudi gli occhi dolcemente e respira. Lascia che i rumori al di fuori di te, nella stanza o nella strada, ti attraversino. Osservali senza partecipare, come se tu fossi trasparente, non offrire nessuna resistenza. Lascia che la tua consapevolezza, come un fiume, inondi ogni parte del tuo corpo, ogni distretto, scivolando con l’attenzione dalla punta dei piedi fino al cranio, gli occhi, la bocca. Connettiti al tuo respiro, lascia che scorra completo e profondo. Ogni volta che inspiri, senti l’energia del Cosmo entrare dentro di te, dalle tue narici, e scendere lungo la colonna vertebrale; ogni volta che espiri, senti l’energia diffondersi dal tua centro verso ogni parte del corpo e oltre, come onde concentriche… Inspira ed espira. E’ questo che ti permette di vivere. Abbandonati alla Terra che ti sorregge, ora sei al sicuro. Ora sei calma, sei tranquilla adesso.

Ti trovi su una spiaggia, sdraiata sul bagnasciuga. E’ una giornata di Sole e Cielo terso e il Mare è calmo. Le onde che arrivano ti lambiscono i piedi e salgono su fino ai tuoi polpacci, scivolano indietro e poi tornano di nuovo. Ogni volta che inspiri, un’onda ti bagna i piedi e i polpacci, ogni volta che espiri, l’onda si ritira. Tu e il mare avete lo stesso Respiro. Percepisci l’acqua che ti lambisce le gambe, assaporane la sensazione fresca, leggermente schiumosa, senti la sabbia comoda e calda che accoglie il tuo corpo, senti l’odore di sale e Sole che ti avvolge. Respira profondamente. Facendo attenzione, ti accorgi che anche la Terra sotto di te sta respirando, anche la Sabbia sotto al tuo corpo rilassato si alza leggermente e si abbassa in sintonia con il tuo respiro e con quello del Mare.

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Al centro del cielo brilla il Sole e i suoi raggi piovono sulla Terra e ti attraversano, trafiggendo ogni tua cellula di Luce. In particolare, i raggi colpiscono la zona del tuo plesso solare, il tuo terzo chakra: c’è come un canale di Luce che collega il Sole al centro della tua pancia. E’ una sensazione piacevole e tu senti le vibrazioni dei raggi attraversarti e ricaricarti, così come stanno facendo con tutto il resto del mondo: attraversano e ricaricano ogni molecola d’acqua del Mare e ogni granello di Sabbia della spiaggia. Anche il Sole nel Cielo respira, il suo disco d’oro pulsa a ritmo con il tuo respiro e quello della Terra, mentre i suoi raggi inondano di energia ogni particella dell’atmosfera.

Respira insieme agli elementi. Il Mare, la Terra e il Sole respirano insieme a te, condividete lo stesso ritmo, dolce e profondo. Senti il tuo terzo chakra vivificato dai raggi del Sole, che è suo Padre, senti come si gonfia e pulsa, risvegliato dall’energia del Sole. Sentine la potenza calma, lascia che si carichi, che risplenda sempre più intensamente, a ritmo con i tuoi respiri. E’ il tuo Sole personale, il centro della tua energia. Sentilo vivo.

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D’un tratto, ti accorgi che il tuo corpo è scomparso. Non ci sei più, ma la tua consapevolezza è rimasta, è rimasta la tua energia. Solo che ora non sei più separata dal Cosmo, non hai più confini. Ti sei fusa con il Mare, il Sole e la Sabbia, la tua coscienza si trova nel Respiro che vi unisce. Il tuo respiro è il Respiro del Cosmo. Tu sei Respiro e vibrazioni che si diffondono, consapevolezza che si espande, sei il Mare, sei il Sole stesso, sei la Terra, tutti contemporaneamente. Sei Energia pura, che pulsa ritmicamente. Abbandonati a questa sensazione, lascia che il Respiro ti porti. Non ti devi più preoccupare per il tuo Io, ora non esisti più se non come coscienza che contempla la Bellezza dell’Adesso. E l’Adesso sei tu, l’Adesso è nel tuo respiro. Puoi quasi sentire il suono celestiale della sua vibrazione che si diffonde.

