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Salice: la ferita inguaribile del Femminile

Nome: esistono numerose specie di Salice, ma quella di cui ci occuperemo principalmente qui è Salix alba L., famiglia della Salicaceae.
Il latino salix, salicis risale alla radice indoeuropea *selik, passata poi nel greco heliké. La voce latina è collegata anche con l’irlandese saille.

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Botanica:
Il Salice è un albero deciduo che ama i suoli umidi e luminosi. Si trova spesso lungo corsi d’acqua e ha una crescita piuttosto veloce, anche se non raggiunge grandi altezze, fermandosi a un massimo di 25 metri, né è particolarmente longevo. Sua caratteristica è quella di avere un legno flessuoso, difficile da spezzare, infatti i suoi rami (soprattutto quelli della specie S. viminalis) vengono utilizzati per fare ceste e mobili. Un’altra caratteristica è quella di produrre numerosi polloni, fusti giovani che spuntano dalle radici dell’albero madre, dotati di grande vitalità, tanto che spesso basta trapiantarli in un suolo con il giusto tasso di umidità perché questi crescano e diventino nuovi alberi.

Il tronco del salice è robusto e spesso contorto, la corteccia grigioverde tende a fessurarsi e desquamarsi ed è ricca di tannini e di acido salicilico (che si chiama così proprio perché è stato individuato per la prima volta nella corteccia di quest’albero).
Le foglie del salice bianco sono lunghe e strette, simili a spicchi di luna, con la pagina superiore grigioverde e quella inferiore bianco avorio. Spuntano lungo i rami a volte contemporaneamente alla fioritura, a volte subito dopo, verso aprile. I salici sono piante dioiche, quindi ogni esemplare porta fiori o maschili o femminili e per l’impollinazione si affidano sia al vento (impollinazione anemofila) che agli insetti (i. entomofila). Sono frequentissime, in questo genere, le ibridazioni interspecie (salici appartenenti a generi diversi che si fecondano, dando vita a specie ibride).

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I fiori sono amenti penduli, e i fiori maschili sono i più belli e vistosi. Si formano a partire da gemme setose e argentate, sviluppandosi poi in amenti verdi simili a bruchi, con piccole scaglie che si aprono lasciando apparire gli stami. Gli stami sono lunghi e si presentano quasi sempre in coppie che recano nel mezzo una sacca di polline che attira le api, per le quali i fiori di salice sono una dei primi cibi dell’anno. Quando le antere (le “teste” degli stami) sono mature, scoppiano, liberando nell’aria nuvole di polline che, trasportate dal vento, cercheranno di raggiungere i fiori femminili di un altro salice, per fecondarli.

Il frutto del salice, come quello del pioppo, è simile a un batuffolo di cotone e nela forma somiglia a un bruco. I semi del salice, al fine di essere il più leggeri possibile, non sono dotati di endosperma, cioè non hanno il corredo nutritivo solitamente presente all’interno del seme (quella scorta di cibo che permette ai semi, in caso non trovino subito le condizioni idonee alla germinazione, di restare quiescenti ma  vitali anche per diverso tempo). Ciò fa sì che i semi del salice abbiano una vita piuttosto breve e che per germogliare necessitino di atterrare su terreni umidi dove possono radicare rapidamente.

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Fitoterapia:
Il Salice è una pianta lunare, e il suo processo caratteristico consiste nel condurre l’acquoso all’aereo, trasformando l’acqua in luce, l’eterico in astrale.

E’ noto per le sue proprietà antipiretiche, antireumatiche e antispasmodiche. E’ a partire dalla corteccia di salice che Piria scoprì, nel 1838, l’acido salicilico, per ossidazione della salicina. La salicina agisce nell’organismo umano come un prefarmaco: dopo la somministrazione per via orale, viene idrolizzata a livello intestinale in glucosio e saligenina che, una volta entrata nel circolo ematico, viene metallizzata in acido salicilico, che è un inibitori della sintesi delle prostagandine per inibizione della cicloossigenasi (quindi blocca il processo infiammatorio).

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Gli amenti hanno proprietà sedativa e ansiolitica. In particolare l’azione sedativa si manifesta a livello degli organi genitali: nei disturbi causati dalla dismenorrea, dove si ha una notevole attenuazione del dolore e delle turbe nervose, e nell’eretismo genitale, per via dell’azione anafrodisiaca. A queste proprietà si aggiunge una benefica azione tonico-stomachica che, migliorando i processi digestivi, contribuisce al benessere generale.

