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Artemide, dea della Luna e della Natura selvaggia

Artemide è la forma che assunse presso la civiltà greca una dea di origini preelleniche legata al culto delle foreste, degli animali selvaggi, della Luna e più in generale del potere rigenerativo della Natura.

La sua figura, come spesso accade alle divinità femminili presso le civiltà patriarcali, assume diverse forme, si nasconde e riappare, accogliendo al suo interno altre divinità, cambiando nome, trasfigurandosi, ma rimanendo sempre riconoscibile a chi la cerca, grazie ad alcuni aspetti fondamentali. C’è chi sostiene che un tempo fosse la dea Astarte (Ishtar, Inanna), dea dell’amore e della guerra che poi presso i Greci venne “fatta a pezzi” in più dee specializzate.

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Del resto, la stessa etimologia del nome Artemide è misteriosa e rimane incerta nonostante siano state avanzate svariate ipotesi. Secondo alcuni deriva dalla radice persiana *arta, che significa grandiosa, sacra, eccellente, in questo caso identificandola ancora di più con la Grande Madre di Efeso. Secondo altri deriva dalla radice greca strat o rat, che significa scuotere. Altri fanno risalire il nome al greco arktos, che significa orso, e questa ipotesi sarebbe supportata sia dal fatto che il culto di Artemide, soprattutto in Attica, era legato a quello dell’orso, sia dalla storia di Callisto, che originariamente era Artemide stessa (di cui Callisto era l’epiteto arcadico, come spiegato meglio in seguito). Questo culto era ciò che sopravviveva di antichissimi rituali totemici e sciamanici, e faceva parte di un più ampio culto dell’orsa già riscontrato nelle culture indoeuropee (per esempio la dea orsa celtica Artio). Una forma arcaica di Artemide veniva venerata nella Creta minoica come dea delle montagne e della caccia chiamata Britomartis.

In ogni caso, le forme più antiche attestate del nome sono in greco miceneo: Artemitos e Artimitei, scritte nell’alfabeto della Lineare B, nomi cui gli studiosi riconoscono un’origine preellenica. In Lidia era venerata con il nome Artimus.

Artemide era la dea protettrice dalle Amazzoni, donne forti e indipendenti, abilissime guerriere, che dalla Libia, per non sottomettersi al patriarcato, si erano spostate sui monti della Tracia e dell’Anatolia e lì vivevano in totale libertà.

A lei era dedicato il tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico, dove si trovava una statua che la rappresentava con centinaia di mammelle, come madre-animale-natura, grande nutrice divina, dispensatrice di vita.

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In Arcadia, un luogo in cui gran parte della cultura dell’Europa pre-indoeuropea era stata conservata, la chiamavano Callisto, la “bellissima”, oppure Agrotera, la “selvaggia”. Omero si riferisce a lei con l’epiteto di potnia theron, “Signora degli animali selvaggi”.

Presso i Greci, Artemide era una delle dodici maggiori divinità dell’Olimpo. Era figlia di Zeus e Leto, sorella gemella di Apollo. Artemide era la Luna, Apollo il Sole. Ma Artemide nacque prima di Apollo e aiutò poi sua madre a dare alla luce il fratello, assistendola durante i nove lunghi giorni di travaglio. Per questo è considerata anche la dea protettrice delle donne che partoriscono.

Artemis and Actaeon. Detail from an Athenian red-figure clay vase, about 480 BCE. Museum of Fine Arts, Boston

Artemide è una delle dee vergini, è indipendente ed è un’abilissima arciera. Con il suo arco e le sue frecce d’oro, costruite su misura per lei da Efeso e dai Ciclopi, Artemide, che i Romani chiamavano Diana, non sbaglia mai la mira. E’ una dea competitiva, vendicativa, che si scaglia verso il suo obiettivo senza lasciarsi distogliere da nulla. Artemide ottiene sempre ciò che vuole e punisce senza pietà chi manca di rispetto a lei o a qualcuna delle sue sorelle ninfe.

Artemide protegge le donne (sono molte le occasioni in cui impedisce o vendica stupri ai danni di una delle sue ninfe o di donne che hanno invocato il suo aiuto), le partorienti, i cuccioli, gli animali selvatici, i boschi.

