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Salice: la ferita inguaribile del Femminile

Nome: esistono numerose specie di Salice, ma quella di cui ci occuperemo principalmente qui è Salix alba L., famiglia della Salicaceae.
Il latino salix, salicis risale alla radice indoeuropea *selik, passata poi nel greco heliké. La voce latina è collegata anche con l’irlandese saille.

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Botanica:
Il Salice è un albero deciduo che ama i suoli umidi e luminosi. Si trova spesso lungo corsi d’acqua e ha una crescita piuttosto veloce, anche se non raggiunge grandi altezze, fermandosi a un massimo di 25 metri, né è particolarmente longevo. Sua caratteristica è quella di avere un legno flessuoso, difficile da spezzare, infatti i suoi rami (soprattutto quelli della specie S. viminalis) vengono utilizzati per fare ceste e mobili. Un’altra caratteristica è quella di produrre numerosi polloni, fusti giovani che spuntano dalle radici dell’albero madre, dotati di grande vitalità, tanto che spesso basta trapiantarli in un suolo con il giusto tasso di umidità perché questi crescano e diventino nuovi alberi.

Il tronco del salice è robusto e spesso contorto, la corteccia grigioverde tende a fessurarsi e desquamarsi ed è ricca di tannini e di acido salicilico (che si chiama così proprio perché è stato individuato per la prima volta nella corteccia di quest’albero).
Le foglie del salice bianco sono lunghe e strette, simili a spicchi di luna, con la pagina superiore grigioverde e quella inferiore bianco avorio. Spuntano lungo i rami a volte contemporaneamente alla fioritura, a volte subito dopo, verso aprile. I salici sono piante dioiche, quindi ogni esemplare porta fiori o maschili o femminili e per l’impollinazione si affidano sia al vento (impollinazione anemofila) che agli insetti (i. entomofila). Sono frequentissime, in questo genere, le ibridazioni interspecie (salici appartenenti a generi diversi che si fecondano, dando vita a specie ibride).

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I fiori sono amenti penduli, e i fiori maschili sono i più belli e vistosi. Si formano a partire da gemme setose e argentate, sviluppandosi poi in amenti verdi simili a bruchi, con piccole scaglie che si aprono lasciando apparire gli stami. Gli stami sono lunghi e si presentano quasi sempre in coppie che recano nel mezzo una sacca di polline che attira le api, per le quali i fiori di salice sono una dei primi cibi dell’anno. Quando le antere (le “teste” degli stami) sono mature, scoppiano, liberando nell’aria nuvole di polline che, trasportate dal vento, cercheranno di raggiungere i fiori femminili di un altro salice, per fecondarli.

Il frutto del salice, come quello del pioppo, è simile a un batuffolo di cotone e nela forma somiglia a un bruco. I semi del salice, al fine di essere il più leggeri possibile, non sono dotati di endosperma, cioè non hanno il corredo nutritivo solitamente presente all’interno del seme (quella scorta di cibo che permette ai semi, in caso non trovino subito le condizioni idonee alla germinazione, di restare quiescenti ma  vitali anche per diverso tempo). Ciò fa sì che i semi del salice abbiano una vita piuttosto breve e che per germogliare necessitino di atterrare su terreni umidi dove possono radicare rapidamente.

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Fitoterapia:
Il Salice è una pianta lunare, e il suo processo caratteristico consiste nel condurre l’acquoso all’aereo, trasformando l’acqua in luce, l’eterico in astrale.

E’ noto per le sue proprietà antipiretiche, antireumatiche e antispasmodiche. E’ a partire dalla corteccia di salice che Piria scoprì, nel 1838, l’acido salicilico, per ossidazione della salicina. La salicina agisce nell’organismo umano come un prefarmaco: dopo la somministrazione per via orale, viene idrolizzata a livello intestinale in glucosio e saligenina che, una volta entrata nel circolo ematico, viene metallizzata in acido salicilico, che è un inibitori della sintesi delle prostagandine per inibizione della cicloossigenasi (quindi blocca il processo infiammatorio).

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Gli amenti hanno proprietà sedativa e ansiolitica. In particolare l’azione sedativa si manifesta a livello degli organi genitali: nei disturbi causati dalla dismenorrea, dove si ha una notevole attenuazione del dolore e delle turbe nervose, e nell’eretismo genitale, per via dell’azione anafrodisiaca. A queste proprietà si aggiunge una benefica azione tonico-stomachica che, migliorando i processi digestivi, contribuisce al benessere generale.

In flortierapia, il rimedio preparato con i fiori del Salice (Willow) fa parte del repertorio dei fiori di Bach ed è considerato il “fiore del Destino”, consigliato a coloro che non accettano la propria situazione, sentendosi continuamente insoddisfatti da ciò che hanno e attribuendo la colpa dei propri supposti fallimenti e della propria frustrazione agli altri. Willow aiuta a uscire dalle situazioni di autocompatimento cronico, stimolando l’assunzione di responsabilità e la capacità di accogliere gli altri, anziché esigere sempre qualcosa, non giudicando mai abbastanza ciò che si ottiene. Ci mostra che siamo artefici del nostro destino e ci dispone a un atteggiamento più materno verso il prossimo, più gioviale e saggio, permettendoci di uscire dalle spirali di lamentele, recriminazioni, vittimismo e rimuginamenti continui.

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Mitologia e storia:
Il Salice è il quinto albero dell’alfabeto arboreo dei Celti, che lo chiamavano saille. E’ considerato l’albero degli incantesimi, il quinto albero dell’anno, e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana, Minerva. Il mese celtico del Salice va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Beltaine, celebre per essere la festa degli innamorati, per le sue baldorie orgiastiche e per la rugiada magica. Nell’Europa settentrionale il suo legame con le streghe è così forte che, come fa notare Robert Graves in La Dea Bianca, le parole witch (“strega”) e wicked (“malvagio”) derivano dallo stesso termine che anticamente indicava il Salice, e da cui deriva anche wicker (“vimini”).                I sacrifici umani dei druidi venivano offerti con la Luna piena in cesti di vimini, e le selci funerarie erano a forma di foglia di Salice.

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Nell’antica Grecia era sacro a Circe, Era, Ecate e Persefone, tutte rappresentanti aspetti oscuri, mortuari della Triplice Dea, e venerato dalle streghe. Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal, scrive che il salice “appartiene alla Luna”. Il Salice (heliké in greco) ha dato il nome al Monte Elicona, dimora delle nove Muse, in origine sacerdotesse orgiastiche della Dea.  Secondo Plinio, davanti alla grotta cretese in cui nacque Zeus cresceva un Salice. Arthur Bernard Cook, nel suo Zeus: a study in Ancient Religion, commentando una serie di monete provenienti dal sito cretese di Gortyna, avanza l’ipotesi che Europa, che vi è raffigurata seduta su un Salice, con in mano un cesto di vimini e stretta in un abbraccio amorosa con un’aquila, sia non solo Eur-opa , “colei dall’ampio volto”, cioè a Luna piena, ma anche Eu-ropa, “colei dai fiorenti rami (di Salice)”, anche nota come Elice, sorella di Amaltea, la capra che allattò Zeus neonato.

