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Inanna, la dea alchemica

Inanna è una delle principali divinità del pantheon mesopotamico. Per i Sumeri, che governarono la Mesopotamia dal 4000 a.C. al 1500 a.C. circa, si chiamava Inanna, mentre gli Accadi l’avrebbero chiamata Ishtar. Il suo principale centro di culto si trovava nella città di Uruk, nell’odierno Iraq.

Inanna è la dea del cielo, dell’amore, della fertilità e della guerra.

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E’ una dea bipolare, che presenta due volti, uno benevolo e uno distruttivo, una dea potente e disinibita, diretta discendente dalla Dea Uccello neolitica. Infatti, nell’iconografia, Inanna viene spesso rappresentata con le ali e con zampe da uccello che poggiano sul dorso di due leoni (simbolo di potere e di regalità), accompagnata da due civette.

Viene associata al pianeta Venere, stella della sera e stella del mattino, e come lei anche Inanna, in uno dei suoi miti principali e giunti a noi meglio conservati, affronta la discesa  nel mondo dei morti e scompare dal cielo per poi farvi ritorno, precorrendo nel viaggio infero Odino, Orfeo e Ulisse.

Enheduanna, figlia del grande re accadico Sargon (che per primo sottomise l’intera Mesopotamia al suo potere) e prima sacerdotessa di Nanna, dio della Luna, scrisse numerosi inni, tra cui alcuni di incomparabile fascino e bellezza, dedicati alla dea.

Gli inni risalgono circa al 2300 a.C., sono scritti in cuneiforme su tavolette di argilla e costituiscono  la prima testimonianza scritta di un “autore”, anzi, di un’autrice: per la prima volta nella storia qualcuno usa la scrittura non per tenere dei registri commerciali o per scrivere dei promemoria, ma per fare poesia e per esprimere sentimenti e stati psicologici.

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Negli inni, Enheduanna si rivolge a Inanna chiamandola “Signora dal cuore immenso” e descrivendola come una donna piena d’amore, di luce ma anche come una belva assetata di sangue, che fa scempio dei corpi dei nemici sul campo di battaglia, straziandone le carni.

Discendenti dall’archetipo incarnato da Inanna sono Ishtar, appunto, dea accadica dell’amore, del sesso e della fertilità, e la dea Afrodite, quest’ultima già molto più “addomesticata” però, rispetto alla dea sumera, modellata per adattarsi alla mentalità patriarcale greca, in cui il potere riservato alle divinità femminili era stato ridimensionato, incasellato, razionalizzato, polarizzato.

Inanna, pur facendo parte del pantheon di una società patriarcale, riecheggia ancora fieramente quelle che erano le caratteristiche delle dee del Neolitico che, fino a non molto tempo prima dell’arrivo dei sumeri, venivano adorate dalle civiltà indigene del Medio Oriente e non solo.

E’ dea dell’amore, volubile e perennemente innamorata, vogliosa, disinibita (in alcuni suoi inni chiede al suo compagno Dumuzi di penetrarla, di toccare la sua vagina). E’ una regina che sa quello che vuole e pretende di ottenerlo. E’ la dea della fertilità della terra, spesso rappresentata con in mano giunchi ripiegati a formare anelli, che pretende sacrifici e grandi feste in suo onore.

Ma è anche dea della guerra, e questo all’epoca non era visto come contraddittorio: la dea dell’amore è anche la dea della guerra, che protegge il suo popolo e garantisce la vittoria ai re da lei prescelti, distruggendo i nemici in battaglia con i suoi artigli.

La femminilità prorompente e libertina di Inanna, che in alcuni inni è chiamata anche hyeròdula, ovvero prostituta sacra, supera la contraddizioni riunificando in sé gli opposti ed è una femminilità vissuta a pieno titolo, senza limitazioni, traboccante di orgoglio.

Inanna è anche la dea del cielo, la stella del mattino e della sera, dea di luce abbagliante. Per integrare il suo lato oscuro affronta un viaggio nel mondo dei morti (regno da cui nessuno ha mai fatto ritorno), durante il quale incontra il suo lato ombra, sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba che per gelosia, con un inganno, costringe Inanna a morire, a restare per sempre laggiù con lei.

Inanna, spogliata con un tranello (di cui non s’accorge o di cui finge di non accorgersi) di tutti i suoi simboli sacri (tra cui una collana di lapislazzuli) e delle sue vesti, muore. Il suo cadavere in putrefazione viene appeso a un gancio.