Più in generale, si può dire che Artemide protegge la natura incontaminata, il potere rigeneratore della Natura nella sua forma più pura, più primordiale. E’ la dea di ciò che non appartiene all’uomo, di quello che l’uomo non può e non deve controllare né violare, la parte più misteriosa di Gaia, il suo cuore verde. E’ la dea della Vita che si rigenera, e come tale è una dea giovane, irruente, indomabile, piena di forza.

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Può comparire sotto forma di lepre, di cervo, di quaglia, di orsa, di leonessa o di falce di Luna.

Il suo essere dea della caccia non è da vedere come una contraddizione: infatti Artemide è più che altro dea dell’istinto predatorio, così come dell’Istinto in generale: è l’Orsa che caccia per sfamare i suoi cuccioli, la leonessa che diventa tutt’uno con la preda. E’ l’istinto di sopravvivenza, la fame di vita. Così come non bisogna vedere contraddizioni nel suo essere vergine e al tempo stesso protettrice delle partorienti: Artemide protegge tutte le donne, le aiuta, le difende con la sua forza adamantina. La donne che danno alla luce meritano ancor più la sua protezione in quanto stanno mettendo al mondo dei cuccioli, stanno propagando la Vita, e in quel momento sacro, in quel rito di iniziazione e passaggio che è il parto, divengono Natura allo stato puro, pervase da un dolore-gioia che accomuna tutte le madri del mondo.

Artemide è vergine per i Greci perché in una società patriarcale una donna libera, indipendente e incontaminata doveva per forza essere una vergine, per essere considerata rispettabile, degna di onore pur non appartenendo a nessun uomo. In un mondo di uomini, la verginità la rendeva libera, mentre se si fosse “conceduta” a qualcuno il suo potere sarebbe diminuito.

Questo non implica che anche la divinità preellenica da cui Artemide deriva fosse vergine. In una società matrifocale, dove la donna non è considerata una proprietà dell’uomo, la verginità non costituisce necessariamente un valore, anche se può essere una scelta.

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In ogni caso, la verginità di Artemide la identifica con l’aspetto bianco della Triplice Dea: quello della fanciulla giocosa che va alla scoperta della vita, l’adolescente che scorrazza per i boschi posseduta dalla Spirito della Natura.

Gli attributi di Artemide sono l’arco e le frecce, la luna crescente, una veste gialla con il bordo rosso che arriva solo alle ginocchia per permettere di correre, una muta di cani da caccia (sei maschi e sette femmine), 60 oceanine e 20 ninfe bambine che si prendono cura dei suoi cani quando la dea non c’è.

Sono numerosi i miti che narrano di lei e delle sue imprese, mettendo in luce il suo temperamento. Tra i più famosi c’è quello di Aretusa e Alfeo. La ninfa dei boschi Aretusa, di ritorno da una battuta di caccia, si era spogliata e si stava rinfrescando con un bagno in un fiume quando il dio di quel fiume, Alfeo, la scorse e, acceso dal desiderio, la inseguì. Aretusa mentre fuggiva chiamava aiuto invocando il nemo di Artemide che, udite le grida della ninfa, arrivò in suo soccorso, la nascose in un alone di nebbia e la trasformò in fonte d’acqua cristallina.

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Alfeo e Aretusa rappresentati nella statua che si trova presso la fonte Aretusa, sull’isola di Ortigia, a Siracusa.

In un altro mito si racconta del cacciatore Atteone che, mentre vagava con i suoi cani per la foresta s’imbattè per caso nella dea e nelle sue ninfe che si bagnavano in uno stagno nascosto e rimase attonito a guardare. Quando se ne accorse, offesa da quell’indiscrezione, Artemide gli spruzzò dell’acqua sulla faccia, trasformandolo in un cervo, così che i suoi cani si scagliarono contro il loro stesso padrone. Preso dal panico, Atteone cercò di fuggire ma venne raggiunto e sbranato.

