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Iside, Grande Madre, dea della Magia e della Guarigione

Iside è il nome greco di una divinità del pantheon egizio che gli Egizi erano soliti chiamare Aset. Nel geroglifico con cui si scrive il suo nome troviamo un trono (simbolo e copricapo di Iside), una pagnotta, un uovo e una donna accovacciata.

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Nell’Antico Egitto, a partire dalla Quinta Dinastia (2494-2395 a.C.), Iside era considerata madre dei faraoni, protettrice dei morti, dea delle arti magiche, dei rituali, dell’agricoltura. Più in generale, era la protettrice della civiltà, la Grande Madre divina, l’Anima che mai abbandona il suo amato. Iside è l’archetipo della moglie fedele e innamorata, della madre e della guaritrice. E’ colei che governa sapientemente le arti magiche, che conosce i rituali per il mantenimento dell’ordine.

Iside e Osiride rappresentano l’ordine supremo, la civiltà, la fertilità e la rinascita in questo mondo e nell’Oltretomba, opposti al fratello Seth, che invece rappresenta il caos, il deserto, l’odio, il principio distruttivo.

Le origini del culto di Iside sono oscure. Fino alla Quinta Dinastia il suo nome non viene menzionato e la dea non ha una città cultuale a lei dedicata. E’ a partire dalla metà del terzo millennio a.C. che, entrando a far parte dell’Enneade di Eliopoli, Iside inizia ad acquistare popolarità. I sacerdoti e le sacerdotesse raccontano i suoi miti, che la identificano come moglie e madre divina, nutrice dei faraoni e protettrice dei morti. Da questo momento in avanti, la fama di Iside non fa che crescere e il suo potere si espande. Le sue sacerdotesse sono guaritrici, interpreti di sogni e prevedono il tempo atmosferico, sul quale possono influire intrecciandosi oppure non pettinandosi i capelli. Con la conquista greca dell’Egitto e il processo di ellenizzazione che segue, il culto di Iside si espande a macchia d’olio nel vicino Oriente, in Grecia e nel mondo romano, divenendo una religione iniziatica. Iside è identificata fondamentalmente con il lato femminile dell’uomo: è la Luna, è madre, amante, sposa fedele, sacerdotessa e maga. E’ l’Anima che sempre accompagna l’Io maschile. E’ la perfetta compagna, donna saggia e innamorata, madre assidua, nemica pericolosa. La sua immagine diviene immensa, luminosa e potente, va a coincidere con quella della Natura stessa e ingloba molte altre dee (Demetra, Astarte, Afrodite…). Per questo uno degli epiteti di Iside diviene dea dai diecimila nomi.

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Iside in un rilievo di età ellenistica

“Eccomi qui, Lucio, commossa dalle tue preghiere: io madre della natura, padrona di tutti gli elementi, origine delle generazioni, divinità somma, regina degli Inferi, prima dei celesti, immagine uniforme degli dei e delle dee, io che governo ai miei cenni le luminose altezze del cielo, i soffi salubri del mare, i silenzi desolati dell’oltretomba. La mia divinità unica è venerata dal mondo in forme varie, con riti diversi, sotto molti nomi. I Frigi primigeni mi chiamano dea di Pessinunte e madre degli dei; gli autoctoni attici, Minerva cecropia, i Cipri marini, Venere Pafia, i Cretesi armati d’arco, Diana Dictinna , i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi Eleusinii, Cerere Attea; altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri Ramnusia, e quelli che vengono illuminati dai raggi del sole nascente e da quelli del sole al tramonto, gli Etiopi delle due razze, e gli Egizi famosi per la loro antica dottrina, venerandomi con i riti corretti, mi chiamano col mio vero nome, Iside regina. Sono qui perché ho compassione delle tue disgrazie, sono qui misericordiosa e propizia. Smetti dunque i pianti e i lamenti, scaccia la tristezza. Per la mia provvidenza, splende il giorno della tua salvezza. Presta dunque attenzione scrupolosa ai miei ordini”.  (Apuleio di Madaura, LeMetamorfosi o L’Asino d’oro, XI, 5. Traduzione di G.Vitali)

Con l’avvento del cristianesimo, Iside viene anche identificata con la Vergine Maria, a cui regala alcuni dei suoi epiteti, tra cui Regina del Cielo. Come Iside, anche Maria verrà spesso raffigurata mentre allatta il suo figlio divino.

