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Noce: il Rito di Iniziazione

Cari lettori,

Con questo post concludo la mia esperienza di scrittura su questo blog, per trasferirmi sul blog del mio nuovo sito: www.ortisensibili.com, che vi invito a visitare e a seguire.

Grazie a chi mi ha letta e ha condiviso con me una, anche piccola, parte di cammino.

Con il Noce si conclude anche il mio libro sugli alberi, che sto finalizzando in questi giorni. Grazie al Noce, e a tutti gli alberi, per la loro voce e la loro pazienza.

Ora vi lascio alla lettura. A presto!

Con amore,

Giorgia

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Noce: il Rito di Iniziazione

Nome: Juglans regia L., famiglia della Juglandacee. L’epiteto generico è una contrazione di Iovis glans, ovvero “ghianda di Giove”, divinità a cui l’albero, presso i Romani, veniva associato.

Botanica:
Il Noce è un albero deciduo che non raggiunge solitamente grandi dimensioni (massimo 35 m di altezza e 2 m di diametro del tronco) e che può raggiungere un’età di 300-400 anni. Spesso presenta una chioma ampia, regale, che risalta ancor più perché si sviluppa in cima a un tronco non troppo alto. Pianta eminentemente solare, ama la luce e suoli fertili.

La corteccia è liscia, di colore marrone olivastro negli esemplari più giovani, e con l’età viene fessurata da molte rughe, diventa argentea e spesso si lascia ricoprire da licheni che le donano bellissime sfumature. Le gemme sono grosse, dure e marroni, e ricordano le zampe di un animale. Le foglie alternate, composte (da 5 a 7 foglioline ovali dal margine liscio) e imparipennate, e le foglie apicali tendono a diventare più grandi delle altre, raggiungendo anche i 15 cm di lunghezza. I fiori maschili sono amenti penduli di colore giallo mentre i femminili crescono in cima ai rami (terminali) in gruppi di 2-5, e somigliano a piccole botti verdi, da cui spuntano 2 ciuffi di pistilli, gialli prima dell’impollinazione e rosa una volta che l’ovulo viene fecondato. Una volta avvenuta la fecondazione, il fiore femminile si ingrossa, trasformandosi nel frutto, la noce, una drupa costituita da un guscio esteriore chiamato mallo, verde all’esterno e nero all’interno, che protegge le due valve di un guscio coriaceo dentro cui si trova il seme dorato (gheriglio), dall’aspetto simile al cervello umano, diviso in quattro parti e ricchissimo di oli vegetali e di minerali quali zinco, selenio e magnesio. Per germogliare, i semi del noce necessitano di trascorrere un lungo periodo sottoterra, nel completo buio, e di gelate.
Le radici del Noce, così come ogni altra parte del suo corpo, rilasciano nel suolo un tannino (naftochinone) chiamato juglone, che è la principale causa dell’allelopatia caratteristica di quest’albero. L’allelopatia (letteralmente “insofferenza degli altri”) è un comportamento attuato da alcune specie vegetali, per vincere la competizione e assicurarsi salute e sopravvivenza. Consiste nel rilasciare attorno a sé sostanze tossiche o repellenti per altre specie vegetali (e/o animali), così da scoraggiarne la crescita nelle vicinanze dell’individuo che le produce. Per questa ragione intorno al Noce non crescono solitamente altre piante, permettendogli di assicurarsi l’accesso a tutta la luce solare di cui necessita per prosperare, e probabilmente questa particolarità è alla base della credenza popolare secondo cui dormire o sostare a lungo presso un Noce causa mal di testa e malessere generale.

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Fitoterapia:
Il Noce è governato dal Sole, come funzione primaria, ma anche da Giove, Venere e Mercurio come funzionalità secondarie.
Agisce come un tonico astringente e disinfettante, e tutte le sue parti sono impiegabili.

Lo juglone presenta proprietà antibatteriche e fungicide. Le foglie trovano impiego nel trattamento sintomatico dell’insufficienza venosa, nella sintomatologia emorroidaria e nel trattamento sintomatico delle forma diarroiche lievi. Per uso topico, le foglie di Noce aiutano in caso di prurito e desolazione furfuracea del cuoio capelluto (a questo scopo Angelini consiglia un decotto di foglie di Noce e fogli di Edera), come trattamento d’appoggio come addolcente e antipruriginoso in alcune manifestazioni dermatologiche, e anche come antalgico e disinfettante nelle affezioni della cavità orale e dell’orofaringe.

In gemmoterapia, il rimedio Juglans regia MG DH100 (gemme) manifesta proprietà antinfettive e antinfiammatorie di lunga durata, attive nei confronti di stafilococco e streptococco e dei germi che si sviluppano a livello delle mucose, in particolare di trachea e bronchi (angine, trachebronchiti, otiti).
Rimedio di suppurazione, Juglans regia MG è utile anche nella terapia dell’eczema infettato, nell’acne pustolosa, nell’impetigine e in ogni altra alterazione cutanea con gemizio.
Esplica azione antinfiammatoria anche a livello del pancreas, stimolandone l’attività, per esempio nei casi di malassorbimento causato da insufficienza pancreatica funzionale (E. Campanini, Manuale di gemmoterapia).

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Con i fiori del Noce si prepara anche un rimedio floreale del repertorio di Bach, Walnut, utile per accompagnare i momenti di trasformazione e cambiamento nella vita degli individui, proteggendoli dalle perturbazioni e dalle influenza esterne e aiutandoli a mantenere integro e limpido il proprio campo energetico, restando in contatto con il proprio centro superiore.

Nella ricerca di Hubert Bosch e Lucilla Satanassi, il rimedio preparato con le parti di quest’albero, lo Spirito del Noce, aiuta a scendere nel proprio abisso oscuro per ritrovare la luce della propria consapevolezza, espandere le proprie percezioni e pensare più lucidamente, una volta esplorate e integrate le proprie parti più buie (intestino e cervello, le due parti del corpo simili al gheriglio della noce, sono i due organi anche più simili fra loro del nostro organismo, entrambi producono serotonina e influenzano la nostra psiche. Se l’intestino rappresenta il buio, il cervello è la luce, ma noi siamo il risultato della loro azione congiunta).

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Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che Dione, re della Laconia, si era sposato con Anfitea, con la quale aveva avuto tre figlie: Orfe, Lico e Caria. Un giorno la madre accolse con grande ospitalità il dio Apollo, che si trovava a viaggiare per quelle terre e questo, come ricompensa, donò alle tre figlie doni profetici, puché esse non tradissero mai gli dei e non cercassero di sapere quel che non le riguardava.
Tempo dopo, anche Dioniso chiese ospitalità in casa di Dione e, non sapendo resistere al fascino di Caria, la figlia più giovane, se ne innamorò. Giunto il momento Dioniso ripartì per il suo viaggio intorno alla Terra ma, quando finalmente lo concluse, torno in Laconia, da Caria, per rivederla e per stare con lei. Le sorelle Orfe e Lico però, spinte dalla curiosità, iniziarono a spiare i due amanti, infrangendo la promessa fatta ad Apollo. Nonostante Dioniso le avesse avvertite, le due non riuscivano a resistere alla tentazione, cosicché il dio le punì facendole impazzire e trasformandole poi in rocce. Facendo ciò però Dioniso perse Caria che, a quanto narrano, morì dal dolore. Avendola tanto amata, Dioniso decise allora di trasformarla in un bellissimo Noce.
Fu Artemide, sorella di Apollo, che raccontò per prima questa storia ai coni che eressero un tempio in suo onore, le cui colonne erano statue di donne scolpite in legno di Noce. Il tempio fu consacrato a Artemide Cariatide (da qui deriva il nome “cariatide” usato in storia dell’arte e riferito appunto alle colonne scolpite secondo sembianze femminili).
La trasformazione di una donna morta in albero così come l’attribuzione ad Artemide dell’appellativo derivato da Caria ci rivelano che il mito adombra, come spesso accade, la sostituzione di un culto antico con uno nuovo. Lo conformerebbe il fatto che in epoca arcaica si venerava una divinità pelagica, Kar o Ker, che diede il nome alla Caria, una regione dell’Asia minore. Ker, forse una rappresentazione della Grande Madre, nella Teogonia di Esiodo è ritenuta sorella di Thanatos, la Morte, e di Moros, il Trapasso. Omero la chiama “funesta e malvagia” ed Eschilo “arraffatrice di uomini”. La dea si moltiplicò anche nelle Keres, personificazioni del destino che portava via ogni eroe alla sua morte. Le Keres erano raffigurate come esseri alati, neri, con grandi denti bianchi e unghie aguzze, intente a straziare i cadaveri e a bere il sangue di morti e feriti. Talvolta erano anche intese come destini coesistenti in ogni essere umano, non soltanto la morte quindi ma anche la vita e le occasioni che gli sarebbero toccate in sorte. Sembrerebbe quindi che le funzioni ambivalenti della Dea Ker pelagica si siano sdoppiate, con l’affermazione del patriarcato, da una parte nella bianca Artemide celestiale, e dall’altro nelle Keres infernali.

Tra Sole e Buio, il Noce nel Medioevo era considerato anche albero di streghe. Famoso il Noce di Benevento, attorno al quale si teneva un grande sabba nella notte di San Giovanni, al quale accorrevano volando streghe da ogni parte del mondo, guidate da Diana (il nome latino di Artemide). L’albero, già abbattuto nel VII secolo, era rispuntato sempre nello stesso punto, vicino a dove il fiume Sabato si immette nel Calore, e morì definitivamente (?) nel XVII secolo.

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Oltre che alla morte e alle streghe (Buio) il Noce è tradizionalmente legato anche all’abbondanza e alla fertilità (Luce). Come pianta dedicata alla Grande Madre, ha una duplice valenza, di vita e di morte, luminosa e cupa. Anticamente venne consacrato a Giove, come testimonia il suo nome, secondo la tradizione per via delle grandi proprietà nutritive unite a un gusto gradevole del suo frutto, che nei tempi antichi costituiva un elemento importantissimo dell’alimentazione. Nella Roma antica era usanza far piovere noci sugli sposi perché, secondo Festo, il loro rumore copriva le grida della sposa, di cui si simulava il rapimento, e la sposa a sua volta doveva lanciare delle noci che, cadendo e rimbalzando erano segno di buona fortuna. Tale usanza non si è perduta nelle tradizioni europee, dove però la noce è stata sostituita dal riso o dal grano, sempre simboli di fortuna e abbondanza.

Nelle fiabe la noce è sempre portatrice di tesori o oggetti magici, come ne “Il Forno” o “Il principe e la principessa” dei fratelli Grimm, in cui tre noci, con i loro doni, permettono alle protagoniste di ottenere risultati insperati (ovvero sposare il principe e, quindi, da un punto di vista archetipico, riunirsi al proprio Animus e raggiungere l’individuazione, già preannunciata nel simbolo della noce).

 

L’energia del Noce:

Noce è la nostra parte oscura. E’ l’energia dello Scorpione, che scende e decompone e disfa la materia nelle sue parti essenziali, preparandola per essere arsa dal fuoco alchemico della Terra, durante il mese del Solstizio, quando il Sole esterno oscilla freddo dalla costellazione del Sagittario mentre gli spiriti della Terra sono finalmente svegli e il sottosuolo arde di trasformazioni.
Noce ci chiede di annientarci. Di fermarci e smettere di essere noi stessi. Perché solo così, senza maschere, senza legami, senza paletti, senza tracciato o staccionata, senza paracadute, solo così possiamo davvero essere. “Bisogna smettere di esistere, per esistere davvero” diceva Goethe, luminoso e sibillino. Di cosa stava parlando? Delle piante forse, che con il fiore superano se stesse e si condensano nel seme, morendo e proprio così aprendosi alla fecondazione del Cosmo, dando vita a una nuova pianta, una nuova versione di se stesse?
Il Noce ci parla dello sprofondare, del disfare e del disfarsi, e poi anche del cristallizzarsi di nuove forme, a partire dalle ceneri delle vecchie.
L’energia del Noce unisce acqua, fuoco sotterraneo, cenere e scintilla. E’ un albero misterioso e complesso, dall’energia fredda, legata a processi molto profondi. E’ la pare dell’evoluzione che ci fa più paura. E’ la prova, il rito di iniziazione. E’ la morte che conduce nel prossimo livello.

Per esistere davvero, occorre prima annullarsi. Da quel nulla, partire poi seguendo la prima vera spinta di desiderio che ci rianima. La morte purificatrice del Noce porta al risveglio della mente su un livello completamente nuovo. Pronti a ripartire, un altro giro di giostra lungo la spirale del destino, ripassando sempre dalle stesse tappe ma con giri sempre più lunghi, sempre più larghi, sempre più profondamente pervasi di universo.

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Bibliografia:
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-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bellini G., Carmignani U., Runemal, Età dell’Acquario, Torino
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-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Brown J.E., The Sacred Pipe, Penguin Books, London 1947 (pdf reperibile su internet)
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia, Tecniche Nuove, Milano 2005
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 1953
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Grimm J. e W., Fiabe, Einaudi, Torino 2013
-Grohmann G., Tra Sole e Terra, Filadelfia Editore, Milano 2010
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
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-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014
-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Kindl U., Mari A., Il Bosco, Mondadori, Milano 1989
-Kranich E.M., Il linguaggio delle forme vegetali, Editrice Antroposofica, Milano 2010
-Lightfoot J., Flora Scotica, B.White, London 1777 (versione digitale)
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
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-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996
-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013
– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Stefani S., Conti C., Vittori M., Manuale di medicina spagyrica, Tecniche Nuove, Milano 2008
-Stone M., Quando Dio era una donna, Venexia, Roma 2011
-Sturlsson S., Edda, traduzione a cura di G.Dolfini, Adelphi, Milano 1975
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

 

Inverno

Le stagioni che preferiva erano l’autunno e l’inverno, quando la Terra inspirava e poi tratteneva il respiro. Mentre le forze del sottosuolo imperversavano, sopra tutto era calmo, rimanevano poche cose, il cielo si avvicinava come per sentire un segreto. La luce obliqua rendeva le ombre sensibili, dando nuova tridimensionalità alle pietre, ai rami scuri, alle foglie sfiorate dal freddo, all’acqua che diventava cristallo. Cresceva il muschio, l’aria profumava di tempo senza fine e c’era silenzio. Arrivava la neve. Una cosa che non le piaceva d’inverno era la pioggia. La pioggia era meglio d’estate.

Lì dov’era non cadevano foglie. Gli alberi erano tutti pini e abeti dai tronchi possenti, alcuni vecchi di secoli. Il sole si muoveva veloce su e giù nel cielo e la luce cambiava in continuazione.

Quest’anno, Ada sarebbe rimasta a guardia della riserva durante i mesi freddi. Fino all’arrivo della primavera avrebbe vissuto nella baita tra gli abeti, con la sua provvista di legna e un corriere che una volta ogni dieci giorni portava le scorte di cibo. Per bere avrebbe usato l’acqua della fonte. Nella riserva vivevano venti lupi.

Ada aveva i capelli neri, lunghissimi e lisci, la pelle bianca, i seni minuscoli, gli occhi verdi a fessura. Era piccola e forte. Suo padre era un eskimese e le aveva insegnato a fare il fuoco.

La prima neve cadde a ottobre. La terra coperta di aghi e neve era un animale sognante. Ada girava il bosco secondo schemi geometrici. Raccoglieva rami, pigne, pietre, incontrava i lupi. I lupi la riconoscevano ormai, e non avevano paura. Uno di loro era tutto bianco con gli occhi neri ed era finora quello che aveva osato andarle più vicino, fino quasi a sfiorarla col muso. Un altro, il lupo più vecchio, stava sempre da solo e aveva il pelo grigio e folto e gli occhi verde acqua. Zoppicava leggermente. Quando la vedeva si metteva dietro il tronco di un albero e la osservava inclinando la testa. Ada dava da mangiare ai lupi, lasciando la carne in mangiatoie. I lupi sapevano che era lei a portare il cibo, la controllavano di nascosto. C’erano undici femmine. Le femmine erano più piccole e meno ossute dei maschi, molto più prudenti.

La baita era accogliente, profumata. Il camino funzionava alla perfezione e il letto era sul soppalco, un nido bianco di piume. Dalla finestra Ada poteva guardare i boschi e la valle, dove il torrente diventava fiume roccioso. Sullo stesso versante della montagna ma più in basso viveva lo scultore. Era l’unico a vivere nella riserva, oltre ad Ada. Aveva ricevuto un permesso speciale perché lui viveva già lì quando la riserva era stata fatta. Il corriere che portava le provviste si fermava da lui e lasciava lì il cibo per entrambi, senza salire fino alla baita dove stava Ada. Spesso, Ada e lo scultore mangiavano insieme. Lui sembrava meno vecchio di quanto fosse. Aveva la barba brizzolata, camicie a quadri, era un uomo forte. Un bravo scultore. Scolpiva il legno senza abbattere gli alberi. Si limitava a raccogliere i ceppi e i tronchi che trovava per terra durante lunghissime escursioni nei boschi. Ada l’aveva visto lavorare, erano diventati amici. Una volta che trovava un pezzo lo osservava a lungo con i suoi occhi luminosi. Poi, lentamente ma con decisione, inziava a scalpellare e tirava fuori dal legno la sua forma nascosta. Si trattava sempre di figure di donna.

Quel mattino l’aria tagliava il fiato e il cielo stava di traverso tra le cime degli abeti altissimi e neri, conficcati nella roccia come lance di titani. Il sole era uno spillo e la neve si smagliava e scivolava fino a valle. Ada uscì dalla baita e venne trafitta dalla luce accecante di mille riflessi di ghiaccio, mentre inspirava l’aria fredda da bruciarle narici e gola. Quel gelo all’interno la faceva sentire eterna in quell’istante, sigillava, rendeva perfetto il respiro. Si mise lo zaino in spalla e corse alla fonte. Bevve l’acqua direttamente dalla roccia da cui sgorgava ed era come bere cristallo. Finito il giro delle mangiatoie, decise di salire fino al piccolo altopiano dove c’erano le sorgive. Ci volevano quasi due ore di cammino in salita per arrivare, poi tra gli alberi si apriva uno spiazzo scosceso dove nella neve ribollivano tre pozze, due più piccole e una un po’ più grande. L’acqua arrivava lì direttamente dalle interiora della Terra, era antica e appena nata e odorava di minerali attraversati a fatica. Ada si tolse i vestiti ed entrò nella pozza più grande. L’acqua gorgogliava, c’era vapore e odore di zolfo. Ada si lasciò sommergere dalla luce del mattino e dal tepore della Terra. Sotto ai piedi sentiva la roccia liscia come metallo. A volte, una Voce risuonava nel cielo e faceva vibrare l’aria. Quel mattino però tutto quello che si sentiva era il borbottìo delle sorgive. Il resto era silenzio, dentro e fuori Ada. Un silenzio maestoso e riposante. Quando il sole si fu spostato di dieci gradi, Ada uscì dalla pozza. Nuda sulla neve era altrettanto bianca. Il corpo lucido che si rivestiva veniva osservato da due lupi nascosti fra i tronchi. Ada non se n’era era accorta ma l’avevano seguita. C’era sempre qualche lupo che ne studiava i movimenti, per proteggerla. Il ritorno a casa fu più rapido perché in discesa.

Lo scultore aveva mani quadrate e unghie coriacee. Masticava in silenzio bevendo vino scuro. Lui e Ada mangiavano insieme funghi del bosco e formaggio. Il pane profumava. Nessuno dei due diceva niente. Dietro alle spalle dello scultore, su una pedana, stava un enorme pezzo di legno ricoperto di muschio e licheni, ingombrante e odoroso come un relitto. Lo scultore aveva passato la mattina a osservarlo e lo stesso avrebbe fatto quel pomeriggio. Avrebbe osservato e ascoltato quel meteorite di corteccia bevendo vino fino a sera, fino all’alba, fino a che dietro ai suoi occhi non avesse cominciato a emergere la forma nascosta. Anche se le sculture non erano in vendita, quello era il suo lavoro e lo amava.

Stambecchi e caprioli dovevano fare attenzione nella riserva dei lupi, ma ce n’erano comunque. I cerbiatti avevano il mantello macchiato che li mimetizzava nella neve. Avevano occhi intelligenti e nasi neri e umidi. Ada quando li vedeva rimaneva immobile senza respirare e li osservava stringendo gli occhi per mettere a fuoco ogni dettaglio.

Quando c’era il sole e Ada si metteva fuori dalla baita a intrecciare ramoscelli per fare ceste, a volte arrivava il lupo bianco. Usciva allo scoperto e si accovacciava sul limite degli alberi, a dieci metri da lei. La guardava lavorare. Il suo pelo luccicava come la neve. I caprioli e i cerbiatti sfrecciavano nell’ombra intorno.

Le radici degli abeti sostenevano la terra e le impedivano di scivolare. Le loro radici possenti e sottili si insinuavano nella roccia, creando microscopiche fessure che riempivano di se stesse.

Lo scultore viveva in una baita alla fine dell’abetaia, dove inziavano a esserci anche betulle e castagni. Il legno di betulla era il suo preferito. Flessuoso, umido, con la corteccia simile alla pelliccia di un animale. Quando decideva di lavorare il legno di betulla, doveva prima lasciarlo seccare per giorni davanti al fuoco, e il legno sospirava. Spesso durante i sogni lo scultore veniva visitato dalla Donna Betulla. Era lo spirito dell’albero, al posto dei capelli aveva una chioma di foglie minute, alcune verdi e alcune gialle. Lo sfiorava con i suoi piedi bianchi e gli parlava, ma anziché udire parole lo scultore vedeva forme, forme in cui la donna si trasformava dinanzi a lui.

