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Betulla: la Triplice Dea dei Nuovi Inizi

Nome: Betula pendula (o alba), famiglia delle Betulaceae.

Il nome latino è una forma vezzeggiativa del nome gaelico dell’albero: beith.

Il nome inglese invece, birch, così come il vichingo birk e l’antico alto tedesco birka derivano molto probabilmente dalla radice indoeuropea bher(e)g, da cui tra l’altro deriva anche il sanscrito bhurja, e che significa “brillare”, oppure “bianco, splendente”.

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Botanica: Tutte le Betulle provengono dall’emisfero nord della Terra. Il rimboschimento dopo l’era glaciale iniziò proprio dalle Betulle. Oggi la Betulla bianca cresce quasi in tutta Europa. Nelle radure forestali è lei ad avviare la successione ma n genere finisce per soccombere alla concorrenza di altre specie arboree. Solo su lande e aree isolate riesce ad affermarsi in modo duraturo. La sua altezza non supera quasi mai i 25 metri.  Ha una chioma leggera di foglie dalla forma di asso di carta da gioco (da romboidale a rotonda-triangolare) che compaiono molto presto in primavera (la Betulla e il Sambuco sono i primi a mettere le foglie). Contemporaneamente alle foglie, sui suoi rami flessuosi compaiono anche i fiori, su ogni albero sia maschili che femminili. Gli amenti maschili sono penduli e si sviluppano sui rami dell’anno precedente, mentre quelli femminili, rivolti verso l’alto, crescono sui rami dell’anno in corso. Il polline della Betulla (a cui non poche persone sono allergiche) è abbondante e polveroso e si diffonde facilmente tramite il vento.

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Dopo che il fiore femminile è stato impollinato, l’amento fruttifero giunto a maturazione si disgrega, liberando piccole noci fornite di due ali che possono raggiungere lunghe distanza con l’aiuto del vento, colonizzando velocemente vaste aree. Solo con il tempo, però, le Betulle creano dense foreste. I compagni preferiti sotto la loro chioma leggera sono i prati e in seguito, quando il terreno lo permette, come per esempio le Querce. Poiché non vive molto a lungo (80, 100 o al massimo 120 anni), e poiché molti germogli avvizziscono sotto l’albero madre, sempre nuovamente la Betulla lascia spazio ad altri alberi, dopo aver migliorato il terreno in loro favori tramite le sue foglie che già alla fine dell’estate ingialliscono e cadono al suolo facilmente, formando una coperta fertilizzante per la Terra; e grazie alle sue radici sottili e sensibili che arieggiano il terreno, scambiando energia e ospitando micorrize e altre creature del suolo.

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Il legno della Betulla è duttile e leggero ma al tempo stesso resistente: questo lo rende adatto alla costruzione di mobili, attrezzi sportivi come gli sci, ed eliche. Anche il fuoco che produce è molto utile, perché si accende con facilità, anche se fresco (per via della presenza abbondante di catrame nella corteccia) e può bruciare in campo aperto senza produrre scintille.

Oltre alla chioma ariosa di foglie singole e generalmente minute, quasi cuoriformi, che vibrano al vento, un’altra importante caratteristica distintiva della betulla è senza dubbio la sua corteccia magnifica, tipicamente bianca cartacea a strisce orizzontali, con squarci neri di forma diamantata (in altre varietà di Betulla si può trovare anche marrone o addirittura nera però), ricca di catrame che la rende buona da bruciare ma anche impermeabile. Per questo veniva impiegata dai Nativi Americani per la costruzione dei tetti delle loro abitazioni, le wigwam, o per la costruzione di canoe. Anche le popolazioni del Nord Europa ne facevano e ne fanno tutt’oggi uso per la coibentazione dei tetti delle abitazioni tradizionali.

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Il colore bianco della corteccia, che ricopre un il colore rosso che sta al di sotto, è dovuto a cristalli di betullina incolori, che riflettono la luce del sole insieme all’aria contenuta nelle cellule.

I suoi rami principali crescono in verticale, mentre quelli secondari sono penduli. Tutti i rami durante l’inverno acquistano una tonalità violacea e sono ricoperti di uno strato di cera viola che dà alla Betulla una grande resistenza al freddo e al brutto tempo.

Mentre il legno di Betulla marcisce piuttosto in fretta, la corteccia si può conservare molto più a lungo. Per questa ragione può capitare di trovare, nei boschi, cilindri di corteccia di Betulla svuotati del loro contenuto.

Essendo un albero pioniere, la Betulla riesce a colonizzare bene i terreni incolti o che sono stati devastati da incendi. Può crescere su terreni pietrosi, sabbiosi e brughiere acide. Il suo sistema di radici poco profonde indica che non si aspetta molto dal suolo. I pochi minerali di cui ha bisogno vengono elaborati dai funghi che spesso le fanno gradita compagnia.

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La Betulla è un albero con un alto grado di adattabilità, che ben sopporta terreni umidi (grazie al fatto che le sue radici, non andando in profondità, non soffrono di asfissia a causa dell’acqua), acidi, brulli, poveri. E’ molto fertile e produce molti semi che sparge grazie all’aiuto del vento. E’ una coraggiosa colonizzatrice di terre estreme, una portatrice di vita. L’unica cosa di cui non può fare a meno è la luce. La luce che dona il colore al suo tronco e che fa danzare le sue foglie. La Betulla non sopravvive infatti in contesti boschivi troppo bui, se altri alberi crescono troppo vicino a lei, soccombe. O meglio, i suoi semi volano altrove, alla ricerca di nuove lande da fecondare, nuove terre in cui aprirsi alla luce e riflettere la sua gioia tutt’intorno.