In flortierapia, il rimedio preparato con i fiori del Salice (Willow) fa parte del repertorio dei fiori di Bach ed è considerato il “fiore del Destino”, consigliato a coloro che non accettano la propria situazione, sentendosi continuamente insoddisfatti da ciò che hanno e attribuendo la colpa dei propri supposti fallimenti e della propria frustrazione agli altri. Willow aiuta a uscire dalle situazioni di autocompatimento cronico, stimolando l’assunzione di responsabilità e la capacità di accogliere gli altri, anziché esigere sempre qualcosa, non giudicando mai abbastanza ciò che si ottiene. Ci mostra che siamo artefici del nostro destino e ci dispone a un atteggiamento più materno verso il prossimo, più gioviale e saggio, permettendoci di uscire dalle spirali di lamentele, recriminazioni, vittimismo e rimuginamenti continui.

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Mitologia e storia:
Il Salice è il quinto albero dell’alfabeto arboreo dei Celti, che lo chiamavano saille. E’ considerato l’albero degli incantesimi, il quinto albero dell’anno, e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana, Minerva. Il mese celtico del Salice va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Beltaine, celebre per essere la festa degli innamorati, per le sue baldorie orgiastiche e per la rugiada magica. Nell’Europa settentrionale il suo legame con le streghe è così forte che, come fa notare Robert Graves in La Dea Bianca, le parole witch (“strega”) e wicked (“malvagio”) derivano dallo stesso termine che anticamente indicava il Salice, e da cui deriva anche wicker (“vimini”).                I sacrifici umani dei druidi venivano offerti con la Luna piena in cesti di vimini, e le selci funerarie erano a forma di foglia di Salice.

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Nell’antica Grecia era sacro a Circe, Era, Ecate e Persefone, tutte rappresentanti aspetti oscuri, mortuari della Triplice Dea, e venerato dalle streghe. Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal, scrive che il salice “appartiene alla Luna”. Il Salice (heliké in greco) ha dato il nome al Monte Elicona, dimora delle nove Muse, in origine sacerdotesse orgiastiche della Dea.  Secondo Plinio, davanti alla grotta cretese in cui nacque Zeus cresceva un Salice. Arthur Bernard Cook, nel suo Zeus: a study in Ancient Religion, commentando una serie di monete provenienti dal sito cretese di Gortyna, avanza l’ipotesi che Europa, che vi è raffigurata seduta su un Salice, con in mano un cesto di vimini e stretta in un abbraccio amorosa con un’aquila, sia non solo Eur-opa , “colei dall’ampio volto”, cioè a Luna piena, ma anche Eu-ropa, “colei dai fiorenti rami (di Salice)”, anche nota come Elice, sorella di Amaltea, la capra che allattò Zeus neonato.

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Sono molteplici le ragioni per cui il Salice è da sempre stato considerato sacro alla Luna: è l’albero che forse più di ogni altro predilige l’acqua, il cui simbolismo è strettamente legato a quello della Luna, dispensatrice della rugiada e in generale dell’umidità, e signora delle maree; le foglie e la corteccia dell’albero, che contiene acido salicilico, sono il rimedio per eccellenza contro i dolori rematici, causati da eccessiva umidità e un tempo ritenuti opera di stregoneria. Sui Salici ama nidificare, sempre secondo quanto racconta Graves, un uccello simbolo della Dea, il torcicollo (Inyx torquilla, noto in inglese anche come “uccello serpente”), un migratore primaverile che sibila come un serpente, si sdraia sui rami, alza la cresta quando è adirato, ha il collo mobilissimo, depone uova di colore bianco (come la Luna), si nutre di formiche e ha sulle piume dei segni a V che ricordano le scaglie dei serpenti oracoli della Grecia antica. E’ noto come il serpente sia stato, fin dal Paleolitico, considerato una delle forme assunte dalla Grande Dea, legato in particolare al suo aspetto ctonio, ossia sotterraneo.
Inoltre il liknon, il setaccio utilizzato anticamente per vagliare i cereali, era fatto di Salice. E’ su vagli di Salice di questo genere che le streghe di North Berwick, secondo quanto esse stesse confessarono a Giacomo I, avrebbero fluttuato durante i loro sabba.
Presso i Romani il Salice si chiamava salix, ma essi indicavano più frequentemente con il termine vimen, viminis (“vimine”) quelle varietà (S.alba, trianda e purpurea) i cui rami flessibili, decorticati dopo una lunga macerazione, venivano utilizzati per la fabbricazione di cesti, panieri e legacci d’ogni tipo. Vimen è anche all’origine del nome di uno dei sette colli di Roma, il Viminale, così chiamato perché un tempo era ricoperto di Salici.