Lo scultore assomigliava a un lupo. Le basette erano da lupo, gli occhi verde muschio con le piccole pupille, il collo grosso, leggermente incassato, l’andatura elastica, spensierata sulle gambe lunghe, proprio come quella dei lupi, che quando camminavano sulla neve sembravano saltellare e questo contrastava con l’espressione concentrata dei loro musi.

In fondo i lupi erano animali allegri.

Il giorno del solstizio il lupo bianco non c’era. Ada lo cercò disegnando rombi nella neve, esplorando sistematicamente i luoghi della riserva in cui a lui piaceva andare, senza trovarlo, finché non giunse il buio. Quella notte non dormì. Vide dalla finestra della baita l’aurora boreale che verdeggiava nel cielo, fiamme di elettricità danzavano sulla volta scura e l’aria vibrava di un suono profondo e possente, come se la Voce stesse cantando un canto immenso, di una sola nota.

Il lupo bianco tornò due giorni dopo. Nel suo sguardo qualcosa era cambiato, o forse era solo un’impressione di Ada. In quel posto, come sempre durante l’inverno, le impressioni si confondevano con l’ambiente circostante, rendendo impossibile, a un certo punto, distinguere tra ciò che succedeva dentro e ciò che succedeva fuori della testa di Ada. La sua mente era la riserva dei lupi.

Nel giorno di Capodanno la linfa ricominciò a salire nel legno degli alberi, prima timidamente, poi sempre più forte.

Da giorni lo scultore provava invano a scolpire nel legno l’immagine di donna che aveva sognato. E l’enorme pezzo di legno, il tronco vivo ricoperto di muschio e licheni davanti a cui lo scultore trascorreva ore di veglia e di sogno, andava sempre più rimpicciolendosi sotto i colpi della sega elettrica e dello scalpello. Ogni volta gli sembrava di stare per farcela, di essere quasi giunto alla fine: scolpiva il corpo, i capelli, il seno, le mani, l’ombelico, il naso ma poi, arrivato agli occhi, si bloccava e non riusciva a proseguire. La Donna non era cieca. Nel sogno i suoi occhi erano visibili, indimenticabili. Lo scultore li vedeva chiaramente, ma non riusciva a tirarli fuori dal legno. Ogni volta falliva e doveva cancellare tutto, segare via in trucioli il lavoro fatto, ridurre il relitto di legno di nuovo a un ceppo informe e ricominciare: piedi, polpacci, ginocchia, cosce, fianchi, ventre, pube, ombelico, costato, seni, capezzoli, sterno, clavicole, spalle, braccia, mani, collo, la Donna era bellissima, bella come non mai anche se grezza, robusta, profondamente donna. Mento, labbra, mandibole, naso, fronte, orecchie, capelli lunghi di foglie. Tutto era perfetto, affiorava dal legno come una visione. Mancavano solo gli occhi. Lo scultore ci provava, e falliva, di nuovo. Beveva un bicchiere di vino scuro, ravvivava il fuoco con ceppi d’abete, lanciava sguardi rabbiosi alle stelle vicine e poi ricominciava, senza mai dormire. Il suo lavoro era il suo sogno. Gli occhi della Donna gli sfuggivano dalle mani come polline in primavera.

Il lupo bianco spariva sempre più spesso. Ada aveva smesso di preoccuparsi, ma era curiosa.

Un mattino, dopo che era stato via per cinque giorni, Ada uscì dalla baita e lo trovò seduto al margine dell’abetaia, a pochi metri da lei. Quando lui la vide si alzò e le andò incontro, come un cane. La guardò per qualche secondo, lo sguardo fisso nel suo e la coda ritta, poi si voltò e cominciò ad allontanarsi. Ada lo seguì. Il lupo si lasciava seguire, saltellando nella neve fresca e soffice. Il cielo era coperto, prometteva altra neve.

Il lupo bianco camminava verso nord, dove finiva il bosco. Il limite della riserva non era segnato da reti o cancelli, ma solo da cartelli e da una fila di abeti che si stagliavano ordinati per diversi chilometri. I lupo li oltrepassò, seguìto da Ada. Non era ancora mai stata lassù. Dopo gli abeti, la montagna diventava più scoscesa. Ada e il lupo si inerpicarono insieme, sempre più vicini alle nuvole. Ogni tanto il lupo si voltava e la guardava, rassicurandola.

Salendo, la neve diventava ghiaccio perenne, da cui spuntava roccia nera come meteorite. Gli sprazzi di sereno fra le nuvole erano diamanti sopra alla testa di Ada.

Dopo tre ore di ripido cammino, Ada e il lupo arrivarono su uno sperone di roccia ghiacciata, un’insenatura che formava una sorta di balcone nel fianco della montagna, affacciato sul vuoto, e lì c’era lui.

Al centro dello sperone si apriva una finestra di ghiaccio in cui, sdraiato come in una tomba, c’era un uomo. Il lupo gli sedette vicino. Ada s’inginocchiò di fianco al lupo e osservò. L’uomo era vestito come un eskimese, con abiti di pelliccia e cappuccio. I lineamenti del volto, la forma delle calzature, la faretra appoggiata sul fianco, erano quelli di un un uomo primitivo. Un uomo che dormiva da secoli, da solo lassù, le mani appoggiate sul ventre, il volto sereno. Era integro, incastonato nell’inverno della montagna. Forse il suo cuore avrebbe anche ripreso a battere, se il ghiaccio si fosse sciolto. Ada e il lupo lo guardavano in silenzio, lassù dove non volavano uccelli e dove la neve cadeva fitta e lenta. Si potevano udire i battiti del proprio cuore e il respiro era fatto di spilli. La valle dei lupi sotto di loro era immersa nel bianco.

Quando Ada riaprì gli occhi, era buio. Doveva essersi addormentata accanto all’uomo di ghiaccio. Le lingue verdi dell’aurora boreale le lambivano i capelli coperti di brina. Non sentiva più i piedi, il lupo non c’era. Dalla finestra trasparente in cui giaceva l’uomo si diffondeva una fosforescenza azzurrina, come un bagliore cosmico, ma proveniente da dentro la Terra e dall’uomo stesso. Con il buio tutto intorno e la luce che sprigionava, Ada poteva vederne meglio i dettagli. L’uomo aveva baffi sottili e una cicatrice profonda sullo zigomo destro. Le ciglia lunghe gli davano un’espressione triste. La pelliccia che indossava era di un colore meticcio, un po’ bianca, un po’ nera e un po’ marrone, sarebbe potuta appartenere a un lupo. Al collo l’uomo aveva un cordoncino da cui pendeva una lunga zanna gialla. Ada non conosceva nessun animale, tra quelli non ancora estinti, che potesse avere una zanna del genere.

La fascinazione con cui osservava l’uomo fu interrotta dal pensiero che il freddo l’avrebbe uccisa, così come centinaia di migliaia di anni prima aveva ucciso lui. Il gelo l’avrebbe resa la sua sposa di ghiaccio. Il naso le doleva, e così anche le mani. Se avesse avuto con sé anche solo qualche ramo, avrebbe saputo accendere un fuoco, come le aveva insegnato suo padre. Ma lassù non c’era niente di vivo, a parte lei, solo roccia e neve. Ada sentì un gelido artiglio sfiorarle il cuore e alzò lo sguardo al cielo verde, danzante e vicino come mai. Il giorno è della terra, la notte è del cielo, pensò. Poi udì il rumore di una zampa che raspava contro il ghiaccio, si voltò e vide il lupo bianco alle sue spalle. Il pelo scintillava di brina nel buio, gli occhi luccicavano come stelle. Le parve ancora più grosso del solito, una creatura soprannaturale. Quando il lupo si mosse, Ada lo seguì. Poco distante, subito dietro lo sperone, c’era un buco nella montagna. Era piccolo, Ada ci sarebbe passata a mala pena carponi. Il lupo entrò strisciando, Ada lo seguì. Dentro sarebbe stato meno freddo.

Dopo una lunga galleria buia e stretta, giunsero nella caverna. Il cunicolo sboccava in una grotta circolare, piuttosto ampia e stranamente luminosa, dove c’era un tepore accogliente. Gli occhi di Ada vennero riempiti dal baluginare di centinaia di cristalli di quarzo che tappezzavano le pareti della caverna. Sembrava che, a quella profondità, la montagna stessa fosse fatta di cristallo. La luce accumulata nella silice milioni di anni prima, in ere geologiche durante le quali i cristalli non erano che magma incandescente, ora si sprigionava dai quarzi diffondendo nella caverna una luce ultraterrena. Tutta la grotta sembrava fatta di ghiaccio perfetto, che però invece di essere gelido era tiepido, di un tepore primordiale e materno. Era il cuore della montagna, il cuore dell’inverno, dov’era custodito il segreto della luce. Un soffio d’aria proveniente da chissà dove soffiò tra i cristalli, producendo un sibilo che ricordò ad Ada la Voce che a volte risuonava per la valle dei lupi. Nella caverna c’erano cristalli di quarzo ialino di ogni dimensione. Per terra c’erano i pezzi più piccoli, che formavano una polvere luccicante. Al centro giaceva un enorme cristallo di quarzo rosa, l’unico e il più grosso di tutti, posato in orizzontale come fosse un altare. Era da lì che si sprigionava la luce più forte. Ci dovevano essere voluti milioni di anni per formare un cristallo di quelle dimensioni. In fondo alla caverna, nella parte opposta a quella da cui Ada era entrata, c’era una soglia, un’apertura da cui partiva una scalinata incisa nel quarzo che andava ancora più in profondità. Ada avrebbe voluto scendere per vedere dove portasse, ma ora si sentiva troppo debole. Si sdraiò sul quarzo rosa e percepì un’onda di calore invaderle il corpo. Poi cadde in uno stato tra la veglia e il sonno e forme luminose danzarono davanti a lei. Il lupo, seduto tra i quarzi, la osservava.

Le scale di cristallo avrebbero potuto condurla al centro della Terra. Forse laggiù c’era Atlantide, o una dimensione popolata da esseri di luce. In effetti, pensò Ada in bilico tra i sogni, anche io sono luce.

Al risveglio, uscì dalla grotta e nella luce crepuscolare dell’alba si accorse che il suo corpo aveva ora lo stesso bagliore che avvolgeva l’uomo di ghiaccio.

Lei e il lupo ridiscesero nella valle e Ada si recò dallo scultore.

Quando giunse alla baita fra le betulle, lo scultore le mostrò quello che era rimasto del colosso di legno. Sembrava una bambola, era la sua scultura più piccola, delle dimensioni di una forma di pane. Assomigliava un poco ad Ada, ma lei non se ne accorse. Disse che era bellissima. Ancora però lo scultore non era riuscito a farle gli occhi. Ada gli regalò alcuni piccoli cristalli di quarzo ialino che aveva raccolto nella caverna per lui. Sapeva infatti che lo scultore non sarebbe mai salito fin lassù per vedere coi propri occhi. Non si allontanava mai dal suo bosco, inoltre il cunicolo che portava alla grotta era troppo stretto. Però voleva mostrargli schegge dello splendore. Il volto dello scultore s’illuminò.

Il mattino dopo, lo scultore bussò alla porta della baita. Quando Ada aprì, vide la sua testa incorniciata dalla luce. Lo sguardo dell’uomo era diverso. Sembrava lo sguardo di un bambino di cento anni. Finalmente aveva terminato la scultura. Ora la donnina aveva due occhi di quarzo attraverso cui scrutava nel Tempo. La regalò ad Ada, poi i due si salutarono con un bicchiere di vino.

Ada e il lupo bianco tornarono dall’uomo di ghiaccio. Questa volta Ada aveva portato con sé rami secchi. Accese un fuoco vicino al cuore dell’uomo. Il ghiaccio lentamente si squagliò e divenne fluido. Ada allora, senza lasciare che si sciogliesse del tutto, sprofondò le mani nel ghiaccio molle, come lo stesse frugando nelle interiora, fece un po’ di spazio e infilò la piccola dama di legno. La appoggiò sul petto dell’uomo, poi spense il fuoco con un pugno di neve. In pochi minuti il ghiaccio era già tornato duro come prima. Ora, da dietro la lastra trasparente, la dama di legno vegliava il sonno dell’uomo primitivo e guardava il cielo con occhi di ghiaccio che attraversavano il Tempo. Di notte si sarebbero riempiti di stelle.

Quando il sole scomparve, Ada e il lupo entrarono nel cunicolo, raggiunsero la caverna e di lì scesero per le scale di cristallo.

Esiste, anche se è molto raro, un albero che cresce solo nel Nord, che ha la corteccia liscia e argentata e i cui fiori sbocciano molto prima delle foglie, in pieno inverno, quando il freddo sta per finire e si fa per un attimo ancora più intenso. Lo chiamano la Dama Bianca. Lo sbocciare dei suoi fiori candidi, simili per certi versi a stelle alpine o a giacinti di vetro, segna il punto più freddo dell’anno ma anche la fine del buio. Da quel momento in poi ritorna la luce.

Nella valle dei lupi c’era uno di questi alberi. Quando i suoi fiori sfiorirono la neve inziò a sciogliersi, dappertutto era un gocciolare che si mescolava a nuovi cinguettii di uccelli. Nel giro di pochi giorni arrivarono i guardiaparco per il cambio stagionale.

Non trovarono Ada nella baita, né in giro per la riserva. Mancava anche il lupo bianco.

Gli altri lupi stavano bene, a loro aveva pensato lo scultore. Quando gli chiesero, disse che di Ada non sapeva nulla.

Aveva smesso di scolpire nel legno. Ora amava scolpire nella roccia, anche se era più difficile, occorreva più forza e spesso bisognava lavorare all’aperto, direttamente sul corpo della montagna. In mezzo alla neve che svaniva, comparivano le sue sculture. Anche i soggetti erano leggermente cambiati. Non si trattava più di sole donne, ma di donne grandi con piccoli uomini appoggiati sul cuore. Le donne avevano sempre occhi bellissimi ed espressioni sognanti, gli uomini invece sembravano dormire.

Tiglio, la Via del Cuore

Nome: Tilia cordata Mill. (Tiglio selvatico) e Tilia platyphyllos Scop. (Tiglio nostrano) sono le due specie maggiormente rappresentate in Europa e di cui qui ci occuperemo. Queste due varietà si assomigliano e si ibridano molto facilmente, tanto che Linneo le considerava un’unica specie, che chiamò Tilia eurpaea. Appartengono alla famiglia della Tiliaceae (anche se lo Angiosperm Philogeny Group le classifica nella famiglia delle Malvaceae).

Il nome generico Tilia deriva dal greco ptilon, “ala”, per via della brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti. L’epiteto specifico cordata si riferisce alla caratteristica forma a cuore delle foglie di quest’albero, mentre platyphyllos significa “dalle ampie foglie”.

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Botanica:
Il Tiglio è una pianta di grandi dimensioni e uno degli alberi più longevi, può infatti raggiungere i 1000 anni di età, mentre la circonferenza del tronco può arrivare a misurare 10 m. Ha un accrescimento piuttosto lento, che fino verso i 150 anni di età è più rivolto verso l’alto, mentre in seguito cresce soprattutto in larghezza.
Il tronco del Tiglio è robusto, alla sua base spuntano spesso numerosi polloni e la corteccia grigioargentea, liscia negli esemplari giovani, con l’età tende a divenire splendidamente rugosa e fessurata. Le fibre cribrose del suo legno sono molto forti e flessibili e venivano usate sia dai Greci che dagli Anglosassoni per la produzione di corde, zerbini, borse e vestiti (rafia di Tiglio). Negli individui isolati, la chioma è larga e tondeggiante, spesso cuoriforme come le foglie, mentre se il Tiglio si trova vicino ad altri alberi la sua chioma si sviluppa naturalmente più in altezza.

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Non si trova spesso nei boschi, perché crescendo lentamente non gli riesce facile competere con altre essenze più aggressive. In compenso, per via del suo aspetto dolce ed elegante e del suo profumo inconfondibile, lo si trova sovente in aree urbane, vicino a dove vive l’uomo. Il Tiglio sopporta bene l’ombra e predilige terreni freschi e fertili, non troppo acidi. Le foglie sono cuoriformi, dal margine seghettato, più grandi nel T. platyphyllos (fino a 15 cm di lunghezza) e negli esemplari drasticamente potati. I fiori hanno 5 petali di colore bianco giallastro, e sono uniti in gruppi di tre o di cinque, in infiorescenze ascellari protette da una lunga brattea fogliacea verde chiaro, che servirà come ala per la diffusione dei frutti attraverso il vento. Caratteristica dei fiori è quella di emanare un profumo dolcissimo e pacificante che, nelle sere di inizio estate, durante la fioritura, si diffonde nell’aria, rallegrando gli animi e attirando le api, che sembrano letteralmente impazzire per i fiori di quest’albero, dimenticandosi di tutti gli altri.
I frutti sono piccole noci ovali o globose, della grandezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente chiamato carcerulo.

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Fitoterapia:
Il Tiglio è governato da Giove e da Venere, e agisce sull’ipofisi, come sedativo e leggero ipnotico, sui liquidi corporei come diaforetico e come emolliente delle vie respiratorie.
Venerato nel Nord Europa, il suo utilizzo in erboristeria si rifà agli usi popolari, più che alla farmacopea ufficiale, nonostante l’estratto dei suoi fiori sia presente anche in alcun specialità medicinali registrate indicate a scopo sedativo.

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Del Tiglio si usano le infiorescenze disseccate, che contengono polisaccaridi, poliennali (flavonoidi, tannino, leucocianidine) e un olio essenziale ricco in fenoli, alcol e terpeni.
Tradizionalmente i fiori di Tiglio sono impiegati nella preparazione di tisane a scopo diaforetico, cioè per favorire la sudorazione nelle malattie infettive acute febbrili o da raffreddamento, come le sindromi influenzali. I fiori di Tiglio presentano anche proprietà mucolitiche, come sedativi della tosse, e emollienti, oltre che proprietà sedative delicate, e perciò utilizzabili anche per il sonno dei bambini.
In fitocosmesi, l’olio essenziale e l’idrolato ottenuti per distillazione dei fiori vengono utilizzati in tonici e creme per via delle loro proprietà lenitive, emollienti e rinfrescanti.
L’alburno di Tiglio (parte del legno anche detta “seconda corteccia”), pur senza evidenze scientifiche, trova indicazione nella medicina popolare come diuretico, antinfiammatorio, astringente, spasmolitico e analgesico, considerando il suo decotto un rimedio utile in caso di cefalea ed enterite.

Lo Spirito del Tiglio (rimedio erboristico e vibrazionale preparato a partire da gemme, corteccia, fiori, foglie ed energia dell’albero, secondo un sistema ideato da Hubert Bosch e Lucilla Satanassi e spiegato nel libro Incontri con lo Spirito degli Alberi) è utile per favorire l’incontro degli opposti, per facilitare la risoluzione dei conflitti e rinsaldare i legami tramite l’amore, oltre che per facilitare lo stato meditativo e il sonno.

Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che la ninfa Filira, figlia di Oceano, viveva nell’isola del Ponto Eusino che porta il suo nome. Un giorno Crono si unì a lei ma, sorpreso dalla moglie Rea, si trasformò in uno stallone e si allontanò al galoppo. Dall’unione fra Crono e Filira nacque Chirone, una strana creatura, mezzo uomo e mezzo cavallo. Filira provò un tale dispiacere per il figlio mostruoso che chiese al padre Oceano di trasformarla in un albero: il Tiglio, che infatti in greco porta il nome della ninfa. Chirone divenne un celebre guaritore, anche grazie al potere ereditato dalla madre, albero dalle numerose virtù medicinali.

Il Tiglio è sacro ad Afrodite. E’ sempre stato associato alla femminilità nel suo aspetto più dolce e accogliente.  Erodoto, nelle sue Storie, riferisce che in Persia vivevano strani uomini-donna, gli Enarei, che Afrodite aveva privato della virilità perché avevano osato saccheggiare il suo tempio ad Ascalona, in Siria, ma in cambio aveva loro concesso il dono di predire il futuro. Gli Enarei praticavano la divinazione con una corteccia di Tiglio: dopo averla divisa in tre strisce, davano responsi avvolgendo e svolgendo le strisce tra le dita. Probabilmente si trattava di figure simili agli sciamani siberiani, che tramite il travestitismo rituale giungevano a una vera e propria mutazione psicologica di sesso acquistando poteri divinatori grazie alla comunione con la dea e all’uso rituale del suo albero.

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Anticamente in Lituania, per ottenere buoni raccolti gli uomini sacrificavano alle Querce, le donne ai Tigli, e questo riporta alla mente anche la leggenda greca di Filemone e Bauci, coppia di anziani che offre ospitalità a Zeus ed Ermes, nonostante questi si presentino al loro uscio travestiti da mendicanti. Come premio per il loro buon cuore, gli dei offrono alla coppia la possibilità di esaudire un desiderio. Filemone e Bauci chiedono di poter morire insieme e così restare uniti anche nella morte. Quando muoiono, Filemone si tramuta in Quercia, mentre la moglie diviene un Tiglio e i due alberi restano per sempre ad accogliere i viandanti di fianco alla porta della loro casa. Mentre la Quercia è legata a un archetipo di accoglienza e accettazione forse più maschile, il Tiglio è il simbolo dell’amore e dell’ospitalità tipicamente femminili, che abbracciano, avvolgono e rappacificano, sfumando con la dolcezza le tensioni del viaggio.