Tuttavia non sono rari i boschi di Betulle, in cui i tronchi aggraziati di questi alberi crescono uno di fianco all’altro come sorelle. Le cortecce bianche donano un aspetto fantasmagorico a questi boschi, un’atmosfera fatata. Non per niente la betulla viene anche chiamata la Signora Bianca e in Irlanda e nel Galles è spesso associata al mondo delle Fate o all’altro mondo, Tir na nOg.

Spesso infine, si trovano anche Betulle gemelle, cresciute a gruppi di due o, più di frequente, tre tronchi con base comune.

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Trovare tre Betulle “siamesi” ha sempre qualcosa di magico: la Betulla infatti è un albero strettamente legato al culto del femminile e della Grande Dea, soprattutto nella sua forma triplice: Bianca, Rossa e Nera. La corteccia della betulla presenta tutti e tre i colori della Dea e quindi incontrare tre Betulle gemelle indica chiaramente che si è in presenza di una manifestazione della Dea e che il luogo in cui ci si trova è sacro.

Mitologia e storia: La Betulla è considerata un albero sacro presso numerose civiltà dell’emisfero boreale ed è da sempre stata una compagna fidata e ispiratrice dell’uomo.

Da un lato è l’albero sciamanico per eccellenza presso varie tribù siberiane, come i Buriati e i Samoiedi Avam, protagonista dei rituali di iniziazione sacri e vista come una scala su cui arrampicarsi per entrare nell’Altromondo, il mondo dei Morti e degli Spiriti dove il corpo dell’aspirante sciamano sarebbe stato fatto a pezzi, cucinato e rimesso insieme in modo diverso, ora dotato di poteri di guarigione e di una sapienza misterica; segnato per sempre da una ferita inguaribile che lo separa dal resto dell’umanità ma al tempo stesso gli dona una seconda Vista, un secondo Udito, la capacità di comunicare con gli Spiriti, di viaggiare nel tempo  nello spazio, superando la morte per recuperare frammenti di anime andati perduti, schegge di conoscenza nascoste fra i mondi. Lo sciamano è una creatura a metà fra l’aldiqua e l’aldilà, fra la vita e la morte. Non è più un uomo normale ma è un mago, in grado di influenzare la Realtà con la sua mente, che ha superato il concetto di separazione, di limite, e pertanto può qualsiasi cosa, poiché è in intimo contatto con le forse della Natura, è un tutt’uno con esse e ne è profondamente consapevole.

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La Betulla è la madrina dei rituali iniziatici degli sciamani siberiani, che la considerano l’asse del mondo, nonostante non sia un albero di grandi dimensioni. Ma la Betulla è anche un albero-fantasma, un albero-spirito, permeata di luce e aria, bianca e ricoperta di occhi neri, stagliata sola in mezzo a campi di neve, riflettendo la luce con la sua corteccia che si squama come il corpo di un serpente e le sua foglie che tremano al minimo soffio di vento. E’ un albero di confine, la cui chioma che balugina controluce sotto i cieli del Nord può apparire come un occhio che si apre e si chiude, come una porta per un altra dimensione. E’ facile quindi comprendere come mai gli sciamani siberiani le identificano come una scala che conduce nell’Altromondo. Una volta in cime a una Betulla, si scompare nella Luce.

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Oltre a comparire nei rituali, la Betulla compare come albero magico anche in numerosi sogni iniziatici in cui il futuro sciamano, affetto da una malattia apparentemente incurabile e da febbre alta, viene trasportato in viaggi astrali durante i quali incontra gli Spiriti dell’aldilà che gli insegnano a curare.

Il legno di Betulla ha inoltre la caratteristica di modulare molto bene i toni alti con quelli bassi e per questa ragione viene spesso usato, fin dall’antichità, come legno per costruire tamburi.

Questa qualità di albero limitare, di confine tra i mondi, caratterizza la Betulla anche presso le culture di origine celtica, dove è considerata un albero delle fate, nei pressi del quali dimorano spiriti magici o spettri.

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Oltre ad essere l’albero degli sciamani, la betulla è però anche l’albero della Grande Dea, in moltissime culture associata al principio femminile, probabilmente per via della sua grazia e leggerezza, della sua grande fertilità, del suo coraggio e della sua forza, del suo amore per la luce.

E’ un albero consolatorio, generoso, dotato di un grande slancio vitale.

E’ l’albero di Freya, dea della fecondità e dell’amore presso la cultura norrena; di Venere presso i Romani; di Berchta, di Brigit, di Ostara, di Cerridwen; Sarasvati, dea hindu delle acque, viene spesso rappresentata seduta a gambe incrociate su un fiore di loto, con in una delle mani una corteccia di Betulla su cui sono scritti versi dei Veda.

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Infatti, la corteccia di Betulla, per via della facilità con cui si stacca dal tronco e della sua conservabilità, è stato uno dei più antichi supporti per la scrittura in Russia e nel nord dell’India. I più antichi reperti dei Veda che abbiamo sono scritti su corteccia di Betulla.

Durante Beltane, una delle quattro feste stagionali celtiche che si celebrava il 1 maggio di ogni anno, le coppie di amanti andavano a fare l’amore nei boschi di betulle.

Sempre durante la festa della Primavera oppure della Pentecoste, i giovani portavano ghirlande di Betulla alle ragazze che amavano.

La Runa Berkana deriva il suo nome dalla Betulla, la cui energia rappresenta. Berkana è il principio femminile di maternità ed eterna fluidità, di nascita e rinascita; è l’anima della Natura, il Nuovo Inizio, la concretizzazione.