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Elena Arcangeli, La sedia di vimini

La credenza di origine greca secondo cui l’albero avrebbe favorito la castità, ispirò un farmaco per calmare l’ardore sessuale. Nel XVIII secolo si raccomandava di assumere amenti di Salice alle donne sessualmente troppo esuberanti.
Anche presso il Cristianesimo delle origini il Salice era considerato una pianta che portava sterilità, o comunque che spegneva il desiderio. Forse basandosi sul falso stereotipo (già comune ai tempi di Omero, che nell’Odissea definisce il Salice come l’albero “che perde i frutti”) che il Salice faccia cadere i frutti dai rami prima che questi siano maturi – quando invece oggi si sa bene, e del resto sarebbe stato facile osservare anche in passato (ma è risaputo che a volte i pregiudizi impediscono di vedere le cose per ciò che veramente sono) che i frutti del Salice si staccano presto dalla pianta semplicemente perché maturano in fretta-, ma insomma, forse per questo il Salice fin dall’antichità fu considerato dagli uomini come albero legato alla castità, sia in senso negativo (assenza di discendenza) sia in senso positivo (ascesi e purezza). Sono numerose le occorrenze in proposito nei testi degli autori cristiani delle origini e del Medioevo.
La figura del Salice si trova dunque a oscillare, nella tradizione, fra simbolismi ambivalenti, se non proprio opposti: albero lunare, stregonesco, simbolo di un femminile indomabile e oscuro da un lato, e albero della castità dall’altro.

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L’energia del Salice:
L’energia del Salice è molto forte e complessa. Quest’albero ci parla del Femminile, ma in maniera ambivalente e misteriosa. Più che parlare a noi, quando ci poniamo in ascolto, sembra oltrepassarci per comunicare direttamente con le acque del nostro inconscio, mescolandosi con esse, sondandole con le sue radici fradice e sensibilissime e portando alla luce della Luna parti di noi che non siamo solite frequentare, trasformando in aria e liberando emozioni che teniamo segrete addirittura a noi stesse.

Il Salice è un albero legato all’acqua e alla luce, alla trasformazione delle emozioni in pensiero, al passaggio dalla sfera eterica a quella astrale. La sua energia esplora e libera, ma in un modo inconsueto per molti e spesso frainteso, soprattutto presso le società patriarcali: un modo profondamente femminile.
Il Salice è impregnato di contenuti inconsci, e il suo legno trattiene da millenni il dolore e il pianto per un femminile incompreso, temuto e quindi sottomesso. Rappresenta una parte (tanto delle donne come degli uomini) estremamente potente, legata alla capacità di flettersi, di portare a galla dal profondo e infine di accogliere. E’ un albero notturno (anche se ama il Sole e in lui riprende magnificamente), controparte vegetale della Luna, che influenza i liquidi corporei e gli organi genitali.

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Il Salice, nell’esperienza che mi ha donato, con il suo tronco in cui spesso si aprono cavità, fessure, buchi, rappresenta la ferita inguaribile del Femminile: il dolore irrimediabile dell’incomprensione e della sottomissione, che però è al tempo stesso caratteristica imprescindibile dello sciamano. Ogni sciamano infatti, tradizionalmente, deve i suoi poteri a una “unhealed wound”, una ferita inguaribile appunto, apertura che gli permette di comprendere il dolore del mondo e viaggiare in altre dimensioni per recuperare i pezzi delle anime degli altri. Il Femminile più profondo dentro ognuno di noi ha subito nel tempo gravi danni, è stato ingiuriato quasi a morte, travisato, umiliato, disprezzato e dileggiato. Il tutto per paura e ignoranza.