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Il tempio di Iside sull’isola di Philae fu l’ultimo tempio pagano d’Egitto a venire chiuso, nel VI secolo d.C. Il culto di Iside sopravvive ancora oggi, presso diverse tradizioni.

Iside è figlia di Nut e di Geb, la coppia cosmica di Cielo e Terra, e sorella di Osiride, Seth, Horus il vecchio e Nephthys. Di Osiride è anche la sposa.

Viene spesso rappresentata alata, con un trono come copricapo oppure con due corna di mucca che reggono il disco del Sole (questo in seguito alla sua identificazione con la dea mucca Hator, moglie di Ra). Altri suoi attributi sono il tjet (il “nodo di Iside” o il “sangue di Iside”, simbolo del ciclo mestruale e di rinascita), il nibbio, il cobra, la Luna e il fiore di loto. Viene anche identificata con la stella Sirio (Sothis per gli Egizi), la stella più brillante del cielo notturno, la cui apparizione all’alba, poco prima che la luce del Sole la oscurasse, segnava l’inizio del periodo delle inondazioni annuali del Nilo. Nel calendario egizio, calibrato sui moti stellari, Sirio ricopriva un ruolo molto importante e le sue peregrinazioni attraverso il cielo erano interpretate come altrettante tappe del mito di Iside.

Tjet di Iside

Tjet di Iside

Il mito racconta che Seth, arrabbiato fin dalla nascita, è invidioso del potere del fratello Osiride, che è succeduto a Ra ed è divenuto re dell’Egitto. Un giorno Seth dà un banchetto in onore del fratello e fa arrivare una bellissima cassa di legno oblunga. Seth sfida i partecipanti a sdraiarcisi dentro: colui che ci starà perfettamente, sarà il vincitore. Nessuno però sembra essere delle dimensioni giuste fino a quando non tocca a Osiride: a lui la cassa calza a pennello! (Certamente, perché Seth l’ha fatta costruire proprio su misura per lui). Non appena Osiride si sdraia nella cassa, Seth chiude il coperchio e la getta nel Nilo, decretando che la cassa sarà la sua tomba.

Iside, piangendo la morte dell’amato, parte alla ricerca della cassa per garantirgli almeno un funerale appropriato. Per trovarla viaggia fino a Byblos, in Fenicia, dove, lavorando sotto mentite spoglie come nutrice del figlio della principessa, viene a scoprire che la tomba del suo sposo si trova all’interno di un albero di tamarindo attorno a cui il re ha fatto costruire il suo palazzo. Rivelando la sua identità divina in seguito a varie vicissitudini, Iside ottiene dal re il permesso di recuperare la cassa con il corpo dell’amato e di riportarla in patria, dove la nasconde in una palude.

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Ma Seth lo viene a sapere e, scoperto il nascondiglio della cassa, in un impeto di rabbia fa scempio del corpo del fratello, dividendolo in quattordici pezzi che poi sparpaglia per tutto l’Egitto.

Iside allora assume la forma di nibbio e vola sull’Egitto alla ricerca dei pezzi. Li ritrova tutti tranne uno, il fallo, che è caduto nel Nilo ed è stato mangiato dai pesci.

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Milvus milvus, il nibbio reale.

Con l’aiuto del dio Thoth Iside rimette insieme i pezzi del suo sposo, e con lo scopo di farlo vivere nuovamente li unge con balsami preziosi e li avvolge in garze, inventando il rituale dell’imbalsamazione. Al posto del pene mette un fallo d’oro che lei stessa ha modellato.

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Terminato il rituale, Osiride risorge e  diviene il re degli Inferi. Il suo corpo e quello di Iside si sollevano insieme nel cielo e i due si uniscono un un amplesso sacro da cui nascerà Horus.