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Sono molteplici le ragioni per cui il Salice è da sempre stato considerato sacro alla Luna: è l’albero che forse più di ogni altro predilige l’acqua, il cui simbolismo è strettamente legato a quello della Luna, dispensatrice della rugiada e in generale dell’umidità, e signora delle maree; le foglie e la corteccia dell’albero, che contiene acido salicilico, sono il rimedio per eccellenza contro i dolori rematici, causati da eccessiva umidità e un tempo ritenuti opera di stregoneria. Sui Salici ama nidificare, sempre secondo quanto racconta Graves, un uccello simbolo della Dea, il torcicollo (Inyx torquilla, noto in inglese anche come “uccello serpente”), un migratore primaverile che sibila come un serpente, si sdraia sui rami, alza la cresta quando è adirato, ha il collo mobilissimo, depone uova di colore bianco (come la Luna), si nutre di formiche e ha sulle piume dei segni a V che ricordano le scaglie dei serpenti oracoli della Grecia antica. E’ noto come il serpente sia stato, fin dal Paleolitico, considerato una delle forme assunte dalla Grande Dea, legato in particolare al suo aspetto ctonio, ossia sotterraneo.
Inoltre il liknon, il setaccio utilizzato anticamente per vagliare i cereali, era fatto di Salice. E’ su vagli di Salice di questo genere che le streghe di North Berwick, secondo quanto esse stesse confessarono a Giacomo I, avrebbero fluttuato durante i loro sabba.
Presso i Romani il Salice si chiamava salix, ma essi indicavano più frequentemente con il termine vimen, viminis (“vimine”) quelle varietà (S.alba, trianda e purpurea) i cui rami flessibili, decorticati dopo una lunga macerazione, venivano utilizzati per la fabbricazione di cesti, panieri e legacci d’ogni tipo. Vimen è anche all’origine del nome di uno dei sette colli di Roma, il Viminale, così chiamato perché un tempo era ricoperto di Salici.

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Elena Arcangeli, La sedia di vimini

La credenza di origine greca secondo cui l’albero avrebbe favorito la castità, ispirò un farmaco per calmare l’ardore sessuale. Nel XVIII secolo si raccomandava di assumere amenti di Salice alle donne sessualmente troppo esuberanti.
Anche presso il Cristianesimo delle origini il Salice era considerato una pianta che portava sterilità, o comunque che spegneva il desiderio. Forse basandosi sul falso stereotipo (già comune ai tempi di Omero, che nell’Odissea definisce il Salice come l’albero “che perde i frutti”) che il Salice faccia cadere i frutti dai rami prima che questi siano maturi – quando invece oggi si sa bene, e del resto sarebbe stato facile osservare anche in passato (ma è risaputo che a volte i pregiudizi impediscono di vedere le cose per ciò che veramente sono) che i frutti del Salice si staccano presto dalla pianta semplicemente perché maturano in fretta-, ma insomma, forse per questo il Salice fin dall’antichità fu considerato dagli uomini come albero legato alla castità, sia in senso negativo (assenza di discendenza) sia in senso positivo (ascesi e purezza). Sono numerose le occorrenze in proposito nei testi degli autori cristiani delle origini e del Medioevo.
La figura del Salice si trova dunque a oscillare, nella tradizione, fra simbolismi ambivalenti, se non proprio opposti: albero lunare, stregonesco, simbolo di un femminile indomabile e oscuro da un lato, e albero della castità dall’altro.

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L’energia del Salice:
L’energia del Salice è molto forte e complessa. Quest’albero ci parla del Femminile, ma in maniera ambivalente e misteriosa. Più che parlare a noi, quando ci poniamo in ascolto, sembra oltrepassarci per comunicare direttamente con le acque del nostro inconscio, mescolandosi con esse, sondandole con le sue radici fradice e sensibilissime e portando alla luce della Luna parti di noi che non siamo solite frequentare, trasformando in aria e liberando emozioni che teniamo segrete addirittura a noi stesse.

Il Salice è un albero legato all’acqua e alla luce, alla trasformazione delle emozioni in pensiero, al passaggio dalla sfera eterica a quella astrale. La sua energia esplora e libera, ma in un modo inconsueto per molti e spesso frainteso, soprattutto presso le società patriarcali: un modo profondamente femminile.
Il Salice è impregnato di contenuti inconsci, e il suo legno trattiene da millenni il dolore e il pianto per un femminile incompreso, temuto e quindi sottomesso. Rappresenta una parte (tanto delle donne come degli uomini) estremamente potente, legata alla capacità di flettersi, di portare a galla dal profondo e infine di accogliere. E’ un albero notturno (anche se ama il Sole e in lui riprende magnificamente), controparte vegetale della Luna, che influenza i liquidi corporei e gli organi genitali.

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Il Salice, nell’esperienza che mi ha donato, con il suo tronco in cui spesso si aprono cavità, fessure, buchi, rappresenta la ferita inguaribile del Femminile: il dolore irrimediabile dell’incomprensione e della sottomissione, che però è al tempo stesso caratteristica imprescindibile dello sciamano. Ogni sciamano infatti, tradizionalmente, deve i suoi poteri a una “unhealed wound”, una ferita inguaribile appunto, apertura che gli permette di comprendere il dolore del mondo e viaggiare in altre dimensioni per recuperare i pezzi delle anime degli altri. Il Femminile più profondo dentro ognuno di noi ha subito nel tempo gravi danni, è stato ingiuriato quasi a morte, travisato, umiliato, disprezzato e dileggiato. Il tutto per paura e ignoranza.

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Il Salice ci mostra come questa ferita insanabile, che causa sofferenza e risentimento, spesso talmente inconsce che l’apparenza è totalmente opposta, possa divenire un incavo nel nostro tronco in cui dare rifugio a piccoli animali. Un portale attraverso cui scendere nelle nostre acque per esplorare mondi lunari. Una fessura da cui assorbire la luce del Cosmo. Senza questa apertura, la magia non sarebbe possibile. Non sarebbe possibile la trasmutazione di acqua in luce, e invece è proprio questo che il saggio, forte, meraviglioso Salice ci vuole insegnare. Ci dice: “Crescete intorno alla vostra ferita, portandola come un gioiello. Esplorate mondi diversi e metteteli in comunicazione. Piegatevi, accogliete, niente potrà distruggervi. Nemmeno l’incomprensione. Nemmeno il dolore più grande. Le lacrime divengono luce. Vi offro la mia energia per mettere a tacere l’urlo dell’infiammazione che si espande attorno alle vostre membra, irrigidendovi le articolazioni e impedendovi di danzare. Accettate la ferita. Onoratela. E’ proprio attraverso di essa che potete entrare in contatto con le vostre antenate, le più antiche delle quali erano ancora riconosciute come dee. La ferita è una sola, e ci accomuna tutte. Lamentarsi non serve, e nemmeno serve ribellarsi alla propria natura di vasi portatori di acque magiche. Salite sulle mie fronde e vi farò volare fin sulla Luna, insegnandovi la meraviglia del femminile che sopravvive e accoglie e protegge e trasforma, e perdona, anche. Perché è più forte. Conosce profondità in cui i più temono di arrivare. Ma è da laggiù che passa la via per la Luna.”

