Pioppo: dissolvere la Paura e attraversare la Soglia

Nome: Populus tremula, Populus alba, Populus nigra L., famiglia delle Salicaceae
(Nota: al genere Pioppo appartengono circa 200 specie. In questa monografia tratteremo delle tre specie più diffuse in Italia).
Il nome generico latino Pōpulus, in passato venne associato a pŏpulus, “popolo”, ma in realtà si tratta di una paraetimologia, comune anche nell’antichità seppure infondata, in quanto il nome dell’albero presenta la prima vocale lunga, mentre pŏpulus quella breve. L’origine del nome rimane incerta, riuscendo ad arrivare soltanto al greco antico apellon, che indica il pioppo nero.

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Botanica:
I pioppi sono alberi slanciati, non molto alti (altezza massima 25-30 m) né particolarmente longevi, a crescita rapida e dalla chioma piuttosto irregolare dovuta alla presenza frequente di rami epicormici (cioè rami di più anni che si sviluppano sul fusto a partire da una gemma dormiente, in seguito a ferite, improvvise messe in luce o forti riduzioni laterali della chioma). Il loro areale di crescita si estende dal bacino del Mediterraneo fino alle steppe della Russia. Amano terreni sabbiosi, anche poveri di nutrienti ma ricchi di acqua, come piane alluvionali e margini di fiumi, dove le loro radici molto ramificate ma poco profonde si possono espandere senza incontrare troppi ostacoli e drenando i liquidi del terreno. L’alta percentuale di acido salicilico presente nella corteccia permette loro di resistere all’umidità, facendone tesoro.

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Populus nigra L., fiori maschili

Sono alberi pionieri, che crescono nella luce, in campi aperti o ai margini dei boschi. La loro corteccia grigio-argentea è liscia in giovane età, mentre col passare degli anni tende a desquamarsi, similmente a quella della Betulla. La parte superiore del tronco resta però sempre liscia.
I pioppi sono alberi dioici (in cui cioè i fiori maschili e quelli femminili crescono su esemplari diversi), e i fiori sbocciano sui rami prima della comparsa delle foglie, tra febbraio e aprile. I fiori maschili sono amenti penduli, con antere rosse, mentre quelli femminili ricordano nella forma le gemme, da cui spuntano stigmi rossi o giallo-verdi, a seconda della specie e, una volta impollinati dal vento, sviluppano amenti fruttiferi ricoperti da una peluria cotonosa che permette ai semi di volare (ed è causa di fastidi per i soggetti allergici…). I peli dei semi sono costituiti da cellulosa, come il cotone, solo che, con uno spessore di 0,008 mm sono quasi 4 volte più sottili di quest’ultimo.

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Le foglie dei pioppi hanno lunghi piccioli e forme irregolari: il pioppo nero presenta foglie verde scuro dalla forma a cuore, finemente seghettata; il pioppo bianco ha foglie crenate o dentate, bianco-argentee sulla superficie inferiore, di forma e dimensione diverse anche sullo stesso esemplare; il pioppo tremulo ha foglie tondeggianti, verde chiaro, con denti ondulati, caratterizzate da un picciolo appiattito e particolarmente lungo (può raggiungere i 4 cm). E’ proprio la lunghezza del picciolo a permettere alle foglie dei pioppi di tremare (da qui l’epiteto specifico tremula) anche quando sembra non ci sia vento. Il loro movimento pressoché continuo aumenta la capacità di traspirazione della chioma, permettendo a questi alberi di far evaporare grandi quantità di acqua, drenando il suolo.

Fitoterapia:
La corteccia del pioppo, ricca in populina, salicina e sesquiterpeni, ha proprietà febbrifughe e sapore amaro. Si può assumere in decotti o sotto forma di polvere.
Le gemme, aromatiche e appiccicose, hanno invece un odore balsamico, un sapore caratteristico e contengono i glucosidi salicina, populina e crisina,  che durante la preparazione si scindono per idrolisi (la salicina per esempio si sdoppia in saligenina e glucosio); contengono inoltre derivati flavonici, gomma, resina, tannini e acido gallico. Le gemme anno proprietà balsamiche, anticatarrali, vasocostrittive, antisettiche e uricolitiche.

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Populus nigra L., gemma

In particolare, il gemmoderivato Populus nigra M.G. 1DH ha azione antitrombofilica, antispasmodica e antinfiammatoria, ed è consigliato anche negli stati infettivi a carico delle vie respiratorie per la sua azione spasmolitica e fluidificante. Le gemme entrano nella composizione del noto “Unguento populeo”, sedativo dei processi infiammatori articolari e antiemorroidario.
Una tisana di foglie di pioppo può inoltre aiutare a curare incontinenza e prostatite.

Reni e polmoni quindi gli organi per cui le parti del pioppo utilizzate in fitoterapia mostrano tropismo, e se consideriamo che, in erboristeria alchimia, le vie respiratorie sono governate da Mercurio e i reni da Venere, notiamo la corrispondenza fra le sue proprietà e due dei pianeti a cui è connesso più da vicino.

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Populus tremula L., foglia

In floriterapia, il rimedio preparato a partire dai fiori di Populus tremula (Aspen) è legato al potenziale spirituale della sensibilità ed è indicato come sostegno per i soggetti che sembrano avere “una pelle di meno” e presentano angosce, cupi presentimenti, paure inspiegabili e ipersensibilità verso stimoli provenienti sia dall’ambiente esterno che da quello interno. Aspen permette a queste “antenne” umane, che sembrano possedere una capacità superiore di captare segnali provenienti dall’inconscio collettivo o da altre dimensioni, di modulare le loro percezioni e sentirsi protetti. Tramite l’aiuto di Aspen, si passa dalla paura al coraggio, abbandonando il terrore di dissolversi nell’oscurità del nulla e lasciandosi percorrere dalle correnti che increspano l’inconscio senza che queste ci portino via.

Mitologia e storia:
Nell’alfabeto arboreo il nome del Pioppo è Eadha, e presso i Celti quest’albero era tenuto in grande considerazione per le sua capacità di proteggere, di schermare dalle energie nemiche, e il suo legno veniva infatti utilizzato per la costruzione degli scudi, pur non essendo di certo, da un punto di vista puramente meccanico, il legno più duro e resistente.
Per i Celti il Pioppo è inoltre l’albero che simboleggia l’equinozio d’autunno, forse per il meraviglioso colore dorato che le sue foglie assumono in questa stagione o forse, probabilmente, per la sua simbologia legata alle soglie fra i mondi.

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Per i Greci il Pioppo nero era sacro a Persefone e ad Ecate, l’aspetto oscuro della Luna, e considerato albero funerario piantato nei luoghi di sepoltura. Con ogni probabilità questa tradizione derivava da un culto antichissimo della Madre Terra. In epoca storica, in Acaia, a Egira (toponimo che significa “il luogo dei neri pioppi”), era ancora presente un bosco sacro dove si adorava la dea e si consultava un oracolo, forse ascoltando il suono delle chiome. Le sacerdotesse di Gea bevevano sangue di toro, considerato veleno per tutti gli altri mortali.

Ulisse, durante il suo viaggio nell’Oltretomba, s’imbatte nei pioppi neri (aigheroi) del bosco di Persefone che, insieme con i salici “che perdono i frutti”, segna la soglia che divide i morti dai vivi.

Ma, come rileva Alfredo Cattabiani in Florario (p.189), “il simbolismo del nero è una riduzione di quello originario, come dimostra lo stesso collegamento alla Grande Madre la quale (…) non è soltanto colei che toglie la vita ma anche colei che la dona: utero cosmico che perennemente genera e accoglie in sé gli esseri nel ciclo vita-morte-vita.”

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Pur non essendo direttamente governato dalla Luna, il Pioppo mostra tuttavia forti tratti lunari nella sua relazione con le acque e nel suo presentarsi in tre aspetti che richiamano le fasi del corpo celeste: il Pioppo tremulo nel suo portamento ci ricorda la Vergine, il Pioppo bianco, con la sua chioma fluente e le foglie larghe, è la Madre, mentre il Pioppo nero rappresenta la fase oscura della Strega.

Più vado avanti con la mia ricerca sugli alberi, più mi rendo conto come queste creature non presentino, generalmente, caratteri solo maschili o femminili, ma archetipi misti, fondendo in sé i due poli dell’Energia e mostrando caratteristiche di entrambi i generi. Non mi riferisco alla sessualità biologica degli alberi (che possono essere monoici e dioici, e quindi ermafroditi oppure maschili o femminili), ma all’influenza archetipica espressa dal loro fenotipo. In pratica, raramente riconosco un albero come marcatamente maschile o femminile. Di solito sento entrambe le energie che danzano e si manifestano attraverso diverse caratteristiche nella stessa pianta. Come se gli alberi avessero già compreso che non esiste una reale divisione fra generi, e come questi si possano mescolare l’uno all’altro in forme di immensa bellezza e armonia.

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A proposito del bianco e del nero delle foglie del Pioppo, nel suo libro Il serto di Iside (vol. II, p.130) Angelo Angelini nota: “Sappiamo come il nero e il bianco siano colori limbici, sepolti nella parte filogenetica più antica del nostro cervello, e come essi corrispondano al risveglio dell’epifisi.”

Angelini attribuisce al Pioppo una funzionalità primaria Saturnina e una doppia funzionalità secondaria venusiana e mercuriana, collegandolo all’aldilà, alla fase di contrazione, irrigidimento e morte; ma anche alla funzione percettivo/comunicativa del Sé (Mercurio) e a quella che permette al Sé di entrare in relazione con gli altri tramite l’affetto, il contatto, la creatività (Venere e le acque del secondo chakra).

Un altro mito greco che ci parla del Pioppo racconta la storia di Fetonte, figlio del Sole, che ruba al padre il carro e pretende di guidarlo per le vie dei cieli. Ma poiché Fetonte, che si è appena scoperto figlio di Elio, è costretto molto presto a fare i conti con la propria superbia: non possedendo egli infatti le capacità dell’auriga, i cavalli non gli ubbidiscono e iniziano a imbizzarrirsi e ad andare per conto loro. Per cui prima il carro si avvicina troppo dalla Terra, rischiando di bruciare ogni cosa, poi invece se ne allontana eccessivamente, rendendo il mondo un luogo freddo e inospitale e andando e scottare le divinità dello Zodiaco, che se ne lamentano con Zeus, loro sovrano, il quale, indignato per la condotta di Fetonte e preoccupato per la salute dei mortali, scaglia un fulmine che fa precipitare il giovane nell’Eridano (il nostro Po).

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Sebastiano Ricci, Caduta di Fetonte (particolare), 1703-1704

Fetonte muore così tra le onde del fiume mentre le sue tre sorelle, inginocchiate lungo le sponde, lo piangono inconsolabili versando copiose lacrime lucenti. Il dolore delle tre donne commuove Zeus, che le tre Eliadi (ovvero “figlie di Elio”) in altrettanti alberi snelli e tremuli, i pioppi appunto, che continuano a stillare lacrime, in forma di resina. Secondo il mito, così ebbe anche origine l’ambra. Anticamente infatti si riteneva che l’ambra fosse resina di pioppo.

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Michelangelo, La caduta di Fetonte (particolare: le Eliadi)

In un altro mito ancora si narra che, quando Eracle dovette scendere agli inferi, si pose sul capo come protezione una corona di foglie di Pioppo, la cui parte esterne venne scurita dalle fiamme mentre quella interna, a contatto con il sudore dell’eroe e con la sua lucentezza, divenne bianca. Così si spiegava l’origine del colore del fogliame di Populus alba.

Corone d’oro rappresentanti foglie di Pioppo sono state anche rinvenute in sepolture mesopotamiche risalenti al 3000 a.C., e testimoniano che già all’epoca quest’albero era considerato una protezione per i viaggi nell’aldilà.

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Ancora il fuoco torna nell’uso del legno di pioppo come materia prima per i fiammiferi.

Infine, ricordiamo come presso i Lakota Sioux il Pioppo, chiamato wagachun, simboleggiasse l’Asse del Mondo in un rito chiamato la Danza del Sole, che l’uomo-medicina Alce Nero descrisse allo studioso John Epes Brown (e che questi riportò nel suo libro The sacred pipe, pubblicato nel 1947 e  frutto delle conversazioni con Alce Nero, che voleva testimoiniare le tradizioni del suo popolo prima che questo scomparisse).
Nel rito, un pioppo tagliato ritualmente nel bosco veniva eretto al centro della capanna della Danza del Sole a unire il Cielo e la Terra, centro dell’universo.
Alce Nero dice: “Credo che sarebbe opportuno che ora spiegassi perché consideriamo il Pioppo tanto sacro. Prima di tutto potrei dire che, molto tempo fa, fu il Pioppo a insegnarci a costruire il tepee e noi lo apprendemmo il giorno in cui certi nostri vecchi osservarono alcuni bambini che costruivano casette con queste foglie. (…) Un’altra ragione per cui decidemmo di piantare il Pioppo al centro della capanna è che il Grande Spirito ci ha mostrato che, se si taglia uno dei rami superiori di quest’albero, sulla sezione del fusto si vede disegnata una perfetta stella a cinque punte, che per noi rappresenta la presenza del Grande Spirito. Poi avrai notato che la voce del Pioppo è udibile anche con la brezza più leggera: noi crediamo che quello sia il suo  modo di pregare il Grande Spirito, poiché non soltanto gli uomini ma tutti gli esseri viventi lo pregano continuamente in modi diversi.”