Seth, che ora è il re d’Egitto, non deve sapere della nascita di Horus, altrimenti cercherebbe di ucciderlo. E’ così che inizia il viaggio avventuroso di Iside e di suo figlio attraverso l’Egitto, in cerca di riparo e protezione.

Quando Horus diviene adulto e abbastanza potente, sfida e sconfigge lo zio assassino, ma Iside gli chiede di risparmiargli la vita: dopotutto, è sempre suo fratello.

La disputa tra Horus e Seth

La disputa tra Horus e Seth

Horus diviene il nuovo re d’Egitto e Iside scoppia di gioia per questo. Canta inni e piange lacrime dorate. Alcuni miti narrano che, una volta divenuto re, Horus sposa sua madre, che diviene a sua volta madre dei suoi quattro figli.

In questa storia ci appaiono alcuni dei mille volti di Iside: Iside la sposa fedele, l’innamorata coraggiosa che per ben due volte parte alla ricerca dell’amato e in entrambi i casi lo ritrova; Iside la sciamana, la dea alata che raccoglie i pezzi sparsi dell’anima di Osiride e li rimette insieme, risvegliandolo a nuova vita; Iside madre e moglie, moglie e madre, protettrice e donatrice di vita (è madre e moglie di Horus ma in un certo senso è moglie e madre anche di Osiride, che fa rinascere come re degli Inferi).

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Iside e il suo amato sposo Osiride, re degli Inferi

Un altro mito racconta di come Iside ruba il potere a Ra. La dea inventa un serpente velenoso, il cobra, e fa sì che Ra ne venga morso. Avvelenato, Ra è in preda agli spasmi e al dolore, e implora Iside, che è maga e guaritrice, di salvarlo. Ma Iside gli dice che perché la magia funzioni, le serve conoscere il nome segreto di Ra (nell’Antico Egitto, ogni dio così come ogni persona aveva un nome pubblico e un nome segreto, depositario dell’anima e del potere dell’individuo). Sul punto di morire, Ra bisbiglia nell’orecchio di Iside il suo nome segreto. Lei lo salva dal veleno ma da quel momento in avanti possiede il suo potere. E’ così che il suo sposo Osiride sostituisce Ra e diviene re dell’Egitto.

Maga potente, guaritrice, fedelissima madre-sorella-sposa, Iside cambia forma e non perde mai la speranza. Incarnando l’archetipo della buona moglie e della protettrice dell’ordine, Iside è sempre compresa ed è risultata gradita, facilmente assimilabile presso tutte le religioni del patriarcato, dall’Antico Egitto fino al cristianesimo. E’ simbolo di una femminilità potente ma domestica, felice di ricoprire il ruolo di sposa o di madre del sovrano, proteggendo il suo potere con la sua magia bianca.

Iside rappresenta il lato generoso e complementare della nostra femminilità. E’ la compagna fedele, la complice astuta, colei che non desidera il potere per sé ma per l’amato, e proprio così diviene protagonista indiscussa, salvatrice, eroina splendente.

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Iside rappresenta anche l’Anima junghiana, la parte femminile dell’uomo che, se propriamente integrata nell’Io, gli permette di raggiungere appieno la sua sovranità sulla psiche (l’imprescindibile conjunctio oppositorum della via alchemica).

E’ una delle poche dee che non solo sono “sopravvissute” al patriarcato ma anzi, hanno prosperato, facendo innamorare di sé tanto gli uomini quanto le donne. Questo perché Iside rappresenta una femminilità consapevole e dolce, in pace con se stessa, dotata di un grande potere che amministra con un amore ancora più grande. Rifiuta di uccidere e il male che compie è sempre a fin di bene. E’ soprattutto una Grande Madre e ci mostra il suo volto rassicurante e protettivo, immenso come quello della Luna.

Iside è fonte di potere e di serenità allo stesso tempo. Questa è la sua grandezza. E’ la Regina per eccellenza, la madre di Re, che ha risolto e superato il conflitto con il maschile senza rinunciare nemmeno a un grammo del suo splendore. Iside ci dimostra che possiamo accettare e amare la parte maschile che portiamo dentro di noi, fondendola con quella femminile in un amplesso sacro e fertile. Ci mostra come maschile e femminile siano diversi eppure indispensabili l’uno all’altra. Simbolo di ciò è l’unione tantrica, matrimonio alchemico oltre la vita e la morte che celebra con il suo sposo Osiride, dopo che lui è risorto grazie al rituale dell’imbalsamazione. Da questa unione nasce Horus, figlio divino destinato a divenire Re.

