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Salice: la ferita inguaribile del Femminile

Nome: esistono numerose specie di Salice, ma quella di cui ci occuperemo principalmente qui è Salix alba L., famiglia della Salicaceae.
Il latino salix, salicis risale alla radice indoeuropea *selik, passata poi nel greco heliké. La voce latina è collegata anche con l’irlandese saille.

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Botanica:
Il Salice è un albero deciduo che ama i suoli umidi e luminosi. Si trova spesso lungo corsi d’acqua e ha una crescita piuttosto veloce, anche se non raggiunge grandi altezze, fermandosi a un massimo di 25 metri, né è particolarmente longevo. Sua caratteristica è quella di avere un legno flessuoso, difficile da spezzare, infatti i suoi rami (soprattutto quelli della specie S. viminalis) vengono utilizzati per fare ceste e mobili. Un’altra caratteristica è quella di produrre numerosi polloni, fusti giovani che spuntano dalle radici dell’albero madre, dotati di grande vitalità, tanto che spesso basta trapiantarli in un suolo con il giusto tasso di umidità perché questi crescano e diventino nuovi alberi.

Il tronco del salice è robusto e spesso contorto, la corteccia grigioverde tende a fessurarsi e desquamarsi ed è ricca di tannini e di acido salicilico (che si chiama così proprio perché è stato individuato per la prima volta nella corteccia di quest’albero).
Le foglie del salice bianco sono lunghe e strette, simili a spicchi di luna, con la pagina superiore grigioverde e quella inferiore bianco avorio. Spuntano lungo i rami a volte contemporaneamente alla fioritura, a volte subito dopo, verso aprile. I salici sono piante dioiche, quindi ogni esemplare porta fiori o maschili o femminili e per l’impollinazione si affidano sia al vento (impollinazione anemofila) che agli insetti (i. entomofila). Sono frequentissime, in questo genere, le ibridazioni interspecie (salici appartenenti a generi diversi che si fecondano, dando vita a specie ibride).

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I fiori sono amenti penduli, e i fiori maschili sono i più belli e vistosi. Si formano a partire da gemme setose e argentate, sviluppandosi poi in amenti verdi simili a bruchi, con piccole scaglie che si aprono lasciando apparire gli stami. Gli stami sono lunghi e si presentano quasi sempre in coppie che recano nel mezzo una sacca di polline che attira le api, per le quali i fiori di salice sono una dei primi cibi dell’anno. Quando le antere (le “teste” degli stami) sono mature, scoppiano, liberando nell’aria nuvole di polline che, trasportate dal vento, cercheranno di raggiungere i fiori femminili di un altro salice, per fecondarli.

Il frutto del salice, come quello del pioppo, è simile a un batuffolo di cotone e nela forma somiglia a un bruco. I semi del salice, al fine di essere il più leggeri possibile, non sono dotati di endosperma, cioè non hanno il corredo nutritivo solitamente presente all’interno del seme (quella scorta di cibo che permette ai semi, in caso non trovino subito le condizioni idonee alla germinazione, di restare quiescenti ma  vitali anche per diverso tempo). Ciò fa sì che i semi del salice abbiano una vita piuttosto breve e che per germogliare necessitino di atterrare su terreni umidi dove possono radicare rapidamente.

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Fitoterapia:
Il Salice è una pianta lunare, e il suo processo caratteristico consiste nel condurre l’acquoso all’aereo, trasformando l’acqua in luce, l’eterico in astrale.

E’ noto per le sue proprietà antipiretiche, antireumatiche e antispasmodiche. E’ a partire dalla corteccia di salice che Piria scoprì, nel 1838, l’acido salicilico, per ossidazione della salicina. La salicina agisce nell’organismo umano come un prefarmaco: dopo la somministrazione per via orale, viene idrolizzata a livello intestinale in glucosio e saligenina che, una volta entrata nel circolo ematico, viene metallizzata in acido salicilico, che è un inibitori della sintesi delle prostagandine per inibizione della cicloossigenasi (quindi blocca il processo infiammatorio).

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Gli amenti hanno proprietà sedativa e ansiolitica. In particolare l’azione sedativa si manifesta a livello degli organi genitali: nei disturbi causati dalla dismenorrea, dove si ha una notevole attenuazione del dolore e delle turbe nervose, e nell’eretismo genitale, per via dell’azione anafrodisiaca. A queste proprietà si aggiunge una benefica azione tonico-stomachica che, migliorando i processi digestivi, contribuisce al benessere generale.

In flortierapia, il rimedio preparato con i fiori del Salice (Willow) fa parte del repertorio dei fiori di Bach ed è considerato il “fiore del Destino”, consigliato a coloro che non accettano la propria situazione, sentendosi continuamente insoddisfatti da ciò che hanno e attribuendo la colpa dei propri supposti fallimenti e della propria frustrazione agli altri. Willow aiuta a uscire dalle situazioni di autocompatimento cronico, stimolando l’assunzione di responsabilità e la capacità di accogliere gli altri, anziché esigere sempre qualcosa, non giudicando mai abbastanza ciò che si ottiene. Ci mostra che siamo artefici del nostro destino e ci dispone a un atteggiamento più materno verso il prossimo, più gioviale e saggio, permettendoci di uscire dalle spirali di lamentele, recriminazioni, vittimismo e rimuginamenti continui.

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Mitologia e storia:
Il Salice è il quinto albero dell’alfabeto arboreo dei Celti, che lo chiamavano saille. E’ considerato l’albero degli incantesimi, il quinto albero dell’anno, e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana, Minerva. Il mese celtico del Salice va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Beltaine, celebre per essere la festa degli innamorati, per le sue baldorie orgiastiche e per la rugiada magica. Nell’Europa settentrionale il suo legame con le streghe è così forte che, come fa notare Robert Graves in La Dea Bianca, le parole witch (“strega”) e wicked (“malvagio”) derivano dallo stesso termine che anticamente indicava il Salice, e da cui deriva anche wicker (“vimini”).                I sacrifici umani dei druidi venivano offerti con la Luna piena in cesti di vimini, e le selci funerarie erano a forma di foglia di Salice.

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Nell’antica Grecia era sacro a Circe, Era, Ecate e Persefone, tutte rappresentanti aspetti oscuri, mortuari della Triplice Dea, e venerato dalle streghe. Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal, scrive che il salice “appartiene alla Luna”. Il Salice (heliké in greco) ha dato il nome al Monte Elicona, dimora delle nove Muse, in origine sacerdotesse orgiastiche della Dea.  Secondo Plinio, davanti alla grotta cretese in cui nacque Zeus cresceva un Salice. Arthur Bernard Cook, nel suo Zeus: a study in Ancient Religion, commentando una serie di monete provenienti dal sito cretese di Gortyna, avanza l’ipotesi che Europa, che vi è raffigurata seduta su un Salice, con in mano un cesto di vimini e stretta in un abbraccio amorosa con un’aquila, sia non solo Eur-opa , “colei dall’ampio volto”, cioè a Luna piena, ma anche Eu-ropa, “colei dai fiorenti rami (di Salice)”, anche nota come Elice, sorella di Amaltea, la capra che allattò Zeus neonato.

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Sono molteplici le ragioni per cui il Salice è da sempre stato considerato sacro alla Luna: è l’albero che forse più di ogni altro predilige l’acqua, il cui simbolismo è strettamente legato a quello della Luna, dispensatrice della rugiada e in generale dell’umidità, e signora delle maree; le foglie e la corteccia dell’albero, che contiene acido salicilico, sono il rimedio per eccellenza contro i dolori rematici, causati da eccessiva umidità e un tempo ritenuti opera di stregoneria. Sui Salici ama nidificare, sempre secondo quanto racconta Graves, un uccello simbolo della Dea, il torcicollo (Inyx torquilla, noto in inglese anche come “uccello serpente”), un migratore primaverile che sibila come un serpente, si sdraia sui rami, alza la cresta quando è adirato, ha il collo mobilissimo, depone uova di colore bianco (come la Luna), si nutre di formiche e ha sulle piume dei segni a V che ricordano le scaglie dei serpenti oracoli della Grecia antica. E’ noto come il serpente sia stato, fin dal Paleolitico, considerato una delle forme assunte dalla Grande Dea, legato in particolare al suo aspetto ctonio, ossia sotterraneo.
Inoltre il liknon, il setaccio utilizzato anticamente per vagliare i cereali, era fatto di Salice. E’ su vagli di Salice di questo genere che le streghe di North Berwick, secondo quanto esse stesse confessarono a Giacomo I, avrebbero fluttuato durante i loro sabba.
Presso i Romani il Salice si chiamava salix, ma essi indicavano più frequentemente con il termine vimen, viminis (“vimine”) quelle varietà (S.alba, trianda e purpurea) i cui rami flessibili, decorticati dopo una lunga macerazione, venivano utilizzati per la fabbricazione di cesti, panieri e legacci d’ogni tipo. Vimen è anche all’origine del nome di uno dei sette colli di Roma, il Viminale, così chiamato perché un tempo era ricoperto di Salici.

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Elena Arcangeli, La sedia di vimini

La credenza di origine greca secondo cui l’albero avrebbe favorito la castità, ispirò un farmaco per calmare l’ardore sessuale. Nel XVIII secolo si raccomandava di assumere amenti di Salice alle donne sessualmente troppo esuberanti.
Anche presso il Cristianesimo delle origini il Salice era considerato una pianta che portava sterilità, o comunque che spegneva il desiderio. Forse basandosi sul falso stereotipo (già comune ai tempi di Omero, che nell’Odissea definisce il Salice come l’albero “che perde i frutti”) che il Salice faccia cadere i frutti dai rami prima che questi siano maturi – quando invece oggi si sa bene, e del resto sarebbe stato facile osservare anche in passato (ma è risaputo che a volte i pregiudizi impediscono di vedere le cose per ciò che veramente sono) che i frutti del Salice si staccano presto dalla pianta semplicemente perché maturano in fretta-, ma insomma, forse per questo il Salice fin dall’antichità fu considerato dagli uomini come albero legato alla castità, sia in senso negativo (assenza di discendenza) sia in senso positivo (ascesi e purezza). Sono numerose le occorrenze in proposito nei testi degli autori cristiani delle origini e del Medioevo.
La figura del Salice si trova dunque a oscillare, nella tradizione, fra simbolismi ambivalenti, se non proprio opposti: albero lunare, stregonesco, simbolo di un femminile indomabile e oscuro da un lato, e albero della castità dall’altro.

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L’energia del Salice:
L’energia del Salice è molto forte e complessa. Quest’albero ci parla del Femminile, ma in maniera ambivalente e misteriosa. Più che parlare a noi, quando ci poniamo in ascolto, sembra oltrepassarci per comunicare direttamente con le acque del nostro inconscio, mescolandosi con esse, sondandole con le sue radici fradice e sensibilissime e portando alla luce della Luna parti di noi che non siamo solite frequentare, trasformando in aria e liberando emozioni che teniamo segrete addirittura a noi stesse.

Il Salice è un albero legato all’acqua e alla luce, alla trasformazione delle emozioni in pensiero, al passaggio dalla sfera eterica a quella astrale. La sua energia esplora e libera, ma in un modo inconsueto per molti e spesso frainteso, soprattutto presso le società patriarcali: un modo profondamente femminile.
Il Salice è impregnato di contenuti inconsci, e il suo legno trattiene da millenni il dolore e il pianto per un femminile incompreso, temuto e quindi sottomesso. Rappresenta una parte (tanto delle donne come degli uomini) estremamente potente, legata alla capacità di flettersi, di portare a galla dal profondo e infine di accogliere. E’ un albero notturno (anche se ama il Sole e in lui riprende magnificamente), controparte vegetale della Luna, che influenza i liquidi corporei e gli organi genitali.