Presso i Norreni, il Tiglio era l’albero di Freyja, la dea germanica dell’amore, della bellezza e della fertilità. In nessun insediamento mancava un Tiglio e sotto questo magnifico albero gli innamorati si giuravano fedeltà. Celebrare un matrimonio sotto a un Tiglio era considerato di buon auspicio, perché il Tiglio avrebbe generato un forte legame fra gli sposi, forte come le corde che una volta si fabbricavano dal suo floema. E il Tiglio è ancora l’albero più diffuso nelle zone urbane dell’Europa centrale, dove per millenni fu il centro della vita sociale. Ogni tribù si riuniva regolarmente per prendere decisioni politiche ed esprimere giudizi. Tali assemblee erano chiamate Thing e si tenevano all’aperto. Ogni tribù aveva un luogo per l’assemblea, chiamato “piazza Thing” e solitamente posto in cima a una collina, in un bosco sacro, sotto a un Tiglio o più raramente sotto a una Quercia. Si pensava che il Tiglio aiutasse a comprendere le esigenze di tutti e a trovare un’intesa, mentre la Quercia sosteneva di più l’applicazione rigorosa delle leggi.

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Il Tiglio era anche l’albero sotto al quale si incontravano gli abitanti a fine giornata per parlare, cantare e ballare. Veniva piantato vicino alla fontana, dove aiutava le donne a rinsaldare il loro legame, e nella piazza del mercato, dove aiutava a trovare un accordo tra venditore e compratore. Nell’area di lingua tedesca esistono più di 1000 paesi che contengono il nome del Tiglio (Linde) nel loro toponimo.
Per i sacerdoti antichi del Nord il Tiglio era l’albero dell’oracolo, che permetteva di abbandonare il controllo mentale  e così avere la visione del mondo sottile.

Già alcuni millenni fa, il Tiglio veniva utilizzato dall’uomo, che produceva vestiti, corde e borse con lo strato interno della sua corteccia, il libro o floema. Gli autori romani raccontano che i Celti si vestivano con il libro di Tiglio. Le foglie giovani costituivano un’integrazione dell’alimentazione umana, come aggiunta all’insalata, e i contadini antichi le utilizzavano fresche o essicate come foraggio, per aumentare il contenuto di grasso nel latte. Il legno di Tiglio, morbido e facile da lavorare, viene usato per lavori di intaglio e intaso, ma anche per fabbricare strumenti musicali. Una vecchia tradizione suggerisce di piantare un Tiglio quando nasce il primogenito, per trasmettere la sua longevità al casato.

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L’energia del Tiglio:
Il Tiglio è un balsamo per il cuore, forse il più dolce tra gli alberi. La sua energia ci parla della Madre presente in ciascuno di noi, il lato della femminilità che accoglie, lenisce, ammorbidisce e trasmette ottimismo e gioia. E’ un albero fortemente comunicativo e bellissimo, generoso, che straripa bellezza e inonda di profumo il mondo.
La sua energia ci parla di Amore, sintonizzandosi con le frequenze del nostro chakra del cuore (Anahata) e stabilizzandole. E’ l’abbraccio di una madre che conforta e riporta al presente, una madre solida dalle radici profonde e dalla memoria antica, che offre tutto di se stessa per il benessere dell’uomo, per vestirlo, curarlo e alleviare le sue pene. E fa tutto ciò con leggerezza, semplicità, anche da vecchia il profumo di questa madre è dolcissimo, come quello di una fanciulla.

Il Tiglio parla direttamente al nostro cuore, infondendo fiducia e piacere per la vita. La sua energia trasmette comprensione, tolleranza, ottimismo e una sensazione di eterna abbondanza e di un presente eterno, anche se connesso alla ciclicità della natura. Ogni anno, quando il suo profumo torna a inebriare i cuori e le api, sappiamo che c’è ancora speranza, che ovunque, anche nel cuore delle città o nei posti più isolati, l’amore arriva, volando come un seme o spandendosi nell’aria come un aroma.

L’energia che scorre in quest’albero è impetuosa e soave al tempo stesso. E’ un flusso di gioia, di spensieratezza profondamente radicata, di fiducia nella vita. Ed è facile connettersi a lui, sembra anzi che non aspetti altro che fare dono di sé, condividersi.
Il Tiglio rappresenta la Via del Cuore, la più semplice e al tempo stesso la più difficile da seguire. Perché implica l’abbandono delle difese, l’apertura al mondo, la generosità della condivisione che abbatte la paura. Con il suo esempio, Madre Tiglio ci mostra come fare dono di noi stessi agli altri,  manifestando in ogni nostro aspetto la forma del nostro cuore. Ammansisce la rabbia e il rancore, appiana i conflitti ricordandoci la bellezza che ci circonda e ci permea, consola la disperazione avvolgendo nel suo abbraccio senza confini.
Per questo il Tiglio è forse il più amoroso tra gli alberi, così rassicurante ed espansivo. Vicino al Tiglio sentiamo il nostro cuore aprirsi e lui ci sussurra “Non avere paura. Siamo tutti collegati in una rete d’amore, in ogni momento. Condivisione è la chiave e dolcezza il linguaggio.”

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

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Salice: la ferita inguaribile del Femminile

Nome: esistono numerose specie di Salice, ma quella di cui ci occuperemo principalmente qui è Salix alba L., famiglia della Salicaceae.
Il latino salix, salicis risale alla radice indoeuropea *selik, passata poi nel greco heliké. La voce latina è collegata anche con l’irlandese saille.

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Botanica:
Il Salice è un albero deciduo che ama i suoli umidi e luminosi. Si trova spesso lungo corsi d’acqua e ha una crescita piuttosto veloce, anche se non raggiunge grandi altezze, fermandosi a un massimo di 25 metri, né è particolarmente longevo. Sua caratteristica è quella di avere un legno flessuoso, difficile da spezzare, infatti i suoi rami (soprattutto quelli della specie S. viminalis) vengono utilizzati per fare ceste e mobili. Un’altra caratteristica è quella di produrre numerosi polloni, fusti giovani che spuntano dalle radici dell’albero madre, dotati di grande vitalità, tanto che spesso basta trapiantarli in un suolo con il giusto tasso di umidità perché questi crescano e diventino nuovi alberi.

Il tronco del salice è robusto e spesso contorto, la corteccia grigioverde tende a fessurarsi e desquamarsi ed è ricca di tannini e di acido salicilico (che si chiama così proprio perché è stato individuato per la prima volta nella corteccia di quest’albero).
Le foglie del salice bianco sono lunghe e strette, simili a spicchi di luna, con la pagina superiore grigioverde e quella inferiore bianco avorio. Spuntano lungo i rami a volte contemporaneamente alla fioritura, a volte subito dopo, verso aprile. I salici sono piante dioiche, quindi ogni esemplare porta fiori o maschili o femminili e per l’impollinazione si affidano sia al vento (impollinazione anemofila) che agli insetti (i. entomofila). Sono frequentissime, in questo genere, le ibridazioni interspecie (salici appartenenti a generi diversi che si fecondano, dando vita a specie ibride).

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I fiori sono amenti penduli, e i fiori maschili sono i più belli e vistosi. Si formano a partire da gemme setose e argentate, sviluppandosi poi in amenti verdi simili a bruchi, con piccole scaglie che si aprono lasciando apparire gli stami. Gli stami sono lunghi e si presentano quasi sempre in coppie che recano nel mezzo una sacca di polline che attira le api, per le quali i fiori di salice sono una dei primi cibi dell’anno. Quando le antere (le “teste” degli stami) sono mature, scoppiano, liberando nell’aria nuvole di polline che, trasportate dal vento, cercheranno di raggiungere i fiori femminili di un altro salice, per fecondarli.

Il frutto del salice, come quello del pioppo, è simile a un batuffolo di cotone e nela forma somiglia a un bruco. I semi del salice, al fine di essere il più leggeri possibile, non sono dotati di endosperma, cioè non hanno il corredo nutritivo solitamente presente all’interno del seme (quella scorta di cibo che permette ai semi, in caso non trovino subito le condizioni idonee alla germinazione, di restare quiescenti ma  vitali anche per diverso tempo). Ciò fa sì che i semi del salice abbiano una vita piuttosto breve e che per germogliare necessitino di atterrare su terreni umidi dove possono radicare rapidamente.

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Fitoterapia:
Il Salice è una pianta lunare, e il suo processo caratteristico consiste nel condurre l’acquoso all’aereo, trasformando l’acqua in luce, l’eterico in astrale.

E’ noto per le sue proprietà antipiretiche, antireumatiche e antispasmodiche. E’ a partire dalla corteccia di salice che Piria scoprì, nel 1838, l’acido salicilico, per ossidazione della salicina. La salicina agisce nell’organismo umano come un prefarmaco: dopo la somministrazione per via orale, viene idrolizzata a livello intestinale in glucosio e saligenina che, una volta entrata nel circolo ematico, viene metallizzata in acido salicilico, che è un inibitori della sintesi delle prostagandine per inibizione della cicloossigenasi (quindi blocca il processo infiammatorio).

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Gli amenti hanno proprietà sedativa e ansiolitica. In particolare l’azione sedativa si manifesta a livello degli organi genitali: nei disturbi causati dalla dismenorrea, dove si ha una notevole attenuazione del dolore e delle turbe nervose, e nell’eretismo genitale, per via dell’azione anafrodisiaca. A queste proprietà si aggiunge una benefica azione tonico-stomachica che, migliorando i processi digestivi, contribuisce al benessere generale.

In flortierapia, il rimedio preparato con i fiori del Salice (Willow) fa parte del repertorio dei fiori di Bach ed è considerato il “fiore del Destino”, consigliato a coloro che non accettano la propria situazione, sentendosi continuamente insoddisfatti da ciò che hanno e attribuendo la colpa dei propri supposti fallimenti e della propria frustrazione agli altri. Willow aiuta a uscire dalle situazioni di autocompatimento cronico, stimolando l’assunzione di responsabilità e la capacità di accogliere gli altri, anziché esigere sempre qualcosa, non giudicando mai abbastanza ciò che si ottiene. Ci mostra che siamo artefici del nostro destino e ci dispone a un atteggiamento più materno verso il prossimo, più gioviale e saggio, permettendoci di uscire dalle spirali di lamentele, recriminazioni, vittimismo e rimuginamenti continui.

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Mitologia e storia:
Il Salice è il quinto albero dell’alfabeto arboreo dei Celti, che lo chiamavano saille. E’ considerato l’albero degli incantesimi, il quinto albero dell’anno, e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana, Minerva. Il mese celtico del Salice va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Beltaine, celebre per essere la festa degli innamorati, per le sue baldorie orgiastiche e per la rugiada magica. Nell’Europa settentrionale il suo legame con le streghe è così forte che, come fa notare Robert Graves in La Dea Bianca, le parole witch (“strega”) e wicked (“malvagio”) derivano dallo stesso termine che anticamente indicava il Salice, e da cui deriva anche wicker (“vimini”).                I sacrifici umani dei druidi venivano offerti con la Luna piena in cesti di vimini, e le selci funerarie erano a forma di foglia di Salice.

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Nell’antica Grecia era sacro a Circe, Era, Ecate e Persefone, tutte rappresentanti aspetti oscuri, mortuari della Triplice Dea, e venerato dalle streghe. Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal, scrive che il salice “appartiene alla Luna”. Il Salice (heliké in greco) ha dato il nome al Monte Elicona, dimora delle nove Muse, in origine sacerdotesse orgiastiche della Dea.  Secondo Plinio, davanti alla grotta cretese in cui nacque Zeus cresceva un Salice. Arthur Bernard Cook, nel suo Zeus: a study in Ancient Religion, commentando una serie di monete provenienti dal sito cretese di Gortyna, avanza l’ipotesi che Europa, che vi è raffigurata seduta su un Salice, con in mano un cesto di vimini e stretta in un abbraccio amorosa con un’aquila, sia non solo Eur-opa , “colei dall’ampio volto”, cioè a Luna piena, ma anche Eu-ropa, “colei dai fiorenti rami (di Salice)”, anche nota come Elice, sorella di Amaltea, la capra che allattò Zeus neonato.

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Sono molteplici le ragioni per cui il Salice è da sempre stato considerato sacro alla Luna: è l’albero che forse più di ogni altro predilige l’acqua, il cui simbolismo è strettamente legato a quello della Luna, dispensatrice della rugiada e in generale dell’umidità, e signora delle maree; le foglie e la corteccia dell’albero, che contiene acido salicilico, sono il rimedio per eccellenza contro i dolori rematici, causati da eccessiva umidità e un tempo ritenuti opera di stregoneria. Sui Salici ama nidificare, sempre secondo quanto racconta Graves, un uccello simbolo della Dea, il torcicollo (Inyx torquilla, noto in inglese anche come “uccello serpente”), un migratore primaverile che sibila come un serpente, si sdraia sui rami, alza la cresta quando è adirato, ha il collo mobilissimo, depone uova di colore bianco (come la Luna), si nutre di formiche e ha sulle piume dei segni a V che ricordano le scaglie dei serpenti oracoli della Grecia antica. E’ noto come il serpente sia stato, fin dal Paleolitico, considerato una delle forme assunte dalla Grande Dea, legato in particolare al suo aspetto ctonio, ossia sotterraneo.
Inoltre il liknon, il setaccio utilizzato anticamente per vagliare i cereali, era fatto di Salice. E’ su vagli di Salice di questo genere che le streghe di North Berwick, secondo quanto esse stesse confessarono a Giacomo I, avrebbero fluttuato durante i loro sabba.
Presso i Romani il Salice si chiamava salix, ma essi indicavano più frequentemente con il termine vimen, viminis (“vimine”) quelle varietà (S.alba, trianda e purpurea) i cui rami flessibili, decorticati dopo una lunga macerazione, venivano utilizzati per la fabbricazione di cesti, panieri e legacci d’ogni tipo. Vimen è anche all’origine del nome di uno dei sette colli di Roma, il Viminale, così chiamato perché un tempo era ricoperto di Salici.

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Elena Arcangeli, La sedia di vimini

La credenza di origine greca secondo cui l’albero avrebbe favorito la castità, ispirò un farmaco per calmare l’ardore sessuale. Nel XVIII secolo si raccomandava di assumere amenti di Salice alle donne sessualmente troppo esuberanti.
Anche presso il Cristianesimo delle origini il Salice era considerato una pianta che portava sterilità, o comunque che spegneva il desiderio. Forse basandosi sul falso stereotipo (già comune ai tempi di Omero, che nell’Odissea definisce il Salice come l’albero “che perde i frutti”) che il Salice faccia cadere i frutti dai rami prima che questi siano maturi – quando invece oggi si sa bene, e del resto sarebbe stato facile osservare anche in passato (ma è risaputo che a volte i pregiudizi impediscono di vedere le cose per ciò che veramente sono) che i frutti del Salice si staccano presto dalla pianta semplicemente perché maturano in fretta-, ma insomma, forse per questo il Salice fin dall’antichità fu considerato dagli uomini come albero legato alla castità, sia in senso negativo (assenza di discendenza) sia in senso positivo (ascesi e purezza). Sono numerose le occorrenze in proposito nei testi degli autori cristiani delle origini e del Medioevo.
La figura del Salice si trova dunque a oscillare, nella tradizione, fra simbolismi ambivalenti, se non proprio opposti: albero lunare, stregonesco, simbolo di un femminile indomabile e oscuro da un lato, e albero della castità dall’altro.

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L’energia del Salice:
L’energia del Salice è molto forte e complessa. Quest’albero ci parla del Femminile, ma in maniera ambivalente e misteriosa. Più che parlare a noi, quando ci poniamo in ascolto, sembra oltrepassarci per comunicare direttamente con le acque del nostro inconscio, mescolandosi con esse, sondandole con le sue radici fradice e sensibilissime e portando alla luce della Luna parti di noi che non siamo solite frequentare, trasformando in aria e liberando emozioni che teniamo segrete addirittura a noi stesse.

Il Salice è un albero legato all’acqua e alla luce, alla trasformazione delle emozioni in pensiero, al passaggio dalla sfera eterica a quella astrale. La sua energia esplora e libera, ma in un modo inconsueto per molti e spesso frainteso, soprattutto presso le società patriarcali: un modo profondamente femminile.
Il Salice è impregnato di contenuti inconsci, e il suo legno trattiene da millenni il dolore e il pianto per un femminile incompreso, temuto e quindi sottomesso. Rappresenta una parte (tanto delle donne come degli uomini) estremamente potente, legata alla capacità di flettersi, di portare a galla dal profondo e infine di accogliere. E’ un albero notturno (anche se ama il Sole e in lui riprende magnificamente), controparte vegetale della Luna, che influenza i liquidi corporei e gli organi genitali.

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Il Salice, nell’esperienza che mi ha donato, con il suo tronco in cui spesso si aprono cavità, fessure, buchi, rappresenta la ferita inguaribile del Femminile: il dolore irrimediabile dell’incomprensione e della sottomissione, che però è al tempo stesso caratteristica imprescindibile dello sciamano. Ogni sciamano infatti, tradizionalmente, deve i suoi poteri a una “unhealed wound”, una ferita inguaribile appunto, apertura che gli permette di comprendere il dolore del mondo e viaggiare in altre dimensioni per recuperare i pezzi delle anime degli altri. Il Femminile più profondo dentro ognuno di noi ha subito nel tempo gravi danni, è stato ingiuriato quasi a morte, travisato, umiliato, disprezzato e dileggiato. Il tutto per paura e ignoranza.

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Il Salice ci mostra come questa ferita insanabile, che causa sofferenza e risentimento, spesso talmente inconsce che l’apparenza è totalmente opposta, possa divenire un incavo nel nostro tronco in cui dare rifugio a piccoli animali. Un portale attraverso cui scendere nelle nostre acque per esplorare mondi lunari. Una fessura da cui assorbire la luce del Cosmo. Senza questa apertura, la magia non sarebbe possibile. Non sarebbe possibile la trasmutazione di acqua in luce, e invece è proprio questo che il saggio, forte, meraviglioso Salice ci vuole insegnare. Ci dice: “Crescete intorno alla vostra ferita, portandola come un gioiello. Esplorate mondi diversi e metteteli in comunicazione. Piegatevi, accogliete, niente potrà distruggervi. Nemmeno l’incomprensione. Nemmeno il dolore più grande. Le lacrime divengono luce. Vi offro la mia energia per mettere a tacere l’urlo dell’infiammazione che si espande attorno alle vostre membra, irrigidendovi le articolazioni e impedendovi di danzare. Accettate la ferita. Onoratela. E’ proprio attraverso di essa che potete entrare in contatto con le vostre antenate, le più antiche delle quali erano ancora riconosciute come dee. La ferita è una sola, e ci accomuna tutte. Lamentarsi non serve, e nemmeno serve ribellarsi alla propria natura di vasi portatori di acque magiche. Salite sulle mie fronde e vi farò volare fin sulla Luna, insegnandovi la meraviglia del femminile che sopravvive e accoglie e protegge e trasforma, e perdona, anche. Perché è più forte. Conosce profondità in cui i più temono di arrivare. Ma è da laggiù che passa la via per la Luna.”

Essendo legato alle acque e all’inconscio, ai poteri medianici, il Salice è un albero magico, e la sua energia, lasciata entrare nelle nostre vite, darà luogo a interessanti episodi di sincronicità, risvegliando soprattutto l’archetipo della Strega, ovvero la Vecchia Madre, la Nonna: un femminile antichissimo e tremendamente saggio, in cui la donna supera se stessa e diventa natura, paesaggio, albero…

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Cook A.B.,  Zeus: a study in Ancient Religion, Cambridge University Press, London 1925 (versione digitale)
-Culpeper N., The Complete Herbal, Thomas Kelly, London 1835 (versione digitale)
-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012
-Goethe J.W., La metamorfosi delle piante, Ugo Guanda Editore, Parma 1983
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

Pioppo: dissolvere la Paura e attraversare la Soglia

Nome: Populus tremula, Populus alba, Populus nigra L., famiglia delle Salicaceae
(Nota: al genere Pioppo appartengono circa 200 specie. In questa monografia tratteremo delle tre specie più diffuse in Italia).
Il nome generico latino Pōpulus, in passato venne associato a pŏpulus, “popolo”, ma in realtà si tratta di una paraetimologia, comune anche nell’antichità seppure infondata, in quanto il nome dell’albero presenta la prima vocale lunga, mentre pŏpulus quella breve. L’origine del nome rimane incerta, riuscendo ad arrivare soltanto al greco antico apellon, che indica il pioppo nero.

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Botanica:
I pioppi sono alberi slanciati, non molto alti (altezza massima 25-30 m) né particolarmente longevi, a crescita rapida e dalla chioma piuttosto irregolare dovuta alla presenza frequente di rami epicormici (cioè rami di più anni che si sviluppano sul fusto a partire da una gemma dormiente, in seguito a ferite, improvvise messe in luce o forti riduzioni laterali della chioma). Il loro areale di crescita si estende dal bacino del Mediterraneo fino alle steppe della Russia. Amano terreni sabbiosi, anche poveri di nutrienti ma ricchi di acqua, come piane alluvionali e margini di fiumi, dove le loro radici molto ramificate ma poco profonde si possono espandere senza incontrare troppi ostacoli e drenando i liquidi del terreno. L’alta percentuale di acido salicilico presente nella corteccia permette loro di resistere all’umidità, facendone tesoro.

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Populus nigra L., fiori maschili

Sono alberi pionieri, che crescono nella luce, in campi aperti o ai margini dei boschi. La loro corteccia grigio-argentea è liscia in giovane età, mentre col passare degli anni tende a desquamarsi, similmente a quella della Betulla. La parte superiore del tronco resta però sempre liscia.
I pioppi sono alberi dioici (in cui cioè i fiori maschili e quelli femminili crescono su esemplari diversi), e i fiori sbocciano sui rami prima della comparsa delle foglie, tra febbraio e aprile. I fiori maschili sono amenti penduli, con antere rosse, mentre quelli femminili ricordano nella forma le gemme, da cui spuntano stigmi rossi o giallo-verdi, a seconda della specie e, una volta impollinati dal vento, sviluppano amenti fruttiferi ricoperti da una peluria cotonosa che permette ai semi di volare (ed è causa di fastidi per i soggetti allergici…). I peli dei semi sono costituiti da cellulosa, come il cotone, solo che, con uno spessore di 0,008 mm sono quasi 4 volte più sottili di quest’ultimo.