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Beith è inoltre la prima lettera dell’alfabeto arboreo oghamico.

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Ma oltre ad essere simbolo di Amore, di fluidità e di rinascita, di forza palingenetica che riporta la vita sulle ceneri degli incendi, la Betulla è allo stesso tempo anche simbolo di vecchiaia e di morte. Il bianco della sua corteccia, che fa apparire il suo tronco come un fantasma, e il suo ruolo di guardiana del confine tra la vita e la morte, la rendono protettrice delle soglie, saggia megera dai capelli candidi che non teme la morte perché sa di essere immortale;  la Perchta, vecchia madre sapiente, che custodisce i segreti della femminilità e protegge donne e bambini.

A questo aspetto è legato il suo potere purificatore: il mese della Betulla inizia il 1 novembre, con Samhain, la festa stagionale che segna l’inizio dell’anno lunare, il capodanno celtico. A Samhain le porte fra i mondi si aprono ed è possibile incontrare spiriti guida e spettri. Inoltre, a Samhain (durante la prima luna nuova dopo il 1 novembre) la Terra viene investita da una grande energia di purificazione, preparandosi ad attraversare l’inverno.

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Scope di rami di Betulla (non strappati dagli alberi ma raccolti da terra con rispetto, chiedendo all’albero madre il permesso di poterli utilizzare) venivano usate e vengono usate tutt’oggi per spazzare il pavimento scacciando le energie negative, ripulendo e purificando l’aura del luogo.

Nella saune dell’Europa del nord si usa ancora frustare dorsi e gambe delle persone con rami di Betulla, per favorire la circolazione.

La linfa di Betulla, che si raccoglie a inizio primavera da fori praticati nel suo tronco, è un rimedio per drenare e per purificare il sangue.

Inoltre la Betulla è da sempre connessa alla Triplice Dea (presente in tutte le culture indoeuropee fin dal Neolitico), sia per via della sue spiccate qualità di albero femminile, sia per via dei tre colori della sua corteccia (bianco, rosso e nero, come i colori della Dea giovane, matura e vecchia), sia per via del fatto che spesso si possono trovare gruppi di tre Betulle cresciute dallo stesso ceppo, che segnano luoghi sacri e costituiscono portali magici.

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La sua corteccia che si squama come la pelle di un serpente richiama anch’essa l’idea di morte e rinascita, di trasformazione, di nuovo inizio (abbandonare la pelle vecchia, ritornare giovani…) e contribuisce anche ad associarla alle immagini della Dea Serpente neolitica.

E’ l’albero nazionale di Finlandia e Russia.

Dove c’è tanta luce, c’è anche tanta ombra. E il potere della Betulla è proprio quello di non soccombere al lato oscuro ma di continuare a danzare la danza della vita, con grazia e sapiente leggerezza. E’ una vecchia, una vecchissima che però sembra sempre giovane. E’ il rinnovamento continuo, il morire e disseminarsi, scivolando in bilico tra Buio e Luce, scintillando.

Fitoterapia:

La Betulla è governata dal pianeta Venere (sistema linfatico, gola, larigne, corde vocali, reni, surreni) e in seconda istanza da Saturno (di nuovo le sue due anime!) ed è connessa alle potenzialità del segno Bilancia, che calibra in sé gli opposti, ma agisce efficacemente su tutti i segni ed è quindi da considerare una pianta delle più utili, da sempre molto importante per le popolazioni delle zone artiche e temperate.

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E’ uno dei diuretici e diaforetici più efficaci (soprattutto le foglie), in quanto è un potente eliminatore dei cloruri, dell’urea e dell’acido urico. Si impiega nei casi di reumatismi gottosi, litiasi urinarie, coliti nefritiche, albuminuria e applicata localmente con lavande nel caso di affezioni delle vie urinarie. E’ la pianta principe dei ricambi cellulari di sodio e potassio. Le foglie fresche sono più attive e ciò fa supporre che l’olio essenziali rinforzi l’attività diuretica.

Inoltre, l’estratto fluido, acquoso e secco ottenuto dalle foglie ha anche attività antibiotica.

E’ largamente impiegata nel trattamento della cellulite, favorendo l’eliminazione di acido urico e colesterolo e di conseguenza l’eliminazione e la scomparsa dei noduli fibroconnettivali.

Infusi di foglie di Betulla si usano, esternamente, contro la caduta dei capelli, mentre con la corteccia si possono preparare pediluvi utili contro il sudore profuso dei piedi.

Influendo sulle surrenali, la Betulla è anche un debole stimolante sessuale, ed è ottima ed efficace anche nei casi di ipercolesterolemia.

La corteccia e il legno di Betulla danno per distillazione secca un catrame che viene utilizzato nella cura delle affezioni cutanee. L’olio essenziale ottenuto dal catrame di Betulla si una in pomata (8%) contro il reumatismo e può essere impiegato in prodotti per il massaggio sportivo.

In Gemmoterapia è da segnalare la Linfa di Betulla (conosciuta come Betula verrucosa linfa), che contiene due eterosidi i quali liberano per via enzimatica salicilato di metile ad attività analgesica, antinfiammatoria e diuretica. Nel trattamento dell’iperglicemia può essere considerata rimedio principe, in quanto la sua assunzione regolare per due o tre mesi ne permette la riduzione del 20-30%: si riesce così a ottenere una diminuzione non solo del rischio vascolare, ma anche articolare, sempre presente nell’uricemia. Per l’aumentata attività diuretica che determina, può anch’essa essere utilizzata nel trattamento delle litiasi urinarie.