Possiamo invocare Iside quando abbiamo bisogno di attivare la nostra femminilità complementare e complice, quando dobbiamo rapportarci con energie maschili che vogliamo proteggere e innamorare, quando sappiamo che ci sarà richiesto un comportamento maturo, regale e generoso. Invochiamo la sua energia potente qualora ci serva aiuto per una guarigione di qualsiasi tipo. Iside è la protettrice dei terapeuti e dei guaritori. Protegge inoltre i rituali magici, la fertilità della Terra e del grembo, gli innamorati.

Invochiamo Iside chiedendole saggezza e protezione quando vogliamo lavorare alla fusione alchemica dei principi maschile e femminile dentro di noi. Che lo sbattere delle sue ali, che diffondono nell’aria un profumo dolcissimo e sollevano il vento nel Regno dei Morti, ci accompagni lungo il nostro viaggio di ri-scoperta dell’Unità assoluta d’Amore oltre gli opposti.

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Bibliografia e sitografia:

-Houston J., The passion of Isis and Osiris, Ballantine Wellspring, Toronto 1995

-Monaghan P., Dizionario delle Dee e delle Eroine, Red Edizioni, Milano 2004

-Pinch G., Egyptian Mythology, Oxford University Press, Oxford 2002

-Ancient Egypt Online: http://www.ancientegyptonline.co.uk/isis.html

-Encyclopaedia Britannica: http://www.britannica.com/topic/Isis-Egyptian-goddess

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Isis

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Nut: dea del cielo, della notte, dell’acqua

Nut è una divinità del pantheon egizio, figlia di Shu, dio dell’aria, e di Tefnet, dea dell’umidità. Suo fratello, Geb, dio della terra, era anche suo marito. Gli Egizi furono forse l’unico popolo dell’antichità ad identificare il cielo con una divinità femminile e la terra con una maschile.

Nut è l’unica tra le dee egizie a venir raffigurata nuda, il suo immenso corpo blu ricoperto di stelle steso a formare un arco che sovrasta tutta la terra, separandola dal caos. Sul capo porta una coppa d’acqua, a volte viene raffigurata come dea alata e altre volte come una grande mucca.

Nut e Geb in origine erano amanti uniti in un eterno amplesso e fra i loro due corpi non v’era spazio per nulla. Ra, dio del Sole, che allora era il sovrano dell’intero cosmo, geloso dell’amore di Nut e Geb ordinò a Shu di separarli. Allora Shu sollevò il corpo di Nut, inarcandolo sopra a quello di Geb, la terra. Fu così che si fece spazio per il mondo. Da allora però Shu dovette per sempre rimanere a sostenere il corpo della figlia, per impedirle di riunirsi a Geb.

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Sempre per gelosia e per timore di perdere il potere, quando seppe che Nut era incinta Ra ordinò che la dea non potesse dare alla luce i suoi figli in nessuno dei 360 giorni dell’anno. Gravida di cinque dèi e disperata, Nut si rivolse allora a Thoth, dio della saggezza, chiedendogli aiuto. Thoth sfidò il dio della Luna, Khonsu, a dadi. Ogni volta che Thoth avesse vinto, Khonsu avrebbe dovuto concedergli un po’ di luce lunare. Thoth vinse talmente tante volte contro Khonsu, che alla fine riuscì a formare, con la luce vinta, cinque giorni in più, giorni lunari che non appartenevano al dio Sole Ra, in cui Nut poté finalmente partorire. Diede alla luce un dio al giorno: Osiride, Horus, Seth, Iside e Nephthys. I cinque giorni conquistati da Thoth erano giorni particolari nell’antico Egitto, e non appartenevano ad alcun mese. Alcuni di essi erano considerati fausti, come quello di Iside, altri infausti, come quello di Osiride o di Seth.