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Il Salice, nell’esperienza che mi ha donato, con il suo tronco in cui spesso si aprono cavità, fessure, buchi, rappresenta la ferita inguaribile del Femminile: il dolore irrimediabile dell’incomprensione e della sottomissione, che però è al tempo stesso caratteristica imprescindibile dello sciamano. Ogni sciamano infatti, tradizionalmente, deve i suoi poteri a una “unhealed wound”, una ferita inguaribile appunto, apertura che gli permette di comprendere il dolore del mondo e viaggiare in altre dimensioni per recuperare i pezzi delle anime degli altri. Il Femminile più profondo dentro ognuno di noi ha subito nel tempo gravi danni, è stato ingiuriato quasi a morte, travisato, umiliato, disprezzato e dileggiato. Il tutto per paura e ignoranza.

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Il Salice ci mostra come questa ferita insanabile, che causa sofferenza e risentimento, spesso talmente inconsce che l’apparenza è totalmente opposta, possa divenire un incavo nel nostro tronco in cui dare rifugio a piccoli animali. Un portale attraverso cui scendere nelle nostre acque per esplorare mondi lunari. Una fessura da cui assorbire la luce del Cosmo. Senza questa apertura, la magia non sarebbe possibile. Non sarebbe possibile la trasmutazione di acqua in luce, e invece è proprio questo che il saggio, forte, meraviglioso Salice ci vuole insegnare. Ci dice: “Crescete intorno alla vostra ferita, portandola come un gioiello. Esplorate mondi diversi e metteteli in comunicazione. Piegatevi, accogliete, niente potrà distruggervi. Nemmeno l’incomprensione. Nemmeno il dolore più grande. Le lacrime divengono luce. Vi offro la mia energia per mettere a tacere l’urlo dell’infiammazione che si espande attorno alle vostre membra, irrigidendovi le articolazioni e impedendovi di danzare. Accettate la ferita. Onoratela. E’ proprio attraverso di essa che potete entrare in contatto con le vostre antenate, le più antiche delle quali erano ancora riconosciute come dee. La ferita è una sola, e ci accomuna tutte. Lamentarsi non serve, e nemmeno serve ribellarsi alla propria natura di vasi portatori di acque magiche. Salite sulle mie fronde e vi farò volare fin sulla Luna, insegnandovi la meraviglia del femminile che sopravvive e accoglie e protegge e trasforma, e perdona, anche. Perché è più forte. Conosce profondità in cui i più temono di arrivare. Ma è da laggiù che passa la via per la Luna.”

Essendo legato alle acque e all’inconscio, ai poteri medianici, il Salice è un albero magico, e la sua energia, lasciata entrare nelle nostre vite, darà luogo a interessanti episodi di sincronicità, risvegliando soprattutto l’archetipo della Strega, ovvero la Vecchia Madre, la Nonna: un femminile antichissimo e tremendamente saggio, in cui la donna supera se stessa e diventa natura, paesaggio, albero…

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Cook A.B.,  Zeus: a study in Ancient Religion, Cambridge University Press, London 1925 (versione digitale)
-Culpeper N., The Complete Herbal, Thomas Kelly, London 1835 (versione digitale)
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Goethe J.W., La metamorfosi delle piante, Ugo Guanda Editore, Parma 1983
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

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Pioppo: dissolvere la Paura e attraversare la Soglia

Nome: Populus tremula, Populus alba, Populus nigra L., famiglia delle Salicaceae
(Nota: al genere Pioppo appartengono circa 200 specie. In questa monografia tratteremo delle tre specie più diffuse in Italia).
Il nome generico latino Pōpulus, in passato venne associato a pŏpulus, “popolo”, ma in realtà si tratta di una paraetimologia, comune anche nell’antichità seppure infondata, in quanto il nome dell’albero presenta la prima vocale lunga, mentre pŏpulus quella breve. L’origine del nome rimane incerta, riuscendo ad arrivare soltanto al greco antico apellon, che indica il pioppo nero.

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Botanica:
I pioppi sono alberi slanciati, non molto alti (altezza massima 25-30 m) né particolarmente longevi, a crescita rapida e dalla chioma piuttosto irregolare dovuta alla presenza frequente di rami epicormici (cioè rami di più anni che si sviluppano sul fusto a partire da una gemma dormiente, in seguito a ferite, improvvise messe in luce o forti riduzioni laterali della chioma). Il loro areale di crescita si estende dal bacino del Mediterraneo fino alle steppe della Russia. Amano terreni sabbiosi, anche poveri di nutrienti ma ricchi di acqua, come piane alluvionali e margini di fiumi, dove le loro radici molto ramificate ma poco profonde si possono espandere senza incontrare troppi ostacoli e drenando i liquidi del terreno. L’alta percentuale di acido salicilico presente nella corteccia permette loro di resistere all’umidità, facendone tesoro.

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Populus nigra L., fiori maschili

Sono alberi pionieri, che crescono nella luce, in campi aperti o ai margini dei boschi. La loro corteccia grigio-argentea è liscia in giovane età, mentre col passare degli anni tende a desquamarsi, similmente a quella della Betulla. La parte superiore del tronco resta però sempre liscia.
I pioppi sono alberi dioici (in cui cioè i fiori maschili e quelli femminili crescono su esemplari diversi), e i fiori sbocciano sui rami prima della comparsa delle foglie, tra febbraio e aprile. I fiori maschili sono amenti penduli, con antere rosse, mentre quelli femminili ricordano nella forma le gemme, da cui spuntano stigmi rossi o giallo-verdi, a seconda della specie e, una volta impollinati dal vento, sviluppano amenti fruttiferi ricoperti da una peluria cotonosa che permette ai semi di volare (ed è causa di fastidi per i soggetti allergici…). I peli dei semi sono costituiti da cellulosa, come il cotone, solo che, con uno spessore di 0,008 mm sono quasi 4 volte più sottili di quest’ultimo.

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Le foglie dei pioppi hanno lunghi piccioli e forme irregolari: il pioppo nero presenta foglie verde scuro dalla forma a cuore, finemente seghettata; il pioppo bianco ha foglie crenate o dentate, bianco-argentee sulla superficie inferiore, di forma e dimensione diverse anche sullo stesso esemplare; il pioppo tremulo ha foglie tondeggianti, verde chiaro, con denti ondulati, caratterizzate da un picciolo appiattito e particolarmente lungo (può raggiungere i 4 cm). E’ proprio la lunghezza del picciolo a permettere alle foglie dei pioppi di tremare (da qui l’epiteto specifico tremula) anche quando sembra non ci sia vento. Il loro movimento pressoché continuo aumenta la capacità di traspirazione della chioma, permettendo a questi alberi di far evaporare grandi quantità di acqua, drenando il suolo.

Fitoterapia:
La corteccia del pioppo, ricca in populina, salicina e sesquiterpeni, ha proprietà febbrifughe e sapore amaro. Si può assumere in decotti o sotto forma di polvere.
Le gemme, aromatiche e appiccicose, hanno invece un odore balsamico, un sapore caratteristico e contengono i glucosidi salicina, populina e crisina,  che durante la preparazione si scindono per idrolisi (la salicina per esempio si sdoppia in saligenina e glucosio); contengono inoltre derivati flavonici, gomma, resina, tannini e acido gallico. Le gemme anno proprietà balsamiche, anticatarrali, vasocostrittive, antisettiche e uricolitiche.

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Populus nigra L., gemma

In particolare, il gemmoderivato Populus nigra M.G. 1DH ha azione antitrombofilica, antispasmodica e antinfiammatoria, ed è consigliato anche negli stati infettivi a carico delle vie respiratorie per la sua azione spasmolitica e fluidificante. Le gemme entrano nella composizione del noto “Unguento populeo”, sedativo dei processi infiammatori articolari e antiemorroidario.
Una tisana di foglie di pioppo può inoltre aiutare a curare incontinenza e prostatite.

Reni e polmoni quindi gli organi per cui le parti del pioppo utilizzate in fitoterapia mostrano tropismo, e se consideriamo che, in erboristeria alchimia, le vie respiratorie sono governate da Mercurio e i reni da Venere, notiamo la corrispondenza fra le sue proprietà e due dei pianeti a cui è connesso più da vicino.

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Populus tremula L., foglia

In floriterapia, il rimedio preparato a partire dai fiori di Populus tremula (Aspen) è legato al potenziale spirituale della sensibilità ed è indicato come sostegno per i soggetti che sembrano avere “una pelle di meno” e presentano angosce, cupi presentimenti, paure inspiegabili e ipersensibilità verso stimoli provenienti sia dall’ambiente esterno che da quello interno. Aspen permette a queste “antenne” umane, che sembrano possedere una capacità superiore di captare segnali provenienti dall’inconscio collettivo o da altre dimensioni, di modulare le loro percezioni e sentirsi protetti. Tramite l’aiuto di Aspen, si passa dalla paura al coraggio, abbandonando il terrore di dissolversi nell’oscurità del nulla e lasciandosi percorrere dalle correnti che increspano l’inconscio senza che queste ci portino via.

Mitologia e storia:
Nell’alfabeto arboreo il nome del Pioppo è Eadha, e presso i Celti quest’albero era tenuto in grande considerazione per le sua capacità di proteggere, di schermare dalle energie nemiche, e il suo legno veniva infatti utilizzato per la costruzione degli scudi, pur non essendo di certo, da un punto di vista puramente meccanico, il legno più duro e resistente.
Per i Celti il Pioppo è inoltre l’albero che simboleggia l’equinozio d’autunno, forse per il meraviglioso colore dorato che le sue foglie assumono in questa stagione o forse, probabilmente, per la sua simbologia legata alle soglie fra i mondi.

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Per i Greci il Pioppo nero era sacro a Persefone e ad Ecate, l’aspetto oscuro della Luna, e considerato albero funerario piantato nei luoghi di sepoltura. Con ogni probabilità questa tradizione derivava da un culto antichissimo della Madre Terra. In epoca storica, in Acaia, a Egira (toponimo che significa “il luogo dei neri pioppi”), era ancora presente un bosco sacro dove si adorava la dea e si consultava un oracolo, forse ascoltando il suono delle chiome. Le sacerdotesse di Gea bevevano sangue di toro, considerato veleno per tutti gli altri mortali.

Ulisse, durante il suo viaggio nell’Oltretomba, s’imbatte nei pioppi neri (aigheroi) del bosco di Persefone che, insieme con i salici “che perdono i frutti”, segna la soglia che divide i morti dai vivi.

Ma, come rileva Alfredo Cattabiani in Florario (p.189), “il simbolismo del nero è una riduzione di quello originario, come dimostra lo stesso collegamento alla Grande Madre la quale (…) non è soltanto colei che toglie la vita ma anche colei che la dona: utero cosmico che perennemente genera e accoglie in sé gli esseri nel ciclo vita-morte-vita.”

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Pur non essendo direttamente governato dalla Luna, il Pioppo mostra tuttavia forti tratti lunari nella sua relazione con le acque e nel suo presentarsi in tre aspetti che richiamano le fasi del corpo celeste: il Pioppo tremulo nel suo portamento ci ricorda la Vergine, il Pioppo bianco, con la sua chioma fluente e le foglie larghe, è la Madre, mentre il Pioppo nero rappresenta la fase oscura della Strega.

Più vado avanti con la mia ricerca sugli alberi, più mi rendo conto come queste creature non presentino, generalmente, caratteri solo maschili o femminili, ma archetipi misti, fondendo in sé i due poli dell’Energia e mostrando caratteristiche di entrambi i generi. Non mi riferisco alla sessualità biologica degli alberi (che possono essere monoici e dioici, e quindi ermafroditi oppure maschili o femminili), ma all’influenza archetipica espressa dal loro fenotipo. In pratica, raramente riconosco un albero come marcatamente maschile o femminile. Di solito sento entrambe le energie che danzano e si manifestano attraverso diverse caratteristiche nella stessa pianta. Come se gli alberi avessero già compreso che non esiste una reale divisione fra generi, e come questi si possano mescolare l’uno all’altro in forme di immensa bellezza e armonia.