L’indicazione principale per la linfa di Betulla è comunque quella riguardante il trattamento della cellulite, ove riduce l’impastamento e la componente dolorosa oltre a contrastare, grazie all’aumento della diuresi, la ritenzione idrica. Per queste peculiarità e per l’attività ipocolesterolemizzante, la linfa di Betulla rientra anche nei protocolli terapeutici per il trattamento del sovrappeso.

La linfa di Betulla viene raccolta con una tecnica particolare: all’inizio del mese di marzo, durante la montata di linfa primaverile, si praticano nelle Betulle adulte, che crescono in zone boschive, e di preferenza sulla parte del tronco esposta a sud, alcuni fori a circa un metro da terra, profondi da due a cinque centimetri, leggermente obliqui verso l’alto, nei quali si introduce un ubichino da cui la linfa defluisce nei recipienti posi a terra. La raccolta risulta più proficua quando le Betulle sono di media grandezza, crescono in luoghi elevati e l’inverno è stato rigido. Ricordiamoci, qualora volessimo tentare queste tecnica, di chiedere il permesso alla Betulla, di trattarla con rispetto e gentilezza ed esserle profondamente grati per il dono che ci sta facendo. Non abusiamo della sua generosità, tuteliamo al sua salute e integrità: la linfa è il suo sangue!

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In Gemmoterapia, oltre a Linfa di Betulla, si utilizzano anche altri gemmoderivati, tutti dalle magnifiche proprietà e preziosi per l’uomo. Eccone un breve elenco (Betula verrucosa Ehrart, Betula alba L. e Betula pendula Roth sono tre nomi differenti usati per indicare lo stesso albero):

Betula verrucosa gemme MGDH1: processi di natura infiammatoria o infettiva, disturbi della cresctia:

Betula verrucosa semi MGDH1: navrastenia da affaticamento intellettuale, depressione;

Betula pubescens amenti MGDH1: astenia sessuale, sovrappeso;

Betula pubescens gemme MGDH1: infezioni recidivanti delle vie aeree (azione immunostimolante), disturbi della crescita;

Betula pubescens radichette MGDH1: iperuricemia, ritenzione idrica, ipercolesterolemia.

Nel repertorio floreale alaskano c’è un’essenza che si ricava dai fiori di Betulla, in particolare quelli di Betula papyrifera, una specie di Betulla diffusa in Alaska, la cui corteccia tende a sfaldarsi in riccioli. Il rimedio, Paper Birch, è utile in tutte in quelle occasioni in cui ci sentiamo insicuri, non riusciamo a comprendere dove siamo sul nostro cammino, abbiamo difficoltà a prendere decisioni che incidono sul nostro cammino oppure quando non abbiamo sufficiente determinazione nel raggiungere in nostri obiettivi una volta che sono stati identificati e facciamo quello che gli altri vogliono che facciamo piuttosto che ciò che noi vogliamo fare.

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Paper Birch porta calma determinazione, salda consapevolezza dei propositi e una continuità di focalizzazione che viene da una connessione chiara e attiva con i livelli profondi del sé. Paper Birch rinnova la nostra prospettiva su ciò che stiamo facendo nella vita e introduce un’energia calmante, chiarificante e rilassante che ci aiuta a spostare l’obiettivo  dai pensieri caotici e dalle emozioni confuse alla pace e alla gioia che sono sempre presenti nel centro del nostro essere. Da questo luogo di consapevolezza siamo più capaci di prendere decisioni fondamentali nella nostra vita che supportino la verità di ciò che siamo.

Il messaggio di Paper Birch è “Sono attivamente connesso con i livelli più profondi del mio vero sé. Seguo il sentiero della mia vita con calma determinazione.”

L’energia della Betulla:

La Betulla è un albero che amo moltissimo. E’ uno spirito libero, l’incarnazione della libertà e della gioia di vivere. E’ coraggiosa, una pioniera, una vera e propria guerriera della luce la cui arma è però la leggerezza, la fluidità, la danza. E’ un’acrobata che percorre il confine fra Buio e Luce, è una Porta fra i Mondi che grazie alla sua profonda saggezza sa ridere, sdrammatizzare. La sua danza di gioia, la sua chioma che ondeggia nel vento, le sue foglie che cantano luce, i suoi rami flessuosi, il suo aspetto lieve di giovane ballerina non deve trarre in inganno: è proprio la sua grande sapienza, il suo conoscere i segreti per il passaggio tra le varie dimensioni, il suo vivere vicina al ricambio tra vita e morte, a renderla così “spensierata”. Come gli sciamani, che si dice ridano spesso, di quasi qualunque cosa: è perché conoscono la Realtà e sanno che non c’è nulla oltre la gioia. La gioia non è quindi segno di immaturità: chi danza davvero, come la Betulla, lo fa perché sa che non c’è nient’altro, oltre la danza.

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La danza della Betulla è la Danza della Vita, i suoi tronchi bianchi riempiono gli occhi di luce ma portano addosso anche squarci di nero, e sono proprio quegli squarci ad essere i loro occhi… Il bianco riflette la luce dell’aria, ma il nero assorbe, introietta. Nella Betulla troviamo il bianco, il nero e il rosso della Fertilità, una grande fiducia nella rigenerazione, nel mondo: la betulla sparge i suoi semi al vento, lasciando che questi, con il coraggio che deriva dalla gioia e la fiducia che nasce dalla forza e dalla saggezza, volino per il mondo e fecondino la Terra.

Dopo l’era glaciale, quando l’emisfero boreale non era che una landa umida e desolata, lunare, è stata lei, la Dama Bianca, a colonizzare i prati riempiendoli della sua luce, nutrendoli con la sua energia, trasformandoli in magnifici boschi.