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Le foglie dei pioppi hanno lunghi piccioli e forme irregolari: il pioppo nero presenta foglie verde scuro dalla forma a cuore, finemente seghettata; il pioppo bianco ha foglie crenate o dentate, bianco-argentee sulla superficie inferiore, di forma e dimensione diverse anche sullo stesso esemplare; il pioppo tremulo ha foglie tondeggianti, verde chiaro, con denti ondulati, caratterizzate da un picciolo appiattito e particolarmente lungo (può raggiungere i 4 cm). E’ proprio la lunghezza del picciolo a permettere alle foglie dei pioppi di tremare (da qui l’epiteto specifico tremula) anche quando sembra non ci sia vento. Il loro movimento pressoché continuo aumenta la capacità di traspirazione della chioma, permettendo a questi alberi di far evaporare grandi quantità di acqua, drenando il suolo.

Fitoterapia:
La corteccia del pioppo, ricca in populina, salicina e sesquiterpeni, ha proprietà febbrifughe e sapore amaro. Si può assumere in decotti o sotto forma di polvere.
Le gemme, aromatiche e appiccicose, hanno invece un odore balsamico, un sapore caratteristico e contengono i glucosidi salicina, populina e crisina,  che durante la preparazione si scindono per idrolisi (la salicina per esempio si sdoppia in saligenina e glucosio); contengono inoltre derivati flavonici, gomma, resina, tannini e acido gallico. Le gemme anno proprietà balsamiche, anticatarrali, vasocostrittive, antisettiche e uricolitiche.

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Populus nigra L., gemma

In particolare, il gemmoderivato Populus nigra M.G. 1DH ha azione antitrombofilica, antispasmodica e antinfiammatoria, ed è consigliato anche negli stati infettivi a carico delle vie respiratorie per la sua azione spasmolitica e fluidificante. Le gemme entrano nella composizione del noto “Unguento populeo”, sedativo dei processi infiammatori articolari e antiemorroidario.
Una tisana di foglie di pioppo può inoltre aiutare a curare incontinenza e prostatite.

Reni e polmoni quindi gli organi per cui le parti del pioppo utilizzate in fitoterapia mostrano tropismo, e se consideriamo che, in erboristeria alchimia, le vie respiratorie sono governate da Mercurio e i reni da Venere, notiamo la corrispondenza fra le sue proprietà e due dei pianeti a cui è connesso più da vicino.

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Populus tremula L., foglia

In floriterapia, il rimedio preparato a partire dai fiori di Populus tremula (Aspen) è legato al potenziale spirituale della sensibilità ed è indicato come sostegno per i soggetti che sembrano avere “una pelle di meno” e presentano angosce, cupi presentimenti, paure inspiegabili e ipersensibilità verso stimoli provenienti sia dall’ambiente esterno che da quello interno. Aspen permette a queste “antenne” umane, che sembrano possedere una capacità superiore di captare segnali provenienti dall’inconscio collettivo o da altre dimensioni, di modulare le loro percezioni e sentirsi protetti. Tramite l’aiuto di Aspen, si passa dalla paura al coraggio, abbandonando il terrore di dissolversi nell’oscurità del nulla e lasciandosi percorrere dalle correnti che increspano l’inconscio senza che queste ci portino via.

Mitologia e storia:
Nell’alfabeto arboreo il nome del Pioppo è Eadha, e presso i Celti quest’albero era tenuto in grande considerazione per le sua capacità di proteggere, di schermare dalle energie nemiche, e il suo legno veniva infatti utilizzato per la costruzione degli scudi, pur non essendo di certo, da un punto di vista puramente meccanico, il legno più duro e resistente.
Per i Celti il Pioppo è inoltre l’albero che simboleggia l’equinozio d’autunno, forse per il meraviglioso colore dorato che le sue foglie assumono in questa stagione o forse, probabilmente, per la sua simbologia legata alle soglie fra i mondi.

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Per i Greci il Pioppo nero era sacro a Persefone e ad Ecate, l’aspetto oscuro della Luna, e considerato albero funerario piantato nei luoghi di sepoltura. Con ogni probabilità questa tradizione derivava da un culto antichissimo della Madre Terra. In epoca storica, in Acaia, a Egira (toponimo che significa “il luogo dei neri pioppi”), era ancora presente un bosco sacro dove si adorava la dea e si consultava un oracolo, forse ascoltando il suono delle chiome. Le sacerdotesse di Gea bevevano sangue di toro, considerato veleno per tutti gli altri mortali.

Ulisse, durante il suo viaggio nell’Oltretomba, s’imbatte nei pioppi neri (aigheroi) del bosco di Persefone che, insieme con i salici “che perdono i frutti”, segna la soglia che divide i morti dai vivi.

Ma, come rileva Alfredo Cattabiani in Florario (p.189), “il simbolismo del nero è una riduzione di quello originario, come dimostra lo stesso collegamento alla Grande Madre la quale (…) non è soltanto colei che toglie la vita ma anche colei che la dona: utero cosmico che perennemente genera e accoglie in sé gli esseri nel ciclo vita-morte-vita.”

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Pur non essendo direttamente governato dalla Luna, il Pioppo mostra tuttavia forti tratti lunari nella sua relazione con le acque e nel suo presentarsi in tre aspetti che richiamano le fasi del corpo celeste: il Pioppo tremulo nel suo portamento ci ricorda la Vergine, il Pioppo bianco, con la sua chioma fluente e le foglie larghe, è la Madre, mentre il Pioppo nero rappresenta la fase oscura della Strega.

Più vado avanti con la mia ricerca sugli alberi, più mi rendo conto come queste creature non presentino, generalmente, caratteri solo maschili o femminili, ma archetipi misti, fondendo in sé i due poli dell’Energia e mostrando caratteristiche di entrambi i generi. Non mi riferisco alla sessualità biologica degli alberi (che possono essere monoici e dioici, e quindi ermafroditi oppure maschili o femminili), ma all’influenza archetipica espressa dal loro fenotipo. In pratica, raramente riconosco un albero come marcatamente maschile o femminile. Di solito sento entrambe le energie che danzano e si manifestano attraverso diverse caratteristiche nella stessa pianta. Come se gli alberi avessero già compreso che non esiste una reale divisione fra generi, e come questi si possano mescolare l’uno all’altro in forme di immensa bellezza e armonia.

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A proposito del bianco e del nero delle foglie del Pioppo, nel suo libro Il serto di Iside (vol. II, p.130) Angelo Angelini nota: “Sappiamo come il nero e il bianco siano colori limbici, sepolti nella parte filogenetica più antica del nostro cervello, e come essi corrispondano al risveglio dell’epifisi.”

Angelini attribuisce al Pioppo una funzionalità primaria Saturnina e una doppia funzionalità secondaria venusiana e mercuriana, collegandolo all’aldilà, alla fase di contrazione, irrigidimento e morte; ma anche alla funzione percettivo/comunicativa del Sé (Mercurio) e a quella che permette al Sé di entrare in relazione con gli altri tramite l’affetto, il contatto, la creatività (Venere e le acque del secondo chakra).

Un altro mito greco che ci parla del Pioppo racconta la storia di Fetonte, figlio del Sole, che ruba al padre il carro e pretende di guidarlo per le vie dei cieli. Ma poiché Fetonte, che si è appena scoperto figlio di Elio, è costretto molto presto a fare i conti con la propria superbia: non possedendo egli infatti le capacità dell’auriga, i cavalli non gli ubbidiscono e iniziano a imbizzarrirsi e ad andare per conto loro. Per cui prima il carro si avvicina troppo dalla Terra, rischiando di bruciare ogni cosa, poi invece se ne allontana eccessivamente, rendendo il mondo un luogo freddo e inospitale e andando e scottare le divinità dello Zodiaco, che se ne lamentano con Zeus, loro sovrano, il quale, indignato per la condotta di Fetonte e preoccupato per la salute dei mortali, scaglia un fulmine che fa precipitare il giovane nell’Eridano (il nostro Po).

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Sebastiano Ricci, Caduta di Fetonte (particolare), 1703-1704

Fetonte muore così tra le onde del fiume mentre le sue tre sorelle, inginocchiate lungo le sponde, lo piangono inconsolabili versando copiose lacrime lucenti. Il dolore delle tre donne commuove Zeus, che le tre Eliadi (ovvero “figlie di Elio”) in altrettanti alberi snelli e tremuli, i pioppi appunto, che continuano a stillare lacrime, in forma di resina. Secondo il mito, così ebbe anche origine l’ambra. Anticamente infatti si riteneva che l’ambra fosse resina di pioppo.

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Michelangelo, La caduta di Fetonte (particolare: le Eliadi)

In un altro mito ancora si narra che, quando Eracle dovette scendere agli inferi, si pose sul capo come protezione una corona di foglie di Pioppo, la cui parte esterne venne scurita dalle fiamme mentre quella interna, a contatto con il sudore dell’eroe e con la sua lucentezza, divenne bianca. Così si spiegava l’origine del colore del fogliame di Populus alba.

Corone d’oro rappresentanti foglie di Pioppo sono state anche rinvenute in sepolture mesopotamiche risalenti al 3000 a.C., e testimoniano che già all’epoca quest’albero era considerato una protezione per i viaggi nell’aldilà.

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Ancora il fuoco torna nell’uso del legno di pioppo come materia prima per i fiammiferi.

Infine, ricordiamo come presso i Lakota Sioux il Pioppo, chiamato wagachun, simboleggiasse l’Asse del Mondo in un rito chiamato la Danza del Sole, che l’uomo-medicina Alce Nero descrisse allo studioso John Epes Brown (e che questi riportò nel suo libro The sacred pipe, pubblicato nel 1947 e  frutto delle conversazioni con Alce Nero, che voleva testimoiniare le tradizioni del suo popolo prima che questo scomparisse).
Nel rito, un pioppo tagliato ritualmente nel bosco veniva eretto al centro della capanna della Danza del Sole a unire il Cielo e la Terra, centro dell’universo.
Alce Nero dice: “Credo che sarebbe opportuno che ora spiegassi perché consideriamo il Pioppo tanto sacro. Prima di tutto potrei dire che, molto tempo fa, fu il Pioppo a insegnarci a costruire il tepee e noi lo apprendemmo il giorno in cui certi nostri vecchi osservarono alcuni bambini che costruivano casette con queste foglie. (…) Un’altra ragione per cui decidemmo di piantare il Pioppo al centro della capanna è che il Grande Spirito ci ha mostrato che, se si taglia uno dei rami superiori di quest’albero, sulla sezione del fusto si vede disegnata una perfetta stella a cinque punte, che per noi rappresenta la presenza del Grande Spirito. Poi avrai notato che la voce del Pioppo è udibile anche con la brezza più leggera: noi crediamo che quello sia il suo  modo di pregare il Grande Spirito, poiché non soltanto gli uomini ma tutti gli esseri viventi lo pregano continuamente in modi diversi.”

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L’energia del Pioppo:
Tutti gli alberi sono soglie, portali energetici e guardiani di altre dimensioni. Ma il Pioppo lo è in modo speciale. Per me, a livello personale, è anche un albero molto importante perché ha costituito proprio la “porta d’entrata” in un altro mondo: è stato con il rimedio floreale ottenuto dai suoi fiori (Aspen) che ha avuto inizio il mio viaggio nel mondo spirituale e fisico (che poi è la stessa cosa, cos’è infatti l’universo se non il  corpo del Sé?) della Natura. Grazie al Pioppo ho iniziato a conoscere una parte di me di cui percepivo da sempre l’esistenza ma di cui nessuno ancora mi aveva mai parlato, avventurandomi attraverso i sentieri che si snodano intorno e dentro di noi, che per me sono rivestiti di piante che parlano. Steiner diceva che le piante profumano come i pianeti, e che i fiori sono in realtà nasi, che annusano il mondo in tutta la sua densità. Percezione e comunicazione, due facce di una sola facoltà, che ci permette di scambiare informazioni con il resto del cosmo così come ogni cellula del nostro corpo, lontana dell’essere una monade isolata, comunica e percepisce continuamente i messaggi delle altre.

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Il Pioppo ci insegna a non avere paura. Ci insegna come basti soltanto un piccolo “clic” per trasformare la paura in coraggio immenso. Egli infatti non trema di paura, ma di emozione, trema perché si lascia percorrere senza sosta dall’energia che lo circonda e lo pervade. Si allunga verso il cielo e lo collega alla Terra tramite una danza incessante e un incessante scorrere in lui delle acque (è l’acqua è simbolo dell’inconscio e della creazione). Il suo mormorio senza sosta è la sua melodia, perché il Pioppo è uno strumento musicale suonato dal vento e dalle correnti dell’etere.
Con la sua sensibilità coraggiosa ci mostra come la forza risieda nell’apertura, nella flessibilità e nella comunicazione.

Il Pioppo ci mostra anche che, una volta abbandonata ogni resistenza, ciò che accade non è la fine del mondo, ma il passaggio in un mondo più ampio, che include quello di prima ma ne supera i confini. Ci insegna a lasciar cade ogni resistenza, divenendo puri canali entro cui l’energia fluisce. Con il suo esempio luminoso dimostra come sia possibile, grazie alla centratura e alla chiarezza delle intenzioni, permettere al proprio Io di dissolversi nel Sé, percependo il movimento del cosmo, divenendo cosmo noi stessi. Grazie alla sua protezione, possiamo provare a integrare le percezioni extrasensoriali che tutti abbiamo e che prima ci terrorizzavano (paure, sogni, presentimenti, intuizioni), trasformando l’angoscia in danza, lasciando fluire l’energia anziché tentare di bloccarla, tenendoci aggrappati al nostro piccolo Io.

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Tramite la danza dello spirito, tramite la fiducia che è la base del coraggio, possiamo divenire paesaggio e collegarci a un universo infinitamente più grande, in cui non esiste paura, perché la paura è legata all’Io, che si sente piccolo e minacciato, ma se noi proviamo a dissolvere i nostri confini e a confonderci con il Tutto, la paura svanisce istantaneamente e al suo posto si apre un’immensa leggerezza luminosa. Dove sembra che ci sia il buio più profondo, proprio lì dentro si trova la sorgente della Luce. Ma per affrontare il buio bisogna prima sentirsi protetti, forti e sicuri. Per perdersi, paradossalmente (e la verità risiede sempre nei paradossi, o almeno in quelli che alla mente razionale appaiono come tali), occorre sapere esattamente dove si vuole andare. E soltanto perdendosi si raggiungerà la meta.

Oltre la ragione, oltre i confini della personalità, oltre la paura, là il Pioppo innalza la sua chioma rilucente e freme tutto, ondeggia salutandoci dall’orizzonte e il suo canto somiglia tanto a una risata. Una risata di quelle che escono dal cuore, una risata di sollievo, come quelle che scoppiano quando un grosso peso ci cade dalle spalle e l’energia che prima era bloccata nella contrazione dell’angoscia viene lasciata andare, esplodendo nell’aria in miliardi di scintille di luce. E questo è solo il primo passo attraverso la Soglia, l’inizio di un viaggio completamente diverso.

E poi ancora un’altra lezione ci insegna il Pioppo, ovvero che a volte ciò che pensiamo di primo acchito davanti a un fatto non è l’interpretazione più corretta, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro che deforma il significato del segno… Il Pioppo trema, sì, ma il suo tremare non è segno di paura, come inizialmente molti di noi sarebbero portati a credere. Il Pioppo trema perché ha la forza di aprirsi al cosmo e di lasciarsi percorrere tutto. Cioè, in un certo senso, trema di coraggio!

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Claude Monet, Sotto i pioppi, effetto di sole, 1887

Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-Brown J.E., The Sacred Pipe, Penguin Books, London 1947 (pdf reperibile su internet)
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001
-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014
-Juniun M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973

Olivo: la Grande Guida

Nome: Olea europaea L., dal latino olivum, a sua volta derivato dal greco classico elaion e dal greco arcaico elaiwon. Famiglia delle Oleaceae.

In italiano, si utilizzano sia la forma “olivo”, che la forma “ulivo”, nonostante quest’ultima sia tendenzialmente tipica delle regioni dell’Italia centrale.

Botanica:
Specie caratteristica del bacino del Mediterraneo, l’Ulivo è un albero sempreverde, dalle foglie lanceolate e coriacee, che crescono opposte una all’altra e sono coperte da un sottile strato di cera, che le protegge dagli agenti atmosferici. Cadendo, le foglie formano ai piedi dell’albero un tappeto argentato che ricopre il suolo e in mezzo a cui, verso novembre, si possono scoprire le olive, nere e mature, cadute dai rami. Le olive sono drupe, ovvero frutti al cui interno il seme è contenuto in un nocciolo, che rappresenta la scorta di nutrienti che permetterà al seme di germogliare una volta trovate condizioni favorevoli (nel caso delle olive polifenoli, acidi grassi monoinsaturi e vitamina E, cioè l’olio d’oliva). Per divenire commestibili vanno trattate, sottoponendole a un processo di fermentazione. Al naturale, le olive sono troppo amare, per via dell’elevato contenuto di oleuropeina, un complesso tanninico.

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I fiori dell’Ulivo sono piccoli, bianchi, cerosi e delicatamente profumati. L’impollinazione tuttavia è anemofila, anche se, in seguito alle migliaia di anni di coltivazione da parte dell’uomo, le varietà attuali di Ulivo faticano a riprodursi da sole, e perciò oltre alla propagazione per seme, con quest’albero di ricorre spesso alla talea.
L’ulivo non raggiunge grandi altezze, fermandosi intorno ai 15 metri massimo, la la sua longevità è invece quasi senza uguali. Può superare i 1000 anni e l’olivastro (olea oleaster, varietà di ulivo inselvatichita) di Luras, in Sardegna, che ha più di 4000 anni, è in realtà costituito da tronchi più giovani germogliati su una radice antichissima, con lo stesso patrimonio genetico dell’esemplare originario.
Le foglie, dure e simili a scaglie, sono sempreverdi e attaccate ai rami da piccioli piuttosto rigidi,  donando un aspetto quasi metallico alla chioma dell’albero, che brilla d’oro nel sole e d’argento nella luna.
L’apparato radicale è ramificato, sensibilissimo e resistente:  si insinua anche nei terreni più aridi e rocciosi, procurandosi nutrimento quasi dalla pietra stessa.

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La grande particolarità dell’Ulivo risiede però nel suo tronco, nelle forme contorte che assume, nei fori e nelle venature che lo percorrono, liscissimo eppure inciso dal tempo, modellato dalle correnti di energia che scorrono in lui secondo un ritmo per noi lentissimo, eterno. Il tronco dell’ulivo reca un messaggio scritto per noi in una lingua che dobbiamo riscoprire, antichissima e proprio per questo vicina, dentro di noi.
L’ulivo è anche il più grande produttore di olio, o almeno il più illustre. L’olio, costituito da acidi grassi e vitamina E, costituisce una riserva lipidica, ovvero è un fuoco vegetale, calorie pronte da bruciare. I processi attraverso cui si forma l’olio sono legati alle forze ignee e all’energia solare e producendo l’olio l’ulivo trasforma il calore del Sole distillandolo in forma liquida, nutrimento per il seme e per l’uomo.

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Un ultimo sguardo all’ulivo ci mostra ancora una cosa: nonostante i millenni di selezione genetica da parte dell’uomo lo abbiamo reso quasi incapace di riprodursi per seme, l’ulivo mostra ancora un’enorme vitalità: ogni anno dalla base del suo tronco spuntano polloni, che non sono altro che alberelli neonati recanti in sé, come un tesoro, il patrimonio genetico dell’albero madre, che può essere anche vecchio di secoli e ancora vivo. Capita spesso inoltre di vedere radici di ulivi strappate dal suolo e rovesciate, dalle quali, come un miracolo, nuovi polloni spuntano allungandosi verso il cielo. Forte è anche negli ulivi la tendenza a inselvatichire: lasciati a se stessi, ritornano oleastri e colonizzano la macchia, come per esempio è accaduto in alcune parti dell’Australia dove l’ulivo, importato dall’Europa, si è diffuso come arbusto selvatico espandendosi per molti ettari…
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Fitoterapia:
L’Ulivo è una pianta a funzione eminentemente solare e a potenzialità leonina. Ciò significa che agisce sul cuore, sul suo ritmo. La tradizione fitoterapeutica attribuisce alle foglie di ulivo le proprietà ipotensivante, ipoglicemizzante, febbrifuga e diuretica, rendendole un utile coadiuvante nella terapia di ipertensione e diabete.
Il gemmoderivato di Olea europea giovani getti presenta a sua volta una spiccata attività antiipertensiva, oltre che ipocolesterolemizzante e ipoglicemizzante, rendendolo un ottimo rimedio nella prevenzione e cura dell’arteriosclerosi.

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In floriterapia, Olive è un rimedio del repertorio di Edward Bach. Olive è il fiore della rigenerazione, che ci sintonizza con la Fonte dell’energia, aiutandoci nei momenti di spossatezza e depressione. Ci riconnette con il nostro Sole interno.
L’olio d’oliva, grazie al suo alto contenuto di polifenoli, acidi grassi insaturi e vitamina E, rappresenta una grande fonte di nutrimento e benessere (antiossidante).