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L’energia del Pioppo:
Tutti gli alberi sono soglie, portali energetici e guardiani di altre dimensioni. Ma il Pioppo lo è in modo speciale. Per me, a livello personale, è anche un albero molto importante perché ha costituito proprio la “porta d’entrata” in un altro mondo: è stato con il rimedio floreale ottenuto dai suoi fiori (Aspen) che ha avuto inizio il mio viaggio nel mondo spirituale e fisico (che poi è la stessa cosa, cos’è infatti l’universo se non il  corpo del Sé?) della Natura. Grazie al Pioppo ho iniziato a conoscere una parte di me di cui percepivo da sempre l’esistenza ma di cui nessuno ancora mi aveva mai parlato, avventurandomi attraverso i sentieri che si snodano intorno e dentro di noi, che per me sono rivestiti di piante che parlano. Steiner diceva che le piante profumano come i pianeti, e che i fiori sono in realtà nasi, che annusano il mondo in tutta la sua densità. Percezione e comunicazione, due facce di una sola facoltà, che ci permette di scambiare informazioni con il resto del cosmo così come ogni cellula del nostro corpo, lontana dell’essere una monade isolata, comunica e percepisce continuamente i messaggi delle altre.

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Il Pioppo ci insegna a non avere paura. Ci insegna come basti soltanto un piccolo “clic” per trasformare la paura in coraggio immenso. Egli infatti non trema di paura, ma di emozione, trema perché si lascia percorrere senza sosta dall’energia che lo circonda e lo pervade. Si allunga verso il cielo e lo collega alla Terra tramite una danza incessante e un incessante scorrere in lui delle acque (è l’acqua è simbolo dell’inconscio e della creazione). Il suo mormorio senza sosta è la sua melodia, perché il Pioppo è uno strumento musicale suonato dal vento e dalle correnti dell’etere.
Con la sua sensibilità coraggiosa ci mostra come la forza risieda nell’apertura, nella flessibilità e nella comunicazione.

Il Pioppo ci mostra anche che, una volta abbandonata ogni resistenza, ciò che accade non è la fine del mondo, ma il passaggio in un mondo più ampio, che include quello di prima ma ne supera i confini. Ci insegna a lasciar cade ogni resistenza, divenendo puri canali entro cui l’energia fluisce. Con il suo esempio luminoso dimostra come sia possibile, grazie alla centratura e alla chiarezza delle intenzioni, permettere al proprio Io di dissolversi nel Sé, percependo il movimento del cosmo, divenendo cosmo noi stessi. Grazie alla sua protezione, possiamo provare a integrare le percezioni extrasensoriali che tutti abbiamo e che prima ci terrorizzavano (paure, sogni, presentimenti, intuizioni), trasformando l’angoscia in danza, lasciando fluire l’energia anziché tentare di bloccarla, tenendoci aggrappati al nostro piccolo Io.

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Tramite la danza dello spirito, tramite la fiducia che è la base del coraggio, possiamo divenire paesaggio e collegarci a un universo infinitamente più grande, in cui non esiste paura, perché la paura è legata all’Io, che si sente piccolo e minacciato, ma se noi proviamo a dissolvere i nostri confini e a confonderci con il Tutto, la paura svanisce istantaneamente e al suo posto si apre un’immensa leggerezza luminosa. Dove sembra che ci sia il buio più profondo, proprio lì dentro si trova la sorgente della Luce. Ma per affrontare il buio bisogna prima sentirsi protetti, forti e sicuri. Per perdersi, paradossalmente (e la verità risiede sempre nei paradossi, o almeno in quelli che alla mente razionale appaiono come tali), occorre sapere esattamente dove si vuole andare. E soltanto perdendosi si raggiungerà la meta.

Oltre la ragione, oltre i confini della personalità, oltre la paura, là il Pioppo innalza la sua chioma rilucente e freme tutto, ondeggia salutandoci dall’orizzonte e il suo canto somiglia tanto a una risata. Una risata di quelle che escono dal cuore, una risata di sollievo, come quelle che scoppiano quando un grosso peso ci cade dalle spalle e l’energia che prima era bloccata nella contrazione dell’angoscia viene lasciata andare, esplodendo nell’aria in miliardi di scintille di luce. E questo è solo il primo passo attraverso la Soglia, l’inizio di un viaggio completamente diverso.

E poi ancora un’altra lezione ci insegna il Pioppo, ovvero che a volte ciò che pensiamo di primo acchito davanti a un fatto non è l’interpretazione più corretta, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro che deforma il significato del segno… Il Pioppo trema, sì, ma il suo tremare non è segno di paura, come inizialmente molti di noi sarebbero portati a credere. Il Pioppo trema perché ha la forza di aprirsi al cosmo e di lasciarsi percorrere tutto. Cioè, in un certo senso, trema di coraggio!

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Claude Monet, Sotto i pioppi, effetto di sole, 1887

Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Brown J.E., The Sacred Pipe, Penguin Books, London 1947 (pdf reperibile su internet)
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014
-Juniun M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973

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Olivo: la Grande Guida

Nome: Olea europaea L., dal latino olivum, a sua volta derivato dal greco classico elaion e dal greco arcaico elaiwon. Famiglia delle Oleaceae.

In italiano, si utilizzano sia la forma “olivo”, che la forma “ulivo”, nonostante quest’ultima sia tendenzialmente tipica delle regioni dell’Italia centrale.

Botanica:
Specie caratteristica del bacino del Mediterraneo, l’Ulivo è un albero sempreverde, dalle foglie lanceolate e coriacee, che crescono opposte una all’altra e sono coperte da un sottile strato di cera, che le protegge dagli agenti atmosferici. Cadendo, le foglie formano ai piedi dell’albero un tappeto argentato che ricopre il suolo e in mezzo a cui, verso novembre, si possono scoprire le olive, nere e mature, cadute dai rami. Le olive sono drupe, ovvero frutti al cui interno il seme è contenuto in un nocciolo, che rappresenta la scorta di nutrienti che permetterà al seme di germogliare una volta trovate condizioni favorevoli (nel caso delle olive polifenoli, acidi grassi monoinsaturi e vitamina E, cioè l’olio d’oliva). Per divenire commestibili vanno trattate, sottoponendole a un processo di fermentazione. Al naturale, le olive sono troppo amare, per via dell’elevato contenuto di oleuropeina, un complesso tanninico.

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I fiori dell’Ulivo sono piccoli, bianchi, cerosi e delicatamente profumati. L’impollinazione tuttavia è anemofila, anche se, in seguito alle migliaia di anni di coltivazione da parte dell’uomo, le varietà attuali di Ulivo faticano a riprodursi da sole, e perciò oltre alla propagazione per seme, con quest’albero di ricorre spesso alla talea.
L’ulivo non raggiunge grandi altezze, fermandosi intorno ai 15 metri massimo, la la sua longevità è invece quasi senza uguali. Può superare i 1000 anni e l’olivastro (olea oleaster, varietà di ulivo inselvatichita) di Luras, in Sardegna, che ha più di 4000 anni, è in realtà costituito da tronchi più giovani germogliati su una radice antichissima, con lo stesso patrimonio genetico dell’esemplare originario.
Le foglie, dure e simili a scaglie, sono sempreverdi e attaccate ai rami da piccioli piuttosto rigidi,  donando un aspetto quasi metallico alla chioma dell’albero, che brilla d’oro nel sole e d’argento nella luna.
L’apparato radicale è ramificato, sensibilissimo e resistente:  si insinua anche nei terreni più aridi e rocciosi, procurandosi nutrimento quasi dalla pietra stessa.

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La grande particolarità dell’Ulivo risiede però nel suo tronco, nelle forme contorte che assume, nei fori e nelle venature che lo percorrono, liscissimo eppure inciso dal tempo, modellato dalle correnti di energia che scorrono in lui secondo un ritmo per noi lentissimo, eterno. Il tronco dell’ulivo reca un messaggio scritto per noi in una lingua che dobbiamo riscoprire, antichissima e proprio per questo vicina, dentro di noi.
L’ulivo è anche il più grande produttore di olio, o almeno il più illustre. L’olio, costituito da acidi grassi e vitamina E, costituisce una riserva lipidica, ovvero è un fuoco vegetale, calorie pronte da bruciare. I processi attraverso cui si forma l’olio sono legati alle forze ignee e all’energia solare e producendo l’olio l’ulivo trasforma il calore del Sole distillandolo in forma liquida, nutrimento per il seme e per l’uomo.

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Un ultimo sguardo all’ulivo ci mostra ancora una cosa: nonostante i millenni di selezione genetica da parte dell’uomo lo abbiamo reso quasi incapace di riprodursi per seme, l’ulivo mostra ancora un’enorme vitalità: ogni anno dalla base del suo tronco spuntano polloni, che non sono altro che alberelli neonati recanti in sé, come un tesoro, il patrimonio genetico dell’albero madre, che può essere anche vecchio di secoli e ancora vivo. Capita spesso inoltre di vedere radici di ulivi strappate dal suolo e rovesciate, dalle quali, come un miracolo, nuovi polloni spuntano allungandosi verso il cielo. Forte è anche negli ulivi la tendenza a inselvatichire: lasciati a se stessi, ritornano oleastri e colonizzano la macchia, come per esempio è accaduto in alcune parti dell’Australia dove l’ulivo, importato dall’Europa, si è diffuso come arbusto selvatico espandendosi per molti ettari…
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Fitoterapia:
L’Ulivo è una pianta a funzione eminentemente solare e a potenzialità leonina. Ciò significa che agisce sul cuore, sul suo ritmo. La tradizione fitoterapeutica attribuisce alle foglie di ulivo le proprietà ipotensivante, ipoglicemizzante, febbrifuga e diuretica, rendendole un utile coadiuvante nella terapia di ipertensione e diabete.
Il gemmoderivato di Olea europea giovani getti presenta a sua volta una spiccata attività antiipertensiva, oltre che ipocolesterolemizzante e ipoglicemizzante, rendendolo un ottimo rimedio nella prevenzione e cura dell’arteriosclerosi.

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In floriterapia, Olive è un rimedio del repertorio di Edward Bach. Olive è il fiore della rigenerazione, che ci sintonizza con la Fonte dell’energia, aiutandoci nei momenti di spossatezza e depressione. Ci riconnette con il nostro Sole interno.
L’olio d’oliva, grazie al suo alto contenuto di polifenoli, acidi grassi insaturi e vitamina E, rappresenta una grande fonte di nutrimento e benessere (antiossidante).

Mitologia e storia:
Originario dell’Asia Minore, dove cresceva allo stato selvatico, l’ulivo era in origine un frutice spinoso, l’oleaster, e secondo il mito fu Eracle Dattilo a introdurlo per la prima volta in Europa, portandolo a Olimpia, dove l’eroe istituì i giochi olimpici che si svolgevano ogni quattro anni in onore di suo padre Zeus. Eracle pianto sulla spoglia collina dove sorgeva la città un bosco di oleastri prelevati alle sorgenti del Danubio, dove li aveva avuti in dono dai sacerdoti di Apollo. Fino alla settima Olimpiade i vincitori ricevevano in premio un rame di melo con un frutto, promessa di immortalità, in ricordo delle mele d’oro delle Esperidi di cui si era impossessato l’eroe. Con la settima Olimpiade il melo fu sostituito, per ordine dell’oracolo di Delfi, da una corona d’oleastro. Di oleastro era anche la clava di Eracle.

Dalla selezione effettuata in Siria sull’oleastro deriva probabilmente l’olivo che i Fenici diffusero in tutto il Mediterraneo, quell’olivo che, secondo un altro mito greco, Atena, dea della cultura e della guerra, vergine nata dalla testa di Zeus, piantò per la prima volta in Grecia. Si narra che un giorno la dea si scontrò con Poseidone, suo zio, fratello di Zeus e signore del Mare, per il possesso dell’Attica. Per dirimere la contesa gli dei si rivolsero a Cecrope, primo re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Poseidone colpì con il tridente la terra in mezzo all’Acropoli, facendone scaturire una sorgente di acqua salata. Ma fu Atena ad assicurarsi la vittoria piantando il primo olivo, come ricordava anche un’iscrizione sul fronton dell’Acropoli. Da quel giorno l’olivo divenne sacro alla dea. Non soltanto era proibito bruciarne il legno, ma si puniva severamente chi li danneggiava. Persino gli Spartani, quando saccheggiarono Atene, li risparmiarono temendo la vendetta degli dei.

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Scavato nel tronco di un ulivo centenario era anche il talamo nuziale di Ulisse, eroe prometeico simbolo del progresso dell’uomo grazie all’intelligenza così come del suo desiderio di divenire uguale a un dio (Ulisse sfida gli dei con la sua hubris, la sua tracotanza, che causa l’ira di Poseidone e di conseguenza la catena di disgrazie che porterà l’eroe a girovagare per i mari, senza poter mettere il piede sulla sua terra madre, Itaca, per lunghissimi anni).