E’ la sua sacerdotessa, Ninshubur, che Inanna aveva preventivamente istruito, a salvarla, ricorrendo all’aiuto di Enki, dio dell’acqua e della saggezza che dallo sporco sotto alle dita degli dèi modella due creature asessuate (che non possono riprodursi e quindi non possono morire) da mandare nell’aldilà, a recuperare Inanna.

Al loro arrivo, le due creature inviate da Enki trovano Ereshkigal in travaglio, torturata dalle doglie di un parto dolorosissimo. La regina dell’oltretomba offre loro qualunque cosa in cambio di un po’ di sollievo e così i due ottengono la liberazione di Inanna. Possono prendere il suo cadavere e portarlo nell’aldiqua. I demoni guardiani del mondo dei morti pretendono però un altro cadavere che sostituisca quello della dea.

Inanna, trovando il suo compagno Dumuzi che, anziché piangere la sua morte, riposa tranquillo sotto alle foglie degli alberi, decide di consegnarlo ai demoni. E così Dumuzi, dopo aver tentato di inutilmente di fuggire, viene trascinato nell’ade.

La sorella di Dumuzi, che lo ama moltissimo, implora di poter fare scambio con lui e le viene accordato che per metà dell’anno Dumuzi dovrà stare nell’oltretomba, ma per l’altra metà dell’anno potrà ritornare, mentre la sorella prenderà il suo posto. Qui troviamo una dinamica tipica dei culti della fertilità della terra, che spiegano l’alternarsi delle stagioni e il ritorno della vegetazione con la discesa e la risalita di un dio (Tammuz, Osiride, Persefone e Demetra… lo stesso Gesù che risorge a Pasqua ricorda questa forma).

Nel mito, Inanna, dopo averlo condannato a morte, piange la perdita dell’amato.

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In questa storia di discesa ed incontro con l’ombra, di morte e resurrezione, Inanna ci si presenta come una dea regale, coraggiosa ma anche vendicativa, orgogliosa.

Già migliaia e migliaia di anni fa (probabilmente milioni, perché le radici dei miti affondano nell’alba dei tempi) si raccontavano storie di discese iniziatiche nel mondo dei morti, di incontri con la propria ombra, di morte e resurrezione, di amori impossibili.

Inanna, che affronta il viaggio nell’oscurità e tornata si vendica di un amante che non è alla sua altezza, per poi però piangere la sua assenza, ci offre un meraviglioso ventaglio di femminilità completa, emancipata, vivente in ogni sua parte.

L’energia di Inanna è un’energia alchemica, di risoluzione degli opposti. Un’energia del femminile in cui c’è spazio per l’amore così come per l’odio, la guerra, e in cui gli istinti sono vissuti fino in fondo, senza vergogna, ed elevati al cielo.

Inanna ha vari amanti ma nessun marito. E’ dea dell’amore ma non è madre, il suo non è mai affetto materno ma sempre passione, lussuria. E’ una dea selvatica, una regina incoercibile.

Meditare sull’energia offerta dalla dea Inanna può aiutarci ad accettare l’emersione dei lati più oscuri del nostro Io. Solo lasciandoli emergere, accettandoli, sarà poi possibile tramutarli in luce. La discesa agli inferi è viaggio iniziatico necessario, ancora più per noi, figlie del patriarcato, per incontrare la nostra sorella ombra e morire a lei, permettendole a sua volta di partorire.

E’ un mito potentissimo, di trasformazione e di ritorno alla vita. Dall’oltretomba si può tornare. Dalla morte si fa ritorno più forti e più sagge, più complete. Ma prima occorre rimanere nude, lasciarsi sopraffare dalla propria ombra e morire, decomporsi (nella tradizione sciamanica siberiana, spesso nei sogni o nelle esperienze iniziatiche le nuove sciamane vedono il loro corpo putrefare, smembrato da corvi o da altri animali selvatici. Dopo, il corpo viene rimesso insieme ma è un corpo nuovo, un corpo magico).

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Inoltre, Inanna ci insegna la fierezza, la disinibizione, l’orgoglio di una femminilità piena, mai sottomessa. Ci insegna che siamo regine del cielo, signore dal cuore immenso in cui c’è spazio per tutto, anche per il dolore – per ogni cosa, tranne che per la paura.