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A proposito del bianco e del nero delle foglie del Pioppo, nel suo libro Il serto di Iside (vol. II, p.130) Angelo Angelini nota: “Sappiamo come il nero e il bianco siano colori limbici, sepolti nella parte filogenetica più antica del nostro cervello, e come essi corrispondano al risveglio dell’epifisi.”

Angelini attribuisce al Pioppo una funzionalità primaria Saturnina e una doppia funzionalità secondaria venusiana e mercuriana, collegandolo all’aldilà, alla fase di contrazione, irrigidimento e morte; ma anche alla funzione percettivo/comunicativa del Sé (Mercurio) e a quella che permette al Sé di entrare in relazione con gli altri tramite l’affetto, il contatto, la creatività (Venere e le acque del secondo chakra).

Un altro mito greco che ci parla del Pioppo racconta la storia di Fetonte, figlio del Sole, che ruba al padre il carro e pretende di guidarlo per le vie dei cieli. Ma poiché Fetonte, che si è appena scoperto figlio di Elio, è costretto molto presto a fare i conti con la propria superbia: non possedendo egli infatti le capacità dell’auriga, i cavalli non gli ubbidiscono e iniziano a imbizzarrirsi e ad andare per conto loro. Per cui prima il carro si avvicina troppo dalla Terra, rischiando di bruciare ogni cosa, poi invece se ne allontana eccessivamente, rendendo il mondo un luogo freddo e inospitale e andando e scottare le divinità dello Zodiaco, che se ne lamentano con Zeus, loro sovrano, il quale, indignato per la condotta di Fetonte e preoccupato per la salute dei mortali, scaglia un fulmine che fa precipitare il giovane nell’Eridano (il nostro Po).

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Sebastiano Ricci, Caduta di Fetonte (particolare), 1703-1704

Fetonte muore così tra le onde del fiume mentre le sue tre sorelle, inginocchiate lungo le sponde, lo piangono inconsolabili versando copiose lacrime lucenti. Il dolore delle tre donne commuove Zeus, che le tre Eliadi (ovvero “figlie di Elio”) in altrettanti alberi snelli e tremuli, i pioppi appunto, che continuano a stillare lacrime, in forma di resina. Secondo il mito, così ebbe anche origine l’ambra. Anticamente infatti si riteneva che l’ambra fosse resina di pioppo.

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Michelangelo, La caduta di Fetonte (particolare: le Eliadi)

In un altro mito ancora si narra che, quando Eracle dovette scendere agli inferi, si pose sul capo come protezione una corona di foglie di Pioppo, la cui parte esterne venne scurita dalle fiamme mentre quella interna, a contatto con il sudore dell’eroe e con la sua lucentezza, divenne bianca. Così si spiegava l’origine del colore del fogliame di Populus alba.

Corone d’oro rappresentanti foglie di Pioppo sono state anche rinvenute in sepolture mesopotamiche risalenti al 3000 a.C., e testimoniano che già all’epoca quest’albero era considerato una protezione per i viaggi nell’aldilà.

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Ancora il fuoco torna nell’uso del legno di pioppo come materia prima per i fiammiferi.

Infine, ricordiamo come presso i Lakota Sioux il Pioppo, chiamato wagachun, simboleggiasse l’Asse del Mondo in un rito chiamato la Danza del Sole, che l’uomo-medicina Alce Nero descrisse allo studioso John Epes Brown (e che questi riportò nel suo libro The sacred pipe, pubblicato nel 1947 e  frutto delle conversazioni con Alce Nero, che voleva testimoiniare le tradizioni del suo popolo prima che questo scomparisse).
Nel rito, un pioppo tagliato ritualmente nel bosco veniva eretto al centro della capanna della Danza del Sole a unire il Cielo e la Terra, centro dell’universo.
Alce Nero dice: “Credo che sarebbe opportuno che ora spiegassi perché consideriamo il Pioppo tanto sacro. Prima di tutto potrei dire che, molto tempo fa, fu il Pioppo a insegnarci a costruire il tepee e noi lo apprendemmo il giorno in cui certi nostri vecchi osservarono alcuni bambini che costruivano casette con queste foglie. (…) Un’altra ragione per cui decidemmo di piantare il Pioppo al centro della capanna è che il Grande Spirito ci ha mostrato che, se si taglia uno dei rami superiori di quest’albero, sulla sezione del fusto si vede disegnata una perfetta stella a cinque punte, che per noi rappresenta la presenza del Grande Spirito. Poi avrai notato che la voce del Pioppo è udibile anche con la brezza più leggera: noi crediamo che quello sia il suo  modo di pregare il Grande Spirito, poiché non soltanto gli uomini ma tutti gli esseri viventi lo pregano continuamente in modi diversi.”

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L’energia del Pioppo:
Tutti gli alberi sono soglie, portali energetici e guardiani di altre dimensioni. Ma il Pioppo lo è in modo speciale. Per me, a livello personale, è anche un albero molto importante perché ha costituito proprio la “porta d’entrata” in un altro mondo: è stato con il rimedio floreale ottenuto dai suoi fiori (Aspen) che ha avuto inizio il mio viaggio nel mondo spirituale e fisico (che poi è la stessa cosa, cos’è infatti l’universo se non il  corpo del Sé?) della Natura. Grazie al Pioppo ho iniziato a conoscere una parte di me di cui percepivo da sempre l’esistenza ma di cui nessuno ancora mi aveva mai parlato, avventurandomi attraverso i sentieri che si snodano intorno e dentro di noi, che per me sono rivestiti di piante che parlano. Steiner diceva che le piante profumano come i pianeti, e che i fiori sono in realtà nasi, che annusano il mondo in tutta la sua densità. Percezione e comunicazione, due facce di una sola facoltà, che ci permette di scambiare informazioni con il resto del cosmo così come ogni cellula del nostro corpo, lontana dell’essere una monade isolata, comunica e percepisce continuamente i messaggi delle altre.

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Il Pioppo ci insegna a non avere paura. Ci insegna come basti soltanto un piccolo “clic” per trasformare la paura in coraggio immenso. Egli infatti non trema di paura, ma di emozione, trema perché si lascia percorrere senza sosta dall’energia che lo circonda e lo pervade. Si allunga verso il cielo e lo collega alla Terra tramite una danza incessante e un incessante scorrere in lui delle acque (è l’acqua è simbolo dell’inconscio e della creazione). Il suo mormorio senza sosta è la sua melodia, perché il Pioppo è uno strumento musicale suonato dal vento e dalle correnti dell’etere.
Con la sua sensibilità coraggiosa ci mostra come la forza risieda nell’apertura, nella flessibilità e nella comunicazione.

Il Pioppo ci mostra anche che, una volta abbandonata ogni resistenza, ciò che accade non è la fine del mondo, ma il passaggio in un mondo più ampio, che include quello di prima ma ne supera i confini. Ci insegna a lasciar cade ogni resistenza, divenendo puri canali entro cui l’energia fluisce. Con il suo esempio luminoso dimostra come sia possibile, grazie alla centratura e alla chiarezza delle intenzioni, permettere al proprio Io di dissolversi nel Sé, percependo il movimento del cosmo, divenendo cosmo noi stessi. Grazie alla sua protezione, possiamo provare a integrare le percezioni extrasensoriali che tutti abbiamo e che prima ci terrorizzavano (paure, sogni, presentimenti, intuizioni), trasformando l’angoscia in danza, lasciando fluire l’energia anziché tentare di bloccarla, tenendoci aggrappati al nostro piccolo Io.

Poplar leaf

Tramite la danza dello spirito, tramite la fiducia che è la base del coraggio, possiamo divenire paesaggio e collegarci a un universo infinitamente più grande, in cui non esiste paura, perché la paura è legata all’Io, che si sente piccolo e minacciato, ma se noi proviamo a dissolvere i nostri confini e a confonderci con il Tutto, la paura svanisce istantaneamente e al suo posto si apre un’immensa leggerezza luminosa. Dove sembra che ci sia il buio più profondo, proprio lì dentro si trova la sorgente della Luce. Ma per affrontare il buio bisogna prima sentirsi protetti, forti e sicuri. Per perdersi, paradossalmente (e la verità risiede sempre nei paradossi, o almeno in quelli che alla mente razionale appaiono come tali), occorre sapere esattamente dove si vuole andare. E soltanto perdendosi si raggiungerà la meta.

Oltre la ragione, oltre i confini della personalità, oltre la paura, là il Pioppo innalza la sua chioma rilucente e freme tutto, ondeggia salutandoci dall’orizzonte e il suo canto somiglia tanto a una risata. Una risata di quelle che escono dal cuore, una risata di sollievo, come quelle che scoppiano quando un grosso peso ci cade dalle spalle e l’energia che prima era bloccata nella contrazione dell’angoscia viene lasciata andare, esplodendo nell’aria in miliardi di scintille di luce. E questo è solo il primo passo attraverso la Soglia, l’inizio di un viaggio completamente diverso.

E poi ancora un’altra lezione ci insegna il Pioppo, ovvero che a volte ciò che pensiamo di primo acchito davanti a un fatto non è l’interpretazione più corretta, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro che deforma il significato del segno… Il Pioppo trema, sì, ma il suo tremare non è segno di paura, come inizialmente molti di noi sarebbero portati a credere. Il Pioppo trema perché ha la forza di aprirsi al cosmo e di lasciarsi percorrere tutto. Cioè, in un certo senso, trema di coraggio!

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Claude Monet, Sotto i pioppi, effetto di sole, 1887

Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Brown J.E., The Sacred Pipe, Penguin Books, London 1947 (pdf reperibile su internet)
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014
-Juniun M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973

Ecate, il volto oscuro della Luna

Per i Greci Ecate era figlia dei Titani Perse e Asteria (dea delle stelle) e nipote della titanessa Febe (antica dea della Luna), ed era considerata una delle divinità più misteriose e potenti del pantheon. Rappresentata rarissime volte, il suo culto era però persistente in tutte le città e nelle campagne, e la pratica del Deipnon (la celebre Cena di Ecate) nella notte di Luna nuova di ogni mese, era ovunque diffusa e rimase a lungo anche dopo l’insorgere del cristianesimo, come pratica iniziatica e “sotterranea”.

Ecate è menzionata da Esiodo come divinità benevola che realizza i desideri di coloro che hanno il suo favore, e nell’inno omerico a Demetra si narra che fu proprio lei ad avvisare la madre disperata che la figlia Persefone era stata rapita da Ade e portata nell’aldilà. Questo ci testimonia, oltre che della natura materna e solidale della dea, anche del suo legame con Demetra e Persefone, divinità alle quali fu sempre connessa in virtù di un’origine comune: sono le tre divinità che simboleggiano i cicli delle stagioni e ciascuna di esse rappresenta un’età della donna: Persefone è la vergine, Demetra la madre, Ecate la vecchia saggia. E’ probabile che un tempo si trattasse dei tre volti di un’unica dea triplice che rappresentava la Natura, il Tempo ciclico e la Femminilità nella sua interezza.

Demetra e Persefone

Demetra e Persefone

Ecate è una psicopompa, una guida dell’anima (Persefone) nell’aldilà che essa conosce così bene, essendo una divinità liminale, una titanessa ma anche una dea, signora dei confini tra civiltà e terre selvagge, tra luce e buio, tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Ecate si sposta, la sua dimora è il ponte sottile di luce bianca della Luna che sta per scomparire.

Ecate è la figura femminile principale degli Oracoli Caldaici (celebri commentari di epoca ellenistica a un poema misterico molto più antico, composto da vari oracoli di origine babilonese) e la protettrice della Sibilla.

Viene a volte raffigurata con tre teste, ed è anche adorata come dea dei crocevia, dove tre strade si incrociano. La tradizione ermetica la rappresentava con una testa di cane, una di cavallo e una di serpente. E’ l’unica dea, oltre a Zeus, il cui potere si estende sui tre regni: terra, mare e cielo. Come la Luna, Ecate cambia volto e a volte scompare. I Greci la identificavano soprattutto con l’aspetto della Luna calante e nuova e con il mondo sotterraneo dei segreti e dell’aldilà.