Un altro mito racconta che, quando Ra decise di abbandonare questo mondo, fu Nut, nella sua forma di mucca cosmica, a prendere il disco del dio Sole Ra fra le sue corna e a sollevarlo dalla Terra con immenso sforzo. Il peso del Sole era così insopportabile però che a un certo punto Nut venne soccorsa da quattro dèi, che l’aiutarono a issare Ra nell’altissimo e da allora rimasero per sempre a sostenere la volta del cielo, come pilastri.

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Nut è la dea del cielo e dei corpi celesti. Al tramonto inghiotte il Sole che durante la notte attraversa il suo corpo per poi venir nuovamente da lei partorito, all’alba di ogni giorno. Lo stesso succede alla Luna. Le stelle che ricoprono il corpo di Nut sono dèi e anime di defunti che nuotano come pesci oppure navigano su barche a vela nell’immensità blu del cielo notturno, che gli Egizi immaginavano come una grande distesa di acqua. I capelli di Nut sono la pioggia. Le sue mani e i piedi i punti cardinali.

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Oltre ad essere madre degli dèi, Nut è anche madre dei morti, raffigurata sui coperchi di numerosissimi sarcofagi. I defunti, come Ra e gli altri dèi, venivano da lei inghiottiti e accompagnati in cielo, dove la dea offriva loro libagioni. Per questo, in molte preghiere per i morti, è proprio a lei che ci si rivolge, chiedendole conforto e protezione.

Nut è una grande dea antica, cosmogonica. E’ una dea madre che offre protezione, che accompagna nei momenti di passaggio, che si fa carico del dolore e lo innalza al cielo. Ogni giorno inghiotte gli astri e lascia che essi attraversino il suo lungo corpo; ogni giorno partorisce nuovamente. E’ una dea di morte e rinascita, fortemente legata all’acqua, alla notte, all’inconscio. E’ anche una dea dello spazio, del vuoto. La sua immensa forza protegge la Terra dal caos e ha permesso a Nut di sollevare il Sole.

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Nut rappresenta un aspetto ancestrale e nobile della femminilità, il cui potere spaventa perfino il dio Ra. E’ la Grande Madre che tutto accoglie e che fa spazio, che accompagna i suoi figli nei loro viaggi attraverso il cosmo, che si lascia attraversare dagli astri, accogliendoli e poi donando loro nuovamente la vita – una vita sempre nuova.

E’ un’immagine di forza inesauribile, mai esausta di partorire, di prendere dentro di sé, di proteggere, di tenersi sollevata per dividere il cosmo dal caos.

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Nut è quella parte di noi che non muore mai ma sempre rinasce, quello spazio immenso nel fondo dei nostri cuori in cui possiamo accogliere tutto -anche ciò che non conosciamo, anche ciò che ci ferisce- sapendo in fondo che comunque, anche dopo aver inghiottito, si darà nuovamente alla luce, e che comunque dentro di noi rimarrà ancora altro spazio, vuoto e buio, pronto ad accogliere.

Nut è pertanto anche una dea del Cuore: come il Cuore infatti anche in lei non c’è limite di misura, c’è sempre spazio per accogliere ancora, c’è sempre uno sfondo immenso, dietro a tutte le stelle, uno spazio vuoto, magico, senza limiti, che si rinnova di continuo. Una sorgente cosmica di puro Amore.

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Nut è accettazione, accoglienza e rinascita.  E’ anche l’inconscio, acqua buia e piena di misteri, inesplorata e fonte continua di energia. E’ morte e resurrezione. E’ energia palingenetica, tutta femminile, che trova la sua forza proprio nell’essere fluida, nel non opporre resistenza, lasciandosi attraversare dalle cose, permettendo che il suo stesso corpo le trasformi, le rinnovi. Come una coppa d’acqua immensa, Nut ci sovrasta e ci protegge. Allo stesso tempo, Nut è anche dentro ognuna di noi, come principio fluido, come il Buio, la Grande Madre e l’Inconscio.