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Quest’albero sottile, vicino al mondo degli spiriti, emana chiaramente due tipi di energia, che si fondono e confondono l’uno nell’altro: una è l’energia materna e accogliente, simpatica, della ragazza dei boschi. Incontrare durante le passeggiate i tronchi occhieggianti delle Betulle alleggerisce immediatamente l’animo, fa sentire accolti, a casa, tra le braccia delle proprie sorelle, allegre e al tempo stesso discrete. L’altra energia è quella fantasmagorica, spiritica, sempre richiamata dal colore bianco. Un bosco di Betulle, mentre sembra una famiglia di sorelle che accolgono, proprio al tempo stesso, contemporaneamente, sembra anche un bosco di fantasmi, di spiriti assiepati che osservano e proteggono la sacralità del luogo. Non spaventano, ma per un attimo fermano il cuore, facendoci riflettere sul fatto che l’Altromondo è molto più vicino di quanto siamo soliti credere, è proprio qui di fianco a noi, anzi, in mezzo a noi: pervade il nostro mondo, ci siamo dentro in questo preciso momento…

La Betulla è legata sia a Beltane, festa della primavera, che a Samhain, festa di purificazione, capodanno delle Streghe, cuore dell’inverno.

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E’ la grande Madre, la Sorella e la Vecchia Saggia.

Il suo aspetto muta, in alcuni momenti è un’anziana signora dai capelli candidi, in altri una giovane che danza con la chioma luminosa sciolta nel vento.

Il suo segreto sta nel cambiare pelle, nello sfaldarsi della sua corteccia, nel rinnovamento continuo e nel non attaccamento. La Betulla sa che la vita è un ciclo di morti e rinascite il cui cuore è il continuo mutamento, il ricambio, lo slancio che inizia le danze, la corsa verso la luce.

La sua potente energia protegge tutti i nuovi inizi, donando leggerezza e fiducia ma anche forza, coraggio, adattabilità e saggezza.

In ogni nuova impresa, quando dovete lasciare andare il vecchio per intraprendere il nuovo, fate come la Betulla, questa antica e bellissima Maestra: entrate in contatto con la fluidità tutta femminile e l’ispirazione che brilla dentro di voi, sentite la vita pulsare nel vostro centro, pulsare di gioia. Screpolate via la pelle morta dalle vostre membra, fate la muta, rinnovatevi da capo a piedi lasciando scivolare via da voi le cellule morte, le energie del passato. Fate una girandola tra Buio e Luce, lanciate per aria i vostri semi, affidandoli al Vento, espandetevi danzando senza paura, correte libere per i prati attraversando l’inverno certe del ritorno della Luce, felici anche nel Buio. Siate voi stesse a cambiare il mondo, con la vostra energia feconda. Tutto è possibile, basta non smettere di danzare, anche quando sembra di essere immobili. La danza è nella luce degli occhi, nell’aria che respiriamo, e nutre ogni nostra cellula di gioia immensa.

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“I’d like to get away from earth awhile

And then come back to it and begin over.

May no fate willfully misunderstand me

And half grant what I wish and snatch me away

Not to return. Earth’s the right place for love:

I don’t know where it’s likely to go better.

I’d like to go by climbing a birch tree,

And climb black branches up a snow-white trunk

Toward heaven, till the tree could bear no more,

But dipped its top and set me down again.

That would be good both going and coming back.

One could do worse than be a swinger of birches.”

(Da Birches di Robert Frost)

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Bellini G., Carmignani U., Runemal, Età dell’Acquario, Torino

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Mediterranee Edizioni, Roma 1953

-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Frassino: l’Incontro con Se Stessi

Nome

Fraxinus excelsior (dal greco phrassein: “assiepare”), famiglia delle Oleaceae

Botanica

Il Frassino è endemico e diffuso in tutta Europa, fino al Caucaso. Non è raro trovarne nei pressi delle fonti, poiché predilige terreni profondi e umidi. Può arrivare a misurare 45 metri di altezza, raggiunge la maturità dopo i cento anni e in genere vive fino circa a trecento anni. Il legno del suo tronco slanciato è solido e resistente. La corteccia grigio-marrone, liscia in giovane età, successivamente si screpola longitudinalmente e spesso è ricoperta di muschio. Il frassino ama la luce e la lascia passare attraverso il suo fogliame verde brillante, che crea riflessi e ombre come nessun altro albero. Le sue foglie sono lanceolate e imparipennate, cioè costituite da più foglioline di colore verde intenso dai margini leggermente dentellati disposte a coppie sui rami, con una fogliolina singola in cima. La distribuzione del fogliame, ordinata e parallela al suolo, lascia passare i raggi di luce, donando all’albero il suo aspetto caratteristico e regalando a coloro che guardano il cielo attraverso la sua chioma la visione di uno splendido ricamo di luci e ombre. Così come si slancia verso la luce, si immerge nell’oscurità del terreno: dalle sue lunghe e profonde radici piatte si dirama una fitta rete di radici più sottili. Grazie a questo e al ricco strato di foglie che ogni anno deposita al suolo, il frassino è molto importante nella produzione di humus, facilitando il processo di decomposizione e ventilando il terreno.

I suoi fiori possono essere maschili, femminili o ermafroditi e possono crescere sullo stesso albero o su esemplari diversi. In primavera, i fiori compaiono prima delle foglie, tra marzo e maggio, e sono piccoli e privi di calice e corolla, di colore olivastro o porpora scuro. Le gemme del frassino sono particolari: dure e nerissime, vellutate, dalla forma fallica. I frutti sono samare: i semi sono accompagnati da un’ala e crescono in grappoli sotto il fogliame. Solo venti molto intensi riescono a strapparli via: allora volteggiano nell’aria intorno al loro asse longitudinale, seguendo una traiettoria elicoidale. In autunno le foglie cadono dall’albero ancora verdi.