Artemide uccise anche un altro cacciatore, Orione, secondo alcune versioni del mito l’unico uomo da lei amato, con cui trascorreva lungo tempo nei boschi. Apollo, che si sentiva offeso dall’amore della sorella, quando un giorno vide Orione nuotare in mare con la testa a pelo dell’acqua, chiamò Artemide, che si trovava poco distante, le indicò un oggetto scuro nell’oceano e le disse che non sarebbe mai riuscita a colpirlo. Provocata dalla sfida del fratello e non sapendo che l’oggetto contro cui mirava fosse la testa del suo amato, Artemide scoccò una freccia e lo uccise. Successivamente, la dea pose Orione fra le stelle e gli diede uno dei suoi cani, Sirio, la stella principale della costellazione del Cane, affinché lo accompagnasse nei cieli. Così, il solo uomo da lei amato fu vittima della sua natura competitiva.

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Secondo altre versioni invece Artemide non amava Orione, e lo uccise facendolo mordere da uno scorpione quando egli la provocò dicendole di essere un cacciatore più abile di lei. Per questo in cielo la costellazione dello Scorpione insegue sempre quella di Orione…

Affascinante e misterioso è anche il mito che narra la storia di Callisto (che in origine non era altro che una manifestazione di Artemide stessa, e ci riporta all’argomento della verginità e della castità). Callisto era figlia di Licaone, Re dell’Arcadia, ed era anche una compagna di caccia di Artemide. Come tale, decise di prendere il voto di castità. ma un giorno Zeus le apparve sotto le sembianze di Artemide, o di Apollo in alcune versioni, conquistò la sua confidenza e le sedusse (o la violentò, secondo Ovidio). Il frutto di questo incontro fu la nascita adì un figlio, Arcas.

Irata, Artemide (o secondo altre versioni Era) trasformò Callisto in un’orsa. Arcas, quando la vide, non riconoscendo sua madre, quasi la uccise: Zeus lo fermò appena in tempo. Preso dalla compassione, Zeus mise l’orso Callisto in cielo, dando origine alla costellazione dell’Orsa. Alcune storie raccontano che egli posa sia Arcas che Callisto in cielo come orsi, formando le costellazioni Ursa Minor e Ursa Major.

Ursa major

Ursa major

Questo mito contiene probabilmente tracce sia degli antichissimi culti sciamanici dell’orso in uso nell’Europa neolitica, sia sull’evoluzione della figura di Artemide: considerando infatti che, come detto prima, in origine Callisto era un epiteto della stessa dea, è interessante notare come quest’ultima punisca quella che in fondo non è altro che una parte (arcaica) di se stessa per non aver rispettato il voto di castità (così caro ai Greci), proprio trasformandola in un’orsa, simbolo antichissimo della Dea Madre, dell’istinto e della potenza della Natura.

Artemide, dea della Luna, si sentiva perfettamente a suo agio nella notte, quando vagabondava per il suo regno selvaggio nella luce lunare o di una torcia. Nelle sembianze di dea della Luna crescente era collegata con altre due dee: Selene, la Luna piena, ed Ecate, la Luna nuova. Insieme le tre dee erano considerate una trinità lunare: Selene aveva potere in cielo, Artemide sulla Terra, Ecate nel misterioso mondo sotterraneo.

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Riporto un brano molto interessante a proposito della visione lunare, tratto da Le dee dentro la donna, di Jean S. Bolen:

La chiarezza con cui la cacciatrice Artemide centra il bersaglio è uno dei suoi tipici modi di ‘vedere’. Caratteristica di Artemide in quanto dea della luna è la ‘visione lunare’. Visto al chiaro di luna, un paesaggio si trasforma, i particolari si fanno indistinti, belli e spesso misteriosi. Lo sguardo viene attratto verso l’alto, verso i cieli stellati, oppure verso un’immagine ampia, allargata della natura. Al chiaro di luna chi è in contatto con la dimensione Artemide diviene parte inconsapevole della natura, per qualche istante in essa e tutt’uno con essa. Nel suo libro Women in the Wilderness, China Galland sottolinea che quando le donne vagano per luoghi selvaggi compiono anche un percorso interiore: “Andare per luoghi selvaggi implica il riconoscimento di una dimensione ‘selvaggia’ dentro di noi. Questo è forse il valore più profondo di una simile esperienza, il riconoscimento della nostra affinità con il mondo della natura.” Le donne che seguono Artemide nelle regioni impervie scoprono se stesse e per questo diventano più riflessive. Spesso fanno sogni più vividi del consueto e ciò favorisce in loro uno sguardo interiore. Vedono i luoghi interiori e i simboli onirici ‘al chiaro di luna’, per così dire, in contrasto con la realtà tangibile, e questo, alla vivida luce del giorno, lo si apprezza ancora di più.