L’ulivo è simbolo di luce, pace e civiltà anche nella tradizione biblica, così come nel Corano. La Genesi narra che quando le acque del Diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla cima del monte Ararat, Noè fece uscire prima un corvo perché gli riferisse sul lento emergere delle terre, , poi una colomba. Entrambi tornarono senza aver trovato nemmeno un lembo di terra su cui posarsi. Così dopo sette giorni Noè fece volare nuovamente la colomba fuori dall’arca, e a che questa volta, al crepuscolo, la colomba ritornò, ma portando un ramoscello d’olivo nel becco. Noè comprese allora che le acque si erano ritirate definitivamente. Aspettò altri sette giorni e di nuovo lasciò libera la colomba, che non tornò più nell’arca. Per questo l’ulivo era ritenuto simbolo di salvezza, prosperità e fine del conflitto. Al simbolismo di pace, quella pace che sola permette il progresso della civiltà, si ispirava anche un’usanza testimoniata da Cirillo d’Alessandria: un esercito che voleva la pace dopo una battaglia la chiedeva tramite un araldo che si presentava la nemico recando un recipiente colmo di olio d’oliva.

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L’olio d’oliva, fuoco vegetale, è considerato sacro da tempi antichissimi. Oltre a essere una delle fonti principali di nutrimento e di luce (serviva infatti per condire i cibi ma anche per alimentare le lampade), era anche l’unguento utilizzato nei riti di consacrazione di sacerdoti e re, simboleggiando il Cristo (e christos, in greco, significa appunto “unto”, “santificato con l’olio”, e quindi prescelto).

Nel Corano si descrive un olivo misterioso. Dice Maometto nella Surat sulla Luce (la XXIV): “Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è come quella di una lampada, collocata inuma nicchia entro un vaso di cristallo simile a una scintillante stella, e accesa grazie a un albero benedetto, un olivo che non sta a oriente né a occidente, il cui olio illuminerebbe anche se non toccasse fuoco. E’ luce su luce. E alla sua luce Dio guida chi vuole. Così Dio, che sa ogni cosa, propone similitudini agli uomini.”
L’olivo mistico di Maometto non si trova a oriente né a occidente perché costituisce l’asse del mondo, e sta quindi nel centro del macrocosmo così come del microcosmo. Al centro di noi stessi, risiede l’Ulivo, distillatore dell’oro verde, fuoco vegetale, sostanza alchemica che trasforma l’uomo in dio. Così come l’albero produce l’olio sacro, così l’uomo è invitato a fare di se stesso, producendo luce liquida, quella sostanza preziosa che simboleggia il Sole, l’Io, la divinità interiore nascosta all’interno del frutto, racchiusa nel seme.

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Ulivi a San’Antimo

L’energia dell’Ulivo:
“All’ulivo bisogna avvicinarsi con rispetto, giacché non è soltanto una delle più antiche tra le piante coltivate che offrono nutrimento, è anche un sostenitore della guarigione, un custode delle sostanze per gli atti del culto, della consacrazione di Re Sacerdoti, per l’estrema unzione. L’ulivo stesso è un patriarca sacerdotale tra gli alberi; in un oliveto le ombre sono attraversate da luci argentate o dorate, vi si respira la stessa pace solenne di un santuario. (…) Anche se in età avanzata il fusto può frantumarsi, si suddivide in pezzi distinti come il ceppo del salice, assomigliando più alle rovine di una roccia spaccata che a una pianta: da esso germogliano ramoscelli verdi, giovanili e freschi, e anche i rami secolari sono nuovamente sensibili al richiamo della primavera. Si sa che in realtà tutto l’albero è un frammento della Terra, lo si capisce bene guardando un vecchio ulivo. Ma questo albero così terrestre è aperto anche alla luce e al calore cosmico.”                                        W. Pelikan, Le Piante Medicinali, vol. II

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L’Ulivo è tradizionalmente legato all’archetipo del Re sacerdote, del sovrano illuminato, dell’unione fra uomo e dio, fra il presente e l’infinito, ma anche di fusione tra uomo e donna, tra il maschile e il femminile presenti in noi. Di giorno risplende di luce dorata e di notte le sue foglie sono scaglie d’argento che cantano con la Luna. Nonostante sia simbolo di civilizzazione e di progresso e perciò sia spontaneamente considerato un albero “maschile”, razionale, in un certo senso “educato” (non per niente è sacro ad Atena, dea vergine che rappresenta il femminile controllato, “maschilizzato”, rispettato e riverito proprio perché sottomesso alla razionalità angusta tanto onorata dal patriarcato), l’ulivo sa mostrare anche un profondo lato lunare, femminile. Fuori dall’Abbazia di Sant’Antimo, per esempio, vicino a Siena, si trovano tre ulivi secolari di grande magnificenza che rappresentano chiaramente tre fasi della Dea: la vergine, la madre e l’incantatrice (poco più in là, discosto e come nascosto, c’è n’è anche un quarto; contorto e appartato, si lascia scoprire solo in un secondo momento, mentre si sta per andare via: è la quarta fase della luna-donna, la vecchia strega).
E’ sempre presso gli ulivi di Sant’Antimo che, una notte in cui la Luna in Cancro si opponeva al Sole in Capricorno, e faceva capolino in fondo a un tunnel di nuvole scure, mi è arrivato il messaggio dell’Ulivo. Lì ho saputo che, oltre a simbolo di progresso e cronaca dell’Akasha, quest’albero è anche, per eccellenza, il compagno dell’uomo.

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Ulivo secolare presso l’abbazia di Sant’Antimo

Il legno dell’ulivo è considerato pregiato, sia per via della sua bellezza che per la lentezza con cui si accresce. Nei tronchi d’ulivo, nelle loro misteriose incisioni, nelle onde, nei buchi, nelle spirali che lo percorrono, il Tempo è scritto nel linguaggio del legno. Le sue forme raccontano come l’energia ha fluito nei secoli, scolpendolo, lasciando l’impronta delle cose successe. Il legno d’ulivo è in un certo senso tempo solidificato, un diario dove stanno scritte le cronache dell’Akasha, pronte a essere decifrate, quando il lettore sarà pronto. L’ulivo è perciò memoria solida, eterno presente, saggezza e superamento del piano fisico. Ci mostra con se stesso come superare le finte barriere che ci sperano dalla divinità, restando sempreverdi e distillando il nostro fuoco alchemico. Ci parla al tempo stesso di evoluzione graduale e di cooperazione: i frutti dell’oleastro non contenevano che poche gocce di olio; è stato l’uomo a selezionare l’ulivo come oggi lo conosciamo. Ulivo e uomo sono legati dalla storia, si sono evoluti insieme. L’ulivo ci mostra anche la relatività del tempo e la pazienza che necessita per divenire dei. Non è qualcosa che succede in un giorno o in un anno, è piuttosto un processo costituito da una serie infinita di attimi, ciascuno consacrato alla Luce e ciascuno che va a sommarsi a quel precedenti, scolpendo un racconto che si muove come le onde del mare e non è, infine, altro che fluire di energia, il tessuto di cui siamo fatti. Al tempo stesso, ci mostra come i secoli si possano condensare in un attimo, come l’illuminazione annulli lo scorrere del tempo e come un numero infinito di eventi possa essere riassunto in un lampo di luce, in una forma, nel fruscio di una chioma. Nel seme è già presente tutto, ma all’uomo-albero occorrono secoli per raggiungere la forma perfetta, qualunque essa sia – il nostro contributo al Dio di cui facciamo parte.

L’ulivo collega. E’ compagno fedele, amico e maestro dell’uomo, la cui razionalità ha cercato di ridurlo a “simbolo di civilizzazione”. In realtà l’ulivo è ben più di questo. E’ stato ed è tuttora, per chi sa osservarlo, una guida arborea che reca incise le istruzioni per ri-scoprire dio all’interno di se stessi. Ponte tra uomo e dio, libro dell’akasha, registra per noi i messaggi dello spaziotempo e ci accompagna lungo il viaggio, lungo l’evoluzione della coscienza che, attraverso i suoi vari stadi, ci conduce alla realizzazione del nostro essere divini.

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Vincent Van Gogh, Alberi di olivo, 1889

Bibliografia:
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Meditazione del seme sotto la neve

Questa è una meditazione dolce, che trae ispirazione e insegnamento dalla Natura. E’ perfetta da svolgere nei giorni d’inverno, quando fuori fa freddo, ma può esserci d’aiuto in qualsiasi momento particolarmente buio della nostra vita, o quando sentiamo il bisogno di ritirarci nella nostra tana, per raccogliere le energie e focalizzare i nostri obiettivi, protette da uno strato di neve candida. L’ideale è svolgerla appena sveglie o prima di addormentarsi, anche se qualsiasi momento tranquillo può andare bene.

Siedi per terra a gambe incrociate e sistema il tuo corpo in modo da sentirti comoda, a tuo agio. Per farlo, potrebbe esserti utile infilare un cuscino sotto al coccige, oppure poggiare la schiena al muro.
Spingi leggermente il mento verso il collo e allunga delicatamente la colonna vertebrale, con un dolce stiramento. Fai alcuni respiri profondi, completi, e mentre espiri immagina che, insieme all’aria, anche ogni tensione nel tuo corpo venga sciolta e lasciata fluire fuori di te. A ogni respiro ti senti più rilassata. Se ci sono zone di particolare tensione, concentra su ognuna di esse almeno due o tre respiri, così da attenuarla. Quando ti senti pronta, chiudi gli occhi e lasciati scivolare dentro te stessa.

Sei un seme sottoterra. Un piccolo seme racchiuso e protetto da un duro guscio. La terra scura e tiepida ti accoglie e ti circonda. E’ il tuo giaciglio. Pochi centimetri sopra di te, uno spesso strato di neve ricopre il suolo, isolandolo dal gelo dell’inverno e mantenendo il tepore sotterraneo. Sopra, il paesaggio è costellato da alberi spogli i cui magnifici scheletri ricamano il cielo immenso, basso, bianchissimo come la neve che fra poco ricomincerà a cadere. Tutto questo però tu non lo vedi, puoi solo immaginarlo, perché tu, ora, sei sottoterra. Sei un seme. Sei circondata dall’oscurità e dal silenzio assoluto, ma non hai paura. Questo è un buio riposante, che ti permette di concentrarti su quello che si trova al tuo interno.

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Dentro al tuo guscio duro e perfetto, un miracolo sta preparandosi ad accadere. Ci sono i nutrienti che fra poco sosterranno la tua nascita e c’è il tuo embrione, nato dalla fusione del maschile e del femminile che ti hanno dato origine. C’è il tuo DNA: passato, presente e futuro sono in te riuniti, concentrati in uno spazio piccolissimo e denso, come l’atomo da cui ebbe origine il Big Bang. In effetti, ora che ti osservi meglio, ti accorgi che ciò che si trova all’interno del tuo seme è proprio questo: un universo pronto a esplodere. Sei un seme minuscolo ma dentro di te c’è un caos immenso, concentrato, fertile e potente. La materia non ancora organizzata, in cui tutto è possibile, sta conducendo una lenta danza a vortice e, dalle nebulose, galassie, stelle e buchi neri stanno lentamente prendendo forma. Lo loro danza, come ora piano piano inizi a sentire, produce un suono meraviglioso, una sola nota, una vibrazione di piacere che lentamente diviene più limpida, più forte, e ti percorre tutta.

Sei un seme sottoterra. Al tuo interno, protetto dal tuo duro guscio, un universo splendente si sta preparando a nascere. Sta organizzando le sue forme seguendo il ritmo unico e perfetto di una danza che produce il suono cosmico, la vibrazione di fondo del tuo essere futuro. E’ una vibrazione d’Amore, Amore allo stato puro. Ora, da questo centro minuscolo di energia immensa, focalizza il più chiaramente possibile il tuo intento. Visualizza la forma della pianta che diverrai. La puoi vedere? Non devi pensarla. E’ la tua forma, la forma che spontaneamente nasce dal tuo seme. Eppure, anche se sembra essere nata da sola, comprendi che è proprio lei che desideri, è il tuo destino, la tua missione, ciò che ogni tua cellula brama diventare. L’immensa energia del seme, nata dal Caos cosmico che vortica al suo interno, può adesso concentrarsi su quell’unico punto: il tuo intento.

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La vibrazione che ti pervade si fa sempre più intensa. Dalle nebulose cosmiche che vorticano nel tuo piccolo seme iniziano a emergere sistemi solari, pianeti, satelliti e costellazioni… Ecco, sei quasi pronta. Fra poco, quando la luce aumenterà e la neve in un attimo sarà sciolta, il tuo primo germoglio infrangerà il guscio. Sarà una fogliolina tenera e apparentemente molto debole. Solo tu conoscerai la forza dirompente che la anima, il Caos sublime che l’avrà generata. E quel germoglio pioniere si allungherà attraverso il buio, verso la luce, avventurandosi nel mondo, mentre dal lato opposto la tua prima radice andrà a cercare fuori di te nuovo nutrimento, esplorando il corpo della terra. Fra poco, ma non ancora.