Il nostro cuore è un crogiolo in cui ogni emozione, ogni energia può venire trasmutata in oro. Sta a noi accorgercene e dare il via al processo.

Riporto qui di seguito uno degli inni che la sacerdotessa Enedhuanna scrisse per Inanna:

Regina di tutti i Me

Sfolgorante di luce chiara

Donna vestita di luce

Il cielo e la terra sono i tuoi indumenti

Tu sei l’eletta, la santificata.

Oh tu grandiosa per le tue doti

Coronata dalla tua immensa bontà

Somma sacerdotessa, sei giusta

La tua mano si afferra ai sette poteri

Mia sovrana, tu dalla forza fondamentale

custode delle origini cosmiche essenziali

Tu esalti gli elementi

Legali alle tue mani

Riunisci in te i poteri

Imprigionali nel tuo cuore

Come un drago lanci veleno sulla terra dei nemici

Ruggisci come il dio della tormenta

Come il seme che imputridisce nella terra

Sei il fiume in piena che precipita già dalle montagne

Sei Inanna

Suprema in cielo e in terra”

(da Inanna. Signora dal cuore immenso, di Betty De Shong Meador, Venexia, Roma 2009

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Letture consigliate:

-Brinton Perera S., Descent to the Goddess, Inner City Books, Toronto 1981

-Campbell J., L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012

-De Shong Meador B., Inanna. Signora dal cuore immenso, Venexia, Roma 2009

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni mediterranee, Roma 2005

-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gimbutas M., The Living Goddesses, University of California, Berkeley 2001

(e qualunque altro libro di Marija Gimbutas)

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Lapislazzuli, la pietra dei Maghi

Il Lapislazzuli ha un sistema cristallino cubico e fa parte della classe minerale dei tettosilicati. E’ un minerale terziario che si forma nel corso della metamorfosi del calcio in marmo. La presenza del ferro determina la formazione di inclusioni piritiche color oro.

I minerali terziari si formano quando, a causa del movimento delle zolle, le rocce appartenenti a due placche terrestri contigue collidono e una delle due placche inizia il processo di subduzione, ovvero letteralmente si “infila” al di sotto dell’altra. Il calore e la pressione raggiunti durante il processo sono elevatissimi, tanto da provocare la fusione delle rocce coinvolte, modificandone la struttura e la composizione chimica. Alcune rocce continueranno a scivolare sotto il mantello terrestre, trasformandosi in magma. Altre invece seguiranno vie diverse e si raffredderanno prima di sciogliersi completamente, dando origine alle rocce metamorfiche e ai minerali terziari.

L’esperto di pietre e minerali Michael Gienger scrive “La formazione dei minerali terziari è dovuta a un processo di trasformazione, nel corso del quale, sotto la spinta di fattori interni, quanto si dimostra non resistente a calore e pressione, è costretto ad assumere una nuova forma. Nascono così da questo processo di mutazione della forma e di interscambio, nuovi minerali.” (M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, ed. Crisalide, Spigno Saturnia, 1997)

E’ perciò facile intuire che la caratteristica terapeutica che accomuna tutti minerali terziari (lapislazzuli, granato, nefrite, serpentina, occhio di tigre, marmo) è quella di sostenerci nelle trasformazioni, stimolando il processo di cambiamento interiore, aiutandoci a cambiare pelle, a lasciar andare le strutture e le forme pensiero vecchie, che non ci servono più. Queste pietre permettono di superare la situazioni di stallo, di compromesso, dove la sensazione di insoddisfazione rende necessario un cambiamento; oppure quando il cambiamento sta già accadendo ma noi siamo preda della paura del nuovo. I minerali terziari fanno sì che “tutto ciò che non possiede un valore permanente, inizi a trasformarsi e ad assumere nuova forma.” (M.Gienger, 1997)

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Dettaglio della Porta di Ishtar (Museo di Pergamo, Berlino)

Il Lapislazzuli è una delle pietre preziose considerate tali da più tempo nella storia. Il suo nome deriva dal latino (lapis: pietra) e dal persiano (žaward: azzurro) e si trova principalmente in Afghanistan (altri giacimenti sono in Cina e in Cile). Ma sono le miniere afghane quelle da cui proveniva il lapislazzuli con cui i Babilonesi decorarono le splendide mura della Porta di Ishtar, a Babilonia, che fungeva da ingresso alla capitale; e sempre dall’Afghanistan provenivano i lapislazzuli utilizzati dagli Egizi per dipingere l’interno di templi e tombe e per decorare i gioielli e le vesti destinati ai sacerdoti o a membri della famiglia reale. Nell’Antico Egitto il Lapislazzuli era considerata una pietra magica, che metteva in contatto con gli dèi conferendo a chi la indossava il potere di influenzare la realtà con il pensiero.