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Invochiamo questa dea indomabile ed elusiva quando vogliamo attivare in noi l’archetipo della vergine guerriera, dell’Amazzone, della donna-dea completamente focalizzata sul suo obiettivo, che tende l’arco, prende la mira e scocca la freccia dorata centrando perfettamente il bersaglio. Artemide ci dona la forza dell’indipendenza, della concentrazione, della libertà di spirito. Inoltre accende in noi quella visione lunare che ci permette di vedere noi stesse e il mondo che ci circonda sotto un’altra luce, con lo sguardo proprio di un essere della Natura. Artemide risveglia il nostro sesto senso, l’esattezza di chi agisce guidato dall’istinto e dall’intuizione anziché dal ragionamento. Ci pervade di Vita, di forza rigenerante. Ci permette di intuire con estrema lucidità che siamo Natura divina, che fra noi e la foresta non c’è alcuna differenza, che dentro di noi ci sono boschi illuminati solo da una falce di Luna, abitati da animali selvaggi, che abbiamo dalla nostra parte l’immensa e inesauribile energia della Vita, che ci sostiene proprio quando decidiamo di ascoltare il nostro istinto, di seguire nuotando il suo flusso.

Artemide protegge tutte le donne in difficoltà, in particolare coloro che subiscono abusi da parte di uomini, e tutte le madri che stanno dando alla luce i loro cuccioli. Inoltre protegge gli animali, i boschi e i luoghi incontaminati.

Celebriamo la dea recandoci in boschi o in luoghi selvaggi, se possibile durante notti di luna crescente, sintonizzandoci con il battito del cuore della Natura, con il respiro animale che ci anima, sviluppando la nostra visione lunare e ascoltando il nostro istinto. Se vogliamo, corriamo per il bosco, oppure bagnamoci in fiumi o cascate. Sentiamoci vive, forti, libere, intere. Abbiamo tutto il diritto di esserlo. Sentiamo che la dea è tutt’intorno a noi: è il corpo del bosco, lo sguardo della Luna, il respiro degli alberi e della Terra, canta con la voce dei ruscelli, ci sfiora con il vento entrando dentro di noi e vivificando ogni nostra cellula. Al tempo stesso la dea è anche già dentro di noi, da sempre, in quei luoghi del nostro inconscio ricoperti da foreste inesplorate, che attende tra i tronchi che noi la scopriamo, stringendo in una mano il suo magnifico arco d’oro, carezzando un lupo con l’altra. E, a volte, si trasforma in un’orsa…

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Bibliografia e sitografia:

-Bolen J.S., Le dee dentro la donna, Astrolabio, Roma 1991

-Monaghan P., Dizionario delle dee e delle eroine, Edizioni Red!, Milano 2004

-Wikipedia (inglese): https://en.wikipedia.org/wiki/Artemis

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Nut: dea del cielo, della notte, dell’acqua

Nut è una divinità del pantheon egizio, figlia di Shu, dio dell’aria, e di Tefnet, dea dell’umidità. Suo fratello, Geb, dio della terra, era anche suo marito. Gli Egizi furono forse l’unico popolo dell’antichità ad identificare il cielo con una divinità femminile e la terra con una maschile.

Nut è l’unica tra le dee egizie a venir raffigurata nuda, il suo immenso corpo blu ricoperto di stelle steso a formare un arco che sovrasta tutta la terra, separandola dal caos. Sul capo porta una coppa d’acqua, a volte viene raffigurata come dea alata e altre volte come una grande mucca.

Nut e Geb in origine erano amanti uniti in un eterno amplesso e fra i loro due corpi non v’era spazio per nulla. Ra, dio del Sole, che allora era il sovrano dell’intero cosmo, geloso dell’amore di Nut e Geb ordinò a Shu di separarli. Allora Shu sollevò il corpo di Nut, inarcandolo sopra a quello di Geb, la terra. Fu così che si fece spazio per il mondo. Da allora però Shu dovette per sempre rimanere a sostenere il corpo della figlia, per impedirle di riunirsi a Geb.