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Mitologia e storia

L’immagine più grandiosa del mitico Albero del mondo, dell’Asse del mondo che s’innalza fino al cielo e giunge negli inferi sostenendo e rigenerando l’universo , è quella del Frassino Yggdrasill descritto nell’Edda di Snorri Sturlsson, un testo che, pur risalendo all’inizio del XIII secolo, riflette tradizioni antichissime ed è un riassunto in prosa della mitologia nordica.

Yggdrasill “è fra tutti gli alberi il maggiore e il migliore; i suoi rami sovrastano il cielo”. E’ sorretto da tre possenti radici che si spingono in diverse direzioni. La prima arriva nella terra degli Asi, gli dèi celesti: sotto di essa vi sono una fonte e una bella sala dove risiedono tre fanciulle, le Norne che “danno agli uomini la vita” determinandone il destino, e si prendono cura dell’albero perché non secchi né marcisca, attingendo ogni giorno alla fonte l’acqua sacra con la quale, mescolata all’argille che si trova nelle vicinanze, ne irrorano i rami.

La seconda radice è nella terra dei giganti della brina, là dove un tempo vi era il baratro primordiale Ginnungagap, spazio cosmico colmo di forze magiche, abisso in cui era contenuto allo stato informe e potenziale l’esistente. Il gigante Ymir, dal cui corpo fu tratto il mondo, venne sacrificato nel mezzo di tale baratro. Accanto a questa radici scorre la sorgente Mimir dove sono celati saggezza e acume.

La terza radice del Frassino sta in cielo: sotto di essa vi è una fonte particolarmente sacra, l’Urdhabrunnr: là gli dèi hanno il loro tribunale.

Sul tronco di Yggdrasill si svolge l’antagonismo, la dialettica tra la sfera divina e quella demoniaca, come testimonia lo scoiattolo Ratatoskr che vi scende e sale riportando le male parole scambiate da un’aquila, accovacciata sui rami e fra i cui occhi è appollaiato un falco, e il serpente che ne rode le radici. Altri animali, tra cui un cervo, circondano l’albero e si nutrono delle sue foglie.

L’albero è fonte della saggezza cosmica e infatti Odino apprende i misteri della vita universale, rappresentati dalle Rune, restando appeso a testa in giù per nove giorni e nove notti a uno dei rami di Yggdrasill, superando tre prove iniziatiche. il legame con Odino è testimoniato anche dal nome: Yggdrasill significa in fatti “il cavallo (cioè metaforicamente la forca) di Yggr”, uno dei nomi del dio. Per questo motivo nell’alfabeto runico di Odino tutte le lettere sono formate con rametti di Frassino.

Yggdrasill sopravviverà al Ragnarok, la fine del mondo, e al crepuscolo degli dèi, pur tremando nel momento più spaventoso dell’apocalittico dramma cosmico. Dopo la terribile prova “la terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”. Un nuovo sole apparirà nel cielo popolato di divinità, figlie di quelle morte, mentre resusciterà Baldr, il dio buono (un altro dei nomi di Odino, indicante una delle sue numerose forme), il cui assassinio aveva provocato la catastrofe. Racchiusi nel legno del Frassino, sopravviveranno un uomo e una donna, Lif e Lifthrasir, che si nutriranno esclusivamente della rugiada mattutina. Saranno loro i nuovi progenitori dell’umanità.

Anche i progenitori dell’umanità attuale, secondo l’Edda, discesero da alberi. Anzi, gli dèi li plasmarono proprio a partire da due tronchi trovati lungo la spiaggia. E Askr, “Frassino”, fu il primo uomo, mentre Embla, “Olmo”, la prima donna.

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In Irlanda, terra celtica, tre dei cinque alberi sacri, il cui abbattimento nel 665 d.C. segnò il trincò del cristianesimo sul paganesimo tradizionale, erano Frassini. Fra i Celti essi erano considerati simboli di rinascita e capaci di operare guarigioni miracolose. Fino a due secoli fa nella contea inglese di Selborne era usanza, prima del levar del sole, far passare nudo un bambino malato di ernie o di rachitismo nel cavo di un vecchio Frassino; oppure, dopo aver praticato un tagli longitudinale in una pianta giovane, lo si faceva passare nella fenditura tre volte, o tre volte per tre. Poi, richiusa la fenditura con argille, si legava il tronco: se il taglio si cicatrizzava, l’ernia sarebbe scomparsa. Chi ne aveva goduto i benefici vegliava sull’albero perché, se lo si fosse abbattuto, la malattia sarebbe ricomparsa, insieme a una cancrena mortale.

Nell’alfabeto arboreo celtico il Frassino era il terzo (o il quinto, in merito gli studiosi non concordano) albero della serie e designava il mese precedente l’equinozio di primavera. Il nome del Frassino in gaelico è Nion.

Sia presso i Vichinghi che presso i Celti il legno di Frassino era usato per costruire le lance (in sostituzione del resistente legno di Tasso, utilizzato per le armi del Neolitico).

Oltre alle armi, erano solitamente in legno di Frassino i bastoni dei druidi, come quello rivenuto ad Anglesey, risalente al I secolo d.C. e decorato con un motivo solare a spirale.