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Per loro Ecate era una divinità ctonia, legata al mondo dell’oscurità, dei morti, degli spettri e della magia. Era la depositaria del sapere erboristico, dea delle pozioni magiche, dei farmaci e dei veleni (che in greco hanno si indicano con lo stesso termine: pharmakon), ed era inoltre l’unica oltre a Zeus ad avere il potere di avverare i desideri degli uomini o di negarne la realizzazione.

Una dea immensa, l’unica die Titani a non essere stata sprofondata da Zeus nel Tartaro dopo che gli dei dell’Olimpo li sconfissero, conquistando il potere sul Mondo. Una dea oscura, che Sofocle ed Euripide presentano come signora della stregoneria e delle Keres (demonesse figlie della Notte, che i latini chiamavano Tenebrae), profondamente legata anche al tempo della vecchiaia.

Molti indizi indicano un’origine preindoeuropea di Ecate. Prima che le ondate migratorie di Ioni, Eoli, Dori e Achei investissero il territorio greco, Ecate veniva già adorata, in una forma più luminosa probabilmente, la forma che mantenne anche in seguito in Tracia, dove era considerata la dea delle zone di confine e delle terre selvagge.

Per i Greci era una vergine, ma in alcuni miti si narrava fosse la madre di Circe, quindi un’antenata di Medea; in altri che avesse dato alla luce il mostro Scilla. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la maga Medea aveva imparato l’arte della magia direttamente dalle dea Ecate.

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Il suo nome ha una significativa somiglianza con quello di Heqet, dea egizia dal volto di rana che proteggeva le partorienti. Heqet era la dea levatrice, simbolo di fertilità e di nuova vita. E’ interessante notare anche che nella lingua degli Egizi la parola heka significava magia e conteneva al suo interno il termine ka, cioè anima, energia vitale. Heka era quindi la magia intesa come un rendere attivo il ka, plasmarlo, avere potere sull’energia vitale. Somiglianze così forti non possono essere casuali, così come il fatto che la rana sia un animale che dall’acqua passa alla terra, un animale quindi liminale, di confine, ci riporta alla natura di Ecate, ricollegandoci al tempo stesso con uno dei volti della Grande Dea Neolitica, spesso rappresentata in forma di rana quando associata soprattutto al culto della fertilità e alla protezione della nascita. Sono numerose le statuette ritrovate in vari siti archeologici neolitici in Europa e nel bacino del Mediterraneo che ci mostrano la dea con le gambe divaricate per partorire, che in effetti non sono altro che zampe di rana nella tipica posizione del nuoto.

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Ecate dea antichissima, Dea del Tempo Circolare, della magia, delle erbe, protettrice della vita. Il suo animale prediletto era il cane (altro indizio della sua origine non greca: presso i Greci i cani erano tenuti in scarso conto; e anche altro indizio del suo legame con le partorienti e il dare alla luce: il cane era sacro anche a Eileithyia, dea della nascita). Si diceva che il latrato dei cani annunciasse la sua presenza e durante le cene di Ecate era uso comune sacrificare un cane (spesso una cucciola dal pelo nero) a questa dea misteriosa. I cani sono i protettori della casa, guardiani dei cancelli e delle porte così come Ecate, protettrice delle soglie, purificatrice degli ambienti famigliari. Renderle onore mensilmente, nelle notti più buie, con cene a lei dedicate e offerte lasciate sulle porte o presso i crocevia, era considerato un rituale importante per purificare la casa dagli spiriti che la infestavano, invocando la protezione della Dea Oscura, signora dei confini che come una nera nuvola viaggiava attraverso i mondi al comando di schiere di spettri e di cani ululanti.

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Altri animali a lei sacri erano il serpente, il cavallo, la mucca, il cinghiale. Un mito dolcissimo spiega come mai anche la puzzola fosse un animale molto caro a Ecate (e di nuovo ci parla di protezione delle partorienti e della nascita). Si narra infatti che nella città di Tebe vivesse Galinthias, figlia di Proitos. Questa fanciulla era amica di Alkmene, figlia di Elektryon, incinta di Eracle. Quando venne il momento della nascita del semidio e le doglie iniziarono a tormentare Alkmene, le Moire e Eileithyia (la dea della Nascita), per solidarietà con Era (che con Alkmene Zeus aveva tradito per l’ennesima volta), incrociarono le braccia e in questo modo prolungarono il travaglio di Alkmene, senza permettere al bambino di uscire. Galinthias, temendo che i dolori terribili patiti dall’amica l’avrebbero fatta impazzire, corse dalle Moire e dalla dea Eileithyia e annunciò loro che per desiderio di Zeus Alkmene aveva dato alla luce un bambino e quindi era inutile continuassero a tenere le braccia incrociate. Costernate, le Moire sciolsero le loro braccia, così il lungo travaglio di Alkmene ebbe fine e immediatamente nacque Eracle. Ma non appena scoprirono l’imbroglio, le Moire si adirarono con Galinthias e per punizione la privarono dei genitali e la trasformarono in una puzzola, condannandola altresì a vivere in luoghi nascosti e ad accoppiarsi in maniera grottesca: sarebbe stata montata attraverso le orecchie e avrebbe dato alla luce dalla gola. Quando lo seppe, Ecate fu molto dispiaciuta per la severa punizione di Galinthias e per alleviare la sua pena la scelse come uno dei suoi animali sacri.

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Tra le piante di Ecate troviamo il Tasso, albero velenoso per eccellenza, dall’incredibile capacità di rinnovarsi, estremamente longevo, oscuro, portale di connessione fra i mondi; la mandragora, tipica pianta delle streghe, per scavare la cui radice spesso si ricorreva all’aiuto dei cani; l’origano eretico, il cipresso, l’aconito, la belladonna e l’aglio.

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Altri suo simboli erano le chiavi e la torcia: per aprire le porte e fare luce nel buio della notte.

Ecate dea guardiana, guida delle anime attraverso i mondi, signora delle erbe medicinali, conoscitrice dei segreti della Magia. E’ la saggezza femminile antichissima e profonda, temuta e rispettata perfino dal re degli dei, Zeus. Ecate conosce segreti noti soltanto a lei, sa volare (come sanno volare le sue figlie, le streghe), sa realizzare i desideri, ha potere sulle tempeste (ciò che la rende tra l’altro la patrona di pastorì e marinai).

Ecate è perciò anche la dea della vecchiaia delle donne e della menopausa, il tempo della vita in cui la donna diviene maga, padrona di tutti i suoi aspetti, libera dal ciclo riproduttivo. Ecate è la saggezza che deriva dalla conoscenza dell’oscurità, per questo divenne signora delle streghe e fu considerata un demone dal cristianesimo, senza tuttavia soccombere ma resistendo nel folklore e trasformandosi nell’amichevole, innocua Befana, la vecchia che vola nel cielo di notte, portando doni e realizzando i desideri dei bambini che hanno fatto i bravi. In realtà la Befana non è che un travestimento: Ecate è la Dea del potere femminile e delle conoscenze iniziatiche che attraversa i secoli, le ere, le religioni, amata e temuta da tutti, davvero immortale nella sua capacità di mutare forma, travestendosi ora da strega ora da vecchia zitella ma mantenendo sotto al mantello tutto il suo oscuro splendore e il suo bagaglio di sapere e potere. Dietro alle varie maschere, ognuna delle quali rappresenta un suo aspetto altrettanto reale che gli altri, si nasconde la Grande Dea, la Dea Triplice della Nascita e della Natura, del Tempo Circolare (il ciclo lunare, quello mestruale e quello delle stagioni, ma anche i cicli più lunghi dei pianeti e del cosmo).

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William Blake, La Triplice Ecate (The Night of Enitharmon’s Joy)

Invochiamo Ecate quando vogliamo contattare la strega che è in noi, la vecchia saggia e potente. Chiediamo la sua guida attraverso le terre oscure del nostro inconscio, affidiamoci a lei per attraversare la nostra notte. Rendiamole onore e purifichiamoci in suo nome, affinché i nostri corpi e le nostre case siano protette contro l’azione malvagia degli spiriti senza pace. Fidiamoci del sapere senza tempo di Ecate quando risvegliamo le memorie iniziatiche che risiedono in noi, nel buio sacro dei nostri corpi. Riserviamole un pensiero nelle notti buie, quando il suo abbraccio oscuro ci avvolge, sollevandoci nell’immensità della notte, dove ogni segreto è custodito. Connettiamoci a Ecate quando raccogliamo erbe medicinali, quando prepariamo infusi o pozioni. Ecate è la maga che vive in ciascuna di noi, il suo sapere antico viene tramandato di generazione in generazione da tempo incalcolabile. Lontanissima nel tempo, vicinissima dentro di noi, come il matriarcato, come il sapere segreto delle fiabe, come la magia naturale, come il gesto di raccogliere le radici per scoprirne i poteri.

Ecate ama la sue figlie, è benevola e terribile, come un farmaco può guarire o avvelenare, come il tasso offre ai suoi discepoli di accompagnarli in viaggi al di là del tempo, al di là di ogni confine. Il prezzo da pagare è la discesa nell’oltretomba, per conoscere il buio che c’è in noi. “Vinci la tua paura del buio” ci dice Ecate “Accetta di scomparire, di divenire tutta nera come la Luna, solo così potrai tornare a splendere. Il rinnovamento passa innanzitutto dalla morte. Fidati di me, tocca la mia mano e lascia che ti sollevi in volo attraverso questa notte. Una volta che sarai nella profondità più oscura vedrai la Terra da lontano e ne scoprirai la vera Bellezza. Seguimi, ti insegnerò i segreti delle stelle, delle radici, delle profondità nere dell’oceano. Nell’oscurità tutto è Uno. Lì puoi trovare ogni conoscenza. Il buio è il mantello che avvolge il mondo, è la parte interiore di ciascuno di noi. Scendi insieme a me nel tuo buio, dove si estende la saggezza infinita. La luce è meravigliosa, ma è il buio che le permette di esistere. Impara ad amarlo e i segreti della Notte diverranno anche i tuoi. Le mie chiavi schiudono le porte del tuo inconscio: seguimi, sarò la tua compagna quando incontreremo gli spettri che lo abitano. Anche gli spettri meritano amore e io sono la loro signora. Te li farò conoscere e imparerai a parlare con loro. Seguimi, vola via con me, non avere paura del tuo potere. La Luna c’è sempre, anche quando scompare. Ascolta la Voce del Buio.”

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Bibliografia e sitografia:

-Monaghan P., Figure di Donna nei Miti e nelle Leggende (Dizionario delle dee e delle eroine), Red!, Milano 2004

-Il cerchio della Luna: http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Ecate.htm

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Hecate#cite_note-67

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Artemide, dea della Luna e della Natura selvaggia

Artemide è la forma che assunse presso la civiltà greca una dea di origini preelleniche legata al culto delle foreste, degli animali selvaggi, della Luna e più in generale del potere rigenerativo della Natura.

La sua figura, come spesso accade alle divinità femminili presso le civiltà patriarcali, assume diverse forme, si nasconde e riappare, accogliendo al suo interno altre divinità, cambiando nome, trasfigurandosi, ma rimanendo sempre riconoscibile a chi la cerca, grazie ad alcuni aspetti fondamentali. C’è chi sostiene che un tempo fosse la dea Astarte (Ishtar, Inanna), dea dell’amore e della guerra che poi presso i Greci venne “fatta a pezzi” in più dee specializzate.

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Del resto, la stessa etimologia del nome Artemide è misteriosa e rimane incerta nonostante siano state avanzate svariate ipotesi. Secondo alcuni deriva dalla radice persiana *arta, che significa grandiosa, sacra, eccellente, in questo caso identificandola ancora di più con la Grande Madre di Efeso. Secondo altri deriva dalla radice greca strat o rat, che significa scuotere. Altri fanno risalire il nome al greco arktos, che significa orso, e questa ipotesi sarebbe supportata sia dal fatto che il culto di Artemide, soprattutto in Attica, era legato a quello dell’orso, sia dalla storia di Callisto, che originariamente era Artemide stessa (di cui Callisto era l’epiteto arcadico, come spiegato meglio in seguito). Questo culto era ciò che sopravviveva di antichissimi rituali totemici e sciamanici, e faceva parte di un più ampio culto dell’orsa già riscontrato nelle culture indoeuropee (per esempio la dea orsa celtica Artio). Una forma arcaica di Artemide veniva venerata nella Creta minoica come dea delle montagne e della caccia chiamata Britomartis.