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Sempre per gelosia e per timore di perdere il potere, quando seppe che Nut era incinta Ra ordinò che la dea non potesse dare alla luce i suoi figli in nessuno dei 360 giorni dell’anno. Gravida di cinque dèi e disperata, Nut si rivolse allora a Thoth, dio della saggezza, chiedendogli aiuto. Thoth sfidò il dio della Luna, Khonsu, a dadi. Ogni volta che Thoth avesse vinto, Khonsu avrebbe dovuto concedergli un po’ di luce lunare. Thoth vinse talmente tante volte contro Khonsu, che alla fine riuscì a formare, con la luce vinta, cinque giorni in più, giorni lunari che non appartenevano al dio Sole Ra, in cui Nut poté finalmente partorire. Diede alla luce un dio al giorno: Osiride, Horus, Seth, Iside e Nephthys. I cinque giorni conquistati da Thoth erano giorni particolari nell’antico Egitto, e non appartenevano ad alcun mese. Alcuni di essi erano considerati fausti, come quello di Iside, altri infausti, come quello di Osiride o di Seth.

Un altro mito racconta che, quando Ra decise di abbandonare questo mondo, fu Nut, nella sua forma di mucca cosmica, a prendere il disco del dio Sole Ra fra le sue corna e a sollevarlo dalla Terra con immenso sforzo. Il peso del Sole era così insopportabile però che a un certo punto Nut venne soccorsa da quattro dèi, che l’aiutarono a issare Ra nell’altissimo e da allora rimasero per sempre a sostenere la volta del cielo, come pilastri.

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Nut è la dea del cielo e dei corpi celesti. Al tramonto inghiotte il Sole che durante la notte attraversa il suo corpo per poi venir nuovamente da lei partorito, all’alba di ogni giorno. Lo stesso succede alla Luna. Le stelle che ricoprono il corpo di Nut sono dèi e anime di defunti che nuotano come pesci oppure navigano su barche a vela nell’immensità blu del cielo notturno, che gli Egizi immaginavano come una grande distesa di acqua. I capelli di Nut sono la pioggia. Le sue mani e i piedi i punti cardinali.

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Oltre ad essere madre degli dèi, Nut è anche madre dei morti, raffigurata sui coperchi di numerosissimi sarcofagi. I defunti, come Ra e gli altri dèi, venivano da lei inghiottiti e accompagnati in cielo, dove la dea offriva loro libagioni. Per questo, in molte preghiere per i morti, è proprio a lei che ci si rivolge, chiedendole conforto e protezione.

Nut è una grande dea antica, cosmogonica. E’ una dea madre che offre protezione, che accompagna nei momenti di passaggio, che si fa carico del dolore e lo innalza al cielo. Ogni giorno inghiotte gli astri e lascia che essi attraversino il suo lungo corpo; ogni giorno partorisce nuovamente. E’ una dea di morte e rinascita, fortemente legata all’acqua, alla notte, all’inconscio. E’ anche una dea dello spazio, del vuoto. La sua immensa forza protegge la Terra dal caos e ha permesso a Nut di sollevare il Sole.

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Nut rappresenta un aspetto ancestrale e nobile della femminilità, il cui potere spaventa perfino il dio Ra. E’ la Grande Madre che tutto accoglie e che fa spazio, che accompagna i suoi figli nei loro viaggi attraverso il cosmo, che si lascia attraversare dagli astri, accogliendoli e poi donando loro nuovamente la vita – una vita sempre nuova.

E’ un’immagine di forza inesauribile, mai esausta di partorire, di prendere dentro di sé, di proteggere, di tenersi sollevata per dividere il cosmo dal caos.

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Nut è quella parte di noi che non muore mai ma sempre rinasce, quello spazio immenso nel fondo dei nostri cuori in cui possiamo accogliere tutto -anche ciò che non conosciamo, anche ciò che ci ferisce- sapendo in fondo che comunque, anche dopo aver inghiottito, si darà nuovamente alla luce, e che comunque dentro di noi rimarrà ancora altro spazio, vuoto e buio, pronto ad accogliere.