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Il Salice ci mostra come questa ferita insanabile, che causa sofferenza e risentimento, spesso talmente inconsce che l’apparenza è totalmente opposta, possa divenire un incavo nel nostro tronco in cui dare rifugio a piccoli animali. Un portale attraverso cui scendere nelle nostre acque per esplorare mondi lunari. Una fessura da cui assorbire la luce del Cosmo. Senza questa apertura, la magia non sarebbe possibile. Non sarebbe possibile la trasmutazione di acqua in luce, e invece è proprio questo che il saggio, forte, meraviglioso Salice ci vuole insegnare. Ci dice: “Crescete intorno alla vostra ferita, portandola come un gioiello. Esplorate mondi diversi e metteteli in comunicazione. Piegatevi, accogliete, niente potrà distruggervi. Nemmeno l’incomprensione. Nemmeno il dolore più grande. Le lacrime divengono luce. Vi offro la mia energia per mettere a tacere l’urlo dell’infiammazione che si espande attorno alle vostre membra, irrigidendovi le articolazioni e impedendovi di danzare. Accettate la ferita. Onoratela. E’ proprio attraverso di essa che potete entrare in contatto con le vostre antenate, le più antiche delle quali erano ancora riconosciute come dee. La ferita è una sola, e ci accomuna tutte. Lamentarsi non serve, e nemmeno serve ribellarsi alla propria natura di vasi portatori di acque magiche. Salite sulle mie fronde e vi farò volare fin sulla Luna, insegnandovi la meraviglia del femminile che sopravvive e accoglie e protegge e trasforma, e perdona, anche. Perché è più forte. Conosce profondità in cui i più temono di arrivare. Ma è da laggiù che passa la via per la Luna.”

Essendo legato alle acque e all’inconscio, ai poteri medianici, il Salice è un albero magico, e la sua energia, lasciata entrare nelle nostre vite, darà luogo a interessanti episodi di sincronicità, risvegliando soprattutto l’archetipo della Strega, ovvero la Vecchia Madre, la Nonna: un femminile antichissimo e tremendamente saggio, in cui la donna supera se stessa e diventa natura, paesaggio, albero…

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Cook A.B.,  Zeus: a study in Ancient Religion, Cambridge University Press, London 1925 (versione digitale)
-Culpeper N., The Complete Herbal, Thomas Kelly, London 1835 (versione digitale)
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Goethe J.W., La metamorfosi delle piante, Ugo Guanda Editore, Parma 1983
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

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Pietra di Luna, la pietra dell’Intuizione

La Pietra di Luna è conosciuta e considerata magica fin dall’antichità. Si riteneva che questa pietra fosse costituita da raggi lunari solidificati. Nel mobile luccichìo azzurro presente al suo interno, i Romani scorgevano la presenza di una dea. Essi identificavano la Pietra di Luna con Diana, l’Artemide greca, dea dei boschi, degli animali selvaggi, della caccia rituale e della Luna.

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La Pietra di Luna appartiene alla classe dei tettosilicati. E’ un feldspato potassico su cui, a causa della struttura lamellare, la luce incidente si rifrange, determinando i riflessi bianco bluastri, quel barlume azzurro chiaro che compare e scompare a seconda della luce e che tecnicamente è un fenomeno ottico chiamato adularescenza, da Adularia, il nome di una varietà di Pietra di Luna trovata nelle Alpi europee, in Svizzera.

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La Pietra di Luna è un minerale primario idrotermale. Questo significa che si forma nelle viscere alchiemiche della Terra, durante la lenta solidificazione del magma, quando i minerali in esso sospesi precipitano, aggregandosi. In particolare, nel caso della Pietra di Luna così come dell’Amazzonite, della Fluorite e della Kunzite, durante il processo viene coinvolta anche l’acqua, che entra così a far parte della natura più intima della pietra, influenzandone carattere e proprietà.

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Se il progressivo raffreddamento del magma fa scendere la temperatura dell’acqua al di sotto di quella critica (372°C), si può avere la formazione di soluzioni acquose. Al di sopra della temperatura critica l’acqua si trova sempre allo stato gassoso, indipendentemente dal valore della pressione a cui è sottoposta. Ma sotto i 372°C, a certe pressioni elevate, possiamo già trovarla allo stato liquido. E’ allora che le sostanze disciolte nell’acqua, ovviamente più fluida del magma, danno origine a un tipo di minerali chiamati idrotermali (dal greco hydor, acqua, e therme, calore).

La caratteristica del processo litogenetico primario è la cristallizzazione di un liquido. Da una situazione di caos creativo, in cui son presenti tutte le sostanze ma nessuna forma, si va via via strutturando uno schema, una configurazione energetica che darà origine a un’entità particolare, con un determinato colore, una determinata geometria, una determinata frequenza.

Il magma è la matrice dalla quale sorgono tutte le rocce e tutti i minerali e la sua composizione cambia a seconda della regione terrestre.