In ogni caso, le forme più antiche attestate del nome sono in greco miceneo: Artemitos e Artimitei, scritte nell’alfabeto della Lineare B, nomi cui gli studiosi riconoscono un’origine preellenica. In Lidia era venerata con il nome Artimus.

Artemide era la dea protettrice dalle Amazzoni, donne forti e indipendenti, abilissime guerriere, che dalla Libia, per non sottomettersi al patriarcato, si erano spostate sui monti della Tracia e dell’Anatolia e lì vivevano in totale libertà.

A lei era dedicato il tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico, dove si trovava una statua che la rappresentava con centinaia di mammelle, come madre-animale-natura, grande nutrice divina, dispensatrice di vita.

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In Arcadia, un luogo in cui gran parte della cultura dell’Europa pre-indoeuropea era stata conservata, la chiamavano Callisto, la “bellissima”, oppure Agrotera, la “selvaggia”. Omero si riferisce a lei con l’epiteto di potnia theron, “Signora degli animali selvaggi”.

Presso i Greci, Artemide era una delle dodici maggiori divinità dell’Olimpo. Era figlia di Zeus e Leto, sorella gemella di Apollo. Artemide era la Luna, Apollo il Sole. Ma Artemide nacque prima di Apollo e aiutò poi sua madre a dare alla luce il fratello, assistendola durante i nove lunghi giorni di travaglio. Per questo è considerata anche la dea protettrice delle donne che partoriscono.

Artemis and Actaeon. Detail from an Athenian red-figure clay vase, about 480 BCE. Museum of Fine Arts, Boston

Artemide è una delle dee vergini, è indipendente ed è un’abilissima arciera. Con il suo arco e le sue frecce d’oro, costruite su misura per lei da Efeso e dai Ciclopi, Artemide, che i Romani chiamavano Diana, non sbaglia mai la mira. E’ una dea competitiva, vendicativa, che si scaglia verso il suo obiettivo senza lasciarsi distogliere da nulla. Artemide ottiene sempre ciò che vuole e punisce senza pietà chi manca di rispetto a lei o a qualcuna delle sue sorelle ninfe.

Artemide protegge le donne (sono molte le occasioni in cui impedisce o vendica stupri ai danni di una delle sue ninfe o di donne che hanno invocato il suo aiuto), le partorienti, i cuccioli, gli animali selvatici, i boschi.

Più in generale, si può dire che Artemide protegge la natura incontaminata, il potere rigeneratore della Natura nella sua forma più pura, più primordiale. E’ la dea di ciò che non appartiene all’uomo, di quello che l’uomo non può e non deve controllare né violare, la parte più misteriosa di Gaia, il suo cuore verde. E’ la dea della Vita che si rigenera, e come tale è una dea giovane, irruente, indomabile, piena di forza.

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Può comparire sotto forma di lepre, di cervo, di quaglia, di orsa, di leonessa o di falce di Luna.

Il suo essere dea della caccia non è da vedere come una contraddizione: infatti Artemide è più che altro dea dell’istinto predatorio, così come dell’Istinto in generale: è l’Orsa che caccia per sfamare i suoi cuccioli, la leonessa che diventa tutt’uno con la preda. E’ l’istinto di sopravvivenza, la fame di vita. Così come non bisogna vedere contraddizioni nel suo essere vergine e al tempo stesso protettrice delle partorienti: Artemide protegge tutte le donne, le aiuta, le difende con la sua forza adamantina. La donne che danno alla luce meritano ancor più la sua protezione in quanto stanno mettendo al mondo dei cuccioli, stanno propagando la Vita, e in quel momento sacro, in quel rito di iniziazione e passaggio che è il parto, divengono Natura allo stato puro, pervase da un dolore-gioia che accomuna tutte le madri del mondo.

Artemide è vergine per i Greci perché in una società patriarcale una donna libera, indipendente e incontaminata doveva per forza essere una vergine, per essere considerata rispettabile, degna di onore pur non appartenendo a nessun uomo. In un mondo di uomini, la verginità la rendeva libera, mentre se si fosse “conceduta” a qualcuno il suo potere sarebbe diminuito.

Questo non implica che anche la divinità preellenica da cui Artemide deriva fosse vergine. In una società matrifocale, dove la donna non è considerata una proprietà dell’uomo, la verginità non costituisce necessariamente un valore, anche se può essere una scelta.

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In ogni caso, la verginità di Artemide la identifica con l’aspetto bianco della Triplice Dea: quello della fanciulla giocosa che va alla scoperta della vita, l’adolescente che scorrazza per i boschi posseduta dalla Spirito della Natura.

Gli attributi di Artemide sono l’arco e le frecce, la luna crescente, una veste gialla con il bordo rosso che arriva solo alle ginocchia per permettere di correre, una muta di cani da caccia (sei maschi e sette femmine), 60 oceanine e 20 ninfe bambine che si prendono cura dei suoi cani quando la dea non c’è.

Sono numerosi i miti che narrano di lei e delle sue imprese, mettendo in luce il suo temperamento. Tra i più famosi c’è quello di Aretusa e Alfeo. La ninfa dei boschi Aretusa, di ritorno da una battuta di caccia, si era spogliata e si stava rinfrescando con un bagno in un fiume quando il dio di quel fiume, Alfeo, la scorse e, acceso dal desiderio, la inseguì. Aretusa mentre fuggiva chiamava aiuto invocando il nemo di Artemide che, udite le grida della ninfa, arrivò in suo soccorso, la nascose in un alone di nebbia e la trasformò in fonte d’acqua cristallina.

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Alfeo e Aretusa rappresentati nella statua che si trova presso la fonte Aretusa, sull’isola di Ortigia, a Siracusa.

In un altro mito si racconta del cacciatore Atteone che, mentre vagava con i suoi cani per la foresta s’imbattè per caso nella dea e nelle sue ninfe che si bagnavano in uno stagno nascosto e rimase attonito a guardare. Quando se ne accorse, offesa da quell’indiscrezione, Artemide gli spruzzò dell’acqua sulla faccia, trasformandolo in un cervo, così che i suoi cani si scagliarono contro il loro stesso padrone. Preso dal panico, Atteone cercò di fuggire ma venne raggiunto e sbranato.

Artemide uccise anche un altro cacciatore, Orione, secondo alcune versioni del mito l’unico uomo da lei amato, con cui trascorreva lungo tempo nei boschi. Apollo, che si sentiva offeso dall’amore della sorella, quando un giorno vide Orione nuotare in mare con la testa a pelo dell’acqua, chiamò Artemide, che si trovava poco distante, le indicò un oggetto scuro nell’oceano e le disse che non sarebbe mai riuscita a colpirlo. Provocata dalla sfida del fratello e non sapendo che l’oggetto contro cui mirava fosse la testa del suo amato, Artemide scoccò una freccia e lo uccise. Successivamente, la dea pose Orione fra le stelle e gli diede uno dei suoi cani, Sirio, la stella principale della costellazione del Cane, affinché lo accompagnasse nei cieli. Così, il solo uomo da lei amato fu vittima della sua natura competitiva.

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Secondo altre versioni invece Artemide non amava Orione, e lo uccise facendolo mordere da uno scorpione quando egli la provocò dicendole di essere un cacciatore più abile di lei. Per questo in cielo la costellazione dello Scorpione insegue sempre quella di Orione…

Affascinante e misterioso è anche il mito che narra la storia di Callisto (che in origine non era altro che una manifestazione di Artemide stessa, e ci riporta all’argomento della verginità e della castità). Callisto era figlia di Licaone, Re dell’Arcadia, ed era anche una compagna di caccia di Artemide. Come tale, decise di prendere il voto di castità. ma un giorno Zeus le apparve sotto le sembianze di Artemide, o di Apollo in alcune versioni, conquistò la sua confidenza e le sedusse (o la violentò, secondo Ovidio). Il frutto di questo incontro fu la nascita adì un figlio, Arcas.

Irata, Artemide (o secondo altre versioni Era) trasformò Callisto in un’orsa. Arcas, quando la vide, non riconoscendo sua madre, quasi la uccise: Zeus lo fermò appena in tempo. Preso dalla compassione, Zeus mise l’orso Callisto in cielo, dando origine alla costellazione dell’Orsa. Alcune storie raccontano che egli posa sia Arcas che Callisto in cielo come orsi, formando le costellazioni Ursa Minor e Ursa Major.

Ursa major

Ursa major

Questo mito contiene probabilmente tracce sia degli antichissimi culti sciamanici dell’orso in uso nell’Europa neolitica, sia sull’evoluzione della figura di Artemide: considerando infatti che, come detto prima, in origine Callisto era un epiteto della stessa dea, è interessante notare come quest’ultima punisca quella che in fondo non è altro che una parte (arcaica) di se stessa per non aver rispettato il voto di castità (così caro ai Greci), proprio trasformandola in un’orsa, simbolo antichissimo della Dea Madre, dell’istinto e della potenza della Natura.

Artemide, dea della Luna, si sentiva perfettamente a suo agio nella notte, quando vagabondava per il suo regno selvaggio nella luce lunare o di una torcia. Nelle sembianze di dea della Luna crescente era collegata con altre due dee: Selene, la Luna piena, ed Ecate, la Luna nuova. Insieme le tre dee erano considerate una trinità lunare: Selene aveva potere in cielo, Artemide sulla Terra, Ecate nel misterioso mondo sotterraneo.

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Riporto un brano molto interessante a proposito della visione lunare, tratto da Le dee dentro la donna, di Jean S. Bolen:

La chiarezza con cui la cacciatrice Artemide centra il bersaglio è uno dei suoi tipici modi di ‘vedere’. Caratteristica di Artemide in quanto dea della luna è la ‘visione lunare’. Visto al chiaro di luna, un paesaggio si trasforma, i particolari si fanno indistinti, belli e spesso misteriosi. Lo sguardo viene attratto verso l’alto, verso i cieli stellati, oppure verso un’immagine ampia, allargata della natura. Al chiaro di luna chi è in contatto con la dimensione Artemide diviene parte inconsapevole della natura, per qualche istante in essa e tutt’uno con essa. Nel suo libro Women in the Wilderness, China Galland sottolinea che quando le donne vagano per luoghi selvaggi compiono anche un percorso interiore: “Andare per luoghi selvaggi implica il riconoscimento di una dimensione ‘selvaggia’ dentro di noi. Questo è forse il valore più profondo di una simile esperienza, il riconoscimento della nostra affinità con il mondo della natura.” Le donne che seguono Artemide nelle regioni impervie scoprono se stesse e per questo diventano più riflessive. Spesso fanno sogni più vividi del consueto e ciò favorisce in loro uno sguardo interiore. Vedono i luoghi interiori e i simboli onirici ‘al chiaro di luna’, per così dire, in contrasto con la realtà tangibile, e questo, alla vivida luce del giorno, lo si apprezza ancora di più.

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Invochiamo questa dea indomabile ed elusiva quando vogliamo attivare in noi l’archetipo della vergine guerriera, dell’Amazzone, della donna-dea completamente focalizzata sul suo obiettivo, che tende l’arco, prende la mira e scocca la freccia dorata centrando perfettamente il bersaglio. Artemide ci dona la forza dell’indipendenza, della concentrazione, della libertà di spirito. Inoltre accende in noi quella visione lunare che ci permette di vedere noi stesse e il mondo che ci circonda sotto un’altra luce, con lo sguardo proprio di un essere della Natura. Artemide risveglia il nostro sesto senso, l’esattezza di chi agisce guidato dall’istinto e dall’intuizione anziché dal ragionamento. Ci pervade di Vita, di forza rigenerante. Ci permette di intuire con estrema lucidità che siamo Natura divina, che fra noi e la foresta non c’è alcuna differenza, che dentro di noi ci sono boschi illuminati solo da una falce di Luna, abitati da animali selvaggi, che abbiamo dalla nostra parte l’immensa e inesauribile energia della Vita, che ci sostiene proprio quando decidiamo di ascoltare il nostro istinto, di seguire nuotando il suo flusso.