Nut è pertanto anche una dea del Cuore: come il Cuore infatti anche in lei non c’è limite di misura, c’è sempre spazio per accogliere ancora, c’è sempre uno sfondo immenso, dietro a tutte le stelle, uno spazio vuoto, magico, senza limiti, che si rinnova di continuo. Una sorgente cosmica di puro Amore.

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Nut è accettazione, accoglienza e rinascita.  E’ anche l’inconscio, acqua buia e piena di misteri, inesplorata e fonte continua di energia. E’ morte e resurrezione. E’ energia palingenetica, tutta femminile, che trova la sua forza proprio nell’essere fluida, nel non opporre resistenza, lasciandosi attraversare dalle cose, permettendo che il suo stesso corpo le trasformi, le rinnovi. Come una coppa d’acqua immensa, Nut ci sovrasta e ci protegge. Allo stesso tempo, Nut è anche dentro ognuna di noi, come principio fluido, come il Buio, la Grande Madre e l’Inconscio.

Invochiamo Nut ogni volta che sentiamo il bisogno di evocare quella parte di noi che è energia inesauribile di accettazione e rinascita, forza ancestrale. Quando dobbiamo lasciare che qualcosa passi attraverso di noi senza farci del male e per fare ciò necessitiamo di fluidità, morbidezza, non-resistenza, distacco. Quando vogliamo guardare la terra dal cielo. Quando vogliamo metabolizzare delle esperienze e trasformarle per poter rinascere. Chiediamo la sua protezione durante i parti e le morti, nei momenti di passaggio o semplicemente quando sentiamo il bisogno di avere più spazio, di trovare un vuoto in cui poterci espandere, per poterci connettere all’immensità del cielo che si stende dentro ognuna di noi.

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Bibliografia:

-Monaghan P., Dizionario delle Dee e delle Eroine, Red Edizioni, Milano 2004

-Pinch G., Egyptian Mythology, Oxford University Press, Oxford 2002

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Nut_(goddess)

-Tutte le immagini sono tratte da Wikimedia Commons: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Nut_(goddess)v

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Inanna, la dea alchemica

Inanna è una delle principali divinità del pantheon mesopotamico. Per i Sumeri, che governarono la Mesopotamia dal 4000 a.C. al 1500 a.C. circa, si chiamava Inanna, mentre gli Accadi l’avrebbero chiamata Ishtar. Il suo principale centro di culto si trovava nella città di Uruk, nell’odierno Iraq.

Inanna è la dea del cielo, dell’amore, della fertilità e della guerra.

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E’ una dea bipolare, che presenta due volti, uno benevolo e uno distruttivo, una dea potente e disinibita, diretta discendente dalla Dea Uccello neolitica. Infatti, nell’iconografia, Inanna viene spesso rappresentata con le ali e con zampe da uccello che poggiano sul dorso di due leoni (simbolo di potere e di regalità), accompagnata da due civette.

Viene associata al pianeta Venere, stella della sera e stella del mattino, e come lei anche Inanna, in uno dei suoi miti principali e giunti a noi meglio conservati, affronta la discesa  nel mondo dei morti e scompare dal cielo per poi farvi ritorno, precorrendo nel viaggio infero Odino, Orfeo e Ulisse.

Enheduanna, figlia del grande re accadico Sargon (che per primo sottomise l’intera Mesopotamia al suo potere) e prima sacerdotessa di Nanna, dio della Luna, scrisse numerosi inni, tra cui alcuni di incomparabile fascino e bellezza, dedicati alla dea.

Gli inni risalgono circa al 2300 a.C., sono scritti in cuneiforme su tavolette di argilla e costituiscono  la prima testimonianza scritta di un “autore”, anzi, di un’autrice: per la prima volta nella storia qualcuno usa la scrittura non per tenere dei registri commerciali o per scrivere dei promemoria, ma per fare poesia e per esprimere sentimenti e stati psicologici.

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Negli inni, Enheduanna si rivolge a Inanna chiamandola “Signora dal cuore immenso” e descrivendola come una donna piena d’amore, di luce ma anche come una belva assetata di sangue, che fa scempio dei corpi dei nemici sul campo di battaglia, straziandone le carni.