Essendo legato alle acque e all’inconscio, ai poteri medianici, il Salice è un albero magico, e la sua energia, lasciata entrare nelle nostre vite, darà luogo a interessanti episodi di sincronicità, risvegliando soprattutto l’archetipo della Strega, ovvero la Vecchia Madre, la Nonna: un femminile antichissimo e tremendamente saggio, in cui la donna supera se stessa e diventa natura, paesaggio, albero…

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Cook A.B.,  Zeus: a study in Ancient Religion, Cambridge University Press, London 1925 (versione digitale)
-Culpeper N., The Complete Herbal, Thomas Kelly, London 1835 (versione digitale)
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Goethe J.W., La metamorfosi delle piante, Ugo Guanda Editore, Parma 1983
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

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Ecate, il volto oscuro della Luna

Per i Greci Ecate era figlia dei Titani Perse e Asteria (dea delle stelle) e nipote della titanessa Febe (antica dea della Luna), ed era considerata una delle divinità più misteriose e potenti del pantheon. Rappresentata rarissime volte, il suo culto era però persistente in tutte le città e nelle campagne, e la pratica del Deipnon (la celebre Cena di Ecate) nella notte di Luna nuova di ogni mese, era ovunque diffusa e rimase a lungo anche dopo l’insorgere del cristianesimo, come pratica iniziatica e “sotterranea”.

Ecate è menzionata da Esiodo come divinità benevola che realizza i desideri di coloro che hanno il suo favore, e nell’inno omerico a Demetra si narra che fu proprio lei ad avvisare la madre disperata che la figlia Persefone era stata rapita da Ade e portata nell’aldilà. Questo ci testimonia, oltre che della natura materna e solidale della dea, anche del suo legame con Demetra e Persefone, divinità alle quali fu sempre connessa in virtù di un’origine comune: sono le tre divinità che simboleggiano i cicli delle stagioni e ciascuna di esse rappresenta un’età della donna: Persefone è la vergine, Demetra la madre, Ecate la vecchia saggia. E’ probabile che un tempo si trattasse dei tre volti di un’unica dea triplice che rappresentava la Natura, il Tempo ciclico e la Femminilità nella sua interezza.

Demetra e Persefone

Demetra e Persefone

Ecate è una psicopompa, una guida dell’anima (Persefone) nell’aldilà che essa conosce così bene, essendo una divinità liminale, una titanessa ma anche una dea, signora dei confini tra civiltà e terre selvagge, tra luce e buio, tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Ecate si sposta, la sua dimora è il ponte sottile di luce bianca della Luna che sta per scomparire.

Ecate è la figura femminile principale degli Oracoli Caldaici (celebri commentari di epoca ellenistica a un poema misterico molto più antico, composto da vari oracoli di origine babilonese) e la protettrice della Sibilla.

Viene a volte raffigurata con tre teste, ed è anche adorata come dea dei crocevia, dove tre strade si incrociano. La tradizione ermetica la rappresentava con una testa di cane, una di cavallo e una di serpente. E’ l’unica dea, oltre a Zeus, il cui potere si estende sui tre regni: terra, mare e cielo. Come la Luna, Ecate cambia volto e a volte scompare. I Greci la identificavano soprattutto con l’aspetto della Luna calante e nuova e con il mondo sotterraneo dei segreti e dell’aldilà.

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Per loro Ecate era una divinità ctonia, legata al mondo dell’oscurità, dei morti, degli spettri e della magia. Era la depositaria del sapere erboristico, dea delle pozioni magiche, dei farmaci e dei veleni (che in greco hanno si indicano con lo stesso termine: pharmakon), ed era inoltre l’unica oltre a Zeus ad avere il potere di avverare i desideri degli uomini o di negarne la realizzazione.

Una dea immensa, l’unica die Titani a non essere stata sprofondata da Zeus nel Tartaro dopo che gli dei dell’Olimpo li sconfissero, conquistando il potere sul Mondo. Una dea oscura, che Sofocle ed Euripide presentano come signora della stregoneria e delle Keres (demonesse figlie della Notte, che i latini chiamavano Tenebrae), profondamente legata anche al tempo della vecchiaia.

Molti indizi indicano un’origine preindoeuropea di Ecate. Prima che le ondate migratorie di Ioni, Eoli, Dori e Achei investissero il territorio greco, Ecate veniva già adorata, in una forma più luminosa probabilmente, la forma che mantenne anche in seguito in Tracia, dove era considerata la dea delle zone di confine e delle terre selvagge.

Per i Greci era una vergine, ma in alcuni miti si narrava fosse la madre di Circe, quindi un’antenata di Medea; in altri che avesse dato alla luce il mostro Scilla. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la maga Medea aveva imparato l’arte della magia direttamente dalle dea Ecate.

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Il suo nome ha una significativa somiglianza con quello di Heqet, dea egizia dal volto di rana che proteggeva le partorienti. Heqet era la dea levatrice, simbolo di fertilità e di nuova vita. E’ interessante notare anche che nella lingua degli Egizi la parola heka significava magia e conteneva al suo interno il termine ka, cioè anima, energia vitale. Heka era quindi la magia intesa come un rendere attivo il ka, plasmarlo, avere potere sull’energia vitale. Somiglianze così forti non possono essere casuali, così come il fatto che la rana sia un animale che dall’acqua passa alla terra, un animale quindi liminale, di confine, ci riporta alla natura di Ecate, ricollegandoci al tempo stesso con uno dei volti della Grande Dea Neolitica, spesso rappresentata in forma di rana quando associata soprattutto al culto della fertilità e alla protezione della nascita. Sono numerose le statuette ritrovate in vari siti archeologici neolitici in Europa e nel bacino del Mediterraneo che ci mostrano la dea con le gambe divaricate per partorire, che in effetti non sono altro che zampe di rana nella tipica posizione del nuoto.