Artemide protegge tutte le donne in difficoltà, in particolare coloro che subiscono abusi da parte di uomini, e tutte le madri che stanno dando alla luce i loro cuccioli. Inoltre protegge gli animali, i boschi e i luoghi incontaminati.

Celebriamo la dea recandoci in boschi o in luoghi selvaggi, se possibile durante notti di luna crescente, sintonizzandoci con il battito del cuore della Natura, con il respiro animale che ci anima, sviluppando la nostra visione lunare e ascoltando il nostro istinto. Se vogliamo, corriamo per il bosco, oppure bagnamoci in fiumi o cascate. Sentiamoci vive, forti, libere, intere. Abbiamo tutto il diritto di esserlo. Sentiamo che la dea è tutt’intorno a noi: è il corpo del bosco, lo sguardo della Luna, il respiro degli alberi e della Terra, canta con la voce dei ruscelli, ci sfiora con il vento entrando dentro di noi e vivificando ogni nostra cellula. Al tempo stesso la dea è anche già dentro di noi, da sempre, in quei luoghi del nostro inconscio ricoperti da foreste inesplorate, che attende tra i tronchi che noi la scopriamo, stringendo in una mano il suo magnifico arco d’oro, carezzando un lupo con l’altra. E, a volte, si trasforma in un’orsa…

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Bibliografia e sitografia:

-Bolen J.S., Le dee dentro la donna, Astrolabio, Roma 1991

-Monaghan P., Dizionario delle dee e delle eroine, Edizioni Red!, Milano 2004

-Wikipedia (inglese): https://en.wikipedia.org/wiki/Artemis

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Iside, Grande Madre, dea della Magia e della Guarigione

Iside è il nome greco di una divinità del pantheon egizio che gli Egizi erano soliti chiamare Aset. Nel geroglifico con cui si scrive il suo nome troviamo un trono (simbolo e copricapo di Iside), una pagnotta, un uovo e una donna accovacciata.

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Nell’Antico Egitto, a partire dalla Quinta Dinastia (2494-2395 a.C.), Iside era considerata madre dei faraoni, protettrice dei morti, dea delle arti magiche, dei rituali, dell’agricoltura. Più in generale, era la protettrice della civiltà, la Grande Madre divina, l’Anima che mai abbandona il suo amato. Iside è l’archetipo della moglie fedele e innamorata, della madre e della guaritrice. E’ colei che governa sapientemente le arti magiche, che conosce i rituali per il mantenimento dell’ordine.

Iside e Osiride rappresentano l’ordine supremo, la civiltà, la fertilità e la rinascita in questo mondo e nell’Oltretomba, opposti al fratello Seth, che invece rappresenta il caos, il deserto, l’odio, il principio distruttivo.

Le origini del culto di Iside sono oscure. Fino alla Quinta Dinastia il suo nome non viene menzionato e la dea non ha una città cultuale a lei dedicata. E’ a partire dalla metà del terzo millennio a.C. che, entrando a far parte dell’Enneade di Eliopoli, Iside inizia ad acquistare popolarità. I sacerdoti e le sacerdotesse raccontano i suoi miti, che la identificano come moglie e madre divina, nutrice dei faraoni e protettrice dei morti. Da questo momento in avanti, la fama di Iside non fa che crescere e il suo potere si espande. Le sue sacerdotesse sono guaritrici, interpreti di sogni e prevedono il tempo atmosferico, sul quale possono influire intrecciandosi oppure non pettinandosi i capelli. Con la conquista greca dell’Egitto e il processo di ellenizzazione che segue, il culto di Iside si espande a macchia d’olio nel vicino Oriente, in Grecia e nel mondo romano, divenendo una religione iniziatica. Iside è identificata fondamentalmente con il lato femminile dell’uomo: è la Luna, è madre, amante, sposa fedele, sacerdotessa e maga. E’ l’Anima che sempre accompagna l’Io maschile. E’ la perfetta compagna, donna saggia e innamorata, madre assidua, nemica pericolosa. La sua immagine diviene immensa, luminosa e potente, va a coincidere con quella della Natura stessa e ingloba molte altre dee (Demetra, Astarte, Afrodite…). Per questo uno degli epiteti di Iside diviene dea dai diecimila nomi.

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Iside in un rilievo di età ellenistica

“Eccomi qui, Lucio, commossa dalle tue preghiere: io madre della natura, padrona di tutti gli elementi, origine delle generazioni, divinità somma, regina degli Inferi, prima dei celesti, immagine uniforme degli dei e delle dee, io che governo ai miei cenni le luminose altezze del cielo, i soffi salubri del mare, i silenzi desolati dell’oltretomba. La mia divinità unica è venerata dal mondo in forme varie, con riti diversi, sotto molti nomi. I Frigi primigeni mi chiamano dea di Pessinunte e madre degli dei; gli autoctoni attici, Minerva cecropia, i Cipri marini, Venere Pafia, i Cretesi armati d’arco, Diana Dictinna , i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi Eleusinii, Cerere Attea; altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri Ramnusia, e quelli che vengono illuminati dai raggi del sole nascente e da quelli del sole al tramonto, gli Etiopi delle due razze, e gli Egizi famosi per la loro antica dottrina, venerandomi con i riti corretti, mi chiamano col mio vero nome, Iside regina. Sono qui perché ho compassione delle tue disgrazie, sono qui misericordiosa e propizia. Smetti dunque i pianti e i lamenti, scaccia la tristezza. Per la mia provvidenza, splende il giorno della tua salvezza. Presta dunque attenzione scrupolosa ai miei ordini”.  (Apuleio di Madaura, LeMetamorfosi o L’Asino d’oro, XI, 5. Traduzione di G.Vitali)

Con l’avvento del cristianesimo, Iside viene anche identificata con la Vergine Maria, a cui regala alcuni dei suoi epiteti, tra cui Regina del Cielo. Come Iside, anche Maria verrà spesso raffigurata mentre allatta il suo figlio divino.

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Il tempio di Iside sull’isola di Philae fu l’ultimo tempio pagano d’Egitto a venire chiuso, nel VI secolo d.C. Il culto di Iside sopravvive ancora oggi, presso diverse tradizioni.

Iside è figlia di Nut e di Geb, la coppia cosmica di Cielo e Terra, e sorella di Osiride, Seth, Horus il vecchio e Nephthys. Di Osiride è anche la sposa.

Viene spesso rappresentata alata, con un trono come copricapo oppure con due corna di mucca che reggono il disco del Sole (questo in seguito alla sua identificazione con la dea mucca Hator, moglie di Ra). Altri suoi attributi sono il tjet (il “nodo di Iside” o il “sangue di Iside”, simbolo del ciclo mestruale e di rinascita), il nibbio, il cobra, la Luna e il fiore di loto. Viene anche identificata con la stella Sirio (Sothis per gli Egizi), la stella più brillante del cielo notturno, la cui apparizione all’alba, poco prima che la luce del Sole la oscurasse, segnava l’inizio del periodo delle inondazioni annuali del Nilo. Nel calendario egizio, calibrato sui moti stellari, Sirio ricopriva un ruolo molto importante e le sue peregrinazioni attraverso il cielo erano interpretate come altrettante tappe del mito di Iside.

Tjet di Iside

Tjet di Iside

Il mito racconta che Seth, arrabbiato fin dalla nascita, è invidioso del potere del fratello Osiride, che è succeduto a Ra ed è divenuto re dell’Egitto. Un giorno Seth dà un banchetto in onore del fratello e fa arrivare una bellissima cassa di legno oblunga. Seth sfida i partecipanti a sdraiarcisi dentro: colui che ci starà perfettamente, sarà il vincitore. Nessuno però sembra essere delle dimensioni giuste fino a quando non tocca a Osiride: a lui la cassa calza a pennello! (Certamente, perché Seth l’ha fatta costruire proprio su misura per lui). Non appena Osiride si sdraia nella cassa, Seth chiude il coperchio e la getta nel Nilo, decretando che la cassa sarà la sua tomba.

Iside, piangendo la morte dell’amato, parte alla ricerca della cassa per garantirgli almeno un funerale appropriato. Per trovarla viaggia fino a Byblos, in Fenicia, dove, lavorando sotto mentite spoglie come nutrice del figlio della principessa, viene a scoprire che la tomba del suo sposo si trova all’interno di un albero di tamarindo attorno a cui il re ha fatto costruire il suo palazzo. Rivelando la sua identità divina in seguito a varie vicissitudini, Iside ottiene dal re il permesso di recuperare la cassa con il corpo dell’amato e di riportarla in patria, dove la nasconde in una palude.

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Ma Seth lo viene a sapere e, scoperto il nascondiglio della cassa, in un impeto di rabbia fa scempio del corpo del fratello, dividendolo in quattordici pezzi che poi sparpaglia per tutto l’Egitto.

Iside allora assume la forma di nibbio e vola sull’Egitto alla ricerca dei pezzi. Li ritrova tutti tranne uno, il fallo, che è caduto nel Nilo ed è stato mangiato dai pesci.

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Milvus milvus, il nibbio reale.

Con l’aiuto del dio Thoth Iside rimette insieme i pezzi del suo sposo, e con lo scopo di farlo vivere nuovamente li unge con balsami preziosi e li avvolge in garze, inventando il rituale dell’imbalsamazione. Al posto del pene mette un fallo d’oro che lei stessa ha modellato.

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Terminato il rituale, Osiride risorge e  diviene il re degli Inferi. Il suo corpo e quello di Iside si sollevano insieme nel cielo e i due si uniscono un un amplesso sacro da cui nascerà Horus.

Seth, che ora è il re d’Egitto, non deve sapere della nascita di Horus, altrimenti cercherebbe di ucciderlo. E’ così che inizia il viaggio avventuroso di Iside e di suo figlio attraverso l’Egitto, in cerca di riparo e protezione.

Quando Horus diviene adulto e abbastanza potente, sfida e sconfigge lo zio assassino, ma Iside gli chiede di risparmiargli la vita: dopotutto, è sempre suo fratello.

La disputa tra Horus e Seth

La disputa tra Horus e Seth

Horus diviene il nuovo re d’Egitto e Iside scoppia di gioia per questo. Canta inni e piange lacrime dorate. Alcuni miti narrano che, una volta divenuto re, Horus sposa sua madre, che diviene a sua volta madre dei suoi quattro figli.

In questa storia ci appaiono alcuni dei mille volti di Iside: Iside la sposa fedele, l’innamorata coraggiosa che per ben due volte parte alla ricerca dell’amato e in entrambi i casi lo ritrova; Iside la sciamana, la dea alata che raccoglie i pezzi sparsi dell’anima di Osiride e li rimette insieme, risvegliandolo a nuova vita; Iside madre e moglie, moglie e madre, protettrice e donatrice di vita (è madre e moglie di Horus ma in un certo senso è moglie e madre anche di Osiride, che fa rinascere come re degli Inferi).

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Iside e il suo amato sposo Osiride, re degli Inferi

Un altro mito racconta di come Iside ruba il potere a Ra. La dea inventa un serpente velenoso, il cobra, e fa sì che Ra ne venga morso. Avvelenato, Ra è in preda agli spasmi e al dolore, e implora Iside, che è maga e guaritrice, di salvarlo. Ma Iside gli dice che perché la magia funzioni, le serve conoscere il nome segreto di Ra (nell’Antico Egitto, ogni dio così come ogni persona aveva un nome pubblico e un nome segreto, depositario dell’anima e del potere dell’individuo). Sul punto di morire, Ra bisbiglia nell’orecchio di Iside il suo nome segreto. Lei lo salva dal veleno ma da quel momento in avanti possiede il suo potere. E’ così che il suo sposo Osiride sostituisce Ra e diviene re dell’Egitto.