Per ora resta qui. Riposa, raccogli le forze, lascia che il Caos si organizzi al meglio dentro di te, piccolo immenso seme. Goditi ancora un poco il tepore di Madre Terra, mentre la vibrazione dell’Amore ti percorre tutta, levigando la materia dei tuoi sogni. Sei un seme sottoterra. Al sicuro, lasci crescere la tua vibrazione, fino a quando giungerà il momento perfetto.

Quando ti senti pronta, fai un profondo respiro e apri nuovamente gli occhi. Bentornata! Ricorda il tuo seme, che riposa al buio dentro di te e si prepara. Lo senti? Sta proprio lì, sotto alle costole, annidato in mezzo ai polmoni, vicino al tuo cuore. Lo puoi sentire? Senti come vibra piano, quasi impercettibilmente? Tendi le orecchie e udrai il suono dell’Amore. Ascoltalo.

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OM. Shanti. Shanti. Shanti.

 

Pino, la nascita del Cosmo

Nome:

Il nome del genere Pinus è di origine controversa, anche se pare plausibile possa derivare dal greco pitys, latino pinus, nomi che hanno tutti origine nel sanscrito pitu, resina. Altre ipotesi indicano che possa derivare dal latino pix, che significa “pece” o “resina”, essudato della pianta, o dagli epiteti di radice indoeuropea pic, pungere con riferimento agli aghi, oppure pi, stillare, sempre con riferimento alla resina; infine, forse dal celtico pen, testa, alludendo alla forma della chioma.

Esistono centinaia di specie di Pinus, ognuna con tratti essenziali ma tutte con alcuni aspetti di forma e carattere in comune. Le specie a cui faccio riferimento qui di seguito sono Pinus sylvetris L. (o Pino scozzese) e  Pinus pinea L. (o Pino domestico), diffuse la prima da Gran Bretagna e Irlanda fino alle montagne della Spagna e all’Asia orientale, la seconda tipica dell’area mediterranea. Entrambe le specie, in ogni caso, godono di un vasto areale di crescita, trattandosi di alberi in grado di sopravvivere anche in condizioni sfavorevoli e su suoli poveri. Uno dei tratti salienti del Pino, infatti, è la resistenza.

Altre specie diffuse sono Pinus halepensis MIll., Pinus nigra J.F. e Pinus pinaster Ait. (o Pinus maritima Lam.).

Aus: J. Sturm's Flora von Deutschland

Aus: J. Sturm’s Flora von Deutschland

Botanica:

Le Conifere detengono il record come una delle famiglie di piante più antiche, dirette discendenti delle foreste primeve che prosperavano sulla Terra molto tempo prima della comparsa delle latifoglie. Il Pino è un albero che può raggiungere altezze anche di 30 metri, a seconda del suolo in cui cresce, e che può raggiungere i 600 anni di età. La sua lunga radice fittonante gli permette di resistere ai venti forti.

Nelle foreste naturali, i Pini crescono piuttosto radi permettendo alla luce di penetrare e raggiungere il suolo, creando fasci di luce e una magica profondità.

Si ritiene fosse il Pino, all’interno della famiglia delle Conifere, la specie prevalente nel Periodo Boreale, al termine dell’Era Glaciale.

Le foglie del Pino crescono in coppie, e questo lo distingue dal Tasso e dall’Abete, le cui foglie singole sono disposte a spirale lungo i rami; e dal Larice, le cui foglie crescono a ciuffi.

Quando i giovani Pini crescono, i loro rami più bassi cadono dando luogo al caratteristico tronco dritto e spoglio incoronato di rami, aghi e pigne.

Se il Pino si trova in uno spazio aperto e ben illuminato inizierà a riprodursi dopo 20 anni. Se l’albero si trova invece in un suolo paludoso o circondato da numerosi altri alberi aspetterà, per dare inizio alla riproduzione, fino ai 40 anni.

Spesso ai Pini piace crescere in compagnia della Betulla. Entrambi gli alberi condividono la simbiosi con il fungo Amanita muscaria. Anche altri funghi, quali il Boleto, amano la compagnia del Pino, che provvede inoltre cibo e riparo per molti animali selvatici come volpi e scoiattoli, e uccelli come il regolo dalle piume verde oliva.

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La corteccia del Pino è di colore rosso ramato, soprattutto in alto, dove è sottile, liscia e luminosa. Alla base dell’albero invece può diventare spessa, scura e ruvida.

Durante la crescita annuale del Pino ogni nuovo getto somiglia a una candela che cresce verticalmente verso il cielo. Al termine di ogni ramo cresce una grossa gemma resinosa avvolta da scaglie rosa e brune coperte da resina biancastra. In primavera la gemma si allunga e le scaglie cadono una ad una rivelando coppie di foglie, gli aghi, che si dividono a partire dal vertice. I rami crescono da gemme poste in cerchio al di sotto della gemma apicale.

Gli aghi del Pino sono rigidi, piatti in alto e cilindrici in basso. Sono di colore verdeblu e il blu deriva dallo strato di cera che cresce naturalmente sul fogliame. Le foglie di Pino vivono fino a tre anni e poi cadono ai piedi dell’albero, rimanendo sempre in coppie. Gli aghi appena nati sono verdi, ma diventano verdeblu nel giro di una stagione. La forma degli aghi permette al Pino di conservare l’acqua limitandone la perdita. Questo significa che il Pino non dipende troppo dall’umidità del suolo e può pertanto crescere in suoli sabbiosi.

All’inizio della primavera il Pino produce sia fiori maschili che fiori femminili (monoico). I fiori  maschili sono gialli e soffici e crescono alla base dei nuovi getti. Ogni fiore è formato da stami disposti a spirale e ogni stame sostiene due sacche polliniche. Il polline del Pino è estremamente abbondante e quando viene disperso nell’aria ogni cosa intorno si ricopre di una polvere gialla. Ogni grano di polline ha una sacca d’aria su su ciascun lato, e questo gli permette di volare. Non appena hanno rilasciato il polline i fiori maschili muoiono e cadono dall’albero.

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Il fiore femminile è minuscolo, rosso, e somiglia a una gemma che cresce in cima al nuovo getto. E’ costituito da scaglie appuntite, rosse e carnose disposte a  spirale. Il fiore femminile cresce su una specie di piedistallo e si piega verso l’alto in modo che il polline possa scivolare tra le scaglie e raggiungere gli ovuli alla base. Gli ovuli emettono una sostanza mucillaginosa che cattura e porta giù il polline. Dopo che la fecondazione è avvenuta le scaglie si ispessiscono e vengono sigillate dalla resina.

Per la primavera seguente, il fiore femminile si è fatto più grosso, ma è solo verso la fine della seconda estate, o anche nella primavera seguente, che le scaglie si aprono al tepore dell’aria rivelando piccoli semi marroni. Questi semi sono dotati di un’ala delicata e quando si staccano dal cono sono catturati dall’aria e viaggiano ciascuno verso la propria destinazione, fermandosi alcuni abbastanza vicino alla pianta madre, altri molto più lontano.

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Le pigne si aprono o si chiudono a seconda del tasso di umidità dell’aria. Si aprono solo quando il clima è secco così che i semi alati possano disperdersi e non piombare ai piedi dell’albero  madre per via dell’umidità. Le pigne vuote cadono dai rami in autunno, a volte dopo due anni e mezzo. Su uno stesso Pino si possono trovare fino a tre generazioni contemporaneamente, anche sullo  stesso ramo, dove le pigne nuove, quelle fertilizzate e le pigne vuote stanno appese una dietro l’altra.

L’epifisi, o ghiandola pineale, fu chiamata così da Cartesio per via della sua forma, che ricorda quella del frutto del Pino. L’epifisi regola il ciclo sonno-veglia del nostro organismo grazie alla produzione dell’ormone melatonina, e reagisce agli stimoli di luce e buio. Secondo la filosofia indiana, la ghiandola pineale è connessa al nostro settimo chakra, quello che si apre in cima alla nostra testa collegandoci al Cosmo e ai suoi ritmi.

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Mitologia e storia:

Il Pino è governato dall’energia di Saturno, che rappresenta l’archetipo del Padre e dell’Eremita, di colui che contiene, regola, dona forma e struttura, sorregge.

Nella mitologia il Pino è l’albero in cui viene trasformato Attis, protagonista insieme a Cibele di una delle storie più intricate del mondo mitologico, ma anche più potenti. Il modo in cui lo sentivano gli antichi ci dice molto sulla sua energia. Il mito di Attis è antichissimo, rappresenta movimenti primordiali inconsci e risale ai tempi in cui dio era una donna, la Grande Madre Terra. Riporto qui di seguito un brano tratto dal “Mitologia degli alberi” di Jacques Brosse, un libro bellissimo. Brosse spiega:

“(…) Questa storia comincia con quella di sua madre Cibele. Da una pietra fecondata dal seme che Zeus aveva lasciato cadere sulla terra durante il sonno nacque un mostro ermafrodita di nome Agdistis. Spaventati, gli dei decisero di castrarlo e così Agdistis diventò la dea Cibele. Il sangue sparso fece spuntare dalla terra un mandorlo, o un melograno. Mangiando una mandorla, o mettendosi in seno una melograna matura, proveniente dall’uno o dall’altro di quegli alberi, la figlia del fiume Sangario, Nana, rimase incinta e concepì Attis. Vergognandosi di quel figlio che non aveva padre, Nana lo abbandonò in riva al fiume dove una capra lo nutrì. Fu lì che Cibele-Agdistis lo rinvenne in mezzo alle canne. Crescendo, il fanciullo divenne così bello che Agdistis se ne innamorò. Ma, sia che egli volesse sfuggire a quell’amore incestuoso sia che i suoi genitori preoccupati (ma di quali genitori poteva trattarsi?) lo mandassero lontano, fatto sta che il giovane arrivò a Pessinunte, dove doveva sposare Atta, la figlia del re. Mentre si celebravano le nozze, Agdistis, che inseguiva il suo amato, entrò nella sala del banchetto. Immediatamente, l’assemblea è colta dalla follia: il re si mutila, Attis fugge, si castra sotto un pino e muore. Agdistis, disperato, tenta di resuscitarlo, ma Zeus si oppone e acconsente solo a che Attis, trasformato in pino, rimanga sempre verde e incorruttibile, quindi immortale; gli unici segni esteriori di vita in lui saranno la crescita dei capelli e l’agitarsi del mignolo. Alcuni autori aggiungono che Cibele avrebbe portato il pino nella sua caverna per piangere il figlio, scena che veniva raffigurata nelle feste in onore di Attis. Un’altra versione della morte del dio, riferita da Pausania… (…)

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In questa matassa così intricata che non si sa più chi è chi, dobbiamo adesso tentare di sbrogliare i fili. Si sarà certo notato che essa contiene almeno un fattore già noto, l’abbandono del dio da parte della madre all’atto della nascita, elemento già rilevato nell’infanzia di Dioniso e dello Zeus cretese, con i quali Attis ha un altro punto in comune: è nutrito da una capra. L’abbandono è caratteristico delle divinità maschili dell’albero, generate dalla Terra Madre, che si chiamino esse Rea o Semele o Cibele. Quest’ultima, però, ci è presentata qui come prodotta dalla castrazione di un essere in origine ermafrodita, amputazione originaria che appare per questo contagiosa. Anzi, essa costituisce addirittura il motivo essenziale del mito.

Queste mutilazioni in serie non hanno tutte lo stesso significato. Cbele è in Frigia la Grande Dea, la Terra Madre, equivalente in Grecia di Gea e di Rea. Nella teogonia greca, come in altre teogonie, la divinità primigenia è necessariamente bisessuata, perché genera da sola, estrae da sé e senza aiuto gli altri dei e il mondo, che sono suoi figli E’ “la totalità primordiale, che racchiude tutte le facoltà, perciò tutte le coppie di opposti”. Perciò, quando Gea emerge dal Vuoto, dal Caos primordiale, insieme a lei nasce l’Amore, che qui è il desiderio di generare, di creare altri esseri. E Gea mette al mondo “un figlio simile a sé, Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno”. Nei termini utilizzati da Esiodo, troviamo la figura originaria, il prototipo delle dee che generano un figlio affinché diventi il loro amante, padre dei loro futuri figli, appunto perché quel figlio non ha, non può avere, un padre. IN origine la divinità è sola. Il suo atto creativo è bipartizione di sé, bipartizione che può essere intesa come automutilazione.

Così è stato, all’origine dei tempi, per Cibele nella mitologia frigia. Se, nella versione greca della leggenda, sono gli dei che decidono di castrarla, ciò dipende solo dal fatto che i Greci, avendo interrato Cibele nella loro mitologia, l’hanno posta alle dipendenze degli dei dell’Olimpo. Nella cosmogonia primitiva è la stessa Cibele che, essendo sola, si castra, e il prodotto di tale mutilazione altro non è che la Creazione..