Quando ti senti pronta, ringrazia e saluta dolcemente la Spiaggia, il Mare e il Sole. Sempre respirando profondamente, torna nella stanza in cui si trova il tuo corpo materiale. Percepisci la Terra sotto alla tua schiena, che si tratti del pavimento o di una spiaggia. Senti il suo sostegno. Sempre respirando e con i tuoi ritmi, torna ad abitare il tuo corpo e risveglialo dolcemente. Inizia muovendo le dita dei piedi e delle mani, stiracchiati. Quando vuoi, apri gli occhi.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Nut: dea del cielo, della notte, dell’acqua

Nut è una divinità del pantheon egizio, figlia di Shu, dio dell’aria, e di Tefnet, dea dell’umidità. Suo fratello, Geb, dio della terra, era anche suo marito. Gli Egizi furono forse l’unico popolo dell’antichità ad identificare il cielo con una divinità femminile e la terra con una maschile.

Nut è l’unica tra le dee egizie a venir raffigurata nuda, il suo immenso corpo blu ricoperto di stelle steso a formare un arco che sovrasta tutta la terra, separandola dal caos. Sul capo porta una coppa d’acqua, a volte viene raffigurata come dea alata e altre volte come una grande mucca.

Nut e Geb in origine erano amanti uniti in un eterno amplesso e fra i loro due corpi non v’era spazio per nulla. Ra, dio del Sole, che allora era il sovrano dell’intero cosmo, geloso dell’amore di Nut e Geb ordinò a Shu di separarli. Allora Shu sollevò il corpo di Nut, inarcandolo sopra a quello di Geb, la terra. Fu così che si fece spazio per il mondo. Da allora però Shu dovette per sempre rimanere a sostenere il corpo della figlia, per impedirle di riunirsi a Geb.

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Sempre per gelosia e per timore di perdere il potere, quando seppe che Nut era incinta Ra ordinò che la dea non potesse dare alla luce i suoi figli in nessuno dei 360 giorni dell’anno. Gravida di cinque dèi e disperata, Nut si rivolse allora a Thoth, dio della saggezza, chiedendogli aiuto. Thoth sfidò il dio della Luna, Khonsu, a dadi. Ogni volta che Thoth avesse vinto, Khonsu avrebbe dovuto concedergli un po’ di luce lunare. Thoth vinse talmente tante volte contro Khonsu, che alla fine riuscì a formare, con la luce vinta, cinque giorni in più, giorni lunari che non appartenevano al dio Sole Ra, in cui Nut poté finalmente partorire. Diede alla luce un dio al giorno: Osiride, Horus, Seth, Iside e Nephthys. I cinque giorni conquistati da Thoth erano giorni particolari nell’antico Egitto, e non appartenevano ad alcun mese. Alcuni di essi erano considerati fausti, come quello di Iside, altri infausti, come quello di Osiride o di Seth.

Un altro mito racconta che, quando Ra decise di abbandonare questo mondo, fu Nut, nella sua forma di mucca cosmica, a prendere il disco del dio Sole Ra fra le sue corna e a sollevarlo dalla Terra con immenso sforzo. Il peso del Sole era così insopportabile però che a un certo punto Nut venne soccorsa da quattro dèi, che l’aiutarono a issare Ra nell’altissimo e da allora rimasero per sempre a sostenere la volta del cielo, come pilastri.

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Nut è la dea del cielo e dei corpi celesti. Al tramonto inghiotte il Sole che durante la notte attraversa il suo corpo per poi venir nuovamente da lei partorito, all’alba di ogni giorno. Lo stesso succede alla Luna. Le stelle che ricoprono il corpo di Nut sono dèi e anime di defunti che nuotano come pesci oppure navigano su barche a vela nell’immensità blu del cielo notturno, che gli Egizi immaginavano come una grande distesa di acqua. I capelli di Nut sono la pioggia. Le sue mani e i piedi i punti cardinali.