Mitologia e storia:
Originario dell’Asia Minore, dove cresceva allo stato selvatico, l’ulivo era in origine un frutice spinoso, l’oleaster, e secondo il mito fu Eracle Dattilo a introdurlo per la prima volta in Europa, portandolo a Olimpia, dove l’eroe istituì i giochi olimpici che si svolgevano ogni quattro anni in onore di suo padre Zeus. Eracle pianto sulla spoglia collina dove sorgeva la città un bosco di oleastri prelevati alle sorgenti del Danubio, dove li aveva avuti in dono dai sacerdoti di Apollo. Fino alla settima Olimpiade i vincitori ricevevano in premio un rame di melo con un frutto, promessa di immortalità, in ricordo delle mele d’oro delle Esperidi di cui si era impossessato l’eroe. Con la settima Olimpiade il melo fu sostituito, per ordine dell’oracolo di Delfi, da una corona d’oleastro. Di oleastro era anche la clava di Eracle.

Dalla selezione effettuata in Siria sull’oleastro deriva probabilmente l’olivo che i Fenici diffusero in tutto il Mediterraneo, quell’olivo che, secondo un altro mito greco, Atena, dea della cultura e della guerra, vergine nata dalla testa di Zeus, piantò per la prima volta in Grecia. Si narra che un giorno la dea si scontrò con Poseidone, suo zio, fratello di Zeus e signore del Mare, per il possesso dell’Attica. Per dirimere la contesa gli dei si rivolsero a Cecrope, primo re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Poseidone colpì con il tridente la terra in mezzo all’Acropoli, facendone scaturire una sorgente di acqua salata. Ma fu Atena ad assicurarsi la vittoria piantando il primo olivo, come ricordava anche un’iscrizione sul fronton dell’Acropoli. Da quel giorno l’olivo divenne sacro alla dea. Non soltanto era proibito bruciarne il legno, ma si puniva severamente chi li danneggiava. Persino gli Spartani, quando saccheggiarono Atene, li risparmiarono temendo la vendetta degli dei.

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Scavato nel tronco di un ulivo centenario era anche il talamo nuziale di Ulisse, eroe prometeico simbolo del progresso dell’uomo grazie all’intelligenza così come del suo desiderio di divenire uguale a un dio (Ulisse sfida gli dei con la sua hubris, la sua tracotanza, che causa l’ira di Poseidone e di conseguenza la catena di disgrazie che porterà l’eroe a girovagare per i mari, senza poter mettere il piede sulla sua terra madre, Itaca, per lunghissimi anni).

L’ulivo è simbolo di luce, pace e civiltà anche nella tradizione biblica, così come nel Corano. La Genesi narra che quando le acque del Diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla cima del monte Ararat, Noè fece uscire prima un corvo perché gli riferisse sul lento emergere delle terre, , poi una colomba. Entrambi tornarono senza aver trovato nemmeno un lembo di terra su cui posarsi. Così dopo sette giorni Noè fece volare nuovamente la colomba fuori dall’arca, e a che questa volta, al crepuscolo, la colomba ritornò, ma portando un ramoscello d’olivo nel becco. Noè comprese allora che le acque si erano ritirate definitivamente. Aspettò altri sette giorni e di nuovo lasciò libera la colomba, che non tornò più nell’arca. Per questo l’ulivo era ritenuto simbolo di salvezza, prosperità e fine del conflitto. Al simbolismo di pace, quella pace che sola permette il progresso della civiltà, si ispirava anche un’usanza testimoniata da Cirillo d’Alessandria: un esercito che voleva la pace dopo una battaglia la chiedeva tramite un araldo che si presentava la nemico recando un recipiente colmo di olio d’oliva.

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L’olio d’oliva, fuoco vegetale, è considerato sacro da tempi antichissimi. Oltre a essere una delle fonti principali di nutrimento e di luce (serviva infatti per condire i cibi ma anche per alimentare le lampade), era anche l’unguento utilizzato nei riti di consacrazione di sacerdoti e re, simboleggiando il Cristo (e christos, in greco, significa appunto “unto”, “santificato con l’olio”, e quindi prescelto).

Nel Corano si descrive un olivo misterioso. Dice Maometto nella Surat sulla Luce (la XXIV): “Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è come quella di una lampada, collocata inuma nicchia entro un vaso di cristallo simile a una scintillante stella, e accesa grazie a un albero benedetto, un olivo che non sta a oriente né a occidente, il cui olio illuminerebbe anche se non toccasse fuoco. E’ luce su luce. E alla sua luce Dio guida chi vuole. Così Dio, che sa ogni cosa, propone similitudini agli uomini.”
L’olivo mistico di Maometto non si trova a oriente né a occidente perché costituisce l’asse del mondo, e sta quindi nel centro del macrocosmo così come del microcosmo. Al centro di noi stessi, risiede l’Ulivo, distillatore dell’oro verde, fuoco vegetale, sostanza alchemica che trasforma l’uomo in dio. Così come l’albero produce l’olio sacro, così l’uomo è invitato a fare di se stesso, producendo luce liquida, quella sostanza preziosa che simboleggia il Sole, l’Io, la divinità interiore nascosta all’interno del frutto, racchiusa nel seme.

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Ulivi a San’Antimo

L’energia dell’Ulivo:
“All’ulivo bisogna avvicinarsi con rispetto, giacché non è soltanto una delle più antiche tra le piante coltivate che offrono nutrimento, è anche un sostenitore della guarigione, un custode delle sostanze per gli atti del culto, della consacrazione di Re Sacerdoti, per l’estrema unzione. L’ulivo stesso è un patriarca sacerdotale tra gli alberi; in un oliveto le ombre sono attraversate da luci argentate o dorate, vi si respira la stessa pace solenne di un santuario. (…) Anche se in età avanzata il fusto può frantumarsi, si suddivide in pezzi distinti come il ceppo del salice, assomigliando più alle rovine di una roccia spaccata che a una pianta: da esso germogliano ramoscelli verdi, giovanili e freschi, e anche i rami secolari sono nuovamente sensibili al richiamo della primavera. Si sa che in realtà tutto l’albero è un frammento della Terra, lo si capisce bene guardando un vecchio ulivo. Ma questo albero così terrestre è aperto anche alla luce e al calore cosmico.”                                        W. Pelikan, Le Piante Medicinali, vol. II

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L’Ulivo è tradizionalmente legato all’archetipo del Re sacerdote, del sovrano illuminato, dell’unione fra uomo e dio, fra il presente e l’infinito, ma anche di fusione tra uomo e donna, tra il maschile e il femminile presenti in noi. Di giorno risplende di luce dorata e di notte le sue foglie sono scaglie d’argento che cantano con la Luna. Nonostante sia simbolo di civilizzazione e di progresso e perciò sia spontaneamente considerato un albero “maschile”, razionale, in un certo senso “educato” (non per niente è sacro ad Atena, dea vergine che rappresenta il femminile controllato, “maschilizzato”, rispettato e riverito proprio perché sottomesso alla razionalità angusta tanto onorata dal patriarcato), l’ulivo sa mostrare anche un profondo lato lunare, femminile. Fuori dall’Abbazia di Sant’Antimo, per esempio, vicino a Siena, si trovano tre ulivi secolari di grande magnificenza che rappresentano chiaramente tre fasi della Dea: la vergine, la madre e l’incantatrice (poco più in là, discosto e come nascosto, c’è n’è anche un quarto; contorto e appartato, si lascia scoprire solo in un secondo momento, mentre si sta per andare via: è la quarta fase della luna-donna, la vecchia strega).
E’ sempre presso gli ulivi di Sant’Antimo che, una notte in cui la Luna in Cancro si opponeva al Sole in Capricorno, e faceva capolino in fondo a un tunnel di nuvole scure, mi è arrivato il messaggio dell’Ulivo. Lì ho saputo che, oltre a simbolo di progresso e cronaca dell’Akasha, quest’albero è anche, per eccellenza, il compagno dell’uomo.

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Ulivo secolare presso l’abbazia di Sant’Antimo

Il legno dell’ulivo è considerato pregiato, sia per via della sua bellezza che per la lentezza con cui si accresce. Nei tronchi d’ulivo, nelle loro misteriose incisioni, nelle onde, nei buchi, nelle spirali che lo percorrono, il Tempo è scritto nel linguaggio del legno. Le sue forme raccontano come l’energia ha fluito nei secoli, scolpendolo, lasciando l’impronta delle cose successe. Il legno d’ulivo è in un certo senso tempo solidificato, un diario dove stanno scritte le cronache dell’Akasha, pronte a essere decifrate, quando il lettore sarà pronto. L’ulivo è perciò memoria solida, eterno presente, saggezza e superamento del piano fisico. Ci mostra con se stesso come superare le finte barriere che ci sperano dalla divinità, restando sempreverdi e distillando il nostro fuoco alchemico. Ci parla al tempo stesso di evoluzione graduale e di cooperazione: i frutti dell’oleastro non contenevano che poche gocce di olio; è stato l’uomo a selezionare l’ulivo come oggi lo conosciamo. Ulivo e uomo sono legati dalla storia, si sono evoluti insieme. L’ulivo ci mostra anche la relatività del tempo e la pazienza che necessita per divenire dei. Non è qualcosa che succede in un giorno o in un anno, è piuttosto un processo costituito da una serie infinita di attimi, ciascuno consacrato alla Luce e ciascuno che va a sommarsi a quel precedenti, scolpendo un racconto che si muove come le onde del mare e non è, infine, altro che fluire di energia, il tessuto di cui siamo fatti. Al tempo stesso, ci mostra come i secoli si possano condensare in un attimo, come l’illuminazione annulli lo scorrere del tempo e come un numero infinito di eventi possa essere riassunto in un lampo di luce, in una forma, nel fruscio di una chioma. Nel seme è già presente tutto, ma all’uomo-albero occorrono secoli per raggiungere la forma perfetta, qualunque essa sia – il nostro contributo al Dio di cui facciamo parte.

L’ulivo collega. E’ compagno fedele, amico e maestro dell’uomo, la cui razionalità ha cercato di ridurlo a “simbolo di civilizzazione”. In realtà l’ulivo è ben più di questo. E’ stato ed è tuttora, per chi sa osservarlo, una guida arborea che reca incise le istruzioni per ri-scoprire dio all’interno di se stessi. Ponte tra uomo e dio, libro dell’akasha, registra per noi i messaggi dello spaziotempo e ci accompagna lungo il viaggio, lungo l’evoluzione della coscienza che, attraverso i suoi vari stadi, ci conduce alla realizzazione del nostro essere divini.

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Vincent Van Gogh, Alberi di olivo, 1889

Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano 1991
-Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia, Tecniche Nuove, Milano 2005              -Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001
-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996
-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013
– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2014
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005

Pino, la nascita del Cosmo

Nome:

Il nome del genere Pinus è di origine controversa, anche se pare plausibile possa derivare dal greco pitys, latino pinus, nomi che hanno tutti origine nel sanscrito pitu, resina. Altre ipotesi indicano che possa derivare dal latino pix, che significa “pece” o “resina”, essudato della pianta, o dagli epiteti di radice indoeuropea pic, pungere con riferimento agli aghi, oppure pi, stillare, sempre con riferimento alla resina; infine, forse dal celtico pen, testa, alludendo alla forma della chioma.

Esistono centinaia di specie di Pinus, ognuna con tratti essenziali ma tutte con alcuni aspetti di forma e carattere in comune. Le specie a cui faccio riferimento qui di seguito sono Pinus sylvetris L. (o Pino scozzese) e  Pinus pinea L. (o Pino domestico), diffuse la prima da Gran Bretagna e Irlanda fino alle montagne della Spagna e all’Asia orientale, la seconda tipica dell’area mediterranea. Entrambe le specie, in ogni caso, godono di un vasto areale di crescita, trattandosi di alberi in grado di sopravvivere anche in condizioni sfavorevoli e su suoli poveri. Uno dei tratti salienti del Pino, infatti, è la resistenza.

Altre specie diffuse sono Pinus halepensis MIll., Pinus nigra J.F. e Pinus pinaster Ait. (o Pinus maritima Lam.).

Aus: J. Sturm's Flora von Deutschland

Aus: J. Sturm’s Flora von Deutschland

Botanica:

Le Conifere detengono il record come una delle famiglie di piante più antiche, dirette discendenti delle foreste primeve che prosperavano sulla Terra molto tempo prima della comparsa delle latifoglie. Il Pino è un albero che può raggiungere altezze anche di 30 metri, a seconda del suolo in cui cresce, e che può raggiungere i 600 anni di età. La sua lunga radice fittonante gli permette di resistere ai venti forti.

Nelle foreste naturali, i Pini crescono piuttosto radi permettendo alla luce di penetrare e raggiungere il suolo, creando fasci di luce e una magica profondità.

Si ritiene fosse il Pino, all’interno della famiglia delle Conifere, la specie prevalente nel Periodo Boreale, al termine dell’Era Glaciale.

Le foglie del Pino crescono in coppie, e questo lo distingue dal Tasso e dall’Abete, le cui foglie singole sono disposte a spirale lungo i rami; e dal Larice, le cui foglie crescono a ciuffi.

Quando i giovani Pini crescono, i loro rami più bassi cadono dando luogo al caratteristico tronco dritto e spoglio incoronato di rami, aghi e pigne.

Se il Pino si trova in uno spazio aperto e ben illuminato inizierà a riprodursi dopo 20 anni. Se l’albero si trova invece in un suolo paludoso o circondato da numerosi altri alberi aspetterà, per dare inizio alla riproduzione, fino ai 40 anni.

Spesso ai Pini piace crescere in compagnia della Betulla. Entrambi gli alberi condividono la simbiosi con il fungo Amanita muscaria. Anche altri funghi, quali il Boleto, amano la compagnia del Pino, che provvede inoltre cibo e riparo per molti animali selvatici come volpi e scoiattoli, e uccelli come il regolo dalle piume verde oliva.

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La corteccia del Pino è di colore rosso ramato, soprattutto in alto, dove è sottile, liscia e luminosa. Alla base dell’albero invece può diventare spessa, scura e ruvida.

Durante la crescita annuale del Pino ogni nuovo getto somiglia a una candela che cresce verticalmente verso il cielo. Al termine di ogni ramo cresce una grossa gemma resinosa avvolta da scaglie rosa e brune coperte da resina biancastra. In primavera la gemma si allunga e le scaglie cadono una ad una rivelando coppie di foglie, gli aghi, che si dividono a partire dal vertice. I rami crescono da gemme poste in cerchio al di sotto della gemma apicale.

Gli aghi del Pino sono rigidi, piatti in alto e cilindrici in basso. Sono di colore verdeblu e il blu deriva dallo strato di cera che cresce naturalmente sul fogliame. Le foglie di Pino vivono fino a tre anni e poi cadono ai piedi dell’albero, rimanendo sempre in coppie. Gli aghi appena nati sono verdi, ma diventano verdeblu nel giro di una stagione. La forma degli aghi permette al Pino di conservare l’acqua limitandone la perdita. Questo significa che il Pino non dipende troppo dall’umidità del suolo e può pertanto crescere in suoli sabbiosi.

All’inizio della primavera il Pino produce sia fiori maschili che fiori femminili (monoico). I fiori  maschili sono gialli e soffici e crescono alla base dei nuovi getti. Ogni fiore è formato da stami disposti a spirale e ogni stame sostiene due sacche polliniche. Il polline del Pino è estremamente abbondante e quando viene disperso nell’aria ogni cosa intorno si ricopre di una polvere gialla. Ogni grano di polline ha una sacca d’aria su su ciascun lato, e questo gli permette di volare. Non appena hanno rilasciato il polline i fiori maschili muoiono e cadono dall’albero.

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Il fiore femminile è minuscolo, rosso, e somiglia a una gemma che cresce in cima al nuovo getto. E’ costituito da scaglie appuntite, rosse e carnose disposte a  spirale. Il fiore femminile cresce su una specie di piedistallo e si piega verso l’alto in modo che il polline possa scivolare tra le scaglie e raggiungere gli ovuli alla base. Gli ovuli emettono una sostanza mucillaginosa che cattura e porta giù il polline. Dopo che la fecondazione è avvenuta le scaglie si ispessiscono e vengono sigillate dalla resina.

Per la primavera seguente, il fiore femminile si è fatto più grosso, ma è solo verso la fine della seconda estate, o anche nella primavera seguente, che le scaglie si aprono al tepore dell’aria rivelando piccoli semi marroni. Questi semi sono dotati di un’ala delicata e quando si staccano dal cono sono catturati dall’aria e viaggiano ciascuno verso la propria destinazione, fermandosi alcuni abbastanza vicino alla pianta madre, altri molto più lontano.

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Le pigne si aprono o si chiudono a seconda del tasso di umidità dell’aria. Si aprono solo quando il clima è secco così che i semi alati possano disperdersi e non piombare ai piedi dell’albero  madre per via dell’umidità. Le pigne vuote cadono dai rami in autunno, a volte dopo due anni e mezzo. Su uno stesso Pino si possono trovare fino a tre generazioni contemporaneamente, anche sullo  stesso ramo, dove le pigne nuove, quelle fertilizzate e le pigne vuote stanno appese una dietro l’altra.

L’epifisi, o ghiandola pineale, fu chiamata così da Cartesio per via della sua forma, che ricorda quella del frutto del Pino. L’epifisi regola il ciclo sonno-veglia del nostro organismo grazie alla produzione dell’ormone melatonina, e reagisce agli stimoli di luce e buio. Secondo la filosofia indiana, la ghiandola pineale è connessa al nostro settimo chakra, quello che si apre in cima alla nostra testa collegandoci al Cosmo e ai suoi ritmi.

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Mitologia e storia:

Il Pino è governato dall’energia di Saturno, che rappresenta l’archetipo del Padre e dell’Eremita, di colui che contiene, regola, dona forma e struttura, sorregge.

Nella mitologia il Pino è l’albero in cui viene trasformato Attis, protagonista insieme a Cibele di una delle storie più intricate del mondo mitologico, ma anche più potenti. Il modo in cui lo sentivano gli antichi ci dice molto sulla sua energia. Il mito di Attis è antichissimo, rappresenta movimenti primordiali inconsci e risale ai tempi in cui dio era una donna, la Grande Madre Terra. Riporto qui di seguito un brano tratto dal “Mitologia degli alberi” di Jacques Brosse, un libro bellissimo. Brosse spiega:

“(…) Questa storia comincia con quella di sua madre Cibele. Da una pietra fecondata dal seme che Zeus aveva lasciato cadere sulla terra durante il sonno nacque un mostro ermafrodita di nome Agdistis. Spaventati, gli dei decisero di castrarlo e così Agdistis diventò la dea Cibele. Il sangue sparso fece spuntare dalla terra un mandorlo, o un melograno. Mangiando una mandorla, o mettendosi in seno una melograna matura, proveniente dall’uno o dall’altro di quegli alberi, la figlia del fiume Sangario, Nana, rimase incinta e concepì Attis. Vergognandosi di quel figlio che non aveva padre, Nana lo abbandonò in riva al fiume dove una capra lo nutrì. Fu lì che Cibele-Agdistis lo rinvenne in mezzo alle canne. Crescendo, il fanciullo divenne così bello che Agdistis se ne innamorò. Ma, sia che egli volesse sfuggire a quell’amore incestuoso sia che i suoi genitori preoccupati (ma di quali genitori poteva trattarsi?) lo mandassero lontano, fatto sta che il giovane arrivò a Pessinunte, dove doveva sposare Atta, la figlia del re. Mentre si celebravano le nozze, Agdistis, che inseguiva il suo amato, entrò nella sala del banchetto. Immediatamente, l’assemblea è colta dalla follia: il re si mutila, Attis fugge, si castra sotto un pino e muore. Agdistis, disperato, tenta di resuscitarlo, ma Zeus si oppone e acconsente solo a che Attis, trasformato in pino, rimanga sempre verde e incorruttibile, quindi immortale; gli unici segni esteriori di vita in lui saranno la crescita dei capelli e l’agitarsi del mignolo. Alcuni autori aggiungono che Cibele avrebbe portato il pino nella sua caverna per piangere il figlio, scena che veniva raffigurata nelle feste in onore di Attis. Un’altra versione della morte del dio, riferita da Pausania… (…)

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In questa matassa così intricata che non si sa più chi è chi, dobbiamo adesso tentare di sbrogliare i fili. Si sarà certo notato che essa contiene almeno un fattore già noto, l’abbandono del dio da parte della madre all’atto della nascita, elemento già rilevato nell’infanzia di Dioniso e dello Zeus cretese, con i quali Attis ha un altro punto in comune: è nutrito da una capra. L’abbandono è caratteristico delle divinità maschili dell’albero, generate dalla Terra Madre, che si chiamino esse Rea o Semele o Cibele. Quest’ultima, però, ci è presentata qui come prodotta dalla castrazione di un essere in origine ermafrodita, amputazione originaria che appare per questo contagiosa. Anzi, essa costituisce addirittura il motivo essenziale del mito.

Queste mutilazioni in serie non hanno tutte lo stesso significato. Cbele è in Frigia la Grande Dea, la Terra Madre, equivalente in Grecia di Gea e di Rea. Nella teogonia greca, come in altre teogonie, la divinità primigenia è necessariamente bisessuata, perché genera da sola, estrae da sé e senza aiuto gli altri dei e il mondo, che sono suoi figli E’ “la totalità primordiale, che racchiude tutte le facoltà, perciò tutte le coppie di opposti”. Perciò, quando Gea emerge dal Vuoto, dal Caos primordiale, insieme a lei nasce l’Amore, che qui è il desiderio di generare, di creare altri esseri. E Gea mette al mondo “un figlio simile a sé, Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno”. Nei termini utilizzati da Esiodo, troviamo la figura originaria, il prototipo delle dee che generano un figlio affinché diventi il loro amante, padre dei loro futuri figli, appunto perché quel figlio non ha, non può avere, un padre. IN origine la divinità è sola. Il suo atto creativo è bipartizione di sé, bipartizione che può essere intesa come automutilazione.