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Ecate dea antichissima, Dea del Tempo Circolare, della magia, delle erbe, protettrice della vita. Il suo animale prediletto era il cane (altro indizio della sua origine non greca: presso i Greci i cani erano tenuti in scarso conto; e anche altro indizio del suo legame con le partorienti e il dare alla luce: il cane era sacro anche a Eileithyia, dea della nascita). Si diceva che il latrato dei cani annunciasse la sua presenza e durante le cene di Ecate era uso comune sacrificare un cane (spesso una cucciola dal pelo nero) a questa dea misteriosa. I cani sono i protettori della casa, guardiani dei cancelli e delle porte così come Ecate, protettrice delle soglie, purificatrice degli ambienti famigliari. Renderle onore mensilmente, nelle notti più buie, con cene a lei dedicate e offerte lasciate sulle porte o presso i crocevia, era considerato un rituale importante per purificare la casa dagli spiriti che la infestavano, invocando la protezione della Dea Oscura, signora dei confini che come una nera nuvola viaggiava attraverso i mondi al comando di schiere di spettri e di cani ululanti.

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Altri animali a lei sacri erano il serpente, il cavallo, la mucca, il cinghiale. Un mito dolcissimo spiega come mai anche la puzzola fosse un animale molto caro a Ecate (e di nuovo ci parla di protezione delle partorienti e della nascita). Si narra infatti che nella città di Tebe vivesse Galinthias, figlia di Proitos. Questa fanciulla era amica di Alkmene, figlia di Elektryon, incinta di Eracle. Quando venne il momento della nascita del semidio e le doglie iniziarono a tormentare Alkmene, le Moire e Eileithyia (la dea della Nascita), per solidarietà con Era (che con Alkmene Zeus aveva tradito per l’ennesima volta), incrociarono le braccia e in questo modo prolungarono il travaglio di Alkmene, senza permettere al bambino di uscire. Galinthias, temendo che i dolori terribili patiti dall’amica l’avrebbero fatta impazzire, corse dalle Moire e dalla dea Eileithyia e annunciò loro che per desiderio di Zeus Alkmene aveva dato alla luce un bambino e quindi era inutile continuassero a tenere le braccia incrociate. Costernate, le Moire sciolsero le loro braccia, così il lungo travaglio di Alkmene ebbe fine e immediatamente nacque Eracle. Ma non appena scoprirono l’imbroglio, le Moire si adirarono con Galinthias e per punizione la privarono dei genitali e la trasformarono in una puzzola, condannandola altresì a vivere in luoghi nascosti e ad accoppiarsi in maniera grottesca: sarebbe stata montata attraverso le orecchie e avrebbe dato alla luce dalla gola. Quando lo seppe, Ecate fu molto dispiaciuta per la severa punizione di Galinthias e per alleviare la sua pena la scelse come uno dei suoi animali sacri.

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Tra le piante di Ecate troviamo il Tasso, albero velenoso per eccellenza, dall’incredibile capacità di rinnovarsi, estremamente longevo, oscuro, portale di connessione fra i mondi; la mandragora, tipica pianta delle streghe, per scavare la cui radice spesso si ricorreva all’aiuto dei cani; l’origano eretico, il cipresso, l’aconito, la belladonna e l’aglio.

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Altri suo simboli erano le chiavi e la torcia: per aprire le porte e fare luce nel buio della notte.

Ecate dea guardiana, guida delle anime attraverso i mondi, signora delle erbe medicinali, conoscitrice dei segreti della Magia. E’ la saggezza femminile antichissima e profonda, temuta e rispettata perfino dal re degli dei, Zeus. Ecate conosce segreti noti soltanto a lei, sa volare (come sanno volare le sue figlie, le streghe), sa realizzare i desideri, ha potere sulle tempeste (ciò che la rende tra l’altro la patrona di pastorì e marinai).

Ecate è perciò anche la dea della vecchiaia delle donne e della menopausa, il tempo della vita in cui la donna diviene maga, padrona di tutti i suoi aspetti, libera dal ciclo riproduttivo. Ecate è la saggezza che deriva dalla conoscenza dell’oscurità, per questo divenne signora delle streghe e fu considerata un demone dal cristianesimo, senza tuttavia soccombere ma resistendo nel folklore e trasformandosi nell’amichevole, innocua Befana, la vecchia che vola nel cielo di notte, portando doni e realizzando i desideri dei bambini che hanno fatto i bravi. In realtà la Befana non è che un travestimento: Ecate è la Dea del potere femminile e delle conoscenze iniziatiche che attraversa i secoli, le ere, le religioni, amata e temuta da tutti, davvero immortale nella sua capacità di mutare forma, travestendosi ora da strega ora da vecchia zitella ma mantenendo sotto al mantello tutto il suo oscuro splendore e il suo bagaglio di sapere e potere. Dietro alle varie maschere, ognuna delle quali rappresenta un suo aspetto altrettanto reale che gli altri, si nasconde la Grande Dea, la Dea Triplice della Nascita e della Natura, del Tempo Circolare (il ciclo lunare, quello mestruale e quello delle stagioni, ma anche i cicli più lunghi dei pianeti e del cosmo).

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William Blake, La Triplice Ecate (The Night of Enitharmon’s Joy)

Invochiamo Ecate quando vogliamo contattare la strega che è in noi, la vecchia saggia e potente. Chiediamo la sua guida attraverso le terre oscure del nostro inconscio, affidiamoci a lei per attraversare la nostra notte. Rendiamole onore e purifichiamoci in suo nome, affinché i nostri corpi e le nostre case siano protette contro l’azione malvagia degli spiriti senza pace. Fidiamoci del sapere senza tempo di Ecate quando risvegliamo le memorie iniziatiche che risiedono in noi, nel buio sacro dei nostri corpi. Riserviamole un pensiero nelle notti buie, quando il suo abbraccio oscuro ci avvolge, sollevandoci nell’immensità della notte, dove ogni segreto è custodito. Connettiamoci a Ecate quando raccogliamo erbe medicinali, quando prepariamo infusi o pozioni. Ecate è la maga che vive in ciascuna di noi, il suo sapere antico viene tramandato di generazione in generazione da tempo incalcolabile. Lontanissima nel tempo, vicinissima dentro di noi, come il matriarcato, come il sapere segreto delle fiabe, come la magia naturale, come il gesto di raccogliere le radici per scoprirne i poteri.