La nascita di Cibele conseguente alla spargimento del seme di Zeus sulla pietra rappresenta peraltro una forma assolutamente arcaica della cosmogonia: “la roccia è il simbolo più antico della Terra Madre” e “la pietra grezza è considerata androgina, laddove l’androginia restituisce la perfezione dello stato primordiale”. IN quanto roccia, Cibele è vuota, come il ventre di una madre, è una caverna. Sotto terra, in una grotta, si compiono i suoi riti segreti. La caverna primordiale dalla quale vengono alla luce gli esseri viventi è anche il luogo dove si sotterrano i morti; i morti vi entrano e i vivi ne escono. E’ un microcosmo che riassume un macrocosmo, in cui il suolo corrisponde alla Terra e la volta corrisponde al Cielo, è il serbatoio tenebroso delle energie telluriche, il santuario ctonio. Dalla roccia, androgina e sterile, nasce la terra (femminile), risultato del sua sfaldamento, dal quale soltanto possono nascere e crescere i vegetali che la renderanno fertile mediante l’humus, nato a sua volta dalla decomposizione delle loro foglie. Nelle mitologie, lo stato primigenio della vita sulla terra è rappresentato dall’associazione della roccia con l’albero. La pietra sacra, venerata come “casa di Dio”, centro, ombelico del mondo, come a Delfi l’omphalos, è sede della potenza divina, ricettacolo della vita non ancora manifesta, della quale espressione prima è l’albero cosmico. L’albero appare come figlio della pietra.”

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Dietro al Pino ci sono queste energie: energie legate all’impulso primordiale d’amore che ha portato alla nascita del Cosmo. Il mito ce lo mostra legato alla Madre Terra, e all’unione primordiale degli opposti, maschile e femminile. Il Pino è infatti un albero ermafrodita, e una delle specie più antiche presenti sulla Terra. Non c’è da stupirsi che gli antichi lo vedessero come simbolo dell’amore tra madre e figlio, divenuti amanti, in un cerchio che può venire spezzato soltanto dall’estremo sacrificio, la morte, che però genera vita immortale.

Nella versione greca, Agdistis, il dio-pietra ermafrodita, è un presentato come una creatura mostruosa, che Zeus amputa per disgusto. Questo era infatti come la società patriarcale rappresentava la Grande Dea delle religioni del Neolitico. La sua potente femminilità spaventava terribilmente i Greci, così come le altre società patriarcali dell’epoca, che sottomisero la civiltà matrifocale diffusa nella Vecchia Europa. Perciò la dipinsero come un mostro.

In realtà però, al di sotto della maschera, possiamo ancora leggere parti di una vicenda sacra, che rappresenta l’eterno rinconrrersi ed amarsi del principio maschile e di quello femminile presenti entrambi in ognuno di noi, dell’irresistibile impulso alla creazione che nasce da dentro e che per nascere ci chiede il sacrificio di una parte di noi, per poi riunirci nuovamente, in un’altra forma.

Il ritmo di questa storia ricorda una spirale, e il Pino, col suo tronco che si staglia verso il cosmo e la sua radice fittonante che penetra nelle profondità della Terra, è il simbolo saturnino di forze potenti e contrapposte, che in lui si fondono in un’alchimia purificatrice che dà luogo alla resina, il pianto di luce del Pino, la sua essenza cosmica.

I cicli biologici del Pino seguono ritmi lenti, planetari, e sui suoi rami più generazioni di frutti vivono una accanto all’altra, impregnandosi di informazioni cosmiche.

Fitoterapia:

L’olio essenziale di Pino è contenuto in numerose specialità fitoterapie. La parte della pianta utilizzata è costituita dalle foglie aghiformi, che nella medicina popolare venivano usati per fomente, mettendoli nell’acqua bollente o addirittura nell’acqua calda del bagno. L’essenza sprigionata infatti, pur esigua come quantità, penetra facilmente attraverso la cute dove esplica un effetto balsamico, fluidificante le secrezioni, sedativo della tosse e antinfiammatorio.

Il Pino e i suoi derivati sono utilizzabili in virtù dei suoi numerosi costituenti chimici, rappresentati sostanzialmente dall’olio essenziale, ricco in monoterpeni: alfa-pinene, beta-pinene, limonene, acetato di bornile, 1.8 cineolo (eucaliptolo) e canfene.

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Può essere utilizzato nella cura di molte patologie dell’apparato respiratorio (i polmoni dentro cui penetra l’aria, collegandoci al respiro del Cosmo), in particolare in tutte quelle forme croniche per le quali vi sia la necessità di fluidificare le secrezioni catarrali (otiti, rino-sinusiti, bronchiti, asma bronchiale, bronchiectasie).

L’olio essenziale, anche se diluito, nelle preparazioni galeniche deve essere utilizzato con estrema attenzione, o prescritto dal medico (come tutti gli oli essenziali per via interna). Altrimenti è reperibile in numerosi prodotti fitoterapici in commercio.

E’ possibile utilizzarlo per suffumigi, aerosol (opportunamente emulsionato con una soluzione fisiologica), o miscelato a un olio vegetale, per massaggi sullo sterno.

La resina e gli aghi di Pino, bruciati, purificano l’aria dell’ambiente, sia su un piano fisico, disinfettandola, sia su un piano energetico. Lo stesso vale per l’olio essenziale.

Nel repertorio di essenze floreali di Bach, Pine è il fiore dell’autostima, che aiuta a superare sensi di colpa ingiustificati e la convinzione di non meritarsi di essere felici. Tutti meritiamo di esserlo, perché la felicità è la stessa energia che ci costituisce, alla sua frequenza più elevata.

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L’energia del Pino:

La voce del Pino è facile da sentire – è come un bellissimo pianto di luce, lungo, che collega la Terra al Cielo. Eppure il suo messaggio ha impiegato molto ad arrivarmi. Ha dovuto emergere da luoghi bui dentro di me, da memorie antiche.

Una volta, a una conferenza, Igor Sibaldi disse che ciò che è molto lontano nel tempo, in realtà è vicinissimo nel nostro inconscio. Questa frase ben rappresenta il Pino: archetipo espresso in una forma primordiale, simbolo di un processo che sta all’origine del Cosmo così come di ognuno di noi.

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Il Pino è l’immortale amore della madre per il figlio, e con questo si intende una forma di amore talmente pura da non rientrare in nessuna categoria, un amore al di là e prima di qualsiasi regola, identificazione tra dio e creato, che supera la morte e ogni differenza. Il Pino ricorda anche il dolore lacerante all’origine dell’Amore, e lo purifica, distillando una resina trasparente che è come luce solidificata, informata di messaggi akashici, antichissimi, che da miliardi di ere attraversano il Cosmo.

Il Pino li distilla dalla sua natura, di terra e di pietra, e li trasmette alla Terra, informandola della saggezza del Cosmo. Così quest’albero è un canale tra luce e buio (e il suo frutto somiglia all’epifisi, la ghiandola che regola il ciclo di luce e buio all’interno dei nostri corpi, apertura fisica al Settimo chakra), un essere vivente che supera la sua individualità, confondendosi con gli elementi.

L’energia emessa dal Pino è molto forte e primordiale. Ci collega alle lontananze cosmiche spalancate dentro di noi, ci aiuta a superare le dualità tra la nostra parte femminile e quella maschile, trovando nel nostro cuore nostra madre e nostro padre, rendendoci conto che i nostri genitori non siamo che noi stessi, che noi siamo i nostri stessi figli, e amanti. La danza cosmica ci proietta in mille direzioni e come scintille di un fuoco ci separiamo per poi incontrarci di nuovo e tornare a far parte di un’unica fiamma.

Osservare con gli occhi dell’Anima il Pino ci mostra come si esprime l’energia primordiale.

La sua enorme potenza è incanalata, contenuta per produrre geometrie precise: gli aghi, la pigna, la corteccia. La resina è energia primordiale purificata, elevata alla sua massima potenza dal fuoco nato dall’attrito tra il desiderio di espansione e il principio di contenimento. Così è in effetti la natura di ogni atto creativo, e il Pino ce ne rende visibile una forma intrisa di luce vibrante.

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

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-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996

-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

Tasso: l’incontro con il lato oscuro

Nome: Taxus baccata L., famiglia delle Taxaceae

Il nome deriva dal greco toxon, che significa “arco”, e ha la stessa radice dell’aggettivo toxicon, velenoso.

In effetti, quasi ogni parte di quest’albero, eccetto l’arillo rosso che circonda lo scuro seme, è velenosa per uomini e animali domestici per via della taxina, uno dei veleni più potenti esistenti in natura, un alcaloide in grado di uccidere tramite collasso cardiovascolare. Gli animali in assoluto più sensibili alla taxina sono i cavalli,  a un uomo bastano pochi grammi di veleno per morire, mentre i cervi sembrano potersi nutrire delle velenosissime foglie senza problemi. Gli uccelli ne mangiano i frutti, consumando l’arillo rosso (cihamato di solito “bacca” impropriamente), restituendo intatto il velenosissimo seme alla terra. La parte in assoluto più tossica dell’albero sono le foglie, soprattutto quando secche.

Dal suo essere così velenoso deriva in parte un altro nome con cui il Tasso è noto, e cioè: Albero della Morte.

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Botanica:

Il Tasso è una pianta sempreverde appartenente a una famiglia piccola e isolata della gimnosperme, le Taxaceae. Il tronco raramente supera i 15 metri e le foglie assomigliano un po’ a quelle dell’Abete bianco: sono lineari, appiattite, un poco falcate, acuminate ma non pungenti perché tenere, e si distribuiscono a spirale attorno ai rametti.

La sua patria si estende verso nord fino all’Irlanda e alla Norvegia, verso sud fino ai monti dell’Europa meridionale e del Nord Africa e verso est fino all’Asia minore e al Caucaso. Cresce soprattutto nel sottobosco di faggeti o di boschi frondiferi misti. E’ un albero amante dell’ombra.

Gli esemplari selvatici sono stati pesantemente decimati dall’eccessivo sfruttamento dell’uomo e dalla distruzione dei nuovi germogli da parte dei cervi. Il Tasso, come l’Abete rosso, è sensibile alle gelate intense.

Dai tronchi danneggiati crescono nuovi rami verticali che si sviluppano intorno al tronco stesso formando uno pseudo-fusto. Per questa ragione, nella sezione trasversale mancano spesso anelli annuali univoci, complicando la determinazione dell’età. La sua corteccia è bruno-rossastra e tende a disfarsi in scaglie. Ma mentre il nucleo centrale del tronco, con il passare degli anni (si tratta di una pianta particolarmente longeva), lentamente marcisce, strati di nuovo tessuto inglobano il vecchio legno morto proteggendolo e rinforzandolo. Il Tasso si rinnova dall’esterno verso l’interno. La crescita tiene il passo con il disfacimento. Raggiunto il disfacimento completo, il Tasso può risorgere. Non ci sono ragioni biologiche per cui un Tasso muoia. Un effetto di questo processo è che nessuna parte di un Tasso è vecchia come l’intero albero, perciò la datazione con il carbonio è impossibile e, non essendoci nemmeno anelli da contare, per lungo tempo la vera età dei Tassi è rimasta avvolta nel mistero e fino agli anni ’80 si riteneva che quest’albero non potesse superare gli 800 anni.

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Il Tasso di Fortingall

Quest’ipotesi venne però rivista in seguito alle ricerche di Alan Mitchell e David Bellamy, famoso botanico inglese. A Tantridge, nel Surrey, fu scoperto un Tasso molto antico a circa 8 metri di distanza dalla chiesa locale, che ha fondamenta sassoni. Nella cripta si può chiaramente vedere  che la volta di pietra fu costruita dai Sassoni attorno le radici dell’albero. Dopo aver raggiunto la maturità, i Tassi smettono di crescere in altezza e le radici aumentano di diametro in modo straordinariamente lento. Queste scoperte provano non solo il rispetto che i Sassoni avevano per quest’albero ma anche che esso 1000 anni fa era già completamente adulto. Attualmente si ritiene che abbia più di 2500 anni.

Come spiega Fred Hageneder nel suo stupendo libro Lo spirito degli alberi, la rivalutazione dell’età dei Tassi nelle Isole Britanniche è stata coordinata dal Conservation Found di Londra, che ha identificato 413 Tassi che hanno più di 1000 anni. Molti hanno il doppio o il triplo di quest’età, e alcuni hanno un’età di 4-5000 anni. Il più vecchio, il cui seme dev’essere germinato nella tundra post-glaciale circa 8000 anni fa, si trova a Fortingall, in Scozia. Potrebbe trattarsi dell’albero più antico al mondo.

Mentre le conifere sono in genere ermafrodite, i Tassi sono sia di sesso maschile che di sesso femminile, anche se esistono alberi bisessuati, o che a un certo punto della loro vita sviluppano rami su cui crescono fiori di sesso opposto, proprio come nel caso del Tasso di Fortingall, un albero maschio che recentemente ha sviluppato rami su cui crescono fiori femminili e frutti.

Questo ci mostra non solo la grande vitalità e la capacità di rinnovamento di questi alberi, anche se vecchissimi, ma anche la loro capacità di trascendere le categorie, collocandosi al di fuori del tempo. I Tassi sono creature che mutano con il fluire dell’energia, trasformandosi di continuo, lentissimamente.

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I fiori maschili sono piccole strutture globulari situate singolarmente sull’ascella della foglia, sotto i rami dell’anno precedente, mentre i fiori femminili, sistemati in una posizione simile, sono fiorellini verdi che si espandono dopo l’impollinazione. Il seme è duro, di colore nero-verde e circondato da un arillo la cui forma ricorda una coppa. Verde all’inizio e rosso brillante a maturazione, l’arillo è polposo, dolce ed è l’unica parte non velenosa dell’albero. I semi vengono propagati dagli uccelli, che mangiano il frutto polposo senza intaccare il seme (velenoso) ma restituendolo alla terra intatto.