Così è stato, all’origine dei tempi, per Cibele nella mitologia frigia. Se, nella versione greca della leggenda, sono gli dei che decidono di castrarla, ciò dipende solo dal fatto che i Greci, avendo interrato Cibele nella loro mitologia, l’hanno posta alle dipendenze degli dei dell’Olimpo. Nella cosmogonia primitiva è la stessa Cibele che, essendo sola, si castra, e il prodotto di tale mutilazione altro non è che la Creazione..

La nascita di Cibele conseguente alla spargimento del seme di Zeus sulla pietra rappresenta peraltro una forma assolutamente arcaica della cosmogonia: “la roccia è il simbolo più antico della Terra Madre” e “la pietra grezza è considerata androgina, laddove l’androginia restituisce la perfezione dello stato primordiale”. IN quanto roccia, Cibele è vuota, come il ventre di una madre, è una caverna. Sotto terra, in una grotta, si compiono i suoi riti segreti. La caverna primordiale dalla quale vengono alla luce gli esseri viventi è anche il luogo dove si sotterrano i morti; i morti vi entrano e i vivi ne escono. E’ un microcosmo che riassume un macrocosmo, in cui il suolo corrisponde alla Terra e la volta corrisponde al Cielo, è il serbatoio tenebroso delle energie telluriche, il santuario ctonio. Dalla roccia, androgina e sterile, nasce la terra (femminile), risultato del sua sfaldamento, dal quale soltanto possono nascere e crescere i vegetali che la renderanno fertile mediante l’humus, nato a sua volta dalla decomposizione delle loro foglie. Nelle mitologie, lo stato primigenio della vita sulla terra è rappresentato dall’associazione della roccia con l’albero. La pietra sacra, venerata come “casa di Dio”, centro, ombelico del mondo, come a Delfi l’omphalos, è sede della potenza divina, ricettacolo della vita non ancora manifesta, della quale espressione prima è l’albero cosmico. L’albero appare come figlio della pietra.”

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Dietro al Pino ci sono queste energie: energie legate all’impulso primordiale d’amore che ha portato alla nascita del Cosmo. Il mito ce lo mostra legato alla Madre Terra, e all’unione primordiale degli opposti, maschile e femminile. Il Pino è infatti un albero ermafrodita, e una delle specie più antiche presenti sulla Terra. Non c’è da stupirsi che gli antichi lo vedessero come simbolo dell’amore tra madre e figlio, divenuti amanti, in un cerchio che può venire spezzato soltanto dall’estremo sacrificio, la morte, che però genera vita immortale.

Nella versione greca, Agdistis, il dio-pietra ermafrodita, è un presentato come una creatura mostruosa, che Zeus amputa per disgusto. Questo era infatti come la società patriarcale rappresentava la Grande Dea delle religioni del Neolitico. La sua potente femminilità spaventava terribilmente i Greci, così come le altre società patriarcali dell’epoca, che sottomisero la civiltà matrifocale diffusa nella Vecchia Europa. Perciò la dipinsero come un mostro.

In realtà però, al di sotto della maschera, possiamo ancora leggere parti di una vicenda sacra, che rappresenta l’eterno rinconrrersi ed amarsi del principio maschile e di quello femminile presenti entrambi in ognuno di noi, dell’irresistibile impulso alla creazione che nasce da dentro e che per nascere ci chiede il sacrificio di una parte di noi, per poi riunirci nuovamente, in un’altra forma.

Il ritmo di questa storia ricorda una spirale, e il Pino, col suo tronco che si staglia verso il cosmo e la sua radice fittonante che penetra nelle profondità della Terra, è il simbolo saturnino di forze potenti e contrapposte, che in lui si fondono in un’alchimia purificatrice che dà luogo alla resina, il pianto di luce del Pino, la sua essenza cosmica.

I cicli biologici del Pino seguono ritmi lenti, planetari, e sui suoi rami più generazioni di frutti vivono una accanto all’altra, impregnandosi di informazioni cosmiche.

Fitoterapia:

L’olio essenziale di Pino è contenuto in numerose specialità fitoterapie. La parte della pianta utilizzata è costituita dalle foglie aghiformi, che nella medicina popolare venivano usati per fomente, mettendoli nell’acqua bollente o addirittura nell’acqua calda del bagno. L’essenza sprigionata infatti, pur esigua come quantità, penetra facilmente attraverso la cute dove esplica un effetto balsamico, fluidificante le secrezioni, sedativo della tosse e antinfiammatorio.

Il Pino e i suoi derivati sono utilizzabili in virtù dei suoi numerosi costituenti chimici, rappresentati sostanzialmente dall’olio essenziale, ricco in monoterpeni: alfa-pinene, beta-pinene, limonene, acetato di bornile, 1.8 cineolo (eucaliptolo) e canfene.

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Può essere utilizzato nella cura di molte patologie dell’apparato respiratorio (i polmoni dentro cui penetra l’aria, collegandoci al respiro del Cosmo), in particolare in tutte quelle forme croniche per le quali vi sia la necessità di fluidificare le secrezioni catarrali (otiti, rino-sinusiti, bronchiti, asma bronchiale, bronchiectasie).

L’olio essenziale, anche se diluito, nelle preparazioni galeniche deve essere utilizzato con estrema attenzione, o prescritto dal medico (come tutti gli oli essenziali per via interna). Altrimenti è reperibile in numerosi prodotti fitoterapici in commercio.

E’ possibile utilizzarlo per suffumigi, aerosol (opportunamente emulsionato con una soluzione fisiologica), o miscelato a un olio vegetale, per massaggi sullo sterno.

La resina e gli aghi di Pino, bruciati, purificano l’aria dell’ambiente, sia su un piano fisico, disinfettandola, sia su un piano energetico. Lo stesso vale per l’olio essenziale.

Nel repertorio di essenze floreali di Bach, Pine è il fiore dell’autostima, che aiuta a superare sensi di colpa ingiustificati e la convinzione di non meritarsi di essere felici. Tutti meritiamo di esserlo, perché la felicità è la stessa energia che ci costituisce, alla sua frequenza più elevata.

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L’energia del Pino:

La voce del Pino è facile da sentire – è come un bellissimo pianto di luce, lungo, che collega la Terra al Cielo. Eppure il suo messaggio ha impiegato molto ad arrivarmi. Ha dovuto emergere da luoghi bui dentro di me, da memorie antiche.

Una volta, a una conferenza, Igor Sibaldi disse che ciò che è molto lontano nel tempo, in realtà è vicinissimo nel nostro inconscio. Questa frase ben rappresenta il Pino: archetipo espresso in una forma primordiale, simbolo di un processo che sta all’origine del Cosmo così come di ognuno di noi.

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Il Pino è l’immortale amore della madre per il figlio, e con questo si intende una forma di amore talmente pura da non rientrare in nessuna categoria, un amore al di là e prima di qualsiasi regola, identificazione tra dio e creato, che supera la morte e ogni differenza. Il Pino ricorda anche il dolore lacerante all’origine dell’Amore, e lo purifica, distillando una resina trasparente che è come luce solidificata, informata di messaggi akashici, antichissimi, che da miliardi di ere attraversano il Cosmo.

Il Pino li distilla dalla sua natura, di terra e di pietra, e li trasmette alla Terra, informandola della saggezza del Cosmo. Così quest’albero è un canale tra luce e buio (e il suo frutto somiglia all’epifisi, la ghiandola che regola il ciclo di luce e buio all’interno dei nostri corpi, apertura fisica al Settimo chakra), un essere vivente che supera la sua individualità, confondendosi con gli elementi.

L’energia emessa dal Pino è molto forte e primordiale. Ci collega alle lontananze cosmiche spalancate dentro di noi, ci aiuta a superare le dualità tra la nostra parte femminile e quella maschile, trovando nel nostro cuore nostra madre e nostro padre, rendendoci conto che i nostri genitori non siamo che noi stessi, che noi siamo i nostri stessi figli, e amanti. La danza cosmica ci proietta in mille direzioni e come scintille di un fuoco ci separiamo per poi incontrarci di nuovo e tornare a far parte di un’unica fiamma.

Osservare con gli occhi dell’Anima il Pino ci mostra come si esprime l’energia primordiale.

La sua enorme potenza è incanalata, contenuta per produrre geometrie precise: gli aghi, la pigna, la corteccia. La resina è energia primordiale purificata, elevata alla sua massima potenza dal fuoco nato dall’attrito tra il desiderio di espansione e il principio di contenimento. Così è in effetti la natura di ogni atto creativo, e il Pino ce ne rende visibile una forma intrisa di luce vibrante.

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996

-Scheffer M., Il grande libro dei fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2013

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

Tasso: l’incontro con il lato oscuro

Nome: Taxus baccata L., famiglia delle Taxaceae

Il nome deriva dal greco toxon, che significa “arco”, e ha la stessa radice dell’aggettivo toxicon, velenoso.

In effetti, quasi ogni parte di quest’albero, eccetto l’arillo rosso che circonda lo scuro seme, è velenosa per uomini e animali domestici per via della taxina, uno dei veleni più potenti esistenti in natura, un alcaloide in grado di uccidere tramite collasso cardiovascolare. Gli animali in assoluto più sensibili alla taxina sono i cavalli,  a un uomo bastano pochi grammi di veleno per morire, mentre i cervi sembrano potersi nutrire delle velenosissime foglie senza problemi. Gli uccelli ne mangiano i frutti, consumando l’arillo rosso (cihamato di solito “bacca” impropriamente), restituendo intatto il velenosissimo seme alla terra. La parte in assoluto più tossica dell’albero sono le foglie, soprattutto quando secche.

Dal suo essere così velenoso deriva in parte un altro nome con cui il Tasso è noto, e cioè: Albero della Morte.

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Botanica:

Il Tasso è una pianta sempreverde appartenente a una famiglia piccola e isolata della gimnosperme, le Taxaceae. Il tronco raramente supera i 15 metri e le foglie assomigliano un po’ a quelle dell’Abete bianco: sono lineari, appiattite, un poco falcate, acuminate ma non pungenti perché tenere, e si distribuiscono a spirale attorno ai rametti.

La sua patria si estende verso nord fino all’Irlanda e alla Norvegia, verso sud fino ai monti dell’Europa meridionale e del Nord Africa e verso est fino all’Asia minore e al Caucaso. Cresce soprattutto nel sottobosco di faggeti o di boschi frondiferi misti. E’ un albero amante dell’ombra.

Gli esemplari selvatici sono stati pesantemente decimati dall’eccessivo sfruttamento dell’uomo e dalla distruzione dei nuovi germogli da parte dei cervi. Il Tasso, come l’Abete rosso, è sensibile alle gelate intense.

Dai tronchi danneggiati crescono nuovi rami verticali che si sviluppano intorno al tronco stesso formando uno pseudo-fusto. Per questa ragione, nella sezione trasversale mancano spesso anelli annuali univoci, complicando la determinazione dell’età. La sua corteccia è bruno-rossastra e tende a disfarsi in scaglie. Ma mentre il nucleo centrale del tronco, con il passare degli anni (si tratta di una pianta particolarmente longeva), lentamente marcisce, strati di nuovo tessuto inglobano il vecchio legno morto proteggendolo e rinforzandolo. Il Tasso si rinnova dall’esterno verso l’interno. La crescita tiene il passo con il disfacimento. Raggiunto il disfacimento completo, il Tasso può risorgere. Non ci sono ragioni biologiche per cui un Tasso muoia. Un effetto di questo processo è che nessuna parte di un Tasso è vecchia come l’intero albero, perciò la datazione con il carbonio è impossibile e, non essendoci nemmeno anelli da contare, per lungo tempo la vera età dei Tassi è rimasta avvolta nel mistero e fino agli anni ’80 si riteneva che quest’albero non potesse superare gli 800 anni.

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Il Tasso di Fortingall

Quest’ipotesi venne però rivista in seguito alle ricerche di Alan Mitchell e David Bellamy, famoso botanico inglese. A Tantridge, nel Surrey, fu scoperto un Tasso molto antico a circa 8 metri di distanza dalla chiesa locale, che ha fondamenta sassoni. Nella cripta si può chiaramente vedere  che la volta di pietra fu costruita dai Sassoni attorno le radici dell’albero. Dopo aver raggiunto la maturità, i Tassi smettono di crescere in altezza e le radici aumentano di diametro in modo straordinariamente lento. Queste scoperte provano non solo il rispetto che i Sassoni avevano per quest’albero ma anche che esso 1000 anni fa era già completamente adulto. Attualmente si ritiene che abbia più di 2500 anni.

Come spiega Fred Hageneder nel suo stupendo libro Lo spirito degli alberi, la rivalutazione dell’età dei Tassi nelle Isole Britanniche è stata coordinata dal Conservation Found di Londra, che ha identificato 413 Tassi che hanno più di 1000 anni. Molti hanno il doppio o il triplo di quest’età, e alcuni hanno un’età di 4-5000 anni. Il più vecchio, il cui seme dev’essere germinato nella tundra post-glaciale circa 8000 anni fa, si trova a Fortingall, in Scozia. Potrebbe trattarsi dell’albero più antico al mondo.

Mentre le conifere sono in genere ermafrodite, i Tassi sono sia di sesso maschile che di sesso femminile, anche se esistono alberi bisessuati, o che a un certo punto della loro vita sviluppano rami su cui crescono fiori di sesso opposto, proprio come nel caso del Tasso di Fortingall, un albero maschio che recentemente ha sviluppato rami su cui crescono fiori femminili e frutti.

Questo ci mostra non solo la grande vitalità e la capacità di rinnovamento di questi alberi, anche se vecchissimi, ma anche la loro capacità di trascendere le categorie, collocandosi al di fuori del tempo. I Tassi sono creature che mutano con il fluire dell’energia, trasformandosi di continuo, lentissimamente.

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I fiori maschili sono piccole strutture globulari situate singolarmente sull’ascella della foglia, sotto i rami dell’anno precedente, mentre i fiori femminili, sistemati in una posizione simile, sono fiorellini verdi che si espandono dopo l’impollinazione. Il seme è duro, di colore nero-verde e circondato da un arillo la cui forma ricorda una coppa. Verde all’inizio e rosso brillante a maturazione, l’arillo è polposo, dolce ed è l’unica parte non velenosa dell’albero. I semi vengono propagati dagli uccelli, che mangiano il frutto polposo senza intaccare il seme (velenoso) ma restituendolo alla terra intatto.

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Albero dal portamento cespuglioso, che nei rari casi in cui cresce isolato sviluppa una chioma globosa, il Tasso è un albero dall’incredibile vitalità, con varie modalità di riproduzione: in primavera i fiori maschi riempiono l’aria di polline (anch’esso leggermente velenoso) per raggiungere i fiori femminili e inseminarli; il tronco può facilmente produrre nuovi germogli dopo essere stato tagliato o danneggiato da una tempesta e i polloni radicali rappresentano un ulteriore e molto efficace metodo di propagazione. Il Tasso però ha anche una terza forma di riproduzione, molto rara in piante non tropicali, e cioè la margottatura. Un ramo di qualsiasi dimensione può estendersi fino al terreno e mettere radici. La funzione di questo processo sarebbe quella di fornire un sostegno ai rami in continua crescita, ma la nuova radice produce anche giovani germogli, che si dirigono verso l’alto divenendo essi stessi nuovi alberi. Questo accade in tutte le direzioni, cosicché intorno all’albero madre si forma un anello o un boschetto di nuovi alberi facenti tutti parte della pianta originaria.

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Questa caratteristica rende il Tasso un albero particolarissimo, dotato di un Io plurale; una creatura antichissima che si muove e cresce con tempi quasi più simili al quelli dei minerali che della materia organica. E come Gaia, il Tasso può non morire mai (a meno che una disgrazia o l’uomo non ci metta lo zampino), ma rinnovarsi di continuo e cambiare attraverso le ere.

Mitologia e storia:

Il Tasso è albero celebre sin dall’antichità, e da sempre è stato associato dall’uomo ai concetti di morte e, al tempo stesso, di eternità. I due concetti solo apparentemente opposti nel Tasso si fondono e vengono trascesi: la morte diviene un momento di buio e di passaggio verso la rinascita. La morte è un cambiamento di forma.

Albero spesso presente presso i siti sacri dei Celti (Fortingall, Carn nam Marbh, Newgrange, Stonhenge, Avebury), diviene in epoca cristiana anche un ospite quasi fisso dei cimiteri, o meglio, molte chiese e cimiteri vengono costruiti nei pressi di uno o più Tassi perché, consapevolmente o meno, gli uomini sentivano il messaggio di questi alberi, che contribuiscono a catalizzare l’energia sacra dei luoghi in cui scelgono di crescere.

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Il manufatto ligneo più antico del mondo è una lancia in legno di Tasso rinvenuta a Clacton, nell’Essex, e che risale approssimativamente al 150.000 a.C. Un’altra lancia di Tasso, risalente circa al 90.000 a.C., è stata trovata tra le costole di un mammut in Bassa Sassonia. Il legno dell’arco, forte e al tempo stesso flessibile, fu ampiamente utilizzato in passato e fino a tutto il Medioevo per la costruzione di archi, e quest’usanza contribuì grandemente a decimare il numero di questi alberi, che un tempo erano molto più diffusi di oggi. E’ in legno di Tasso l’arco del celebre “Uomo venuto dal ghiaccio” o “Otzi”, la cui mummia venne trovata al confine tra Italia e Austria, sulle Alpi Venoste, vicino al ghiacciaio del Similaun, nel 1991.

Si tratta del corpo di un essere umano di sesso maschile risalente a un’epoca tra il 3300 e il 3100 a.C. (Età del Rame), conservatosi grazie alle particolari condizioni climatiche presenti all’interno del ghiacciaio. L’uomo è alto 1.55 m, con il corpo coperto da tatuaggi che sembrano percorrere la mappa dei meridiani della medicina tradizionale cinese. Il suo arco di Tasso misura invece 1.80 m.

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Oltre ad archi e lance, scavi archeologici condotti in siti di varie epoche (dall’Eta del Bronzo al Medioevo) hanno riportato alla luce talismani in legno di Tasso, alcuni dei quali recanti formule di protezione.

Cesare, nel Libro VI del De Bello Gallico racconta che Catuvolco, capo della tribù degli Eburoni (che significa “popolo del Tasso”), sfinito dagli anni e dalla guerra si tolse la vita con il veleno di Tasso.

Shakespeare nel Macbeth (atto terzo, scena prima) nel diabolico intruglio che le streghe stanno preparando fa mettere “…talee di Tasso/colte mentre le Luna è in eclisse…”; e sempre dal Tasso proviene il veleno che nell’Amleto Claudio versa nell’orecchio del re suo fratello per farlo morire.

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La runa norrena Eihwaz rappresenta il Tasso (soltanto un’altra runa è collegata così strettamente a un albero: Berkana, la Betulla). Ehiwaz ha forma di gancio, e rappresenta il passaggio tra un mondo e l’altro, il viaggio sciamanico, il collegamento fra le dimensioni dell’essere, e al tempo stesso l’inverno, la ferita inguaribile, la prova iniziatica.

Si tratta di una runa dal significato complesso, che ci parla di perseveranza e pazienza, rappresentando in un certo senso la discesa agli inferi (che non sono altro che il nostro lato oscuro) e l’incontro con le avversità. Solo imparando a trasformare le difficoltà in qualcosa di positivo, trovando nuove soluzioni a problemi vecchi, potremo infatti riuscire a integrare il nostro lato oscuro, attraversano il gelido inverno e tornando alla luce completamente rinnovati e al tempo stesso nutriti dalla stessa antichissima radice.

Nel suo libro Arboreto salvatico, Mario Rigoni Stern racconta di una costa scoscesa, alta sopra il mare di Liguria, ove un suo amico un giorno, andando alla ricerca di fossili, ha scoperto tra le cavità di una roccia un minuscolo bosco di una trentina di Tassi che vivono con qualche goccia d’acqua su pochissima terra e non raggiungono l’altezza di quaranta centimetri ma i cui tronchi, esaminati, hanno dimostrato di avere centocinquanta anni!

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Il Tasso è da sempre associato all’Inverno e in particolare al periodo del Solstizio: il momento più scuro dell’anno, in cui la Natura sembra morta e il Sole piccolo e debole. La forza e la resilienza del Tasso, albero amante dell’ombra e dell’oscurità, da sempre visto come custode dei morti, ci forniscono una lezione preziosissima su come affrontare il nostro buio; le sue bacche rosse nutrono gli uccelli e occhieggiano dai rami verde scuro segnalando l’energia di fuoco distillata dall’albero come una promessa di rinascita.

Il Tasso rappresenta il momento più buio dell’anno, il periodo più oscuro della nostra vita, il nostro lato ombra. Tutto ciò che crediamo di non poter accettare, tutto ciò che condanniamo e che ci avvelena dentro. Il Tasso rappresenta innanzitutto la paura di morire, madre di tutte le nostre paure, e al tempo stesso rappresenta l’antidoto definitivo alla morte.

Fitoterapia:

Governato dall’energia di Saturno, il Tasso è conosciuto per la sua tossicità. I principi tossici sono localizzati principalmente nei semi e sono costituiti da alcaloidi: la taxina e, in tracce, l’efedrina.

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E quale proprietà potrebbe essere più appropriata, per un albero della morte in molti sensi, che la capacità di combattere il cancro, impedendo alle cellule tumorali di riprodursi? Il Tasso ci aiuta ad attraversare i momenti più oscuri della vita, affrontando i mostri. Ci insegna che non esiste nulla a cui non si possa sopravvivere, cambiando forma, rinnovandosi. Se il tuo Io è malato, dai vita a un altro Io. Questo ci dice il Tasso. Ci dice che è possibile, su una radice antica, continuare a rinascere.