Invochiamo Nut ogni volta che sentiamo il bisogno di evocare quella parte di noi che è energia inesauribile di accettazione e rinascita, forza ancestrale. Quando dobbiamo lasciare che qualcosa passi attraverso di noi senza farci del male e per fare ciò necessitiamo di fluidità, morbidezza, non-resistenza, distacco. Quando vogliamo guardare la terra dal cielo. Quando vogliamo metabolizzare delle esperienze e trasformarle per poter rinascere. Chiediamo la sua protezione durante i parti e le morti, nei momenti di passaggio o semplicemente quando sentiamo il bisogno di avere più spazio, di trovare un vuoto in cui poterci espandere, per poterci connettere all’immensità del cielo che si stende dentro ognuna di noi.

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Bibliografia:

-Monaghan P., Dizionario delle Dee e delle Eroine, Red Edizioni, Milano 2004

-Pinch G., Egyptian Mythology, Oxford University Press, Oxford 2002

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Nut_(goddess)

-Tutte le immagini sono tratte da Wikimedia Commons: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Nut_(goddess)v

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Lapislazzuli, la pietra dei Maghi

Il Lapislazzuli ha un sistema cristallino cubico e fa parte della classe minerale dei tettosilicati. E’ un minerale terziario che si forma nel corso della metamorfosi del calcio in marmo. La presenza del ferro determina la formazione di inclusioni piritiche color oro.

I minerali terziari si formano quando, a causa del movimento delle zolle, le rocce appartenenti a due placche terrestri contigue collidono e una delle due placche inizia il processo di subduzione, ovvero letteralmente si “infila” al di sotto dell’altra. Il calore e la pressione raggiunti durante il processo sono elevatissimi, tanto da provocare la fusione delle rocce coinvolte, modificandone la struttura e la composizione chimica. Alcune rocce continueranno a scivolare sotto il mantello terrestre, trasformandosi in magma. Altre invece seguiranno vie diverse e si raffredderanno prima di sciogliersi completamente, dando origine alle rocce metamorfiche e ai minerali terziari.

L’esperto di pietre e minerali Michael Gienger scrive “La formazione dei minerali terziari è dovuta a un processo di trasformazione, nel corso del quale, sotto la spinta di fattori interni, quanto si dimostra non resistente a calore e pressione, è costretto ad assumere una nuova forma. Nascono così da questo processo di mutazione della forma e di interscambio, nuovi minerali.” (M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, ed. Crisalide, Spigno Saturnia, 1997)

E’ perciò facile intuire che la caratteristica terapeutica che accomuna tutti minerali terziari (lapislazzuli, granato, nefrite, serpentina, occhio di tigre, marmo) è quella di sostenerci nelle trasformazioni, stimolando il processo di cambiamento interiore, aiutandoci a cambiare pelle, a lasciar andare le strutture e le forme pensiero vecchie, che non ci servono più. Queste pietre permettono di superare la situazioni di stallo, di compromesso, dove la sensazione di insoddisfazione rende necessario un cambiamento; oppure quando il cambiamento sta già accadendo ma noi siamo preda della paura del nuovo. I minerali terziari fanno sì che “tutto ciò che non possiede un valore permanente, inizi a trasformarsi e ad assumere nuova forma.” (M.Gienger, 1997)

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Dettaglio della Porta di Ishtar (Museo di Pergamo, Berlino)

Il Lapislazzuli è una delle pietre preziose considerate tali da più tempo nella storia. Il suo nome deriva dal latino (lapis: pietra) e dal persiano (žaward: azzurro) e si trova principalmente in Afghanistan (altri giacimenti sono in Cina e in Cile). Ma sono le miniere afghane quelle da cui proveniva il lapislazzuli con cui i Babilonesi decorarono le splendide mura della Porta di Ishtar, a Babilonia, che fungeva da ingresso alla capitale; e sempre dall’Afghanistan provenivano i lapislazzuli utilizzati dagli Egizi per dipingere l’interno di templi e tombe e per decorare i gioielli e le vesti destinati ai sacerdoti o a membri della famiglia reale. Nell’Antico Egitto il Lapislazzuli era considerata una pietra magica, che metteva in contatto con gli dèi conferendo a chi la indossava il potere di influenzare la realtà con il pensiero.