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Albero dal portamento cespuglioso, che nei rari casi in cui cresce isolato sviluppa una chioma globosa, il Tasso è un albero dall’incredibile vitalità, con varie modalità di riproduzione: in primavera i fiori maschi riempiono l’aria di polline (anch’esso leggermente velenoso) per raggiungere i fiori femminili e inseminarli; il tronco può facilmente produrre nuovi germogli dopo essere stato tagliato o danneggiato da una tempesta e i polloni radicali rappresentano un ulteriore e molto efficace metodo di propagazione. Il Tasso però ha anche una terza forma di riproduzione, molto rara in piante non tropicali, e cioè la margottatura. Un ramo di qualsiasi dimensione può estendersi fino al terreno e mettere radici. La funzione di questo processo sarebbe quella di fornire un sostegno ai rami in continua crescita, ma la nuova radice produce anche giovani germogli, che si dirigono verso l’alto divenendo essi stessi nuovi alberi. Questo accade in tutte le direzioni, cosicché intorno all’albero madre si forma un anello o un boschetto di nuovi alberi facenti tutti parte della pianta originaria.

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Questa caratteristica rende il Tasso un albero particolarissimo, dotato di un Io plurale; una creatura antichissima che si muove e cresce con tempi quasi più simili al quelli dei minerali che della materia organica. E come Gaia, il Tasso può non morire mai (a meno che una disgrazia o l’uomo non ci metta lo zampino), ma rinnovarsi di continuo e cambiare attraverso le ere.

Mitologia e storia:

Il Tasso è albero celebre sin dall’antichità, e da sempre è stato associato dall’uomo ai concetti di morte e, al tempo stesso, di eternità. I due concetti solo apparentemente opposti nel Tasso si fondono e vengono trascesi: la morte diviene un momento di buio e di passaggio verso la rinascita. La morte è un cambiamento di forma.

Albero spesso presente presso i siti sacri dei Celti (Fortingall, Carn nam Marbh, Newgrange, Stonhenge, Avebury), diviene in epoca cristiana anche un ospite quasi fisso dei cimiteri, o meglio, molte chiese e cimiteri vengono costruiti nei pressi di uno o più Tassi perché, consapevolmente o meno, gli uomini sentivano il messaggio di questi alberi, che contribuiscono a catalizzare l’energia sacra dei luoghi in cui scelgono di crescere.

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Il manufatto ligneo più antico del mondo è una lancia in legno di Tasso rinvenuta a Clacton, nell’Essex, e che risale approssimativamente al 150.000 a.C. Un’altra lancia di Tasso, risalente circa al 90.000 a.C., è stata trovata tra le costole di un mammut in Bassa Sassonia. Il legno dell’arco, forte e al tempo stesso flessibile, fu ampiamente utilizzato in passato e fino a tutto il Medioevo per la costruzione di archi, e quest’usanza contribuì grandemente a decimare il numero di questi alberi, che un tempo erano molto più diffusi di oggi. E’ in legno di Tasso l’arco del celebre “Uomo venuto dal ghiaccio” o “Otzi”, la cui mummia venne trovata al confine tra Italia e Austria, sulle Alpi Venoste, vicino al ghiacciaio del Similaun, nel 1991.

Si tratta del corpo di un essere umano di sesso maschile risalente a un’epoca tra il 3300 e il 3100 a.C. (Età del Rame), conservatosi grazie alle particolari condizioni climatiche presenti all’interno del ghiacciaio. L’uomo è alto 1.55 m, con il corpo coperto da tatuaggi che sembrano percorrere la mappa dei meridiani della medicina tradizionale cinese. Il suo arco di Tasso misura invece 1.80 m.

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Oltre ad archi e lance, scavi archeologici condotti in siti di varie epoche (dall’Eta del Bronzo al Medioevo) hanno riportato alla luce talismani in legno di Tasso, alcuni dei quali recanti formule di protezione.

Cesare, nel Libro VI del De Bello Gallico racconta che Catuvolco, capo della tribù degli Eburoni (che significa “popolo del Tasso”), sfinito dagli anni e dalla guerra si tolse la vita con il veleno di Tasso.

Shakespeare nel Macbeth (atto terzo, scena prima) nel diabolico intruglio che le streghe stanno preparando fa mettere “…talee di Tasso/colte mentre le Luna è in eclisse…”; e sempre dal Tasso proviene il veleno che nell’Amleto Claudio versa nell’orecchio del re suo fratello per farlo morire.

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La runa norrena Eihwaz rappresenta il Tasso (soltanto un’altra runa è collegata così strettamente a un albero: Berkana, la Betulla). Ehiwaz ha forma di gancio, e rappresenta il passaggio tra un mondo e l’altro, il viaggio sciamanico, il collegamento fra le dimensioni dell’essere, e al tempo stesso l’inverno, la ferita inguaribile, la prova iniziatica.

Si tratta di una runa dal significato complesso, che ci parla di perseveranza e pazienza, rappresentando in un certo senso la discesa agli inferi (che non sono altro che il nostro lato oscuro) e l’incontro con le avversità. Solo imparando a trasformare le difficoltà in qualcosa di positivo, trovando nuove soluzioni a problemi vecchi, potremo infatti riuscire a integrare il nostro lato oscuro, attraversano il gelido inverno e tornando alla luce completamente rinnovati e al tempo stesso nutriti dalla stessa antichissima radice.

Nel suo libro Arboreto salvatico, Mario Rigoni Stern racconta di una costa scoscesa, alta sopra il mare di Liguria, ove un suo amico un giorno, andando alla ricerca di fossili, ha scoperto tra le cavità di una roccia un minuscolo bosco di una trentina di Tassi che vivono con qualche goccia d’acqua su pochissima terra e non raggiungono l’altezza di quaranta centimetri ma i cui tronchi, esaminati, hanno dimostrato di avere centocinquanta anni!

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Il Tasso è da sempre associato all’Inverno e in particolare al periodo del Solstizio: il momento più scuro dell’anno, in cui la Natura sembra morta e il Sole piccolo e debole. La forza e la resilienza del Tasso, albero amante dell’ombra e dell’oscurità, da sempre visto come custode dei morti, ci forniscono una lezione preziosissima su come affrontare il nostro buio; le sue bacche rosse nutrono gli uccelli e occhieggiano dai rami verde scuro segnalando l’energia di fuoco distillata dall’albero come una promessa di rinascita.

Il Tasso rappresenta il momento più buio dell’anno, il periodo più oscuro della nostra vita, il nostro lato ombra. Tutto ciò che crediamo di non poter accettare, tutto ciò che condanniamo e che ci avvelena dentro. Il Tasso rappresenta innanzitutto la paura di morire, madre di tutte le nostre paure, e al tempo stesso rappresenta l’antidoto definitivo alla morte.

Fitoterapia:

Governato dall’energia di Saturno, il Tasso è conosciuto per la sua tossicità. I principi tossici sono localizzati principalmente nei semi e sono costituiti da alcaloidi: la taxina e, in tracce, l’efedrina.

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E quale proprietà potrebbe essere più appropriata, per un albero della morte in molti sensi, che la capacità di combattere il cancro, impedendo alle cellule tumorali di riprodursi? Il Tasso ci aiuta ad attraversare i momenti più oscuri della vita, affrontando i mostri. Ci insegna che non esiste nulla a cui non si possa sopravvivere, cambiando forma, rinnovandosi. Se il tuo Io è malato, dai vita a un altro Io. Questo ci dice il Tasso. Ci dice che è possibile, su una radice antica, continuare a rinascere.

Negli ultimi anni la ricerca è riuscita a isolare dalla corteccia del fusto del Taxus brevifolia Nutt. alcuni diterpeni, tra cui il taxolo, che ha dimostrato di possedere un’elevata attività antimitotica. Il taxolo si è dimostrato utile contro un ampio spettro di malattie tumorali umane (leucemia, melanoma, cancro mammario, ovarico e polmonare). Questo composto a base di taxolo, conosciuto come paclitaxel, ha dimostrato di contribuire significativamente nella terapia del carcinoma ovarico epiteliale.

Attualmente però, sia per ragioni ecologiche (ridottissima quantità di taxolo presente nella corteccia = elevata quantità di alberi da abbattere), sia per problemi tossicologici (reazioni di ipersensibilità al prodotto, ulcerazioni del tubo digerente,…), si è riusciti a sintetizzare il principio attivo partendo da un suo precursore naturale estraibile dalle foglie rinnovabili di Taxus baccata: il docetaxel. Questo derivato dimostra di essere particolarmente efficace nel trattamento del cancro mammario metastatizzato resistente alle antracicline.

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In caso di intossicazione da taxina, appaiono in una prima fase sintomi digestivi (vomito e diarrea), sintomi nervosi (tremori, alterazioni della vista, midriasi, vertigini) ed ecchimosi; compare quindi eccitazione seguita da depressione, dispnea ingravescente, ipotensione e bradicardia, infine coma con segni convulsivi e collasso cardiovascolare (il tutto in 30 minuti dall’inizio delle manifestazioni).

L’energia del Tasso:

L’energia del Tasso è sottile e non immediata da cogliere, o almeno così è stato per me. Come se si trattasse di un animale gigantesco che si muove lentissimamente, come una creatura connessa ad altre dimensioni dell’Essere, a un’altra forma di tempo, e che comunica con un linguaggio lontanissimo.

Ma una volta entrati in contatto, una volta connessi all’energia del Tasso, questa non ci lascerà più. Continuerà a lavorare con noi e in noi anche nei giorni a seguire, nelle settimane, come una voce che ci sussurra dentro il suo messaggio.

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Il Tasso ci parla di morte e rinascita in un modo unico e profondamente trasformante. La morte per quest’albero non è un fatto che accade in un preciso punto del tempo, ma un processo diffuso, prolungato, che pervade ogni aspetto della vita. Così in effetti è la morte per tutti, solo che noi tendiamo invece, come sempre, a suddividere tramite la mente razionale, confinando l’evento morte in un istante determinato.

La morte è la vita che si trasforma. Questo ci dice il Tasso, ma non solo. Il Tasso ci parla anche di un senso più ampio di intendere la morte, simbolico e psicologico. All’ombra dei Tassi, avvolti dalla sua energia venefica e indecifrabile, ci troviamo di fronte al nostro lato oscuro: quella parte buia di noi, l’inverno dei nostri cuori che abbiamo sempre scelto di evitare o ignorare o rifiutare.

Il nostro lato oscuro, tutto ciò che noi non possiamo accettare di noi stessi, il veleno che ci fa paura, è l’inferno spalancato dentro di noi. E ognuno di noi, prima o poi, durante il suo percorso di vita e di crescita si troverà a dover affrontare il suo viaggio agli inferi, alla scoperta della morte che regna nel suo Io.

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Inanna, dea sumera che affrontò la discesa nell’Ade

La discesa nell’Ade tanto sovente rappresentata nella mitologia e nella letteratura altro non è, su un piano metaforico, che una discesa dentro i lati oscuri del proprio Sé, alla scoperta degli archetipi rigettati, dimenticati, condannati. Scendiamo negli inferi per incontrare la nostra metà della mela, ovvero non qualcun altro ma esattamente noi stessi, quella parte di noi che ci manca per essere completi. Quando ci troviamo di fronte al nero specchio che il nostro lato oscuro ci pone di fronte, sta a noi scegliere cosa fare. Se scappare e continuare a vagare nel limbo, se spaccare lo specchio e distruggere così anche noi stessi, o se guardarci negli occhi, guardare negli occhi la nostra metà orribile (che è divenuta tale solo per mancanza di amore e accettazione) e riconoscerla come parte di noi. La luce non può esistere senza l’ombra. Perché continuiamo a dimenticarcene? Il lato oscuro è parte fondamentale di un essere completo, è la sua metà, è funzionale al suo benessere, è il corpo dell’iceberg sommerso, che permette alla punta di galleggiare.

Incontrare il proprio lato oscuro è un’esperienza profonda e difficile. E il Tasso ci offre ancora, con la sua energia nera e splendente, la chiave per comprendere come attraversare gli inferi. Come è possibile non morire mai se, in effetti, ogni giorno moriamo un po’? Il Tasso ci risponde, con voce sussurrata e roca, che la morte non esiste, almeno non così come la intendiamo noi. La morte è trasformazione. Noi temiamo la morte perché pensiamo di essere un Io individuale e ci identifichiamo con la nostra personalità singolare, che riteniamo unica. Il punto è proprio qui: noi siamo plurali. E a dircelo è proprio il lato oscuro, che ci mostra come al di sotto del pelo dell’acqua ci sia il regno del caos, popolato da migliaia di voci e forme possibili. Tutto questo siamo noi e anche di più. Noi siamo fatti della stessa sostanza di Akasha, il campo di informazioni cosmico ove è registrato ogni evento, ogni cellula, ogni frequenza dall’inizio dei tempi, se mai vi fu un inizio. Nelle nostre cellule è contenuta una capacità di rinnovamento che va oltre i limiti della nostra immaginazione.