Ecate ama la sue figlie, è benevola e terribile, come un farmaco può guarire o avvelenare, come il tasso offre ai suoi discepoli di accompagnarli in viaggi al di là del tempo, al di là di ogni confine. Il prezzo da pagare è la discesa nell’oltretomba, per conoscere il buio che c’è in noi. “Vinci la tua paura del buio” ci dice Ecate “Accetta di scomparire, di divenire tutta nera come la Luna, solo così potrai tornare a splendere. Il rinnovamento passa innanzitutto dalla morte. Fidati di me, tocca la mia mano e lascia che ti sollevi in volo attraverso questa notte. Una volta che sarai nella profondità più oscura vedrai la Terra da lontano e ne scoprirai la vera Bellezza. Seguimi, ti insegnerò i segreti delle stelle, delle radici, delle profondità nere dell’oceano. Nell’oscurità tutto è Uno. Lì puoi trovare ogni conoscenza. Il buio è il mantello che avvolge il mondo, è la parte interiore di ciascuno di noi. Scendi insieme a me nel tuo buio, dove si estende la saggezza infinita. La luce è meravigliosa, ma è il buio che le permette di esistere. Impara ad amarlo e i segreti della Notte diverranno anche i tuoi. Le mie chiavi schiudono le porte del tuo inconscio: seguimi, sarò la tua compagna quando incontreremo gli spettri che lo abitano. Anche gli spettri meritano amore e io sono la loro signora. Te li farò conoscere e imparerai a parlare con loro. Seguimi, vola via con me, non avere paura del tuo potere. La Luna c’è sempre, anche quando scompare. Ascolta la Voce del Buio.”

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Bibliografia e sitografia:

-Monaghan P., Figure di Donna nei Miti e nelle Leggende (Dizionario delle dee e delle eroine), Red!, Milano 2004

-Il cerchio della Luna: http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Ecate.htm

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Hecate#cite_note-67

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Betulla: la Triplice Dea dei Nuovi Inizi

Nome: Betula pendula (o alba), famiglia delle Betulaceae.

Il nome latino è una forma vezzeggiativa del nome gaelico dell’albero: beith.

Il nome inglese invece, birch, così come il vichingo birk e l’antico alto tedesco birka derivano molto probabilmente dalla radice indoeuropea bher(e)g, da cui tra l’altro deriva anche il sanscrito bhurja, e che significa “brillare”, oppure “bianco, splendente”.

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Botanica: Tutte le Betulle provengono dall’emisfero nord della Terra. Il rimboschimento dopo l’era glaciale iniziò proprio dalle Betulle. Oggi la Betulla bianca cresce quasi in tutta Europa. Nelle radure forestali è lei ad avviare la successione ma n genere finisce per soccombere alla concorrenza di altre specie arboree. Solo su lande e aree isolate riesce ad affermarsi in modo duraturo. La sua altezza non supera quasi mai i 25 metri.  Ha una chioma leggera di foglie dalla forma di asso di carta da gioco (da romboidale a rotonda-triangolare) che compaiono molto presto in primavera (la Betulla e il Sambuco sono i primi a mettere le foglie). Contemporaneamente alle foglie, sui suoi rami flessuosi compaiono anche i fiori, su ogni albero sia maschili che femminili. Gli amenti maschili sono penduli e si sviluppano sui rami dell’anno precedente, mentre quelli femminili, rivolti verso l’alto, crescono sui rami dell’anno in corso. Il polline della Betulla (a cui non poche persone sono allergiche) è abbondante e polveroso e si diffonde facilmente tramite il vento.

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Dopo che il fiore femminile è stato impollinato, l’amento fruttifero giunto a maturazione si disgrega, liberando piccole noci fornite di due ali che possono raggiungere lunghe distanza con l’aiuto del vento, colonizzando velocemente vaste aree. Solo con il tempo, però, le Betulle creano dense foreste. I compagni preferiti sotto la loro chioma leggera sono i prati e in seguito, quando il terreno lo permette, come per esempio le Querce. Poiché non vive molto a lungo (80, 100 o al massimo 120 anni), e poiché molti germogli avvizziscono sotto l’albero madre, sempre nuovamente la Betulla lascia spazio ad altri alberi, dopo aver migliorato il terreno in loro favori tramite le sue foglie che già alla fine dell’estate ingialliscono e cadono al suolo facilmente, formando una coperta fertilizzante per la Terra; e grazie alle sue radici sottili e sensibili che arieggiano il terreno, scambiando energia e ospitando micorrize e altre creature del suolo.

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Il legno della Betulla è duttile e leggero ma al tempo stesso resistente: questo lo rende adatto alla costruzione di mobili, attrezzi sportivi come gli sci, ed eliche. Anche il fuoco che produce è molto utile, perché si accende con facilità, anche se fresco (per via della presenza abbondante di catrame nella corteccia) e può bruciare in campo aperto senza produrre scintille.

Oltre alla chioma ariosa di foglie singole e generalmente minute, quasi cuoriformi, che vibrano al vento, un’altra importante caratteristica distintiva della betulla è senza dubbio la sua corteccia magnifica, tipicamente bianca cartacea a strisce orizzontali, con squarci neri di forma diamantata (in altre varietà di Betulla si può trovare anche marrone o addirittura nera però), ricca di catrame che la rende buona da bruciare ma anche impermeabile. Per questo veniva impiegata dai Nativi Americani per la costruzione dei tetti delle loro abitazioni, le wigwam, o per la costruzione di canoe. Anche le popolazioni del Nord Europa ne facevano e ne fanno tutt’oggi uso per la coibentazione dei tetti delle abitazioni tradizionali.

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Il colore bianco della corteccia, che ricopre un il colore rosso che sta al di sotto, è dovuto a cristalli di betullina incolori, che riflettono la luce del sole insieme all’aria contenuta nelle cellule.

I suoi rami principali crescono in verticale, mentre quelli secondari sono penduli. Tutti i rami durante l’inverno acquistano una tonalità violacea e sono ricoperti di uno strato di cera viola che dà alla Betulla una grande resistenza al freddo e al brutto tempo.

Mentre il legno di Betulla marcisce piuttosto in fretta, la corteccia si può conservare molto più a lungo. Per questa ragione può capitare di trovare, nei boschi, cilindri di corteccia di Betulla svuotati del loro contenuto.

Essendo un albero pioniere, la Betulla riesce a colonizzare bene i terreni incolti o che sono stati devastati da incendi. Può crescere su terreni pietrosi, sabbiosi e brughiere acide. Il suo sistema di radici poco profonde indica che non si aspetta molto dal suolo. I pochi minerali di cui ha bisogno vengono elaborati dai funghi che spesso le fanno gradita compagnia.

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La Betulla è un albero con un alto grado di adattabilità, che ben sopporta terreni umidi (grazie al fatto che le sue radici, non andando in profondità, non soffrono di asfissia a causa dell’acqua), acidi, brulli, poveri. E’ molto fertile e produce molti semi che sparge grazie all’aiuto del vento. E’ una coraggiosa colonizzatrice di terre estreme, una portatrice di vita. L’unica cosa di cui non può fare a meno è la luce. La luce che dona il colore al suo tronco e che fa danzare le sue foglie. La Betulla non sopravvive infatti in contesti boschivi troppo bui, se altri alberi crescono troppo vicino a lei, soccombe. O meglio, i suoi semi volano altrove, alla ricerca di nuove lande da fecondare, nuove terre in cui aprirsi alla luce e riflettere la sua gioia tutt’intorno.