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Nella formazione dei minerali primari a partire dal magma originario entrano in gioco svariati fattori: pressione, temperatura, spazio e tempo di raffreddamento, composizione del magma, e tutti questi aspetti influenzano le caratteristiche terapeutiche delle pietre a cui danno origine.

I minerali primari, tra cui la Pietra di Luna, sono solitamente pietre speciali per aiutarci a cristallizzare, a dare forma cioè, e a portare fuori il potenziale racchiuso in noi e ci ricordano anche che solo quando le nostre potenzialità riescono a trovare il loro ambito ottimale (metaforicamente calore, pressione, spazio…) possono giungere a manifestarsi adeguatamente.

Le rocce magmatiche e i minerali primari ci aiutano a sviluppare e a dispiegare il nostro potenziale complessivo e favoriscono i processi di apprendimento. Ogni minerale di origine magmatica rappresenta determinate qualità interiori delle quali favorisce lo sviluppo. Allo stesso modo, è in grado di stimolare la consapevolezza psicologica e lo sviluppo di modelli di pensiero e comportamento che contribuiscono alla guarigione.

I minerali primari sono inoltre ottimi promotori del processo di crescita, sostenendoci in tutte quelle situazioni in cui ci troviamo di fronte a cambiamenti radicali, o quando dobbiamo metabolizzare nuove impressioni o esperienze.

Nel caso dei minerali primari idrotermali, oltre a queste caratteristiche, occorre anche tener presente il ruolo svolto dall’acqua, che fa in un certo senso da madrina alle pietre, trasmettendo loro i suoi poteri legati all’inconscio, al femminile, alla memoria e alla trasmissione di informazioni, alla fluidità, alla trasparenza. Non dimentichiamo che l’acqua è una sostanza magica, dalle caratteristiche fisico-chimiche uniche al mondo.

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Il potenziale che la Pietra di Luna aiuta a sviluppare è quello dell’Intuizione, ovvero la capacità di connettere il II e il VI chakra (il terzo occhio), facendo sì che emozioni e consapevolezza si armonizzino, comunicando e lavorando insieme e aprendosi al tempo stesso alla luce che arriva dal VII chakra. La Pietra di Luna aiuta a raggiungere un buon equilibrio emotivo, mettendoci in contatto con le nostre emozioni in maniera delicata, collegata appunto alla consapevolezza. Da questo stato di equilibrio e serena accettazione delle emozioni, possiamo fare quel salto che ci permette di trasmutarle in consapevolezza superiore, e cioè in intuizione, chiamata anche nelle sue forme più evolute chiaroveggenza, sesto senso, psichismo. La Pietra di Luna è collegata anche alla ghiandola pineale (l’epifisi, una ghiandola misteriosa che regola la produzione di melatonina e quindi la nostra sensibilità alla luce e che è strettamente connessa al VII chakra). Può influenzare il mondo dei sogni e delle visioni, essendo un minerale in rapporto con la Luna e quindi le maree, il mare, l’inconscio individuale e collettivo. Stimolando l’intuizione, la Pietra di Luna stimola anche la capacità di fare sogni lucidi o premonitori, nuotando con il corpo astrale nel mare dell’Inconscio. Fin dal passato è stata utilizzata come pietra per potenziare l’attività onirica, oltre che per stimolare la fertilità, regolare il ciclo mestruale e attenuare l’ipersensibilità femminile ad esso legata.

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La Pietra di Luna, proprio come il corpo celeste da cui prende il nome, è un minerale che stimola potentemente alcune qualità del femminile: fertilità, amore, intuizione, sesto senso.

Questo però non significa che non possa tornare molto utile anche agli uomini: infatti, un uomo che ricorre all’aiuto di questa preziosa pietra, potrà integrare meglio il femminile dentro di sé, portando alla luce qualità che, essendo tipicamente yin , sono fondamentali per l’armonioso sviluppo della persona come microcosmo. Aiuta inoltre chi ha un atteggiamento troppo maschile (che si tratti di uomini o di donne) ad accettare il proprio femminino, i sentimenti, le emozioni.

Dormire con una Pietra di Luna sotto al cuscino porta sogni lucidi e visioni. Appoggiare una Pietra di Luna sul VI chakra durante la meditazione aiuta a sviluppare la facoltà intuitive, ovvero la capacità di attingere all’Akasha, di conoscere le cose come stanno, “bypassando” la mente razionale, di sentire la verità di una situazione, di prevedere gli eventi sincronizzandoci con il Cosmo. Indossare abitualmente una Pietra di Luna può inoltre aiutare a stabilizzare il ciclo mestruale, equilibrare il lato emozionale rendendolo più lucido e quindi più focalizzato, stimolare eventualmente la fertilità. Infine, la Pietra di Luna smussa le spigolosità del carattere, favorendo la dolcezza.