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Dettaglio della decorazione nella sala del sarcofago di Sethi I nella Valle dei Re, Egitto.

Il Lapislazzuli ha la capacità di penetrare attraverso il nostro subconscio, accompagnandoci in un viaggio cosmico verso il nostro Sé. Fa venire a galla la nostra verità interiore e allo stesso tempo ci fa sentire autorizzati a esprimerla con chiarezza al mondo. Il suo colore blu oltremare screziato d’oro ricorda il cielo stellato. Il cielo che scopriamo viaggiando con il Lapislazzuli è quell’immenso cosmo, quell’ecosistema di costellazioni energetiche presente dentro di noi. Questa pietra può aiutarci (indossata come pendente, posta sopra al terzo occhio durante la meditazione oppure sotto al cuscino di notte, oppure ancora assumendo il suo elisir di gemma) ad accedere al nostro potere personale e a esprimere il nostro talento, sbloccando eventuali ristagni energetici nell’area del chakra della gola, legato alla comunicazione e alla creatività. Il Lapislazzuli ci aiuta a far sentire la nostra voce, non gridando ma con autorità, l’autorità serena e gioiosa di una sacerdotessa o una regina, che è consapevole del proprio potere e lo esercita con attenzione e misura, senza perdere il contatto con la fonte profonda del suo essere. Inoltre, ci permette di lasciar andare eventuali fardelli legati al passato, purificandoci da vecchie strutture che ci impedivano di comunicare chiaramente con il nostro Sé.

Per questo è chiamata la pietra dei Maghi: perché portandoci in esplorazione del nostro cielo interiore, del nostro subconscio, e sciogliendo forme pensiero fossilizzate non più utili, il Lapislazzuli ci permette di vedere con chiarezza noi stessi e la nostra verità. E, una volta che si è “visto” , si ha l’autorità per parlare, per cantare.

Parole chiave: potere personale, espressione dei talenti, verità interiore, purificazione

Colore: Blu oltremare

Chakra stimolato: V

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La Visione del Lapislazzuli:

Qui di seguito riporto la visione che mi ha offerto il Lapislazzuli durante una meditazione.

Sono acqua di fonte trasparente, cristallina. Sono vuota e rifletto la luce. Aspetto che la pietra mi prenda per mano e mi accompagni nel viaggio.

L’acqua della fonte si tinge di blu. Compaiono grossi pesci che nuotano nell’acqua. La fonte si trasforma e diventa un mare, l’oceano blu profondo, con vortici e grandi onde che si infrangono sugli scogli. Un’onda schiumosa, nella notte, trasporta una conchiglia fuori dall’acqua. La conchiglia inizia una storia separata da quella dell’oceano, passa di mano in mano e di luogo in luogo. Lontano, molto tempo dopo, qualcuno la afferra e se la porta all’orecchio, che è una conchiglia di carne. Dopo tutto il tempo trascorso, la conchiglia ancora racchiude il suono del mare. La vibrazione dell’oceano si può ancora percepire al suo interno, come la radiazione di fondo dell’universo, che dopo miliardi di anni luce ancora ci attraversa.

Il cosmo si trova in una conchiglia? Qualcuno potrebbe appoggiarci l’orecchio e sentire il suono delicato e lontano della nostra vibrazione.

La conchiglia si è svuotata, ha perso il suo mollusco e si è riempita del canto del mare. Questo significa che è necessario rinunciare al proprio Io (il mollusco) per permettere al Sé di risuonare. La voce della conchiglia è la Voce del Sé.

Il Lapislazzuli mi permette di parlare con la voce del Sé, che è identica alla voce del cosmo.

Perdendo la mia identità, mi connetto con la memoria ancestrale, con l’Akasha.

Scompaio e mi identifico con il cielo stellato…

Grazie. Ti amo.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Nut, la dea del cielo (Papiro Greenfield)

Letture consigliate:

-M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, Crisalide, Spigno Saturnia 1997

-S.Johnson, L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-K.Raphaell, La luce dei cristalli, Verdechiaro, Baiso 2012

Iside e Osiride