Negli ultimi anni la ricerca è riuscita a isolare dalla corteccia del fusto del Taxus brevifolia Nutt. alcuni diterpeni, tra cui il taxolo, che ha dimostrato di possedere un’elevata attività antimitotica. Il taxolo si è dimostrato utile contro un ampio spettro di malattie tumorali umane (leucemia, melanoma, cancro mammario, ovarico e polmonare). Questo composto a base di taxolo, conosciuto come paclitaxel, ha dimostrato di contribuire significativamente nella terapia del carcinoma ovarico epiteliale.

Attualmente però, sia per ragioni ecologiche (ridottissima quantità di taxolo presente nella corteccia = elevata quantità di alberi da abbattere), sia per problemi tossicologici (reazioni di ipersensibilità al prodotto, ulcerazioni del tubo digerente,…), si è riusciti a sintetizzare il principio attivo partendo da un suo precursore naturale estraibile dalle foglie rinnovabili di Taxus baccata: il docetaxel. Questo derivato dimostra di essere particolarmente efficace nel trattamento del cancro mammario metastatizzato resistente alle antracicline.

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In caso di intossicazione da taxina, appaiono in una prima fase sintomi digestivi (vomito e diarrea), sintomi nervosi (tremori, alterazioni della vista, midriasi, vertigini) ed ecchimosi; compare quindi eccitazione seguita da depressione, dispnea ingravescente, ipotensione e bradicardia, infine coma con segni convulsivi e collasso cardiovascolare (il tutto in 30 minuti dall’inizio delle manifestazioni).

L’energia del Tasso:

L’energia del Tasso è sottile e non immediata da cogliere, o almeno così è stato per me. Come se si trattasse di un animale gigantesco che si muove lentissimamente, come una creatura connessa ad altre dimensioni dell’Essere, a un’altra forma di tempo, e che comunica con un linguaggio lontanissimo.

Ma una volta entrati in contatto, una volta connessi all’energia del Tasso, questa non ci lascerà più. Continuerà a lavorare con noi e in noi anche nei giorni a seguire, nelle settimane, come una voce che ci sussurra dentro il suo messaggio.

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Il Tasso ci parla di morte e rinascita in un modo unico e profondamente trasformante. La morte per quest’albero non è un fatto che accade in un preciso punto del tempo, ma un processo diffuso, prolungato, che pervade ogni aspetto della vita. Così in effetti è la morte per tutti, solo che noi tendiamo invece, come sempre, a suddividere tramite la mente razionale, confinando l’evento morte in un istante determinato.

La morte è la vita che si trasforma. Questo ci dice il Tasso, ma non solo. Il Tasso ci parla anche di un senso più ampio di intendere la morte, simbolico e psicologico. All’ombra dei Tassi, avvolti dalla sua energia venefica e indecifrabile, ci troviamo di fronte al nostro lato oscuro: quella parte buia di noi, l’inverno dei nostri cuori che abbiamo sempre scelto di evitare o ignorare o rifiutare.

Il nostro lato oscuro, tutto ciò che noi non possiamo accettare di noi stessi, il veleno che ci fa paura, è l’inferno spalancato dentro di noi. E ognuno di noi, prima o poi, durante il suo percorso di vita e di crescita si troverà a dover affrontare il suo viaggio agli inferi, alla scoperta della morte che regna nel suo Io.

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Inanna, dea sumera che affrontò la discesa nell’Ade

La discesa nell’Ade tanto sovente rappresentata nella mitologia e nella letteratura altro non è, su un piano metaforico, che una discesa dentro i lati oscuri del proprio Sé, alla scoperta degli archetipi rigettati, dimenticati, condannati. Scendiamo negli inferi per incontrare la nostra metà della mela, ovvero non qualcun altro ma esattamente noi stessi, quella parte di noi che ci manca per essere completi. Quando ci troviamo di fronte al nero specchio che il nostro lato oscuro ci pone di fronte, sta a noi scegliere cosa fare. Se scappare e continuare a vagare nel limbo, se spaccare lo specchio e distruggere così anche noi stessi, o se guardarci negli occhi, guardare negli occhi la nostra metà orribile (che è divenuta tale solo per mancanza di amore e accettazione) e riconoscerla come parte di noi. La luce non può esistere senza l’ombra. Perché continuiamo a dimenticarcene? Il lato oscuro è parte fondamentale di un essere completo, è la sua metà, è funzionale al suo benessere, è il corpo dell’iceberg sommerso, che permette alla punta di galleggiare.

Incontrare il proprio lato oscuro è un’esperienza profonda e difficile. E il Tasso ci offre ancora, con la sua energia nera e splendente, la chiave per comprendere come attraversare gli inferi. Come è possibile non morire mai se, in effetti, ogni giorno moriamo un po’? Il Tasso ci risponde, con voce sussurrata e roca, che la morte non esiste, almeno non così come la intendiamo noi. La morte è trasformazione. Noi temiamo la morte perché pensiamo di essere un Io individuale e ci identifichiamo con la nostra personalità singolare, che riteniamo unica. Il punto è proprio qui: noi siamo plurali. E a dircelo è proprio il lato oscuro, che ci mostra come al di sotto del pelo dell’acqua ci sia il regno del caos, popolato da migliaia di voci e forme possibili. Tutto questo siamo noi e anche di più. Noi siamo fatti della stessa sostanza di Akasha, il campo di informazioni cosmico ove è registrato ogni evento, ogni cellula, ogni frequenza dall’inizio dei tempi, se mai vi fu un inizio. Nelle nostre cellule è contenuta una capacità di rinnovamento che va oltre i limiti della nostra immaginazione.

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Quando ci troviamo a confronto con il nostro lato oscuro dobbiamo abbracciarlo, anche se ciò ci disgusta, perché sarà proprio lui a innescare il processo di trasformazione che ci farà rinascere. Lasciamo crescere più parti di noi, sviluppiamo i getti più giovani, e piano piano alleggeriamo il nostro cuore, fino a che dentro saremo cavi, vuoti come il tronco di un Tasso millenario, aperto al vento, alla luce, cassa armonica per la sinfonia delle stelle.

Radici antiche, fusti sempre nuovi, un Io plurale eternamente giovane e la consuetudine al veleno, che ci protegge e combatte la morte a sua volta. Soltanto divenendo come il Tasso, provando a sintonizzarci sull’enormità della sua percezione del tempo, potremo giungere a immaginare come deve essere la vita di Gaia, la biosfera, quell’enorme animale che da miliardi di anni vive in simbiosi con il pianeta Terra. Quell’animale di cui noi stessi facciamo parte, come estreme propaggini sensoriali e cognitive, collaborando insieme al resto dell’organismo all’evoluzione della coscienza planetaria.

Il Tasso è un albero di grande saggezza e comprensione. La sua è un’energia difficile. Non per niente le rune norrene associano Eiwhaz al viaggio sciamanico, al passaggio tra le diverse dimensioni e alla ferita primordiale, ovvero quella ferita che ogni vero sciamano reca nel corpo o nell’anima, una ferita inguaribile che causa dolore ma al tempo stesso costituisce un’apertura, un ingresso magico alla coscienza cosmica.

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Non siamo noi a scegliere il Tasso, è lui a scegliere noi. A un certo punto della nostra vita lo incontreremo e da quel momento in avanti nulla sarà più lo stesso. Per fortuna. Tutto assumerà una profondità che prima non sospettavamo, anche grazie al dolore e all’ombra che invaderà i nostri occhi. Quando ci troveremo in quel luogo, potremo chiedere aiuto al Tasso e ispirarci al suo messaggio: nulla muore, tutto si trasforma, il lato oscuro è la parte più viva della vita, la morte è una terra misteriosa, un’avventura che ci conduce a una nuova vita, in una nuova forma. Finché non accetteremo questo, non potremo andare avanti e gli stessi errori, lo stesso percorso continuerà a riproporsi sempre. Il lato oscuro è la via obbligata alla luce.

Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gaio Giulio Cesare, Le Guerre in Gallia – De Bello Gallico, Mondadori, Milano 1992

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Shakespeare W., Amleto, Garzanti, Milano 1993

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Faggio: Bastare a Se stessi e Proteggere il proprio Spazio

Nome: Fagus sylvatica L., famiglia della Fagaceae

L’etimologia del nome deriva probabilmente dal greco phagein, che significa “mangiare”, in quanto il Faggio, così come la Quercia e la castagna, appartenenti alla stessa famiglia, fu in passato fonte importantissima di cibo sia per gli uomini che per gli animali, grazie alle sue foglie edibili ma soprattutto ai suoi frutti, le faggine o faggiole, commestibili crude o abbrustolite oppure trasformabili in olio tramite spremitura.

C’è però chi sostiene (Angelini) che il nome derivi dal celtico fog, cioè “fuoco”, a indicare la natura di “fuoco fattosi materia” di quest’albero, comparso sulla Terra in epoca terziaria, quando si è verificato il raffreddamento del pianeta e il fuoco in superficie si è solidificato.

L’epiteto specifico sylvatica indica invece la sua natura boschiva, sottolineando la tendenza a formare boschi, solitamente puri, dove l’ombra prodotta dall’alto fogliame scoraggia la crescita di quasi qualunque altra pianta.

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Botanica:

Il Faggio è un albero deciduo, dal portamento maestoso, che può raggiungere i 40 metri di altezza e i 500 anni d’età. Il suo apparato radicale, inizialmente fittonante, in seguito si espande, formando una rete di numerose radici secondarie ben approfondite e in simbiosi con funghi che facilitano il recupero di sostanze nutrienti dal terreno. La sua corteccia è liscia, grigio-argentea, lucida, lenticellata sui rami e molto sottile: incidendola è molto facile infatti lesionare il cambio, che si trova subito al di sotto e che contiene i vasi in cui scorre la linfa dell’albero e le cellule che ne garantiscono la crescita. Per questa ragione, nonostante la tentazione di incidere messaggi sul bellissimo tronco dei Faggi sia forte (e spesso su questi alberi si vedono cuori con frecce e nomi di innamorati), sarebbe meglio evitare, poiché è alto il rischio di raggiungere il cambio e così ferire, anche mortalmente, l’albero.

La sua corteccia chiara e liscia inoltre rende il Faggio molto sensibile alla luce. Quest’albero amante dell’ombra infatti, se esposto improvvisamente alla luce del sole per esempio a causa di disboscamento, viene gravemente danneggiato, bruciandosi.

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Il Faggio ama l’ombra e il suoli umidi ma ben drenati. Rifugge i climi troppo secchi così come quelli eccessivamente piovosi, trovando la sua fascia climatiche ideale nelle foreste dell’Europa centrale, a circa 600 metri di altitudine. Una volta che si stabilisce nel suo territorio d’elezione, questa pianta esigente tende a colonizzarlo, formando di preferenza boschi puri. I rami crescono in alto, formando angoli acuti rispetto al tronco, e si ricoprono di fitte foglie sensibilissime alla luce, di colore verde chiaro appena nate e poi più intenso, ovali, semplici e alterne, lunghe dai cinque ai dieci centimetri e con l’apice a volte acuto, altre ottuso. Se anziché in un bosco il Faggio cresce isolato, sviluppa rami anche nelle parti più basse del tronco, ricoperti da un fogliame fitto che lo protegge dalla luce e che forma una chioma tondeggiante.

Trovandosi in un bosco di Faggi, si ha l’impressione di essere all’interno di una cattedrale, e infatti alcuni hanno ipotizzato che l’ispirazione per la forma delle cattedrali gotiche l’uomo l’abbia presa proprio da tali foreste. I rami alti e frondosi filtrano la luce del Sole impedendo a molti dei suoi raggi di raggiungere il suolo, ricoperto in ogni stagione da un tappeto di foglie che si decompongono lentamente contribuendo alla formazione dell’humus, il suolo nuovo, scuro e vivo, profumato di Terra. Se ne ha occasione, il Faggio crea i suoi boschi e li mantiene, scoraggiando, una volta che si è formato, la crescita di altre specie, a eccezione di quelle amanti dell’ombra come il Tasso o l’Agrifoglio. In un bosco di Faggi si respira un’atmosfera ordinata, raccolta, di pace e magia silenziosa. I suoi tronchi, luminosi e puliti, su cui a volte compaiono “occhi” disegnati da poche rughe della corteccia, si stagliano come giganti signore assorte che osservano quietamente gli eventuali ospiti avventurarsi tra loro, accogliendoli sul tappeto di foglie che invita a sdraiarsi, circondandoli con la danza dei dei raggi di Sole che giocano con il verde del fogliame.

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I fiori maschili e quelli femminili crescono sulle stesse piante. I fiori maschili formano amenti lunghi fino a 2 cm, mentre quelli femminili si raggruppano a coppie e danno origine ai frutti: cupole legnose ricoperte da aculei erbacei ricurvi che, giunti a maturità, si aprono in quattro valve liberando due noci rossastre, chiamate faggiole o faggine. I frutti del Faggio sono un’importante fonte di cibo per numerosi animali del bosco, come i cinghiali, i cervi, gli scoiattoli, i tassi, i tordi, i merli e molti altri. Il Faggio fiorisce in aprile.

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Le sue gemme sono lunghe e appuntite, bruno rossastre, dalla tipica forma di lancia. Qualcuno le ha paragonate a dita accusatorie, ma a me paiono più che altro simili a spine o ad antenne che si allungano nell’atmosfera curiose e sottili.

Tipico del Faggio, una volta che ha formato il suo bosco, è nutrire il terreno, formando humus per arricchirlo, rinforzarlo, mantenendolo al tempo stesso drenato e ventilato. Quest’albero infatti ama i terreni freschi, profondi e ben drenati, e cerca di mantenerli sempre così grazie alle sue radici sviluppate e alla simbiosi con i funghi. E’ come se il Faggio, pianta esigente e principesca che per crescere necessita di condizioni specifiche, amasse la sua casa al punto da proteggerla sempre, creando una sinfonia armoniosa tra le foglie che si muovono seguendo il ritmo del Sole, le forme eleganti dei tronchi e dei rami che si allungano verso il cielo e le radici espanse, laboriose, socievoli, che a volte crescono anche sulla superficie del terreno, avvolgendo massi o zolle di terra, simili a serpenti di roccia o a creature leggendarie.

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I suoi bisogni specifici sono probabilmente la ragione per cui, dopo la glaciazione, il ritorno del Faggio è stato uno dei più lenti. Si è diffuso più grazie all’uomo negli ultimi due millenni che per conto proprio nei precedenti sei.

E’ facile per i meno esperti confondere il Faggio con altri alberi quali il Bagolaro (Celtis australis) e il Carpino (Carpinus betulus), che però, a ben guardare, nonostante alcune somiglianze nella corteccia e nella forma delle foglie, sono diversi sia nei frutti che nel portamento, nelle gemme e nei fiori.

Mitologia e storia:

Albero governato dall’energia del pianeta Saturno, il Faggio esprime con tutto se stesso le caratteristiche simboleggiate da questo pianeta, connesso all’archetipo del Grande Vecchio e del Regolatore. Esso porta lo Spirito all’interno della Materia. Il Faggio, nella sua composta e ritmica eleganza, ci mostra come sia possibile creare una perfetta sintonia tra le varie dimensioni, condensando la danza sottile dell’energia all’interno di una forma definita, funzionale e bellissima.

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La sua corteccia liscia e leggera fu uno dei primi supporti utilizzati in Europa per la scrittura, e infatti il nome tedesco del Faggio, Buche, ha la stessa etimologia di Buch, che significa libro. E’ pertanto un albero legato alla saggezza e alla tradizione, alla conservazione della memoria.

Tacito racconta che i popoli germanici usavano lanciare bastoncini di Faggio incisi con Rune su un telo bianco affinché i sacerdoti, osservando la disposizione in cui i bastoncini ricadevano, potessero ottenere chiarezza sulle questioni poste.

Non esistono particolari miti o divinità legate a quest’albero, probabilmente anche per il fatto che non si tratta di un’essenza particolarmente longeva. Veniva però considerato con grande rispetto un tramite tra gli uomini e gli dèi, circondato da aura divina, e Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, e che le coppe utilizzate per i sacrifici erano intagliate nel suo legno. Per i Celti esso era un albero simbolo di conoscenza, saggezza e lucidità, rappresentando anche le qualità di concentrazione e purezza necessarie ai druidi per poter entrare in contatto con l’altro mondo.

L’unione tra Spirito e Materia e tra uomo e Dio simboleggiata dal faggio si può trovare anche nel significato dei numeri presenti nei frutti: 2 semi di forma triangolare (3) sono uniti in 1 riccio composto da 4 valve. Nella numerologia, l’1 rappresenta l’assoluto, il principio divino; il 2 simboleggia la dualità, il 3 è il numero della conoscenza e del superamento della dualità e infine il 4 rappresenta la materia, costituita appunto dai quattro elementi.

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La foresta di Verzy, in Francia, era celebre per la presenza di alcuni Faggi mostruosi il cui tronco insieme con i rami più bassi formava ammassi confusi e contorti, probabilmente per via di malformazioni causate da una mutazione avvenuta in seguito alla caduta di un meteorite radioattivo nei primi secoli della nostra era. I Faggi “mostruosi” sono già citati in un cartulario dell’abbazia di Saint-Basle del VI secolo.

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Faggio nella foresta di Verzy

Il legno del Faggio è un legno che ben di adatta alle mani dell’uomo e infatti in passato è spesso stato utilizzato per costruire i manici degli attrezzi da lavoro. Per via del suo basso contenuto in tannini, invece, e dunque della sua scarsa resistenza alla decomposizione, non è indicato per la costruzione di mobili o case.

Fitoterapia:

La corteccia, il legno, le foglie e i semi del Faggio sono usati in medicina per le loro proprietà astringenti, antisettiche e disinfettanti. Il Faggio è una pianta rinfrescante: una preparazione fatta con la corteccia è un vecchio rimedio contro le febbre e stare sotto a un Faggio calma, rinfresca e stimola.

Un tempo la cenere di quest’albero  era utilizzata per produrre unguenti contro le infiammazioni della pelle di uomini e animali, così come per la preparazione di soluzioni saponose utili per pulire o lavare le superfici e la pelle.

Le foglie del Faggio sono commestibili e possono essere consumate fresche, in insalata o in minestre. I suoi frutti contengono il 50% di olio e sono stati utilizzati fin dall’antichità per il nutrimento di uomini e animali.

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Dalla distillazione del legno si ottiene il creosoto, una sostanza fungicida e insetticida che veniva utilizzata per curare funghi e altri problemi della pelle ma che, essendo piuttosto tossica per l’uomo e per l’ambiente, è oggi vietata. Già 200 anni fa però Hanemann, il padre dell’omeopatia, ne aveva notato gli effetti collaterali, trasformandolo in un importante rimedio omeopatico (Kreosotum).

In gemmoterapia, Fagus sylvatica, preparato con le gemme del Faggio, agisce sulle vie urinarie e sul sistema reticolo-endoteliale, ha notevoli proprietà antistaminiche, svolge un’azione diuretica, aumenta le gammaglobuline e riequilibra l’assetto lipidico, rivelandosi utile nella prevenzione e nel trattamento di sindromi allergiche, ipogammaglobulinemie, sovrappeso, cellulite e ritenzione idrica.

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In floriterapia, i fiori del Faggio costituiscono la base dell’importante essenza floreale Beech, rimedio che aiuta le persone ipercritiche ed esigenti, che tendono a isolarsi, a tenere un atteggiamento di superiorità come barriera difensiva, sentendosi incomprese e deluse dal mondo. Beech risveglia in queste persone la virtù della tolleranza e dell’accettazione, permettendo loro di mettere la loro grande lucidità, sensibilità e capacità di osservazione al servizio attivo di se stesse e degli altri.

L’energia del Faggio:

Il Faggio non comunica in maniera diretta e per ascoltare il suo messaggio occorre sintonizzarsi delicatamente con lui e restare in ascolto con ogni cellula del proprio corpo. Si sentirà allora diffondersi lungo la pelle, nelle vene e attraverso i canali energetici una sensazione sottile di benessere e completezza, che non solo pervade il nostro corpo ma permea tutta l’atmosfera del bosco che ci circonda, unificando il campo aurico e armonizzando le nostre frequenze. Stando seduti in meditazione in una faggeta, o sdraiati sul tappeto di foglie contemplando i rami più alti che si sfiorano, s’intrecciano e giocano con la luce, si entra dolcemente a far parte del bosco e così scompare l’illusione di essere separati. Ogni pensiero si placa, l’ansia svanisce e il Faggio ci trasmette la sua energia, mostrandoci con perfetta semplicità come bastare a noi stessi. Siamo calmi ora, siamo connessi. Non ci manca niente. Stare in una faggeta è come stare materialmente seduti nel centro del Cosmo.

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L’energia del Faggio avvolge e penetra i nostri corpi e ci parla di autonomia, di solitudine, libertà e protezione. Ci insegna che a ognuno è possibile bastare a se stesso, poiché ogni cosa è connessa e noi non abbiamo in realtà bisogno di nient’altro che di trovare il nostro Centro, ascoltare la nostra vera Voce, che è la Voce del Centro del Cosmo. Il Faggio ci insegna la forza e la severità necessarie a delineare il nostro spazio sacro, proteggendolo dalle influenze negative. Ci mostra come diventare bosco, nutrendo il terreno che ci nutre e intrecciando le nostre radici con quelle dei nostri simili, facendoci sostenere in questo dai funghi, che in natura sono simbolo della coscienza cosmica che tutto connette. Ci insegna anche a non svalutare le nostre esigenze, ma a cercare con costanza e pazienza l’ambiente giusto per poter prosperare. Ci insegna l’autostima, e che nessuno rispetterà noi e i nostri bisogni se non lo facciamo noi stessi per primi.