Discendenti dall’archetipo incarnato da Inanna sono Ishtar, appunto, dea accadica dell’amore, del sesso e della fertilità, e la dea Afrodite, quest’ultima già molto più “addomesticata” però, rispetto alla dea sumera, modellata per adattarsi alla mentalità patriarcale greca, in cui il potere riservato alle divinità femminili era stato ridimensionato, incasellato, razionalizzato, polarizzato.

Inanna, pur facendo parte del pantheon di una società patriarcale, riecheggia ancora fieramente quelle che erano le caratteristiche delle dee del Neolitico che, fino a non molto tempo prima dell’arrivo dei sumeri, venivano adorate dalle civiltà indigene del Medio Oriente e non solo.

E’ dea dell’amore, volubile e perennemente innamorata, vogliosa, disinibita (in alcuni suoi inni chiede al suo compagno Dumuzi di penetrarla, di toccare la sua vagina). E’ una regina che sa quello che vuole e pretende di ottenerlo. E’ la dea della fertilità della terra, spesso rappresentata con in mano giunchi ripiegati a formare anelli, che pretende sacrifici e grandi feste in suo onore.

Ma è anche dea della guerra, e questo all’epoca non era visto come contraddittorio: la dea dell’amore è anche la dea della guerra, che protegge il suo popolo e garantisce la vittoria ai re da lei prescelti, distruggendo i nemici in battaglia con i suoi artigli.

La femminilità prorompente e libertina di Inanna, che in alcuni inni è chiamata anche hyeròdula, ovvero prostituta sacra, supera la contraddizioni riunificando in sé gli opposti ed è una femminilità vissuta a pieno titolo, senza limitazioni, traboccante di orgoglio.

Inanna è anche la dea del cielo, la stella del mattino e della sera, dea di luce abbagliante. Per integrare il suo lato oscuro affronta un viaggio nel mondo dei morti (regno da cui nessuno ha mai fatto ritorno), durante il quale incontra il suo lato ombra, sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba che per gelosia, con un inganno, costringe Inanna a morire, a restare per sempre laggiù con lei.

Inanna, spogliata con un tranello (di cui non s’accorge o di cui finge di non accorgersi) di tutti i suoi simboli sacri (tra cui una collana di lapislazzuli) e delle sue vesti, muore. Il suo cadavere in putrefazione viene appeso a un gancio.

E’ la sua sacerdotessa, Ninshubur, che Inanna aveva preventivamente istruito, a salvarla, ricorrendo all’aiuto di Enki, dio dell’acqua e della saggezza che dallo sporco sotto alle dita degli dèi modella due creature asessuate (che non possono riprodursi e quindi non possono morire) da mandare nell’aldilà, a recuperare Inanna.

Al loro arrivo, le due creature inviate da Enki trovano Ereshkigal in travaglio, torturata dalle doglie di un parto dolorosissimo. La regina dell’oltretomba offre loro qualunque cosa in cambio di un po’ di sollievo e così i due ottengono la liberazione di Inanna. Possono prendere il suo cadavere e portarlo nell’aldiqua. I demoni guardiani del mondo dei morti pretendono però un altro cadavere che sostituisca quello della dea.

Inanna, trovando il suo compagno Dumuzi che, anziché piangere la sua morte, riposa tranquillo sotto alle foglie degli alberi, decide di consegnarlo ai demoni. E così Dumuzi, dopo aver tentato di inutilmente di fuggire, viene trascinato nell’ade.

La sorella di Dumuzi, che lo ama moltissimo, implora di poter fare scambio con lui e le viene accordato che per metà dell’anno Dumuzi dovrà stare nell’oltretomba, ma per l’altra metà dell’anno potrà ritornare, mentre la sorella prenderà il suo posto. Qui troviamo una dinamica tipica dei culti della fertilità della terra, che spiegano l’alternarsi delle stagioni e il ritorno della vegetazione con la discesa e la risalita di un dio (Tammuz, Osiride, Persefone e Demetra… lo stesso Gesù che risorge a Pasqua ricorda questa forma).