Tuttavia non sono rari i boschi di Betulle, in cui i tronchi aggraziati di questi alberi crescono uno di fianco all’altro come sorelle. Le cortecce bianche donano un aspetto fantasmagorico a questi boschi, un’atmosfera fatata. Non per niente la betulla viene anche chiamata la Signora Bianca e in Irlanda e nel Galles è spesso associata al mondo delle Fate o all’altro mondo, Tir na nOg.

Spesso infine, si trovano anche Betulle gemelle, cresciute a gruppi di due o, più di frequente, tre tronchi con base comune.

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Trovare tre Betulle “siamesi” ha sempre qualcosa di magico: la Betulla infatti è un albero strettamente legato al culto del femminile e della Grande Dea, soprattutto nella sua forma triplice: Bianca, Rossa e Nera. La corteccia della betulla presenta tutti e tre i colori della Dea e quindi incontrare tre Betulle gemelle indica chiaramente che si è in presenza di una manifestazione della Dea e che il luogo in cui ci si trova è sacro.

Mitologia e storia: La Betulla è considerata un albero sacro presso numerose civiltà dell’emisfero boreale ed è da sempre stata una compagna fidata e ispiratrice dell’uomo.

Da un lato è l’albero sciamanico per eccellenza presso varie tribù siberiane, come i Buriati e i Samoiedi Avam, protagonista dei rituali di iniziazione sacri e vista come una scala su cui arrampicarsi per entrare nell’Altromondo, il mondo dei Morti e degli Spiriti dove il corpo dell’aspirante sciamano sarebbe stato fatto a pezzi, cucinato e rimesso insieme in modo diverso, ora dotato di poteri di guarigione e di una sapienza misterica; segnato per sempre da una ferita inguaribile che lo separa dal resto dell’umanità ma al tempo stesso gli dona una seconda Vista, un secondo Udito, la capacità di comunicare con gli Spiriti, di viaggiare nel tempo  nello spazio, superando la morte per recuperare frammenti di anime andati perduti, schegge di conoscenza nascoste fra i mondi. Lo sciamano è una creatura a metà fra l’aldiqua e l’aldilà, fra la vita e la morte. Non è più un uomo normale ma è un mago, in grado di influenzare la Realtà con la sua mente, che ha superato il concetto di separazione, di limite, e pertanto può qualsiasi cosa, poiché è in intimo contatto con le forse della Natura, è un tutt’uno con esse e ne è profondamente consapevole.

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La Betulla è la madrina dei rituali iniziatici degli sciamani siberiani, che la considerano l’asse del mondo, nonostante non sia un albero di grandi dimensioni. Ma la Betulla è anche un albero-fantasma, un albero-spirito, permeata di luce e aria, bianca e ricoperta di occhi neri, stagliata sola in mezzo a campi di neve, riflettendo la luce con la sua corteccia che si squama come il corpo di un serpente e le sua foglie che tremano al minimo soffio di vento. E’ un albero di confine, la cui chioma che balugina controluce sotto i cieli del Nord può apparire come un occhio che si apre e si chiude, come una porta per un altra dimensione. E’ facile quindi comprendere come mai gli sciamani siberiani le identificano come una scala che conduce nell’Altromondo. Una volta in cime a una Betulla, si scompare nella Luce.

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Oltre a comparire nei rituali, la Betulla compare come albero magico anche in numerosi sogni iniziatici in cui il futuro sciamano, affetto da una malattia apparentemente incurabile e da febbre alta, viene trasportato in viaggi astrali durante i quali incontra gli Spiriti dell’aldilà che gli insegnano a curare.

Il legno di Betulla ha inoltre la caratteristica di modulare molto bene i toni alti con quelli bassi e per questa ragione viene spesso usato, fin dall’antichità, come legno per costruire tamburi.

Questa qualità di albero limitare, di confine tra i mondi, caratterizza la Betulla anche presso le culture di origine celtica, dove è considerata un albero delle fate, nei pressi del quali dimorano spiriti magici o spettri.

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Oltre ad essere l’albero degli sciamani, la betulla è però anche l’albero della Grande Dea, in moltissime culture associata al principio femminile, probabilmente per via della sua grazia e leggerezza, della sua grande fertilità, del suo coraggio e della sua forza, del suo amore per la luce.

E’ un albero consolatorio, generoso, dotato di un grande slancio vitale.

E’ l’albero di Freya, dea della fecondità e dell’amore presso la cultura norrena; di Venere presso i Romani; di Berchta, di Brigit, di Ostara, di Cerridwen; Sarasvati, dea hindu delle acque, viene spesso rappresentata seduta a gambe incrociate su un fiore di loto, con in una delle mani una corteccia di Betulla su cui sono scritti versi dei Veda.

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Infatti, la corteccia di Betulla, per via della facilità con cui si stacca dal tronco e della sua conservabilità, è stato uno dei più antichi supporti per la scrittura in Russia e nel nord dell’India. I più antichi reperti dei Veda che abbiamo sono scritti su corteccia di Betulla.

Durante Beltane, una delle quattro feste stagionali celtiche che si celebrava il 1 maggio di ogni anno, le coppie di amanti andavano a fare l’amore nei boschi di betulle.

Sempre durante la festa della Primavera oppure della Pentecoste, i giovani portavano ghirlande di Betulla alle ragazze che amavano.

La Runa Berkana deriva il suo nome dalla Betulla, la cui energia rappresenta. Berkana è il principio femminile di maternità ed eterna fluidità, di nascita e rinascita; è l’anima della Natura, il Nuovo Inizio, la concretizzazione.

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Beith è inoltre la prima lettera dell’alfabeto arboreo oghamico.

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Ma oltre ad essere simbolo di Amore, di fluidità e di rinascita, di forza palingenetica che riporta la vita sulle ceneri degli incendi, la Betulla è allo stesso tempo anche simbolo di vecchiaia e di morte. Il bianco della sua corteccia, che fa apparire il suo tronco come un fantasma, e il suo ruolo di guardiana del confine tra la vita e la morte, la rendono protettrice delle soglie, saggia megera dai capelli candidi che non teme la morte perché sa di essere immortale;  la Perchta, vecchia madre sapiente, che custodisce i segreti della femminilità e protegge donne e bambini.

A questo aspetto è legato il suo potere purificatore: il mese della Betulla inizia il 1 novembre, con Samhain, la festa stagionale che segna l’inizio dell’anno lunare, il capodanno celtico. A Samhain le porte fra i mondi si aprono ed è possibile incontrare spiriti guida e spettri. Inoltre, a Samhain (durante la prima luna nuova dopo il 1 novembre) la Terra viene investita da una grande energia di purificazione, preparandosi ad attraversare l’inverno.