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Il culto del Frassino è sopravvissuto fino a oggi presso i berberi dell’Africa del Nord, nonostante la colonizzazione islamica. Per i berberi è il primo albero creato da dio e all’ombra di un Frassino sacro si svolgono le assemblee dei santi e degli invisibili. Nella Grande Cabilia è per eccellenza l’albero delle donne, alle quali è riservato il compito di arrampicarvisi per tagliare le foglie destinate al bestiame. Inoltre esse vi appendono amuleti, soprattutto quelli legati a magie d’amore. Agli uomini invece il Frassino è vietato. Questo stretto legame con il mondo femminile potrebbe indicare la sopravvivenza di una tradizione arcaica dell’area mediterranea, quando il Frassino era consacrato alla Triplice Dea, alla Luna dai tre volti, immagine della Grande Madre.

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Secondo alcuni il nome latino dell’albero, fraxinus, anziché dal greco phrassein (che significa “assiepare”) deriverebbe dalla stessa radice di fragor (schianto, fracasso) e di fractura (frattura), Siccome in Grecia il Frassino era consacrato a Poseidone, dio dell’oceano e dei sismi, il legame semantico con fragor può essere compreso. D’altronde prima di Apollo era Poseidone a profetizzare a Delfi con il pykròn, un metodo di divinazione col fuoco provocato forse dal fulmine attirato dal Frassino.

Poseidone divenne, dopo la spartizione del cosmo con gli altri due fratelli Zeus e Ade, il dio che regnava soprattutto sulle acque. Ritroviamo il legame del Frassino con le acque anche fra i Germani perché Yggr, da cui deriva Yggrdrasill, è connesso, come osserva Robert Graves, con ygra, l'”elemento umido” e, per estensione, il mare. In terre celtiche, per esempio in Irlanda e nel Galles, i remi e le stecche delle imbarcazioni erano fatti con il legno di Frassino, che si riteneva proteggesse dai naufragi. Poco più di un secolo fa, a Killura vi era un Frassino discendente da un altro albero sacro, quello di Creevna, il cui legno era considerato un amuleto contro l’annegamento, tant’è vero che gli emigranti che partirono per l’America dopo la grande carestia delle patate se lo portarono via pezzo per pezzo.

In Grecia il Frassino era abitato dalle ninfe melìadi. Esiodo racconta che Urano generò i Titani dalla Madre Terra dopo aver cacciato i suoi figli ribelli, i Ciclopi, nel Tartaro, un luogo così distante dalla terra che un’incudine di ferro precipitava per nove giorni prima di toccare il fondo. Per vendicarsi Madre Terra convinse il più giovane dei Titani, Crono, a evirare il padre Urano con un falcetto. Gocce di sangue sgorgate dalla ferita caddero sulla Madre Terra che generò da queste le Erinni, i Giganti e infine le ninfe melìadi, immagini greche della Triplice Dea del Frassino, analoghe alle Norne germaniche.

I mitografi greci narrano anche di Melia, la ninfa deal Frassino che sposò Inaco, al quale diede tre figli: Egialeo, Egeo e Foroneo. Quest’ultimo, oltre a fondare la città di Argo, fu il primo a scoprire l’uso del fuoco dopo che Prometeo l’ebbe rubato.

Secondo Esiodo la terza stirpe di uomini, quelle di bronzo (prima vi furono la stirpe d’oro e quella d’argento) era discesa dai Frassini.

Possiamo notare come presso le varie culture il Frassino sia ora legato all’Acqua e al principio femminile, ora al Fuoco, al Sole, al Fulmine, al principio maschile: un albero importante e utile per l’uomo, sacro ma allo stesso tempo utilizzato per costruire strumenti e armi, ma anche per intagliare bastoni druidici e custodire amuleti, guarire infanti, ospitare assemblee, sorreggere l’intero cosmo. La tradizione ce lo presenta quindi come un albero di unione degli opposti, in cui il femminile e il maschile convivono in un’armonia sacra, in cui il quotidiano e il divino si fondono in un eterno presente indistruttibile. Questa convivenza degli opposti si rivela anche nell’aspetto fisico dell’albero: il Frassino esiste infatti sia in forma dioica (alberi maschili e femminili separati) sia in forma monoica (fiori femminili, maschili ed ermafroditi sulla stessa pianta).

Fitoterapia

 In fitoterapia il Frassino (soprattutto le sue foglie e la corteccia) viene impiegato principalmente come diuretico, antinfiammatorio e contro la ritenzione idrica e la cellulite (nota: anche qui acqua e sole). Viene spesso utilizzato come coadiuvante nei regimi dimagranti e nel trattamento della litiasi renale (il fraxoside, contenuto nelle foglie e nella corteccia, è uricolitico, cioè scioglie i cristalli di acido urico). Le sue foglie, inoltre, hanno un’alta concentrazione di acido malico, sali di calcio e mannitolo, comportando così una blanda azione lassativa, senza effetti collaterali quali le coliche. La corteccia del Frassino è ritenuta tonica e febbrifuga: in passato infatti la pianta veniva chiamata China d’Europa. Nei semi si trovano un olio essenziale e un olio grasso simile per composizione a quello del girasole, e anche i semi in passato si utilizzavano, avendo proprietà analoghe a quelle delle foglie.

In gemmoterapia, le gemme del Frassino manifestano un organotropismo nei confronti delle vie urinarie e dell’apparato locomotore. Svolgono attività diuretica, uricosurica, antinfiammatoria e ipocolesterolemizzante. L’azione antinfiammatoria non si manifesta solo a livello di ligiamente e sinovia, ma anche a livello della parete della cistifellea, infatti il suo gemmoderivato viene utilizzato in combinazione con quello di Acer campestris per il trattamento della calcolosi biliare. Le indicazioni terapeutiche pertanto riguardano il trattamento di cellulite, ipercolesterolemia,, iperglicemia. Max Tétau, uno dei padri della gemmoterapia, ne segnala l’impiego, insieme a Tilia tormentosa, il Tiglio, nel trattamento della nevrosi d’angoscia (E. Campanini, Manuale pratico di gemmoterapia, op. cit.).