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Quando ci troviamo a confronto con il nostro lato oscuro dobbiamo abbracciarlo, anche se ciò ci disgusta, perché sarà proprio lui a innescare il processo di trasformazione che ci farà rinascere. Lasciamo crescere più parti di noi, sviluppiamo i getti più giovani, e piano piano alleggeriamo il nostro cuore, fino a che dentro saremo cavi, vuoti come il tronco di un Tasso millenario, aperto al vento, alla luce, cassa armonica per la sinfonia delle stelle.

Radici antiche, fusti sempre nuovi, un Io plurale eternamente giovane e la consuetudine al veleno, che ci protegge e combatte la morte a sua volta. Soltanto divenendo come il Tasso, provando a sintonizzarci sull’enormità della sua percezione del tempo, potremo giungere a immaginare come deve essere la vita di Gaia, la biosfera, quell’enorme animale che da miliardi di anni vive in simbiosi con il pianeta Terra. Quell’animale di cui noi stessi facciamo parte, come estreme propaggini sensoriali e cognitive, collaborando insieme al resto dell’organismo all’evoluzione della coscienza planetaria.

Il Tasso è un albero di grande saggezza e comprensione. La sua è un’energia difficile. Non per niente le rune norrene associano Eiwhaz al viaggio sciamanico, al passaggio tra le diverse dimensioni e alla ferita primordiale, ovvero quella ferita che ogni vero sciamano reca nel corpo o nell’anima, una ferita inguaribile che causa dolore ma al tempo stesso costituisce un’apertura, un ingresso magico alla coscienza cosmica.

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Non siamo noi a scegliere il Tasso, è lui a scegliere noi. A un certo punto della nostra vita lo incontreremo e da quel momento in avanti nulla sarà più lo stesso. Per fortuna. Tutto assumerà una profondità che prima non sospettavamo, anche grazie al dolore e all’ombra che invaderà i nostri occhi. Quando ci troveremo in quel luogo, potremo chiedere aiuto al Tasso e ispirarci al suo messaggio: nulla muore, tutto si trasforma, il lato oscuro è la parte più viva della vita, la morte è una terra misteriosa, un’avventura che ci conduce a una nuova vita, in una nuova forma. Finché non accetteremo questo, non potremo andare avanti e gli stessi errori, lo stesso percorso continuerà a riproporsi sempre. Il lato oscuro è la via obbligata alla luce.

Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gaio Giulio Cesare, Le Guerre in Gallia – De Bello Gallico, Mondadori, Milano 1992

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Shakespeare W., Amleto, Garzanti, Milano 1993

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Faggio: Bastare a Se stessi e Proteggere il proprio Spazio

Nome: Fagus sylvatica L., famiglia della Fagaceae

L’etimologia del nome deriva probabilmente dal greco phagein, che significa “mangiare”, in quanto il Faggio, così come la Quercia e la castagna, appartenenti alla stessa famiglia, fu in passato fonte importantissima di cibo sia per gli uomini che per gli animali, grazie alle sue foglie edibili ma soprattutto ai suoi frutti, le faggine o faggiole, commestibili crude o abbrustolite oppure trasformabili in olio tramite spremitura.

C’è però chi sostiene (Angelini) che il nome derivi dal celtico fog, cioè “fuoco”, a indicare la natura di “fuoco fattosi materia” di quest’albero, comparso sulla Terra in epoca terziaria, quando si è verificato il raffreddamento del pianeta e il fuoco in superficie si è solidificato.

L’epiteto specifico sylvatica indica invece la sua natura boschiva, sottolineando la tendenza a formare boschi, solitamente puri, dove l’ombra prodotta dall’alto fogliame scoraggia la crescita di quasi qualunque altra pianta.

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Botanica:

Il Faggio è un albero deciduo, dal portamento maestoso, che può raggiungere i 40 metri di altezza e i 500 anni d’età. Il suo apparato radicale, inizialmente fittonante, in seguito si espande, formando una rete di numerose radici secondarie ben approfondite e in simbiosi con funghi che facilitano il recupero di sostanze nutrienti dal terreno. La sua corteccia è liscia, grigio-argentea, lucida, lenticellata sui rami e molto sottile: incidendola è molto facile infatti lesionare il cambio, che si trova subito al di sotto e che contiene i vasi in cui scorre la linfa dell’albero e le cellule che ne garantiscono la crescita. Per questa ragione, nonostante la tentazione di incidere messaggi sul bellissimo tronco dei Faggi sia forte (e spesso su questi alberi si vedono cuori con frecce e nomi di innamorati), sarebbe meglio evitare, poiché è alto il rischio di raggiungere il cambio e così ferire, anche mortalmente, l’albero.

La sua corteccia chiara e liscia inoltre rende il Faggio molto sensibile alla luce. Quest’albero amante dell’ombra infatti, se esposto improvvisamente alla luce del sole per esempio a causa di disboscamento, viene gravemente danneggiato, bruciandosi.

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Il Faggio ama l’ombra e il suoli umidi ma ben drenati. Rifugge i climi troppo secchi così come quelli eccessivamente piovosi, trovando la sua fascia climatiche ideale nelle foreste dell’Europa centrale, a circa 600 metri di altitudine. Una volta che si stabilisce nel suo territorio d’elezione, questa pianta esigente tende a colonizzarlo, formando di preferenza boschi puri. I rami crescono in alto, formando angoli acuti rispetto al tronco, e si ricoprono di fitte foglie sensibilissime alla luce, di colore verde chiaro appena nate e poi più intenso, ovali, semplici e alterne, lunghe dai cinque ai dieci centimetri e con l’apice a volte acuto, altre ottuso. Se anziché in un bosco il Faggio cresce isolato, sviluppa rami anche nelle parti più basse del tronco, ricoperti da un fogliame fitto che lo protegge dalla luce e che forma una chioma tondeggiante.

Trovandosi in un bosco di Faggi, si ha l’impressione di essere all’interno di una cattedrale, e infatti alcuni hanno ipotizzato che l’ispirazione per la forma delle cattedrali gotiche l’uomo l’abbia presa proprio da tali foreste. I rami alti e frondosi filtrano la luce del Sole impedendo a molti dei suoi raggi di raggiungere il suolo, ricoperto in ogni stagione da un tappeto di foglie che si decompongono lentamente contribuendo alla formazione dell’humus, il suolo nuovo, scuro e vivo, profumato di Terra. Se ne ha occasione, il Faggio crea i suoi boschi e li mantiene, scoraggiando, una volta che si è formato, la crescita di altre specie, a eccezione di quelle amanti dell’ombra come il Tasso o l’Agrifoglio. In un bosco di Faggi si respira un’atmosfera ordinata, raccolta, di pace e magia silenziosa. I suoi tronchi, luminosi e puliti, su cui a volte compaiono “occhi” disegnati da poche rughe della corteccia, si stagliano come giganti signore assorte che osservano quietamente gli eventuali ospiti avventurarsi tra loro, accogliendoli sul tappeto di foglie che invita a sdraiarsi, circondandoli con la danza dei dei raggi di Sole che giocano con il verde del fogliame.

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I fiori maschili e quelli femminili crescono sulle stesse piante. I fiori maschili formano amenti lunghi fino a 2 cm, mentre quelli femminili si raggruppano a coppie e danno origine ai frutti: cupole legnose ricoperte da aculei erbacei ricurvi che, giunti a maturità, si aprono in quattro valve liberando due noci rossastre, chiamate faggiole o faggine. I frutti del Faggio sono un’importante fonte di cibo per numerosi animali del bosco, come i cinghiali, i cervi, gli scoiattoli, i tassi, i tordi, i merli e molti altri. Il Faggio fiorisce in aprile.

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Le sue gemme sono lunghe e appuntite, bruno rossastre, dalla tipica forma di lancia. Qualcuno le ha paragonate a dita accusatorie, ma a me paiono più che altro simili a spine o ad antenne che si allungano nell’atmosfera curiose e sottili.

Tipico del Faggio, una volta che ha formato il suo bosco, è nutrire il terreno, formando humus per arricchirlo, rinforzarlo, mantenendolo al tempo stesso drenato e ventilato. Quest’albero infatti ama i terreni freschi, profondi e ben drenati, e cerca di mantenerli sempre così grazie alle sue radici sviluppate e alla simbiosi con i funghi. E’ come se il Faggio, pianta esigente e principesca che per crescere necessita di condizioni specifiche, amasse la sua casa al punto da proteggerla sempre, creando una sinfonia armoniosa tra le foglie che si muovono seguendo il ritmo del Sole, le forme eleganti dei tronchi e dei rami che si allungano verso il cielo e le radici espanse, laboriose, socievoli, che a volte crescono anche sulla superficie del terreno, avvolgendo massi o zolle di terra, simili a serpenti di roccia o a creature leggendarie.

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I suoi bisogni specifici sono probabilmente la ragione per cui, dopo la glaciazione, il ritorno del Faggio è stato uno dei più lenti. Si è diffuso più grazie all’uomo negli ultimi due millenni che per conto proprio nei precedenti sei.

E’ facile per i meno esperti confondere il Faggio con altri alberi quali il Bagolaro (Celtis australis) e il Carpino (Carpinus betulus), che però, a ben guardare, nonostante alcune somiglianze nella corteccia e nella forma delle foglie, sono diversi sia nei frutti che nel portamento, nelle gemme e nei fiori.

Mitologia e storia:

Albero governato dall’energia del pianeta Saturno, il Faggio esprime con tutto se stesso le caratteristiche simboleggiate da questo pianeta, connesso all’archetipo del Grande Vecchio e del Regolatore. Esso porta lo Spirito all’interno della Materia. Il Faggio, nella sua composta e ritmica eleganza, ci mostra come sia possibile creare una perfetta sintonia tra le varie dimensioni, condensando la danza sottile dell’energia all’interno di una forma definita, funzionale e bellissima.

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La sua corteccia liscia e leggera fu uno dei primi supporti utilizzati in Europa per la scrittura, e infatti il nome tedesco del Faggio, Buche, ha la stessa etimologia di Buch, che significa libro. E’ pertanto un albero legato alla saggezza e alla tradizione, alla conservazione della memoria.

Tacito racconta che i popoli germanici usavano lanciare bastoncini di Faggio incisi con Rune su un telo bianco affinché i sacerdoti, osservando la disposizione in cui i bastoncini ricadevano, potessero ottenere chiarezza sulle questioni poste.

Non esistono particolari miti o divinità legate a quest’albero, probabilmente anche per il fatto che non si tratta di un’essenza particolarmente longeva. Veniva però considerato con grande rispetto un tramite tra gli uomini e gli dèi, circondato da aura divina, e Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, e che le coppe utilizzate per i sacrifici erano intagliate nel suo legno. Per i Celti esso era un albero simbolo di conoscenza, saggezza e lucidità, rappresentando anche le qualità di concentrazione e purezza necessarie ai druidi per poter entrare in contatto con l’altro mondo.

L’unione tra Spirito e Materia e tra uomo e Dio simboleggiata dal faggio si può trovare anche nel significato dei numeri presenti nei frutti: 2 semi di forma triangolare (3) sono uniti in 1 riccio composto da 4 valve. Nella numerologia, l’1 rappresenta l’assoluto, il principio divino; il 2 simboleggia la dualità, il 3 è il numero della conoscenza e del superamento della dualità e infine il 4 rappresenta la materia, costituita appunto dai quattro elementi.

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La foresta di Verzy, in Francia, era celebre per la presenza di alcuni Faggi mostruosi il cui tronco insieme con i rami più bassi formava ammassi confusi e contorti, probabilmente per via di malformazioni causate da una mutazione avvenuta in seguito alla caduta di un meteorite radioattivo nei primi secoli della nostra era. I Faggi “mostruosi” sono già citati in un cartulario dell’abbazia di Saint-Basle del VI secolo.

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Faggio nella foresta di Verzy

Il legno del Faggio è un legno che ben di adatta alle mani dell’uomo e infatti in passato è spesso stato utilizzato per costruire i manici degli attrezzi da lavoro. Per via del suo basso contenuto in tannini, invece, e dunque della sua scarsa resistenza alla decomposizione, non è indicato per la costruzione di mobili o case.

Fitoterapia:

La corteccia, il legno, le foglie e i semi del Faggio sono usati in medicina per le loro proprietà astringenti, antisettiche e disinfettanti. Il Faggio è una pianta rinfrescante: una preparazione fatta con la corteccia è un vecchio rimedio contro le febbre e stare sotto a un Faggio calma, rinfresca e stimola.

Un tempo la cenere di quest’albero  era utilizzata per produrre unguenti contro le infiammazioni della pelle di uomini e animali, così come per la preparazione di soluzioni saponose utili per pulire o lavare le superfici e la pelle.

Le foglie del Faggio sono commestibili e possono essere consumate fresche, in insalata o in minestre. I suoi frutti contengono il 50% di olio e sono stati utilizzati fin dall’antichità per il nutrimento di uomini e animali.