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Il potere della Pietra di Luna è massimo durante il plenilunio e vicino al mare.

Per ricaricarla non bisogna esporla ai raggi del Sole ma, naturalmente, a quelli di sua madre, la Luna piena.

Per purificarla è possibile passarla nel fumo di ramoscelli di incenso di salvia bianca oppure tenerla qualche istante sotto a un getto d’acqua (meglio se acqua viva quale quella di un torrente limpido, del mare, di una cascata..), oppure ancora seppellirla nella Terra per un giorno o lasciarla all’aperto in una notte di Luna nuova (questi ultimi due metodi sono particolarmente efficaci se ci si trova in ambienti il più possibile incontaminati e selvaggi, vicini agli elementi).

Nel repertorio di essenze alaskane, è presente l’elisir di gemma ottenuto dalla Pietra di Luna. L’essenza si chiama appunto Moonstone ed è indicata nei casi di sensibilità psichica accresciuta durante le mestruazioni, irritabilità, energia emozionale bloccata e difficoltà a esprimerla in modo chiaro, mancanza di sensibilità e consapevolezza intuitiva, mancanza di dolcezza. Moonstone aiuta a muoversi in un autentico spazio dei sentimenti, ripulisce e fa circolare l’energia nel corpo emozionale, aiuta a completare i cicli emozionali, equilibra ed armonizza la sensitività psichica.

Parole chiave: intuizione, fertilità, psichico, femminile, inconscio, luna, mare

Colore: bianco lattescente

Chakra stimolato: II, VI, VII

nelboscodelladea_pietradilunaLa Visione della Pietra di Luna:

Durante una meditazione con l’aiuto dei cristalli, ho posizionato una Pietra di Luna sul mio terzo occhio (VI chakra) e una sul II chakra. Ho poi chiesto alla Pietra di parlarmi, di comunicarmi la sua visione, e sono rimasta aperta a ciò che sarebbe arrivato, senza aspettative, a occhi chiusi, respirando profondamente e sentendo insieme al respiro l’energia entrare dal mio chakra della corona e percorrere tutta la mia spina dorsale energetica fino a giungere al chakra della radice, per poi diffondersi nelle gambe, nelle braccia, in ogni mia cellula. Questa è la visione che la Pietra di Luna mi ha regalato.

Sono nell’Oceano, le Acque buie e profonde dell’Inconscio. Io sono un corpuscolo, una molecola d’acqua nell’Oceano. Raggi di Luna penetrano nelle acque, mi attraversano, illuminano un mondo di figura intorno a me: forme, vortici, pesci splendenti. Il mio corpo di molecola, attraversato dai raggi lunari, inizia a cambiare. Lo sento trasformarsi: cresce, si gonfia…

Mi risveglio sdraiata sulla sabba i in riva al mare. Ora il mio corpo è un corpo nudo di donna dalla pelle candida. La Luna piena mi illumina, le onde del mare gonfio e calmo lambiscono i miei piedi. La spiaggia su cui mi trovo è piccola, per via dell’alta marea, dalle cui acque nere, poco più in là, spuntano degli scogli. Raggiungo a nuoto lo scoglio più alto e mi ci arrampico. In cima, nella roccia nera c’è una piccola pozza di acqua illuminata dai raggi lunari che le donano riflessi azzurri luminosi… E’ Pietra di Luna liquida. Mi ci specchio. Vedo il volto della Dea, il volto della Luna. Le chiedo “Dove posso trovare la Pietra di Luna solida?”, mi risponde “Nei tuoi sogni. Devi trovarla nei tuoi sogni e portarla nel mondo”.

Bagno un dito nella pozza di Pietra di Luna liquida e ne lascio cadere una goccia in mezzo alle mie sopracciglia, sul terzo occhio.  La goccia diventa una Luna piena splendente in cui posso tuffarmi. Sono pronta per fare sogni lucidi. Sono pronta per il sogno lucido della Vita.

Grazie!

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Letture consigliate:

-M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, Crisalide, Spigno Saturnia 1997

-S.Johnson, L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-K.Raphaell, La luce dei cristalli, Verdechiaro, Baiso 2012

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