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Scope di rami di Betulla (non strappati dagli alberi ma raccolti da terra con rispetto, chiedendo all’albero madre il permesso di poterli utilizzare) venivano usate e vengono usate tutt’oggi per spazzare il pavimento scacciando le energie negative, ripulendo e purificando l’aura del luogo.

Nella saune dell’Europa del nord si usa ancora frustare dorsi e gambe delle persone con rami di Betulla, per favorire la circolazione.

La linfa di Betulla, che si raccoglie a inizio primavera da fori praticati nel suo tronco, è un rimedio per drenare e per purificare il sangue.

Inoltre la Betulla è da sempre connessa alla Triplice Dea (presente in tutte le culture indoeuropee fin dal Neolitico), sia per via della sue spiccate qualità di albero femminile, sia per via dei tre colori della sua corteccia (bianco, rosso e nero, come i colori della Dea giovane, matura e vecchia), sia per via del fatto che spesso si possono trovare gruppi di tre Betulle cresciute dallo stesso ceppo, che segnano luoghi sacri e costituiscono portali magici.

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La sua corteccia che si squama come la pelle di un serpente richiama anch’essa l’idea di morte e rinascita, di trasformazione, di nuovo inizio (abbandonare la pelle vecchia, ritornare giovani…) e contribuisce anche ad associarla alle immagini della Dea Serpente neolitica.

E’ l’albero nazionale di Finlandia e Russia.

Dove c’è tanta luce, c’è anche tanta ombra. E il potere della Betulla è proprio quello di non soccombere al lato oscuro ma di continuare a danzare la danza della vita, con grazia e sapiente leggerezza. E’ una vecchia, una vecchissima che però sembra sempre giovane. E’ il rinnovamento continuo, il morire e disseminarsi, scivolando in bilico tra Buio e Luce, scintillando.

Fitoterapia:

La Betulla è governata dal pianeta Venere (sistema linfatico, gola, larigne, corde vocali, reni, surreni) e in seconda istanza da Saturno (di nuovo le sue due anime!) ed è connessa alle potenzialità del segno Bilancia, che calibra in sé gli opposti, ma agisce efficacemente su tutti i segni ed è quindi da considerare una pianta delle più utili, da sempre molto importante per le popolazioni delle zone artiche e temperate.

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E’ uno dei diuretici e diaforetici più efficaci (soprattutto le foglie), in quanto è un potente eliminatore dei cloruri, dell’urea e dell’acido urico. Si impiega nei casi di reumatismi gottosi, litiasi urinarie, coliti nefritiche, albuminuria e applicata localmente con lavande nel caso di affezioni delle vie urinarie. E’ la pianta principe dei ricambi cellulari di sodio e potassio. Le foglie fresche sono più attive e ciò fa supporre che l’olio essenziali rinforzi l’attività diuretica.

Inoltre, l’estratto fluido, acquoso e secco ottenuto dalle foglie ha anche attività antibiotica.

E’ largamente impiegata nel trattamento della cellulite, favorendo l’eliminazione di acido urico e colesterolo e di conseguenza l’eliminazione e la scomparsa dei noduli fibroconnettivali.

Infusi di foglie di Betulla si usano, esternamente, contro la caduta dei capelli, mentre con la corteccia si possono preparare pediluvi utili contro il sudore profuso dei piedi.

Influendo sulle surrenali, la Betulla è anche un debole stimolante sessuale, ed è ottima ed efficace anche nei casi di ipercolesterolemia.

La corteccia e il legno di Betulla danno per distillazione secca un catrame che viene utilizzato nella cura delle affezioni cutanee. L’olio essenziale ottenuto dal catrame di Betulla si una in pomata (8%) contro il reumatismo e può essere impiegato in prodotti per il massaggio sportivo.

In Gemmoterapia è da segnalare la Linfa di Betulla (conosciuta come Betula verrucosa linfa), che contiene due eterosidi i quali liberano per via enzimatica salicilato di metile ad attività analgesica, antinfiammatoria e diuretica. Nel trattamento dell’iperglicemia può essere considerata rimedio principe, in quanto la sua assunzione regolare per due o tre mesi ne permette la riduzione del 20-30%: si riesce così a ottenere una diminuzione non solo del rischio vascolare, ma anche articolare, sempre presente nell’uricemia. Per l’aumentata attività diuretica che determina, può anch’essa essere utilizzata nel trattamento delle litiasi urinarie.

L’indicazione principale per la linfa di Betulla è comunque quella riguardante il trattamento della cellulite, ove riduce l’impastamento e la componente dolorosa oltre a contrastare, grazie all’aumento della diuresi, la ritenzione idrica. Per queste peculiarità e per l’attività ipocolesterolemizzante, la linfa di Betulla rientra anche nei protocolli terapeutici per il trattamento del sovrappeso.

La linfa di Betulla viene raccolta con una tecnica particolare: all’inizio del mese di marzo, durante la montata di linfa primaverile, si praticano nelle Betulle adulte, che crescono in zone boschive, e di preferenza sulla parte del tronco esposta a sud, alcuni fori a circa un metro da terra, profondi da due a cinque centimetri, leggermente obliqui verso l’alto, nei quali si introduce un ubichino da cui la linfa defluisce nei recipienti posi a terra. La raccolta risulta più proficua quando le Betulle sono di media grandezza, crescono in luoghi elevati e l’inverno è stato rigido. Ricordiamoci, qualora volessimo tentare queste tecnica, di chiedere il permesso alla Betulla, di trattarla con rispetto e gentilezza ed esserle profondamente grati per il dono che ci sta facendo. Non abusiamo della sua generosità, tuteliamo al sua salute e integrità: la linfa è il suo sangue!

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In Gemmoterapia, oltre a Linfa di Betulla, si utilizzano anche altri gemmoderivati, tutti dalle magnifiche proprietà e preziosi per l’uomo. Eccone un breve elenco (Betula verrucosa Ehrart, Betula alba L. e Betula pendula Roth sono tre nomi differenti usati per indicare lo stesso albero):

Betula verrucosa gemme MGDH1: processi di natura infiammatoria o infettiva, disturbi della cresctia:

Betula verrucosa semi MGDH1: navrastenia da affaticamento intellettuale, depressione;

Betula pubescens amenti MGDH1: astenia sessuale, sovrappeso;

Betula pubescens gemme MGDH1: infezioni recidivanti delle vie aeree (azione immunostimolante), disturbi della crescita;

Betula pubescens radichette MGDH1: iperuricemia, ritenzione idrica, ipercolesterolemia.