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Oltre ad essere madre degli dèi, Nut è anche madre dei morti, raffigurata sui coperchi di numerosissimi sarcofagi. I defunti, come Ra e gli altri dèi, venivano da lei inghiottiti e accompagnati in cielo, dove la dea offriva loro libagioni. Per questo, in molte preghiere per i morti, è proprio a lei che ci si rivolge, chiedendole conforto e protezione.

Nut è una grande dea antica, cosmogonica. E’ una dea madre che offre protezione, che accompagna nei momenti di passaggio, che si fa carico del dolore e lo innalza al cielo. Ogni giorno inghiotte gli astri e lascia che essi attraversino il suo lungo corpo; ogni giorno partorisce nuovamente. E’ una dea di morte e rinascita, fortemente legata all’acqua, alla notte, all’inconscio. E’ anche una dea dello spazio, del vuoto. La sua immensa forza protegge la Terra dal caos e ha permesso a Nut di sollevare il Sole.

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Nut rappresenta un aspetto ancestrale e nobile della femminilità, il cui potere spaventa perfino il dio Ra. E’ la Grande Madre che tutto accoglie e che fa spazio, che accompagna i suoi figli nei loro viaggi attraverso il cosmo, che si lascia attraversare dagli astri, accogliendoli e poi donando loro nuovamente la vita – una vita sempre nuova.

E’ un’immagine di forza inesauribile, mai esausta di partorire, di prendere dentro di sé, di proteggere, di tenersi sollevata per dividere il cosmo dal caos.

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Nut è quella parte di noi che non muore mai ma sempre rinasce, quello spazio immenso nel fondo dei nostri cuori in cui possiamo accogliere tutto -anche ciò che non conosciamo, anche ciò che ci ferisce- sapendo in fondo che comunque, anche dopo aver inghiottito, si darà nuovamente alla luce, e che comunque dentro di noi rimarrà ancora altro spazio, vuoto e buio, pronto ad accogliere.

Nut è pertanto anche una dea del Cuore: come il Cuore infatti anche in lei non c’è limite di misura, c’è sempre spazio per accogliere ancora, c’è sempre uno sfondo immenso, dietro a tutte le stelle, uno spazio vuoto, magico, senza limiti, che si rinnova di continuo. Una sorgente cosmica di puro Amore.

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Nut è accettazione, accoglienza e rinascita.  E’ anche l’inconscio, acqua buia e piena di misteri, inesplorata e fonte continua di energia. E’ morte e resurrezione. E’ energia palingenetica, tutta femminile, che trova la sua forza proprio nell’essere fluida, nel non opporre resistenza, lasciandosi attraversare dalle cose, permettendo che il suo stesso corpo le trasformi, le rinnovi. Come una coppa d’acqua immensa, Nut ci sovrasta e ci protegge. Allo stesso tempo, Nut è anche dentro ognuna di noi, come principio fluido, come il Buio, la Grande Madre e l’Inconscio.

Invochiamo Nut ogni volta che sentiamo il bisogno di evocare quella parte di noi che è energia inesauribile di accettazione e rinascita, forza ancestrale. Quando dobbiamo lasciare che qualcosa passi attraverso di noi senza farci del male e per fare ciò necessitiamo di fluidità, morbidezza, non-resistenza, distacco. Quando vogliamo guardare la terra dal cielo. Quando vogliamo metabolizzare delle esperienze e trasformarle per poter rinascere. Chiediamo la sua protezione durante i parti e le morti, nei momenti di passaggio o semplicemente quando sentiamo il bisogno di avere più spazio, di trovare un vuoto in cui poterci espandere, per poterci connettere all’immensità del cielo che si stende dentro ognuna di noi.

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Bibliografia:

-Monaghan P., Dizionario delle Dee e delle Eroine, Red Edizioni, Milano 2004

-Pinch G., Egyptian Mythology, Oxford University Press, Oxford 2002

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Nut_(goddess)

-Tutte le immagini sono tratte da Wikimedia Commons: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Nut_(goddess)v

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