Maga potente, guaritrice, fedelissima madre-sorella-sposa, Iside cambia forma e non perde mai la speranza. Incarnando l’archetipo della buona moglie e della protettrice dell’ordine, Iside è sempre compresa ed è risultata gradita, facilmente assimilabile presso tutte le religioni del patriarcato, dall’Antico Egitto fino al cristianesimo. E’ simbolo di una femminilità potente ma domestica, felice di ricoprire il ruolo di sposa o di madre del sovrano, proteggendo il suo potere con la sua magia bianca.

Iside rappresenta il lato generoso e complementare della nostra femminilità. E’ la compagna fedele, la complice astuta, colei che non desidera il potere per sé ma per l’amato, e proprio così diviene protagonista indiscussa, salvatrice, eroina splendente.

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Iside rappresenta anche l’Anima junghiana, la parte femminile dell’uomo che, se propriamente integrata nell’Io, gli permette di raggiungere appieno la sua sovranità sulla psiche (l’imprescindibile conjunctio oppositorum della via alchemica).

E’ una delle poche dee che non solo sono “sopravvissute” al patriarcato ma anzi, hanno prosperato, facendo innamorare di sé tanto gli uomini quanto le donne. Questo perché Iside rappresenta una femminilità consapevole e dolce, in pace con se stessa, dotata di un grande potere che amministra con un amore ancora più grande. Rifiuta di uccidere e il male che compie è sempre a fin di bene. E’ soprattutto una Grande Madre e ci mostra il suo volto rassicurante e protettivo, immenso come quello della Luna.

Iside è fonte di potere e di serenità allo stesso tempo. Questa è la sua grandezza. E’ la Regina per eccellenza, la madre di Re, che ha risolto e superato il conflitto con il maschile senza rinunciare nemmeno a un grammo del suo splendore. Iside ci dimostra che possiamo accettare e amare la parte maschile che portiamo dentro di noi, fondendola con quella femminile in un amplesso sacro e fertile. Ci mostra come maschile e femminile siano diversi eppure indispensabili l’uno all’altra. Simbolo di ciò è l’unione tantrica, matrimonio alchemico oltre la vita e la morte che celebra con il suo sposo Osiride, dopo che lui è risorto grazie al rituale dell’imbalsamazione. Da questa unione nasce Horus, figlio divino destinato a divenire Re.

Possiamo invocare Iside quando abbiamo bisogno di attivare la nostra femminilità complementare e complice, quando dobbiamo rapportarci con energie maschili che vogliamo proteggere e innamorare, quando sappiamo che ci sarà richiesto un comportamento maturo, regale e generoso. Invochiamo la sua energia potente qualora ci serva aiuto per una guarigione di qualsiasi tipo. Iside è la protettrice dei terapeuti e dei guaritori. Protegge inoltre i rituali magici, la fertilità della Terra e del grembo, gli innamorati.

Invochiamo Iside chiedendole saggezza e protezione quando vogliamo lavorare alla fusione alchemica dei principi maschile e femminile dentro di noi. Che lo sbattere delle sue ali, che diffondono nell’aria un profumo dolcissimo e sollevano il vento nel Regno dei Morti, ci accompagni lungo il nostro viaggio di ri-scoperta dell’Unità assoluta d’Amore oltre gli opposti.

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Bibliografia e sitografia:

-Houston J., The passion of Isis and Osiris, Ballantine Wellspring, Toronto 1995

-Monaghan P., Dizionario delle Dee e delle Eroine, Red Edizioni, Milano 2004

-Pinch G., Egyptian Mythology, Oxford University Press, Oxford 2002

-Ancient Egypt Online: http://www.ancientegyptonline.co.uk/isis.html

-Encyclopaedia Britannica: http://www.britannica.com/topic/Isis-Egyptian-goddess

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Isis

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Pietra di Luna, la pietra dell’Intuizione

La Pietra di Luna è conosciuta e considerata magica fin dall’antichità. Si riteneva che questa pietra fosse costituita da raggi lunari solidificati. Nel mobile luccichìo azzurro presente al suo interno, i Romani scorgevano la presenza di una dea. Essi identificavano la Pietra di Luna con Diana, l’Artemide greca, dea dei boschi, degli animali selvaggi, della caccia rituale e della Luna.

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La Pietra di Luna appartiene alla classe dei tettosilicati. E’ un feldspato potassico su cui, a causa della struttura lamellare, la luce incidente si rifrange, determinando i riflessi bianco bluastri, quel barlume azzurro chiaro che compare e scompare a seconda della luce e che tecnicamente è un fenomeno ottico chiamato adularescenza, da Adularia, il nome di una varietà di Pietra di Luna trovata nelle Alpi europee, in Svizzera.

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La Pietra di Luna è un minerale primario idrotermale. Questo significa che si forma nelle viscere alchiemiche della Terra, durante la lenta solidificazione del magma, quando i minerali in esso sospesi precipitano, aggregandosi. In particolare, nel caso della Pietra di Luna così come dell’Amazzonite, della Fluorite e della Kunzite, durante il processo viene coinvolta anche l’acqua, che entra così a far parte della natura più intima della pietra, influenzandone carattere e proprietà.

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Se il progressivo raffreddamento del magma fa scendere la temperatura dell’acqua al di sotto di quella critica (372°C), si può avere la formazione di soluzioni acquose. Al di sopra della temperatura critica l’acqua si trova sempre allo stato gassoso, indipendentemente dal valore della pressione a cui è sottoposta. Ma sotto i 372°C, a certe pressioni elevate, possiamo già trovarla allo stato liquido. E’ allora che le sostanze disciolte nell’acqua, ovviamente più fluida del magma, danno origine a un tipo di minerali chiamati idrotermali (dal greco hydor, acqua, e therme, calore).

La caratteristica del processo litogenetico primario è la cristallizzazione di un liquido. Da una situazione di caos creativo, in cui son presenti tutte le sostanze ma nessuna forma, si va via via strutturando uno schema, una configurazione energetica che darà origine a un’entità particolare, con un determinato colore, una determinata geometria, una determinata frequenza.

Il magma è la matrice dalla quale sorgono tutte le rocce e tutti i minerali e la sua composizione cambia a seconda della regione terrestre.

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Nella formazione dei minerali primari a partire dal magma originario entrano in gioco svariati fattori: pressione, temperatura, spazio e tempo di raffreddamento, composizione del magma, e tutti questi aspetti influenzano le caratteristiche terapeutiche delle pietre a cui danno origine.

I minerali primari, tra cui la Pietra di Luna, sono solitamente pietre speciali per aiutarci a cristallizzare, a dare forma cioè, e a portare fuori il potenziale racchiuso in noi e ci ricordano anche che solo quando le nostre potenzialità riescono a trovare il loro ambito ottimale (metaforicamente calore, pressione, spazio…) possono giungere a manifestarsi adeguatamente.

Le rocce magmatiche e i minerali primari ci aiutano a sviluppare e a dispiegare il nostro potenziale complessivo e favoriscono i processi di apprendimento. Ogni minerale di origine magmatica rappresenta determinate qualità interiori delle quali favorisce lo sviluppo. Allo stesso modo, è in grado di stimolare la consapevolezza psicologica e lo sviluppo di modelli di pensiero e comportamento che contribuiscono alla guarigione.

I minerali primari sono inoltre ottimi promotori del processo di crescita, sostenendoci in tutte quelle situazioni in cui ci troviamo di fronte a cambiamenti radicali, o quando dobbiamo metabolizzare nuove impressioni o esperienze.

Nel caso dei minerali primari idrotermali, oltre a queste caratteristiche, occorre anche tener presente il ruolo svolto dall’acqua, che fa in un certo senso da madrina alle pietre, trasmettendo loro i suoi poteri legati all’inconscio, al femminile, alla memoria e alla trasmissione di informazioni, alla fluidità, alla trasparenza. Non dimentichiamo che l’acqua è una sostanza magica, dalle caratteristiche fisico-chimiche uniche al mondo.

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Il potenziale che la Pietra di Luna aiuta a sviluppare è quello dell’Intuizione, ovvero la capacità di connettere il II e il VI chakra (il terzo occhio), facendo sì che emozioni e consapevolezza si armonizzino, comunicando e lavorando insieme e aprendosi al tempo stesso alla luce che arriva dal VII chakra. La Pietra di Luna aiuta a raggiungere un buon equilibrio emotivo, mettendoci in contatto con le nostre emozioni in maniera delicata, collegata appunto alla consapevolezza. Da questo stato di equilibrio e serena accettazione delle emozioni, possiamo fare quel salto che ci permette di trasmutarle in consapevolezza superiore, e cioè in intuizione, chiamata anche nelle sue forme più evolute chiaroveggenza, sesto senso, psichismo. La Pietra di Luna è collegata anche alla ghiandola pineale (l’epifisi, una ghiandola misteriosa che regola la produzione di melatonina e quindi la nostra sensibilità alla luce e che è strettamente connessa al VII chakra). Può influenzare il mondo dei sogni e delle visioni, essendo un minerale in rapporto con la Luna e quindi le maree, il mare, l’inconscio individuale e collettivo. Stimolando l’intuizione, la Pietra di Luna stimola anche la capacità di fare sogni lucidi o premonitori, nuotando con il corpo astrale nel mare dell’Inconscio. Fin dal passato è stata utilizzata come pietra per potenziare l’attività onirica, oltre che per stimolare la fertilità, regolare il ciclo mestruale e attenuare l’ipersensibilità femminile ad esso legata.

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La Pietra di Luna, proprio come il corpo celeste da cui prende il nome, è un minerale che stimola potentemente alcune qualità del femminile: fertilità, amore, intuizione, sesto senso.

Questo però non significa che non possa tornare molto utile anche agli uomini: infatti, un uomo che ricorre all’aiuto di questa preziosa pietra, potrà integrare meglio il femminile dentro di sé, portando alla luce qualità che, essendo tipicamente yin , sono fondamentali per l’armonioso sviluppo della persona come microcosmo. Aiuta inoltre chi ha un atteggiamento troppo maschile (che si tratti di uomini o di donne) ad accettare il proprio femminino, i sentimenti, le emozioni.

Dormire con una Pietra di Luna sotto al cuscino porta sogni lucidi e visioni. Appoggiare una Pietra di Luna sul VI chakra durante la meditazione aiuta a sviluppare la facoltà intuitive, ovvero la capacità di attingere all’Akasha, di conoscere le cose come stanno, “bypassando” la mente razionale, di sentire la verità di una situazione, di prevedere gli eventi sincronizzandoci con il Cosmo. Indossare abitualmente una Pietra di Luna può inoltre aiutare a stabilizzare il ciclo mestruale, equilibrare il lato emozionale rendendolo più lucido e quindi più focalizzato, stimolare eventualmente la fertilità. Infine, la Pietra di Luna smussa le spigolosità del carattere, favorendo la dolcezza.

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Il potere della Pietra di Luna è massimo durante il plenilunio e vicino al mare.

Per ricaricarla non bisogna esporla ai raggi del Sole ma, naturalmente, a quelli di sua madre, la Luna piena.

Per purificarla è possibile passarla nel fumo di ramoscelli di incenso di salvia bianca oppure tenerla qualche istante sotto a un getto d’acqua (meglio se acqua viva quale quella di un torrente limpido, del mare, di una cascata..), oppure ancora seppellirla nella Terra per un giorno o lasciarla all’aperto in una notte di Luna nuova (questi ultimi due metodi sono particolarmente efficaci se ci si trova in ambienti il più possibile incontaminati e selvaggi, vicini agli elementi).