Può essere inoltre associato al gemmoderivato di Olea europea, l’Ulivo, nel trattamento dell’ipertensione arteriosa.

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L’energia del Frassino

 La storia di come ho incontrato il Frassino e la sua Voce è una storia molto particolare e  vale la pena di raccontarla. Per lungo tempo infatti l’avevo cercato, senza mai riuscire a trovarlo. A volte vedevo un albero e mi sembrava potesse trattarsi di lui, ma invece era sempre qualcos’altro, un Carpino, o un Olmo, e il Frassino rimaneva celato ai miei occhi. In seguito ho compreso perché.

Un giorno, in un momento molto speciale, difficile e delicato della mia vita (proprio durante il mese del Frassino), andai a camminare al parco del mio paese natale, da cui ero stata lontana per molti anni. In passato avevo avuto un rapporto conflittuale con il paese da cui provenivo e in cui viveva la mia famiglia, e per questa ragione ero stata a lungo altrove, cercando di dimenticarlo. Ma poi la vita, con la sua irresistibile corrente magica, mi ci ha riportata improvvisamente e inaspettatamente. Di punto in bianco ho dovuto (e voluto) ritornarvi, e mi ci sono stabilita.

Eccomi dunque in un momento chiave del mio percorso, una fase di grande perdita e transizione, uno di quei momenti in cui si cammina in bilico tra il baratro e il paradiso. Un mattino vado dunque a camminare al parco, come avevo già fatto altre volte, in passato. Ed ecco che, appena entrata, proprio vicino all’ingresso, vedo per la prima volta tre meravigliosi Frassini, uno più grande e vecchio dell’altro. Indubbiamente erano sempre stati lì, ma io non li avevo mai notati. Ero andata in giro per il mondo a cercare Il Frassino, senza trovarlo, e invece guarda un po’ dov’era: a casa mia! Dovevo soltanto tornare a me stessa!

Mi avvicino, saluto e ringrazio i tre alberi. E’ l’inizio dell’estate e grossi grappoli di frutti alati pendono da sotto le foglie ordinate. I Frassini si stagliano verso il cielo con una gentilezza e una semplicità disarmanti, ma allo stesso tempo maestosamente: sono pieni di luce e grazia. Appoggio la fronte al più grande dei tre. Carezzo la corteccia con i palmi delle mani. Poi lo abbraccio. Mi giro e faccio aderire la mia colonna vertebrale al tronco, lasciando che le nostre correnti scorrano parallele, sintonizzandosi. Ascolto la sua energia e rimango in attesa, qualora voglia condividere con me la sua Voce. E improvvisamente il Frassino mi parla. Chiarissima, sento questa frase: “Ti aspettavo da tutta la vita”.

Mi commuovo. Comprendo. Il Frassino rappresenta me stessa, è l’archetipo dell’Io, l’Asse del cosmo che ciascuno di noi è (non per niente Yggrdrasill sorregge tutto l’universo: macrocosmo e microcosmo sono una cosa soltanto).

Il Frassino si staglia al centro di noi stessi: è la nostra identità più profonda, la forma perfetta del nostro Io, quella che non muta e ci sostiene attraverso la vita. Può capitare che noi ce ne dimentichiamo, che andiamo lontano e magari ci perdiamo. Per ritrovarci, per ritrovare l’Albero al centro di noi, non dobbiamo fare altro che rinunciare a tutto e tornare a casa. Lì ci aspetta il nostro Yggrdrasill, gentile e maestoso, perfetto in ogni sua parte. Scopriamo allora che lui era sempre stato lì, dentro di noi, magari proprio in quella parte di cui ci eravamo voluti dimenticare. Ed è stupendo ritrovarlo, ritrovare se stessi ancora così magnifici. Si ride dallo stupore e si piange, incontrando il proprio Io, quella parte di sé connessa direttamente al Sé universale eppure unica, individuale. L’Albero che sostiene e ospita il nostro mondo, la struttura invisibile su cui gli opposti convivono armoniosamente, senza fondersi, mantenendo ciascuno la propria identità fondamentale per la vita in questa dimensione, ma in pace. Una pace di luce e acqua, con grandi radici dolci e un tronco altissimo, solido, e tantissime foglie perfette e grappoli di frutti fruscianti e gemme nere, nude, dure, come minuscole zampe di cerbiatto. Le radici del Frassino esplorano la terra, le sue foglie disegnano il cielo con la luce. La parte più autentica e profonda di noi stessi, il nostro Io quando diviene (anzi, quando si accorge di non essere altro che) Sé,  superando la mente angusta e fluendo nella Vita Universale, è un meraviglioso Frassino, generoso e accogliente ma anche forte, indistruttibile. E non dobbiamo andare a cercarlo in capo al mondo. No, lui è esattamente nel posto in cui non avremmo mai pensato di trovarlo, il posto più vicino e scontato, magari un luogo che abbiamo rinunciato ad amare tanto tempo fa, partendo per posti diversi. Ma lui invece è rimasto lì, bellissimo, in attesa del nostro ritorno, sorridendo come sanno sorridere gli alberi. Grazie Frassino, per avermi permesso di incontrare me stessa. Non cercherò più di dimenticare chi sono. Grazie.

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Bibliografia

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

-Sturlsson S., Edda, traduzione a cura di G.Dolfini, Adelphi, Milano 1975

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