Nel repertorio floreale alaskano c’è un’essenza che si ricava dai fiori di Betulla, in particolare quelli di Betula papyrifera, una specie di Betulla diffusa in Alaska, la cui corteccia tende a sfaldarsi in riccioli. Il rimedio, Paper Birch, è utile in tutte in quelle occasioni in cui ci sentiamo insicuri, non riusciamo a comprendere dove siamo sul nostro cammino, abbiamo difficoltà a prendere decisioni che incidono sul nostro cammino oppure quando non abbiamo sufficiente determinazione nel raggiungere in nostri obiettivi una volta che sono stati identificati e facciamo quello che gli altri vogliono che facciamo piuttosto che ciò che noi vogliamo fare.

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Paper Birch porta calma determinazione, salda consapevolezza dei propositi e una continuità di focalizzazione che viene da una connessione chiara e attiva con i livelli profondi del sé. Paper Birch rinnova la nostra prospettiva su ciò che stiamo facendo nella vita e introduce un’energia calmante, chiarificante e rilassante che ci aiuta a spostare l’obiettivo  dai pensieri caotici e dalle emozioni confuse alla pace e alla gioia che sono sempre presenti nel centro del nostro essere. Da questo luogo di consapevolezza siamo più capaci di prendere decisioni fondamentali nella nostra vita che supportino la verità di ciò che siamo.

Il messaggio di Paper Birch è “Sono attivamente connesso con i livelli più profondi del mio vero sé. Seguo il sentiero della mia vita con calma determinazione.”

L’energia della Betulla:

La Betulla è un albero che amo moltissimo. E’ uno spirito libero, l’incarnazione della libertà e della gioia di vivere. E’ coraggiosa, una pioniera, una vera e propria guerriera della luce la cui arma è però la leggerezza, la fluidità, la danza. E’ un’acrobata che percorre il confine fra Buio e Luce, è una Porta fra i Mondi che grazie alla sua profonda saggezza sa ridere, sdrammatizzare. La sua danza di gioia, la sua chioma che ondeggia nel vento, le sue foglie che cantano luce, i suoi rami flessuosi, il suo aspetto lieve di giovane ballerina non deve trarre in inganno: è proprio la sua grande sapienza, il suo conoscere i segreti per il passaggio tra le varie dimensioni, il suo vivere vicina al ricambio tra vita e morte, a renderla così “spensierata”. Come gli sciamani, che si dice ridano spesso, di quasi qualunque cosa: è perché conoscono la Realtà e sanno che non c’è nulla oltre la gioia. La gioia non è quindi segno di immaturità: chi danza davvero, come la Betulla, lo fa perché sa che non c’è nient’altro, oltre la danza.

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La danza della Betulla è la Danza della Vita, i suoi tronchi bianchi riempiono gli occhi di luce ma portano addosso anche squarci di nero, e sono proprio quegli squarci ad essere i loro occhi… Il bianco riflette la luce dell’aria, ma il nero assorbe, introietta. Nella Betulla troviamo il bianco, il nero e il rosso della Fertilità, una grande fiducia nella rigenerazione, nel mondo: la betulla sparge i suoi semi al vento, lasciando che questi, con il coraggio che deriva dalla gioia e la fiducia che nasce dalla forza e dalla saggezza, volino per il mondo e fecondino la Terra.

Dopo l’era glaciale, quando l’emisfero boreale non era che una landa umida e desolata, lunare, è stata lei, la Dama Bianca, a colonizzare i prati riempiendoli della sua luce, nutrendoli con la sua energia, trasformandoli in magnifici boschi.

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Quest’albero sottile, vicino al mondo degli spiriti, emana chiaramente due tipi di energia, che si fondono e confondono l’uno nell’altro: una è l’energia materna e accogliente, simpatica, della ragazza dei boschi. Incontrare durante le passeggiate i tronchi occhieggianti delle Betulle alleggerisce immediatamente l’animo, fa sentire accolti, a casa, tra le braccia delle proprie sorelle, allegre e al tempo stesso discrete. L’altra energia è quella fantasmagorica, spiritica, sempre richiamata dal colore bianco. Un bosco di Betulle, mentre sembra una famiglia di sorelle che accolgono, proprio al tempo stesso, contemporaneamente, sembra anche un bosco di fantasmi, di spiriti assiepati che osservano e proteggono la sacralità del luogo. Non spaventano, ma per un attimo fermano il cuore, facendoci riflettere sul fatto che l’Altromondo è molto più vicino di quanto siamo soliti credere, è proprio qui di fianco a noi, anzi, in mezzo a noi: pervade il nostro mondo, ci siamo dentro in questo preciso momento…

La Betulla è legata sia a Beltane, festa della primavera, che a Samhain, festa di purificazione, capodanno delle Streghe, cuore dell’inverno.

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E’ la grande Madre, la Sorella e la Vecchia Saggia.

Il suo aspetto muta, in alcuni momenti è un’anziana signora dai capelli candidi, in altri una giovane che danza con la chioma luminosa sciolta nel vento.

Il suo segreto sta nel cambiare pelle, nello sfaldarsi della sua corteccia, nel rinnovamento continuo e nel non attaccamento. La Betulla sa che la vita è un ciclo di morti e rinascite il cui cuore è il continuo mutamento, il ricambio, lo slancio che inizia le danze, la corsa verso la luce.

La sua potente energia protegge tutti i nuovi inizi, donando leggerezza e fiducia ma anche forza, coraggio, adattabilità e saggezza.

In ogni nuova impresa, quando dovete lasciare andare il vecchio per intraprendere il nuovo, fate come la Betulla, questa antica e bellissima Maestra: entrate in contatto con la fluidità tutta femminile e l’ispirazione che brilla dentro di voi, sentite la vita pulsare nel vostro centro, pulsare di gioia. Screpolate via la pelle morta dalle vostre membra, fate la muta, rinnovatevi da capo a piedi lasciando scivolare via da voi le cellule morte, le energie del passato. Fate una girandola tra Buio e Luce, lanciate per aria i vostri semi, affidandoli al Vento, espandetevi danzando senza paura, correte libere per i prati attraversando l’inverno certe del ritorno della Luce, felici anche nel Buio. Siate voi stesse a cambiare il mondo, con la vostra energia feconda. Tutto è possibile, basta non smettere di danzare, anche quando sembra di essere immobili. La danza è nella luce degli occhi, nell’aria che respiriamo, e nutre ogni nostra cellula di gioia immensa.

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“I’d like to get away from earth awhile

And then come back to it and begin over.

May no fate willfully misunderstand me

And half grant what I wish and snatch me away

Not to return. Earth’s the right place for love:

I don’t know where it’s likely to go better.

I’d like to go by climbing a birch tree,

And climb black branches up a snow-white trunk

Toward heaven, till the tree could bear no more,

But dipped its top and set me down again.

That would be good both going and coming back.

One could do worse than be a swinger of birches.”

(Da Birches di Robert Frost)

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