Nel repertorio di essenze alaskane, è presente l’elisir di gemma ottenuto dalla Pietra di Luna. L’essenza si chiama appunto Moonstone ed è indicata nei casi di sensibilità psichica accresciuta durante le mestruazioni, irritabilità, energia emozionale bloccata e difficoltà a esprimerla in modo chiaro, mancanza di sensibilità e consapevolezza intuitiva, mancanza di dolcezza. Moonstone aiuta a muoversi in un autentico spazio dei sentimenti, ripulisce e fa circolare l’energia nel corpo emozionale, aiuta a completare i cicli emozionali, equilibra ed armonizza la sensitività psichica.

Parole chiave: intuizione, fertilità, psichico, femminile, inconscio, luna, mare

Colore: bianco lattescente

Chakra stimolato: II, VI, VII

nelboscodelladea_pietradilunaLa Visione della Pietra di Luna:

Durante una meditazione con l’aiuto dei cristalli, ho posizionato una Pietra di Luna sul mio terzo occhio (VI chakra) e una sul II chakra. Ho poi chiesto alla Pietra di parlarmi, di comunicarmi la sua visione, e sono rimasta aperta a ciò che sarebbe arrivato, senza aspettative, a occhi chiusi, respirando profondamente e sentendo insieme al respiro l’energia entrare dal mio chakra della corona e percorrere tutta la mia spina dorsale energetica fino a giungere al chakra della radice, per poi diffondersi nelle gambe, nelle braccia, in ogni mia cellula. Questa è la visione che la Pietra di Luna mi ha regalato.

Sono nell’Oceano, le Acque buie e profonde dell’Inconscio. Io sono un corpuscolo, una molecola d’acqua nell’Oceano. Raggi di Luna penetrano nelle acque, mi attraversano, illuminano un mondo di figura intorno a me: forme, vortici, pesci splendenti. Il mio corpo di molecola, attraversato dai raggi lunari, inizia a cambiare. Lo sento trasformarsi: cresce, si gonfia…

Mi risveglio sdraiata sulla sabba i in riva al mare. Ora il mio corpo è un corpo nudo di donna dalla pelle candida. La Luna piena mi illumina, le onde del mare gonfio e calmo lambiscono i miei piedi. La spiaggia su cui mi trovo è piccola, per via dell’alta marea, dalle cui acque nere, poco più in là, spuntano degli scogli. Raggiungo a nuoto lo scoglio più alto e mi ci arrampico. In cima, nella roccia nera c’è una piccola pozza di acqua illuminata dai raggi lunari che le donano riflessi azzurri luminosi… E’ Pietra di Luna liquida. Mi ci specchio. Vedo il volto della Dea, il volto della Luna. Le chiedo “Dove posso trovare la Pietra di Luna solida?”, mi risponde “Nei tuoi sogni. Devi trovarla nei tuoi sogni e portarla nel mondo”.

Bagno un dito nella pozza di Pietra di Luna liquida e ne lascio cadere una goccia in mezzo alle mie sopracciglia, sul terzo occhio.  La goccia diventa una Luna piena splendente in cui posso tuffarmi. Sono pronta per fare sogni lucidi. Sono pronta per il sogno lucido della Vita.

Grazie!

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Letture consigliate:

-M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, Crisalide, Spigno Saturnia 1997

-S.Johnson, L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-K.Raphaell, La luce dei cristalli, Verdechiaro, Baiso 2012

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Meditazione dei Pianeti

Questa è una meditazione che aiuta a ricaricarsi profondamente e a riconnettersi con l’energia che pervade perennemente il nostro corpo e l’intero Cosmo, diventando consapevoli dell’Adesso e dell’armonia che regola ogni nostro movimento. Aiuta a percepire l’identità tra microcosmo e macrocosmo, comprendendo a livello cellulare l’antica verità: “Come sopra, così sotto”. E’ una meditazione d’Amore.

Si può leggere il testo memorizzandone i momenti principali, oppure si può leggerlo ad alta voce, lentamente e con frequenti pause, e registrarlo per poi ascoltarlo durante la meditazione. Oppure ancora si può chiedere a un amico di leggerlo per noi.

Sdraiati a pancia in su in una stanza, possibilmente in penombra e avvolta dal silenzio. Oppure in un prato all’aperto, in un posto tranquillo ombreggiato dagli alberi.

Stendi le mani ai lati del tuo corpo, mettiti comoda, cercando di lasciare andare le tensioni. Rilassa le spalle e socchiudi le labbra, tenendo la mascella morbida. Abbandonati alla Terra, senti il suo corpo al di sotto del tuo, che ti sostiene e respira insieme a te.

Chiudi gli occhi e respira profondamente. A ogni inspirazione, senti l’aria entrare nei tuoi polmoni e l’energia riempire il tuo corpo e poi diffondersi per le tue membra, raggiungendo ogni cellula. A ogni espirazione, lascia andare ogni tensione, rilassati sempre di più. Immagina le tossine e le energie negative abbandonare il tuo corpo e disperdersi nell’atmosfera.

Svuota la mente, sintonizzandoti con il tuo respiro. Sii presente, ora, adesso. Sei al sicuro, non c’è nulla in questo momento che ti minacci, sei tutt’uno con il grande corpo della Terra.

Ora sposta la tua attenzione all’interno del tuo corpo. Permetti alla tua consapevolezza di diventare piccola come una scintilla che inizia a esplorare il tuo corpo, il suo interno calmo e buio, gli organi, i tessuti, le cellule.

Sotto forma di scintilla, compi un viaggio attraverso il tuo corpo, dai piedi alla testa, scivolando lungo il tuo spazio interiore e sondandone ogni angolo. Passa dalle dita dei piedi ai piedi, alle gambe, alle ginocchia e alle cosce. Esplora il tuo basso ventre, lo spazio dietro al monte di Venere, il tuo utero, le ovaie, l’intestino e tutti gli organi dell’addome. Sali fino a i polmoni, al cuore, ai bronchi, alla trachea. Passa nelle braccia, sempre scivolando leggera fino alle mani, che sono rilassate, a terra di fianco a te. Poi sali nel collo e su fino alla testa, al cervello, gli occhi, le cavità nasali, le orecchie e la bocca. Una volta arrivata lì, sempre respirando profondamente, esci dal tuo corpo, attraverso la fessura tra le labbra, e prendi a salire.

Salendo sempre di più, abbandona la stanza o il prato in cui ti trovi e vai in alto, verso il cielo, attraverso le nuvole.

Ora la Terra sotto di te è un meraviglioso paesaggio che si fa sempre più lontano e astratto, una tavolozza di colori tenui…

Attraversa volando l’atmosfera, la luce brillante e i cirrocumuli. Guardati intorno: la Terra sotto di te è verde, blu e bianca, rotonda e avvolta da garze di nubi. Intorno a te c’è il blu profondo dello spazio, le stelle baluginano in lontananza e altri corpi celesti si avvicinano: sono la Luna, il Sole e gli altri pianeti del sistema solare.

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Fluttuando nel vuoto, osserva la danza della Terra e della Luna: la Luna percorre la sua orbita intorno alla Terra scivolando lentamente, senza mai allontanarsi troppo dalla sua sorella. Terra e Luna si guardano, ruotando nello spazio e su se stesse. Una potente forza di attrazione le tiene unite, un’energia magnetica che non è altro che puro Amore. Osservando la loro danza circolare, senti l’Amore che le lega l’una all’altra, permettendo loro di comunicare e di sintonizzarsi in un equilibrio di energie. La Terra e la Luna si amano, sono corpi celesti continuamente presenti a se stessi, la cui splendida coreografia è mossa dal motore dell’Amore, che altro non è se non energia, la stessa energia che costituisce la stoffa di cui è fatto l’intero Cosmo.

Intorno alla danza d’Amore tra la Luna e la Terra, ci sono tutti gli altri pianeti e la Galassia. Allontanati ancora un poco nello spazio e osserva le orbite dei pianeti del sistema solare: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone, ciascuno con i suoi colori, il suo ritmo e la sua dimensione. Scivolano danzando attorno al Sole che emette un’intensa luce ed energia. Anche il Sole sta ruotando. Su se stesso e intorno al centro della Galassia, la Via Lattea, che a sua volta è una spirale che ruota…

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Facendo attenzione, puoi riuscire a percepire il suono dei pianeti, la sinfonia celeste prodotta dal movimento dei loro corpi mentre si muovono gli uni intorno agli altri, influenzandosi a vicenda, in armonia. Gli asteroidi che a volte sfrecciano tra un pianeta e l’altro, seguono la loro rotta nell’Universo, governati anch’essi dalla stessa forza: l’Amore.

Sei una scintilla in mezzo al sistema solare, che osserva il moto dei pianeti, spostandosi con loro e ammirandone la coreografia. E’ tutto un gioco di attrazione e repulsione, di energia che tiene insieme tutto.

Oltre alla musica dei pianeti, ascolta anche la vibrazione di fondo dell’Universo. E’ un suono profondo, poco più che silenzio. Ma se fai attenzione la puoi percepire. E’ la frequenza dell’Amore, il suono cosmico originario, l’OM che pervade l’Universo fin dalla sua nascita e che continua a diffondersi attraverso il Cosmo, trasportando il suo messaggio, riempiendo il vuoto di informazioni. Come scintilla, sintonizzati con la vibrazione dell’OM, lascia che anche il tuo piccolo corpo di luce vibri con la frequenza di fondo dell’Universo. Siete una cosa sola: tu, la Terra, la Luna e i pianeti, la Galassia e l’interno Cosmo siete la stessa energia che vibra a frequenze differenti, e questo permette il moto e la vita. Ma l’energia è la stessa. E’ un’energia divina, di puro Amore, in cui esiste soltanto l’Adesso. Danza con i pianeti al ritmo della loro attrazione, scivola nello spazio, leggera e consapevole solo dell’Ora.

Il movimento dei pianeti intorno al Sole nella Galassia è lo stesso delle tue cellule. Non c’è differenza tra microcosmo e macrocosmo: la stessa armonia che regna quassù regna anche nel tuo corpo. L’Universo altro non è che un immenso corpo di energia, e l’energia  un modo di chiamare l’Amore. Senti l’identità profonda che esiste tra te e l’Universo e immergiti in questo presente di gioia. Sei puro Amore che vibra in sintonia con i corpi celesti, che sono fatti della tua stessa sostanza. Sintonizzati con la coscienza del Cosmo, con la sua immensa consapevolezza silente. Sei lucida e felice. C’è un grande spazio dentro di te, un grande spazio intorno a te, e ovunque pianeti, stelle e cellule danzano insieme un canto d’Amore, in un’estasi continua. Tu e l’Universo siete la stessa cosa.

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Quando vuoi ritornare da questo viaggio, ringrazia e saluta i pianeti e lascia che la tua scintilla scivoli indietro, avvicinandosi sempre più al grande corpo della Terra.

Rientra nell’atmosfera, attraversa di nuovo le nuvole e torna a casa, nella tua stanza o sul prato dove il tuo corpo materiale giace rilassato a occhi chiusi. Senza fretta, rientra dentro di lui dalla bocca socchiusa e connettiti nuovamente al suo respiro calmo e regolare. Respira. Inspira ed espira profondamente.

Ora sei di nuovo nel tuo corpo, il tuo tempio personale, il veicolo attraverso cui ogni giorno percepisci la realtà. Anche lui è fatto d’Amore. Rendigli onore e percepisci la sua profonda connessione con la Terra, che lo nutre e lo sostiene sempre. Senti il suo peso contro il suolo e l’energia che passa dal suo corpo al corpo della Terra e viceversa. La Terra è il tuo pianeta, è meraviglioso, vivo e preziosissimo. E’ fonte di nutrimento e Amore. Le tue radici affondano nel suo grande corpo generoso, rendendoti tutt’uno con lei.

Poi lentamente, con affetto, risveglia il tuo corpo. Incomincia muovendo piano le dita dei piedi e delle mani, stiracchiandoti, e poi apri piano gli occhi.

Bentornata. Non dimenticare la danza d’Amore dei pianeti. Ricorda che stai sempre danzando con loro!

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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