Dal Faggio possiamo imparare a creare un nostro spazio sacro (sia interiore che esteriore), meraviglioso come una cattedrale il cui dio siamo noi stessi, identificati con la Natura. Ci dice che non siamo mai soli, anche quando siamo soli. Ci parla della solitudine come strumento di conoscenza e di libertà, che ha bisogno di protezione e di quella disciplina armoniosa che vediamo in atto ovunque nella Natura: nel ricorrere continuo di ritmi e di reti energetiche che costituiscono la sostanza stessa della Vita.

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L’energia pulita e chiara del Faggio ci può aiutare a riconnetterci al nostro Centro e a pensare con lucidità e saggezza, sbrogliando la matassa inutile di condizionamenti e catene che provengono dalla programmazione inconscia a cui siamo stati sottoposti fin dalla nascita.

Quest’albero simbolo di libertà consapevole ci mostra quanto nutrimento e quanta ricchezza possono originare dalla solitudine, se quest’ultima è in armonia con il ciclo della Vita. Imparando a stare soli con noi stessi e proteggendo il nostro spazio sacro possiamo formare enormi boschi meravigliosi, possiamo espanderci e crescere, moltiplicarci, diventare giganti pur mantenendo pelli-cortecce sottili, lisce e luminose.

Non bisogna fraintendere l’atteggiamento di apparente chiusura del Faggio come una fuga dalla realtà, o come snobismo. Bisogna invece apprendere da esso l’indipendenza e la forza dell’autoconsapevolezza e dell’autodisciplina. Proteggere il nostro spazio sacro ed essere capaci di bastare a noi stessi ci permette infatti di conservare la nostra sensibilità alla Luce.

“Divieni la tua opera d’arte” ci dice la saggia voce del Faggio, “Trasformati in ciò che sei veramente. Esigi con dolcezza tutta la Bellezza che ti meriti. Non temere, hai la forza di mille radici che ti nutre e le tue foglie tenere si alimentano dell’energia del Sole. Non ti manca nulla. Abbi pazienza, coltiva i tuoi talenti, non svenderti, non concederti a compagnie inappropriate. Abbi il coraggio di scegliere la solitudine, se necessario, e impara ad amarla. La solitudine ti insegna la libertà.  Ci vogliono cent’anni per costruire una cattedrale ma, una volta finita, sarà facile intuire che non poteva essere altrimenti e che ne è valsa la pena fino all’ultimo secondo, fino all’ultimo centimetro, fino all’ultima radice, foglia, micelio di fungo. E nella tua cattedrale gli occhi della Dea, i tuoi occhi, ti osserveranno quieti, dandoti l’unica risposta possibile.”

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Il Castagno: la Luce dal Profondo

Nome: Castanea sativa Mill. (oppure Castanea vesca Gaertn.), famiglia delle Fagaceae.

Il nome latino Castanea, identico in greco, deriva da Castanis, una città del Ponto, in Asia Minore, da cui si pensava che provenisse la pianta.

Botanica:

Il Castagno è un albero deciduo, probabilmente proveniente dall’Iran o dall’Asia Minore, che cresce nell’area del Mediterraneo, nei boschi mesofili tra i 500 e i 1200 metri di altitudine, tra la fascia degli Ulivi e quella dei Faggi. Può formare boschi puri o vivere in compagnia di altre latifoglie, sopporta abbastanza bene il freddo ma teme le gelate tardive. E’ un albero longevo, che nelle condizioni ideali può anche superare i mille anni. La sua chioma è ampia e rotondeggiante, e il tronco tende a svilupparsi al massimo fino a 35/40 metri in altezza, ma diventa molto robusto. Se viene tagliato, il Castagno butta numerosi polloni, che crescendo vicini possono anche arrivare a fondersi in un unico, nuovo tronco. Il suo apparato radicale è espanso e resistente, si insinua nel suolo in larghezza e profondità. La corteccia degli esemplari più giovani presenta lenticelle (fessure a forma di occhio che permettono gli scambi gassosi con l’esterno) ed è solcata da rughe longitudinali che, negli alberi più maturi, si dispongono a formare spirali antiorarie.

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Le gemme sono ovoidali, glabre e di colore rossastro. Le foglie, semplici e alterne, hanno forma allungata di lancia e possono raggiungere una lunghezza di 25 cm e una larghezza anche di 8 cm. Sono dentate in corrispondenza delle nervature, ricoperte da peluria quando giovani e poi glabre, con ghiandole giallastre sulla pagina inferiore e un picciolo breve. I fiori maschili e femminili crescono sulle stesse piante, ma tra i fiori di una stessa pianta non può avvenire la fecondazione. I fiori maschili sono amenti giallo-verdastri che si sviluppano ritti verso il cielo, mentre i fiori femminili sono piccole infiorescenze che nascono alla base dei fiori maschili e da cui si formerà il frutto: una noce (castagna) racchiusa in una cupola spinosa. In ogni cupola (o riccio) sono generalmente contenute da 1 a 3 castagne e quando giunge a maturità la cupola si apre spontaneamente in quattro valve, liberando i frutti. Il Castagno fiorisce a primavera inoltrata e i suoi fiori vengono  bottinati dalle api, nonostante l’impollinazione di quest’albero sia prevalentemente anemogama: il Castagno dona volentieri il suo polline agli insetti, che ne fanno un miele particolare, leggermente amaro e dal profumo intenso. I semi del castagno germogliano molto facilmente, indicando la grande vitalità dell’albero, il suo desiderio di vivere.

Per crescere rigoglioso il Castagno necessita di un suolo profondo e ricco di humus, tendente all’acido, poco calcareo: questa pianta infatti è calcifuga, ovvero mal sopporta la presenza di calcio nel terreno, prediligendo il fosforo e il silicio. Questa caratteristica già ci dice qualcosa sull’energia del Castagno: il calcio è un elemento che struttura e dà forza al materico, mentre fosforo (dal greco phosphoros: portatore di luce) e silicio sono figli della Luce, Luce della Terra.

Un altro genere di suolo che il Castagno ama è quello di origine vulcanica (di nuovo: fuoco della Terra, luce dal profondo).

Il Castagno è molto sensibile ad alcune malattie, che negli ultimi decenni ne hanno decimato i boschi (cancro corticale, mal dell’inchiostro, gli insetti che ne mangiano le foglie quali il balanino delle castagne, la tignola, la carpocapsa e il bombice dispari). Inoltre, dal 2002 è presente in Italia un insetto originario dell’Estremo Oriente, il cinipide galligeno del Castagno (Dryocosmus kuriphilus), che sta danneggiando pesantemente la popolazione di Castagni europea.

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Il cinipide punge le gemme e deposita le uova provocando la formazione di galle, cioè ingrossamenti di varie forme e dimensioni da cui poi, l’anno successivo, sfarfalleranno i nuovi insetti adulti. Questo interferisce con il ciclo vitale dei Castagni, spesso impedendone la fioritura o la fruttificazione, e sottraendo linfa ed energia vitale.

Mitologia e storia:

Non sembra che esistano miti riguardo al Castagno, o almeno io non sono riuscita a reperirne.

Quest’albero grandissimo e umile che da tantissimi secoli vive a fianco dell’uomo sembra non avere leggende che lo ritraggono, come se anche l’immaginario popolare l’avesse tralasciato… Vedremo più avanti che questa caratteristica ci dice molto sull’energia e il messaggio del Castagno.

Il Castagno era noto fin dall’antichità e fu portato in Europa dall’Asia Minore dai Greci, che diedero il via alla sua diffusione in tutto l’areale mediterraneo e anche più a nord, fino in Inghilterra (dove però quest’albero ha una stagione vegetativa molto breve e non vive più di 500 anni).

Fino a dopo il Medioevo, costituiva un’importante fonte di cibo (i suoi frutti ricchi di amido erano alla base dell’alimentazione di gran parte della popolazione) e di legname (i suoi tronchi duri alla decomposizione costituiscono un ottimo materiale per fondamenta e costruzioni).

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A dispetto dell’importanza sociale ricoperta però, Plinio lo svaluta. Parlando della castagne scrive: “Esse sono protette da una cupola irta di spine, ed è veramente strano che siano di così scarso valore dei frutti che la natura ha con così tanto zelo occultato. (…) Sono più buone da mangiare se tostate; vengono anche macinate e costituiscono una sorta di surrogato del pane durante il digiuno delle donne (qui probabilmente Plinio fa riferimento ai culti femminili di Cibele, Cerere e Iside, in cui era proibito l’uso di cereali, sostituiti con pane di castagne)”. (Gaio Plinio Secondo, Naturalis Historia)

Evidentemente, a Plinio sfuggiva qualcosa.

A partire dal Rinascimento, in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e lo sviluppo crescente della cerealicoltura, il Castagno come fonte di cibo e legname iniziò a perdere importanza e gli uomini smisero di prendersi cura dei suoi boschi. La crisi della castanicoltura (a cui concorsero molteplici cause tra cui il cambiamento delle abitudini alimentari, l’introduzione di nuovi materiali quali il metallo e l’interesse verso altre essenze forestali da legno) continuò fino alla fine dell’Ottocento, quando ebbe inizio il suo vero e proprio declino, dovuto alle decimazioni causate dalle malattie che iniziavano a diffondersi (cancro del castagno e mal dell’inchiostro in primis).

Nonostante questa triste storia di abbandono e conseguente fragilità, il Castagno continua a vivere accanto alle comunità umane, offrendo al giungere di ogni autunno i suoi dolcissimi frutti.

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Oltre a costituire una fonte di nutrimento essenziale per i vivi, le castagne fin dall’antichità sono sempre state considerate anche cibo per i morti. In alcune zone della Francia e dell’Italia era (e da qualche parte ancora è) in uso consumare castagne nel giorno di Ognissanti, in corrispondenza a Samhain, la festività celtica legata dall’apertura dei confini tra i mondi e all’inizio del nuovo anno lunare. Nella tradizione popolare le castagne costituiscono il pasto rituale della veglia del giorno dei morti, e in certe case si lasciano le castagne sul tavolo, come omaggio ai defunti. Nella Vienne, in Francia, durante la notte che precedeva il 31 ci si riuniva nei castagneti per cuocervi le castagne.

Secondo Angelini, il Castagno è governato da Giove (funzione primaria) e da Venere (funzione secondaria) ed è legato alla fonte dell’Energia Ancestrale che secondo i Cinesi e gli Egizi esce dai reni, si dirige verso gli organi genitali e risale lungo il meridiano posteriore e anteriore fino alla sommità del cervello, per entrarvi e uscire di nuovo terminando nell’interno del labbro superiore e inferiore.

Uno degli alberi più famosi e vecchi d’Italia è il Castagno dei Cento Cavalli, che vive forse da più di tremila anni nel comune di Sant’Alfio, sulle pendici dell’Etna. Si narra che sotto i suoi rami trovarono rifugio durante un temporale Giovanna d’Aragona e i cento cavalieri che l’accompagnavano per una gita sul vulcano.

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Fitoterapia:

Le foglie del Castagno sono state utilizzate fin dall’antichità (da sole o in associazione ad altre piante quali l’Eucalipto e il Timo) nelle affezioni delle vie respiratorie in virtù delle loro proprietà espettoranti, sedative della tosse e batteriostatiche.

Le gemme agiscono sui vasi linfatici, con una funzione di drenaggio sulla circolazione linfatica degli arti inferiori, dove la stasi linfatica è responsabile di edemi e senso di pesantezza (il Castagno, come si nota dalle spirali ascendenti della sua corteccia e dalla direzione dei fiori maschili, hanno la capacità di far fluire l’energia dal basso verso l’alto, si nutrono della Luce che trovano incastonata del buio della Terra, incanalandola verso il Cielo).

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Il gemmoderivato Castanea vesca gemme associato a Sorbus domestica gemme è un ottimo rimedio per l’insufficienza venosa degli arti inferiori, mentre associato a Aesculus hippocastanum è efficace nel trattamento dell’eritema eczematoso degli arti inferiori. Insieme a Castanea vesca foglie, invece, è utile contro a cellulite (angiocapillarite sottocutanea) (Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia).

In floriterapia, con i fiori del Castagno si prepara tramite bollitura l’essenza Sweet Chestnut, un rimedio vibrazionale molto potente e di grande importanza, che ci parla di Luce nelle tenebre e che corre in aiuto di coloro che stanno attraversando “la notte oscura dell’anima” (San Giovanni della Croce definisce così il viaggio attraverso il buio e la disperazione che affrontano le anime durante il progresso della loro unione con il principio divino).

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La grande floriterapeuta Mechthild Scheffer scrive a proposito dell’essenza floreale: “Lo stato Sweet Chestnut è legato al principio della liberazione. Nello stato Sweet Chestnut negativo l’individuo arriva a convincersi che per lui non esiste alcuna speranza di aiuto.” (Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach)

L’essenza dei fiori di Castagno ci soccorre nell’ora della verità, durante il confronto estremo della personalità con se stessa, durante il suo ultimo tentativo di opporsi a un cambiamento interiore decisivo da cui sente, erroneamente, di doversi difendere. Questo stato è la notte senza la quale non può sorgere un nuovo giorno e Sweet Chestnut porta un barlume di Luce in tutto questo gran buio, risvegliando in noi la capacità di avere fiducia nonostante le avversità, permettendoci di attraversare la fasi dolorose di inevitabile trasformazione senza smarrirci o crollare del tutto. Nel momento in cui lasciamo andare anche l’ultima resistenza, quando sfiniti dalla lotta cediamo e ci abbandoniamo a ciò che ci appare come la fine di tutto, decidendo che non abbiamo più la forza di opporci al destino e che accetteremo ciò che dovrà succedere… Proprio in quel momento, qualunque cosa accada, avviene la magia: la trasformazione che così tanto temevamo può avere luogo, liberandoci finalmente dal nostro vecchio sé, dall’esistenza passata, dal dolore, rigenerandoci e facendoci rinascere alla Luce. Sweet Chestnut risveglia in noi l’intuizione di questa possibilità, facendo vibrare la nostra Luce dal profondo e donandoci fiducia nel fluire dell’Universo, sostenendo tutti i processi di grande dolore e trasformazione, accompagnandoci nel viaggio attraverso la Notte, la Morte, l’Aldilà, senza dimenticare che, alla fine del buio, sorgerà un nuovo Sole.

L’energia del Castagno:

Quella che si sente camminando in un bosco di Castagni è una sensazione particolare. Ci si sente circondati da un’attenzione silenziosa, accolti e abbracciati dalle fronde degli alberi, come se questi ci osservassero, desiderosi di conoscerci e un po’ emozionati. L’energia che circola è molto intensa e si sente un fervere di attività sottile e vibrante tutto intorno.

Il Castagno è un albero speciale. L’uomo lo ha portato in Europa dall’Asia interessato alla sua utilità e il Castagno, generosamente, si è adattato ai nuovi climi, formando boschi vicino agli abitati dove gli uomini potevano comodamente andare a raccogliere legna e nutrimento. Nonostante amasse climi più caldi, ha accettato di crescere in Europa, fiorendo molto tardi e ogni anno quasi disperando di poter sbocciare in nuovi fiori. Eppure ha resistito, anzi la sua vitalità gli ha permesso di diffondersi, i suoi germogli attecchiscono con facilità e i suoi frutti cadono numerosi dai rami in ottobre, producendo quei tonfi secchi che sono per eccellenza il rumore dell’Autunno.

Ma l’uomo non ha mai avuto grande rispetto per quest’albero. Non lo ha onorato con miti e leggende, nonostante sia evidente che i suoi boschi pullulano di gnomi, fate e folletti. Non appena ha avuto un’alternativa, ha abbandonato i castagneti a se stessi, sostituendo i loro doni con prodotti considerati più efficienti o più facili da utilizzare, recandosi fra i loro tronchi amichevoli soltanto nelle domeniche di ottobre, per depredarli delle castagne, raccogliendo frettolosamente i frutti tra il fogliame caduto che ricopre il suolo di mille sfumature di colori caldi.

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E’ come se ogni autunno i Castagni preparassero per la maturazione dei loro frutti una grande festa colorata, cercando di risollevarsi dalla tristezza dell’abbandono, e quasi nessuno ci facesse caso. Le famiglie di umani, nelle domeniche di ottobre, si addentrano nei boschi schiamazzando allegre con i cesti in mano, raccolgono più castagne che possono (sempre meno, viste le malattie che hanno decimato la produzione) e poi se ne vanno a pranzare in qualche ristorante senza ringraziare i loro ospiti arborei. I Castagni nel pomeriggio di queste domeniche rimangono di nuovo soli, depredati e immersi nel silenzio. Nessuno si è accorto di loro, per l’ennesima volta li hanno solamente usati.

Questa storia triste accade continuamente nel mondo, non solo ai Castagni. Ma questi alberi sono particolarmente sensibili proprio perché amano molto l’uomo, così come amano tutte le creature. L’abbandono li rende esposti alle malattie e la loro vita si fa ancora più cupa, giungere a frutto diventa ancora più difficile.

I Castagni sono alberi ospitali, amichevoli, generosi. Hanno chiome frondose e tronchi possenti anche se a volte pare che si sfaldino. Ma soprattutto, hanno la capacità di connettersi con la Luce contenuta nella viscere della Terra e di lasciare che questa li attraversi, sotto forma di energia, liberandola nell’atmosfera. Il Castagno ha qualcosa che lo rende una creatura ultraterrena, che cerca ovunque la Luce e che di Luce è fatta. Non desidera il calcio (che è materico e dà struttura) ma fosforo e silicio, il suo tronco è avvolto da spirali, i suoi fiori si sporgono verso il sole, le api (esseri intimamente legati all’elemento Fuoco) amano il suo nettare e i suoi frutti sono pieni di Fuoco… Il Castagno è un albero della Luce, un albero magico che riesce a sopravvivere in un mondo che non sa ascoltare il suo linguaggio. Il Castagno resiste, non perde la sua grandezza, è sempre amichevole e le forme di vita della Natura lo adorano: fra i suoi rami vivono moltissimi insetti, uccelli e piccoli mammiferi, oltre che numerosi esseri elementali.

Le sue mille voci ci mormorano segreti che provengono da altre dimensioni, memorie cosmiche, melodie antichissime.

In un bosco di Castagni ho incontrato uno gnomo. Almeno credo che fosse uno gnomo, perché non l’ho proprio visto. Per scorgere gli elementali occorre essere molto allenati, non avere barriere mentali a sbarrarci la percezione, ma in ogni caso vederli non è necessario. Basta sentirli.

Stavo in ascolto e avevo comunicato agli alberi la mia apertura a ricevere il loro messaggio. Era l’inizio dell’autunno, ancora le foglie erano verdi ma si respirava già un’aria diversa, già le prime castagne schioccavano giù dai rami sul terreno. D’un tratto, alle mie spalle ho percepito una presenza. Mi sono voltata e ho capito che di fronte a me, vicino a un tronco, c’era uno spirito del bosco. Era piccolo, proprio come immaginiamo sarebbe uno gnomo. Era arrabbiato. Mi ha detto soltanto “Lasciateci in pace!” e poi se n’è andato.

Sul momento ci rimasi male. Pensai “Ma come, io sono qua in ascolto e voi mi dite soltanto questo!”. Ma poi mi guardai intorno. Sentii l’enorme bontà, la Luce che filtrava dalle grandi creature che mi circondavano quasi abbracciandomi, offrendomi con semplicità tutto il loro Amore. Lo gnomo aveva espresso, a buon diritto, l’insofferenza del bosco e dei suoi abitanti verso l’uomo-rapace, che schiamazza e fa rumori molesti, che depreda oppure abbatte, che prende senza ringraziare, che non sa vedere, non sa ascoltare, che dimentica… Per lo gnomo io non ero altro che una di “quelli lì”, che fanno casino e portano distruzione. E aveva fatto molto bene a dirmi quello che mi aveva detto, perché così io avrei potuto ripeterlo ai miei compagni umani: “LASCIATELI IN PACE!”

I Castagni, loro, non avrebbero mai usato un tono del genere. Ma è ormai evidente che la disperazione (il polo negativo della Luce immensa di questi alberi) li sta fiaccando sempre più. Gli gnomi sono arrabbiati perché essi conoscono l’importanza dei Castagni e sono stufi di vedere le loro case depredate dall’uomo.

Le malattie li assediano e i Castagni faticano a reagire. L’uomo non ascolta il loro grido. Cosa desiderano i Castagni? Io non lo so. Non so neanche se fra le loro attività vi sia qualcosa come “desiderare”. So però che si meritano una mitologia, delle storie che li raccontino, attenzioni, cure e rispetto, ammirazione per la loro incomparabile bellezza e per la loro abbondanza, generosità, amicizia… Soprattutto, come ogni altro albero e creatura, meritano di essere ascoltati e amati. E anche noi, stupidi piccoli uomini che non sanno vedere, ci meriteremmo di imparare ad ascoltarli e ad amarli. La Luce che ancora risplende in essi rifulgerebbe allora come una cometa, colmando le nostre vite. Abbracciamo i Castagni, sentiamo la Luce che scorre attraverso i loro corpi. Lo scambio energetico che avviene quando abbracciamo un albero è terapeutico sia per noi che per loro. Abbracciamoli! Uniamo la nostra energia a quella dei Castagni, per attraversare la disperazione onorando la Luce dentro di noi.

Onore ai Castagni perché, per quanto dolore li assedi, sono sempre donatori di vita, esseri di Luce, grandi amici del piccolo uomo!

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Bibliografia:

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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