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Dettaglio della decorazione nella sala del sarcofago di Sethi I nella Valle dei Re, Egitto.

Il Lapislazzuli ha la capacità di penetrare attraverso il nostro subconscio, accompagnandoci in un viaggio cosmico verso il nostro Sé. Fa venire a galla la nostra verità interiore e allo stesso tempo ci fa sentire autorizzati a esprimerla con chiarezza al mondo. Il suo colore blu oltremare screziato d’oro ricorda il cielo stellato. Il cielo che scopriamo viaggiando con il Lapislazzuli è quell’immenso cosmo, quell’ecosistema di costellazioni energetiche presente dentro di noi. Questa pietra può aiutarci (indossata come pendente, posta sopra al terzo occhio durante la meditazione oppure sotto al cuscino di notte, oppure ancora assumendo il suo elisir di gemma) ad accedere al nostro potere personale e a esprimere il nostro talento, sbloccando eventuali ristagni energetici nell’area del chakra della gola, legato alla comunicazione e alla creatività. Il Lapislazzuli ci aiuta a far sentire la nostra voce, non gridando ma con autorità, l’autorità serena e gioiosa di una sacerdotessa o una regina, che è consapevole del proprio potere e lo esercita con attenzione e misura, senza perdere il contatto con la fonte profonda del suo essere. Inoltre, ci permette di lasciar andare eventuali fardelli legati al passato, purificandoci da vecchie strutture che ci impedivano di comunicare chiaramente con il nostro Sé.

Per questo è chiamata la pietra dei Maghi: perché portandoci in esplorazione del nostro cielo interiore, del nostro subconscio, e sciogliendo forme pensiero fossilizzate non più utili, il Lapislazzuli ci permette di vedere con chiarezza noi stessi e la nostra verità. E, una volta che si è “visto” , si ha l’autorità per parlare, per cantare.

Parole chiave: potere personale, espressione dei talenti, verità interiore, purificazione

Colore: Blu oltremare

Chakra stimolato: V

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La Visione del Lapislazzuli:

Qui di seguito riporto la visione che mi ha offerto il Lapislazzuli durante una meditazione.

Sono acqua di fonte trasparente, cristallina. Sono vuota e rifletto la luce. Aspetto che la pietra mi prenda per mano e mi accompagni nel viaggio.

L’acqua della fonte si tinge di blu. Compaiono grossi pesci che nuotano nell’acqua. La fonte si trasforma e diventa un mare, l’oceano blu profondo, con vortici e grandi onde che si infrangono sugli scogli. Un’onda schiumosa, nella notte, trasporta una conchiglia fuori dall’acqua. La conchiglia inizia una storia separata da quella dell’oceano, passa di mano in mano e di luogo in luogo. Lontano, molto tempo dopo, qualcuno la afferra e se la porta all’orecchio, che è una conchiglia di carne. Dopo tutto il tempo trascorso, la conchiglia ancora racchiude il suono del mare. La vibrazione dell’oceano si può ancora percepire al suo interno, come la radiazione di fondo dell’universo, che dopo miliardi di anni luce ancora ci attraversa.

Il cosmo si trova in una conchiglia? Qualcuno potrebbe appoggiarci l’orecchio e sentire il suono delicato e lontano della nostra vibrazione.

La conchiglia si è svuotata, ha perso il suo mollusco e si è riempita del canto del mare. Questo significa che è necessario rinunciare al proprio Io (il mollusco) per permettere al Sé di risuonare. La voce della conchiglia è la Voce del Sé.

Il Lapislazzuli mi permette di parlare con la voce del Sé, che è identica alla voce del cosmo.

Perdendo la mia identità, mi connetto con la memoria ancestrale, con l’Akasha.

Scompaio e mi identifico con il cielo stellato…

Grazie. Ti amo.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Nut, la dea del cielo (Papiro Greenfield)

Letture consigliate:

-M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, Crisalide, Spigno Saturnia 1997

-S.Johnson, L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-K.Raphaell, La luce dei cristalli, Verdechiaro, Baiso 2012

Iside e Osiride