Nel mito, Inanna, dopo averlo condannato a morte, piange la perdita dell’amato.

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In questa storia di discesa ed incontro con l’ombra, di morte e resurrezione, Inanna ci si presenta come una dea regale, coraggiosa ma anche vendicativa, orgogliosa.

Già migliaia e migliaia di anni fa (probabilmente milioni, perché le radici dei miti affondano nell’alba dei tempi) si raccontavano storie di discese iniziatiche nel mondo dei morti, di incontri con la propria ombra, di morte e resurrezione, di amori impossibili.

Inanna, che affronta il viaggio nell’oscurità e tornata si vendica di un amante che non è alla sua altezza, per poi però piangere la sua assenza, ci offre un meraviglioso ventaglio di femminilità completa, emancipata, vivente in ogni sua parte.

L’energia di Inanna è un’energia alchemica, di risoluzione degli opposti. Un’energia del femminile in cui c’è spazio per l’amore così come per l’odio, la guerra, e in cui gli istinti sono vissuti fino in fondo, senza vergogna, ed elevati al cielo.

Inanna ha vari amanti ma nessun marito. E’ dea dell’amore ma non è madre, il suo non è mai affetto materno ma sempre passione, lussuria. E’ una dea selvatica, una regina incoercibile.

Meditare sull’energia offerta dalla dea Inanna può aiutarci ad accettare l’emersione dei lati più oscuri del nostro Io. Solo lasciandoli emergere, accettandoli, sarà poi possibile tramutarli in luce. La discesa agli inferi è viaggio iniziatico necessario, ancora più per noi, figlie del patriarcato, per incontrare la nostra sorella ombra e morire a lei, permettendole a sua volta di partorire.

E’ un mito potentissimo, di trasformazione e di ritorno alla vita. Dall’oltretomba si può tornare. Dalla morte si fa ritorno più forti e più sagge, più complete. Ma prima occorre rimanere nude, lasciarsi sopraffare dalla propria ombra e morire, decomporsi (nella tradizione sciamanica siberiana, spesso nei sogni o nelle esperienze iniziatiche le nuove sciamane vedono il loro corpo putrefare, smembrato da corvi o da altri animali selvatici. Dopo, il corpo viene rimesso insieme ma è un corpo nuovo, un corpo magico).

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Inoltre, Inanna ci insegna la fierezza, la disinibizione, l’orgoglio di una femminilità piena, mai sottomessa. Ci insegna che siamo regine del cielo, signore dal cuore immenso in cui c’è spazio per tutto, anche per il dolore – per ogni cosa, tranne che per la paura.

Il nostro cuore è un crogiolo in cui ogni emozione, ogni energia può venire trasmutata in oro. Sta a noi accorgercene e dare il via al processo.

Riporto qui di seguito uno degli inni che la sacerdotessa Enedhuanna scrisse per Inanna:

Regina di tutti i Me

Sfolgorante di luce chiara

Donna vestita di luce

Il cielo e la terra sono i tuoi indumenti

Tu sei l’eletta, la santificata.

Oh tu grandiosa per le tue doti

Coronata dalla tua immensa bontà

Somma sacerdotessa, sei giusta

La tua mano si afferra ai sette poteri

Mia sovrana, tu dalla forza fondamentale

custode delle origini cosmiche essenziali

Tu esalti gli elementi

Legali alle tue mani

Riunisci in te i poteri

Imprigionali nel tuo cuore

Come un drago lanci veleno sulla terra dei nemici

Ruggisci come il dio della tormenta

Come il seme che imputridisce nella terra

Sei il fiume in piena che precipita già dalle montagne

Sei Inanna

Suprema in cielo e in terra”

(da Inanna. Signora dal cuore immenso, di Betty De Shong Meador, Venexia, Roma 2009

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Letture consigliate:

-Brinton Perera S., Descent to the Goddess, Inner City Books, Toronto 1981

-Campbell J., L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012

-De Shong Meador B., Inanna. Signora dal cuore immenso, Venexia, Roma 2009

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni mediterranee, Roma 2005

-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gimbutas M., The Living Goddesses, University of California, Berkeley 2001

(e qualunque altro libro di Marija Gimbutas)

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