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Dalla distillazione del legno si ottiene il creosoto, una sostanza fungicida e insetticida che veniva utilizzata per curare funghi e altri problemi della pelle ma che, essendo piuttosto tossica per l’uomo e per l’ambiente, è oggi vietata. Già 200 anni fa però Hanemann, il padre dell’omeopatia, ne aveva notato gli effetti collaterali, trasformandolo in un importante rimedio omeopatico (Kreosotum).

In gemmoterapia, Fagus sylvatica, preparato con le gemme del Faggio, agisce sulle vie urinarie e sul sistema reticolo-endoteliale, ha notevoli proprietà antistaminiche, svolge un’azione diuretica, aumenta le gammaglobuline e riequilibra l’assetto lipidico, rivelandosi utile nella prevenzione e nel trattamento di sindromi allergiche, ipogammaglobulinemie, sovrappeso, cellulite e ritenzione idrica.

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In floriterapia, i fiori del Faggio costituiscono la base dell’importante essenza floreale Beech, rimedio che aiuta le persone ipercritiche ed esigenti, che tendono a isolarsi, a tenere un atteggiamento di superiorità come barriera difensiva, sentendosi incomprese e deluse dal mondo. Beech risveglia in queste persone la virtù della tolleranza e dell’accettazione, permettendo loro di mettere la loro grande lucidità, sensibilità e capacità di osservazione al servizio attivo di se stesse e degli altri.

L’energia del Faggio:

Il Faggio non comunica in maniera diretta e per ascoltare il suo messaggio occorre sintonizzarsi delicatamente con lui e restare in ascolto con ogni cellula del proprio corpo. Si sentirà allora diffondersi lungo la pelle, nelle vene e attraverso i canali energetici una sensazione sottile di benessere e completezza, che non solo pervade il nostro corpo ma permea tutta l’atmosfera del bosco che ci circonda, unificando il campo aurico e armonizzando le nostre frequenze. Stando seduti in meditazione in una faggeta, o sdraiati sul tappeto di foglie contemplando i rami più alti che si sfiorano, s’intrecciano e giocano con la luce, si entra dolcemente a far parte del bosco e così scompare l’illusione di essere separati. Ogni pensiero si placa, l’ansia svanisce e il Faggio ci trasmette la sua energia, mostrandoci con perfetta semplicità come bastare a noi stessi. Siamo calmi ora, siamo connessi. Non ci manca niente. Stare in una faggeta è come stare materialmente seduti nel centro del Cosmo.

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L’energia del Faggio avvolge e penetra i nostri corpi e ci parla di autonomia, di solitudine, libertà e protezione. Ci insegna che a ognuno è possibile bastare a se stesso, poiché ogni cosa è connessa e noi non abbiamo in realtà bisogno di nient’altro che di trovare il nostro Centro, ascoltare la nostra vera Voce, che è la Voce del Centro del Cosmo. Il Faggio ci insegna la forza e la severità necessarie a delineare il nostro spazio sacro, proteggendolo dalle influenze negative. Ci mostra come diventare bosco, nutrendo il terreno che ci nutre e intrecciando le nostre radici con quelle dei nostri simili, facendoci sostenere in questo dai funghi, che in natura sono simbolo della coscienza cosmica che tutto connette. Ci insegna anche a non svalutare le nostre esigenze, ma a cercare con costanza e pazienza l’ambiente giusto per poter prosperare. Ci insegna l’autostima, e che nessuno rispetterà noi e i nostri bisogni se non lo facciamo noi stessi per primi.

Dal Faggio possiamo imparare a creare un nostro spazio sacro (sia interiore che esteriore), meraviglioso come una cattedrale il cui dio siamo noi stessi, identificati con la Natura. Ci dice che non siamo mai soli, anche quando siamo soli. Ci parla della solitudine come strumento di conoscenza e di libertà, che ha bisogno di protezione e di quella disciplina armoniosa che vediamo in atto ovunque nella Natura: nel ricorrere continuo di ritmi e di reti energetiche che costituiscono la sostanza stessa della Vita.

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L’energia pulita e chiara del Faggio ci può aiutare a riconnetterci al nostro Centro e a pensare con lucidità e saggezza, sbrogliando la matassa inutile di condizionamenti e catene che provengono dalla programmazione inconscia a cui siamo stati sottoposti fin dalla nascita.

Quest’albero simbolo di libertà consapevole ci mostra quanto nutrimento e quanta ricchezza possono originare dalla solitudine, se quest’ultima è in armonia con il ciclo della Vita. Imparando a stare soli con noi stessi e proteggendo il nostro spazio sacro possiamo formare enormi boschi meravigliosi, possiamo espanderci e crescere, moltiplicarci, diventare giganti pur mantenendo pelli-cortecce sottili, lisce e luminose.

Non bisogna fraintendere l’atteggiamento di apparente chiusura del Faggio come una fuga dalla realtà, o come snobismo. Bisogna invece apprendere da esso l’indipendenza e la forza dell’autoconsapevolezza e dell’autodisciplina. Proteggere il nostro spazio sacro ed essere capaci di bastare a noi stessi ci permette infatti di conservare la nostra sensibilità alla Luce.

“Divieni la tua opera d’arte” ci dice la saggia voce del Faggio, “Trasformati in ciò che sei veramente. Esigi con dolcezza tutta la Bellezza che ti meriti. Non temere, hai la forza di mille radici che ti nutre e le tue foglie tenere si alimentano dell’energia del Sole. Non ti manca nulla. Abbi pazienza, coltiva i tuoi talenti, non svenderti, non concederti a compagnie inappropriate. Abbi il coraggio di scegliere la solitudine, se necessario, e impara ad amarla. La solitudine ti insegna la libertà.  Ci vogliono cent’anni per costruire una cattedrale ma, una volta finita, sarà facile intuire che non poteva essere altrimenti e che ne è valsa la pena fino all’ultimo secondo, fino all’ultimo centimetro, fino all’ultima radice, foglia, micelio di fungo. E nella tua cattedrale gli occhi della Dea, i tuoi occhi, ti osserveranno quieti, dandoti l’unica risposta possibile.”

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

Stitched Panorama

Samhain: ogni Fine è un nuovo Inizio

Per i Celti, dal tramonto del 31 ottobre al tramonto del 1 novembre il velo che divide mondi si assottiglia, permettendo alle creature di dimensioni parallele di entrare in comunicazione. Durante quel giorno, gli spiriti degli antenati defunti e quelli degli Aos Sì, “coloro che vivono sotto le colline”, ovvero fate ed elfi, potevano incontrare i viventi e festeggiare con loro, oppure perseguitarli.

Nella tradizione celtica gli Aos Sì erano considerati essere gli spiriti dei Tuatha Dè Danann (“il popolo della Dea Dana”), ovvero gli antenati più antichi degli stessi Celti, la popolazione che viveva nelle terre celtiche prima di ritirarsi nell’Altromondo in seguito alle invasioni dei Milesiani, i figli mortali di Mil Espaine, un invasore proveniente dall’Iberia.

I Tuatha Dè Danann, sconfitti dai Milesiani, accettarono di andare a vivere sottoterra, sotto alle colline così diffuse e caratteristiche del paesaggio irlandese, chiamate in gaelico “sidhe”, termine con cui si possono indicare sia le semplici colline che, per estensione, anche le creature che ci vivono.

20245809 Plate 6 There is almost nothing that has such a keen sense of fun...

Anziché divenire divinità o fantasmi, divennero fate, elfi e folletti: un popolo governato da leggi differenti da quello umano, che vive in una dimensione parallela alla nostra, con cui a volte si intreccia.

E’ interessante notare che davvero i Celti usavano seppellire i loro avi sotto a colline, scavando tombe simili a case, decorate con incisioni spiraliformi e orientate astrologicamente. Nel caso del Mound of the Hostages, una tomba neolitica situata in Irlanda, nella valle del fiume Tara, l’ingresso è allineato con l’alba di Samhain (pronuncia “saah-win” o “saa-ween”).

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I Tuatha Dè Danann sono con ogni probabilità una stirpe realmente esistita, sconfitta dagli invasori e sterminata, sepolta dai sopravvissuti sotto a colline e divenuta leggenda fra gli uomini. Gli antenati anziché semplicemente morire hanno attraversato il velo delle dimensioni, cambiando realtà e trasformandosi in un popolo fatato che, a Samhain, è molto facile incontrare.

L’importanza delle feste stagionali (Samhain, Imbolc, Beltane, Lughnasadh) presso i Celti risale ad origini molto antiche. James Frazer, ne Il Ramo d’oro, fa notare che il 1 novembre nelle terre d’Irlanda non poteva essere una data collegata al mondo dell’agricoltura, in quando il clima è già troppo rigido e il raccolto è terminato. Invece, è proprio intorno a questa data che i pastori riportano il bestiame dai pascoli di altura estivi, per ritirarlo nelle stalle, preparandosi al gelo e al buio. Samhain sarebbe pertanto una festa legata al mondo pastorale e perciò arcaica, precedente lo sviluppo dell’agricoltura. E’ la festa che celebra l’annuale morte della Natura, la fine dell’anno lunare e l’inizio del nuovo (il capodanno lunare vero e proprio ha luogo con il primo novilunio dopo il giorno di Ognissanti, che quest’anno cadrà l’11 novembre). Se a Beltane, festa speculare a Samhain celebrata ogni 1 maggio, si festeggiano la luce e la vita facendo grandi fuochi e danzandovi intorno, a Samahin si danza intorno agli stessi fuochi per accogliere l’oscurità e onorare la morte.

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Alcuni studiosi hanno ipotizzato che, in un remoto passato, a Samhain si svolgessero sacrifici di capi di bestiame e di esseri umani: il dio della vegetazione moriva e il suo sangue veniva utilizzato per fertilizzare la terra, per renderla ricettiva ai semi che vi avrebbero trascorso sognanti tutto l’inverno, germogliando soltanto mesi e mesi dopo, al ritorno della luce.

Samhain è una festa molto importante: è un rito di conclusione, di morte e rinascita (perché ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio). I fuochi di Samhain servono a purificare, a bruciare il vecchio, ciò che non serve più, per permettere al nuovo di formarsi. Com Samhain celebriamo l’arrivo del buio e del freddo, riconnettendoci a quella rete della vita che ci fa tutti fratelli: onorando gli antenati, gli spiriti defunti, dai più vicini ai più remoti, alle origini della razza umana.

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Albero genealogico

Tradizionalmente, la sera del 31 si apparecchia la tavola aggiungendo un posto in più, per i morti. Si serve il cibo anche sul loro piatto e, alla fine del pasto, si pone quello stesso piatto fuori dalla porta, offrendolo agli spiriti che quella notte si aggireranno in questa dimensione.

Questo è un rito semplice che anche noi oggi possiamo ripetere. Samhain è un’ottima occasione per commemorare i morti del nostro lignaggio, vicini e lontani, onorandoli, invocando luce ed energie di guarigione per sanare i pattern negativi che ancora sopravvivono e ringraziando gli avi per i loro doni, per la vita, per i talenti che offriamo al mondo.

Milioni di madri hanno sofferto la gioia e il dolore del parto per permettere a noi di nascere. Siamo il frutto e l’anello di una lunghissima tradizione di amore, fatta da persone in carne e ossa, ognuna con i propri dolori, paure e fantasmi, che ci hanno trasmesso la vita facendo sempre il meglio che potevano. Samhain è il momento per riflettere su questo, per guarire e ringraziare. La Guarigione è un processo lungo, dura tutta la vita. E’ bello perciò dedicarle momenti sacri, in cui oltre che guarire noi stesse, guariamo anche il nostro lignaggio e, attraverso la rete della vita, il resto dell’umanità.

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Samhain è anche il tempo per rivolgere l’attenzione alla nostra interiorità, imitando ciò che fa la Natura: gli alberi fermano lo scorrere della linfa nei rami, concentrando tutta la loro vita sottoterra, dove la coltre di foglie e ghiaccio permetterà di mantenere il tepore. Sopra la Terra tutto sembrerà morto, mentre dentro, all’interno, la vita starà sognando forme e colori. Secondo Rudolf Steiner le stagioni corrispondono al ritmo del respiro della Terra: l’autunno è quando la Terra inspira, per poi trattenere il respiro durante l’inverno, espirare durante la primavera e rimanere in apnea d’estate, completamente esteriorizzata, in attesa del lungo inspiro che porterà nuovamente l’autunno.

Accogliamo il buio e il freddo sintonizzandoci con il nostro mondo interiore, concentriamoci sul respiro, poniamo attenzione a ciò che sentiamo dentro di noi. Tiriamo le fila dell’anno trascorso, buttando ciò che non serve più e ripulendo il nostro spazio, a tutti i livelli, da quello fisico a quello spirituale. Prepariamo un suolo fertile che accolga i semi dei nostri progetti futuri. Lasciamo dolcemente che la parte più attiva di noi vada in letargo e affiniamo i nostri sensi sottili. Facciamo lunghe passeggiate nei boschi, se possiamo. Proviamo ad ascoltare il rumore della Vita che sogna.

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Nota: tutti e tre i disegni riportati in questo articolo sono di Arthur Rackham (1867-1939), illustratore inglese che ha illustrato, tra gli altri, “Fiabe irlandesi” di Stephen James e “Alice nel Paese delle Meraviglie ” di Lewis Carroll.