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Tasso: l’incontro con il lato oscuro

Nome: Taxus baccata L., famiglia delle Taxaceae

Il nome deriva dal greco toxon, che significa “arco”, e ha la stessa radice dell’aggettivo toxicon, velenoso.

In effetti, quasi ogni parte di quest’albero, eccetto l’arillo rosso che circonda lo scuro seme, è velenosa per uomini e animali domestici per via della taxina, uno dei veleni più potenti esistenti in natura, un alcaloide in grado di uccidere tramite collasso cardiovascolare. Gli animali in assoluto più sensibili alla taxina sono i cavalli,  a un uomo bastano pochi grammi di veleno per morire, mentre i cervi sembrano potersi nutrire delle velenosissime foglie senza problemi. Gli uccelli ne mangiano i frutti, consumando l’arillo rosso (cihamato di solito “bacca” impropriamente), restituendo intatto il velenosissimo seme alla terra. La parte in assoluto più tossica dell’albero sono le foglie, soprattutto quando secche.

Dal suo essere così velenoso deriva in parte un altro nome con cui il Tasso è noto, e cioè: Albero della Morte.

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Botanica:

Il Tasso è una pianta sempreverde appartenente a una famiglia piccola e isolata della gimnosperme, le Taxaceae. Il tronco raramente supera i 15 metri e le foglie assomigliano un po’ a quelle dell’Abete bianco: sono lineari, appiattite, un poco falcate, acuminate ma non pungenti perché tenere, e si distribuiscono a spirale attorno ai rametti.

La sua patria si estende verso nord fino all’Irlanda e alla Norvegia, verso sud fino ai monti dell’Europa meridionale e del Nord Africa e verso est fino all’Asia minore e al Caucaso. Cresce soprattutto nel sottobosco di faggeti o di boschi frondiferi misti. E’ un albero amante dell’ombra.

Gli esemplari selvatici sono stati pesantemente decimati dall’eccessivo sfruttamento dell’uomo e dalla distruzione dei nuovi germogli da parte dei cervi. Il Tasso, come l’Abete rosso, è sensibile alle gelate intense.

Dai tronchi danneggiati crescono nuovi rami verticali che si sviluppano intorno al tronco stesso formando uno pseudo-fusto. Per questa ragione, nella sezione trasversale mancano spesso anelli annuali univoci, complicando la determinazione dell’età. La sua corteccia è bruno-rossastra e tende a disfarsi in scaglie. Ma mentre il nucleo centrale del tronco, con il passare degli anni (si tratta di una pianta particolarmente longeva), lentamente marcisce, strati di nuovo tessuto inglobano il vecchio legno morto proteggendolo e rinforzandolo. Il Tasso si rinnova dall’esterno verso l’interno. La crescita tiene il passo con il disfacimento. Raggiunto il disfacimento completo, il Tasso può risorgere. Non ci sono ragioni biologiche per cui un Tasso muoia. Un effetto di questo processo è che nessuna parte di un Tasso è vecchia come l’intero albero, perciò la datazione con il carbonio è impossibile e, non essendoci nemmeno anelli da contare, per lungo tempo la vera età dei Tassi è rimasta avvolta nel mistero e fino agli anni ’80 si riteneva che quest’albero non potesse superare gli 800 anni.

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Il Tasso di Fortingall

Quest’ipotesi venne però rivista in seguito alle ricerche di Alan Mitchell e David Bellamy, famoso botanico inglese. A Tantridge, nel Surrey, fu scoperto un Tasso molto antico a circa 8 metri di distanza dalla chiesa locale, che ha fondamenta sassoni. Nella cripta si può chiaramente vedere  che la volta di pietra fu costruita dai Sassoni attorno le radici dell’albero. Dopo aver raggiunto la maturità, i Tassi smettono di crescere in altezza e le radici aumentano di diametro in modo straordinariamente lento. Queste scoperte provano non solo il rispetto che i Sassoni avevano per quest’albero ma anche che esso 1000 anni fa era già completamente adulto. Attualmente si ritiene che abbia più di 2500 anni.

Come spiega Fred Hageneder nel suo stupendo libro Lo spirito degli alberi, la rivalutazione dell’età dei Tassi nelle Isole Britanniche è stata coordinata dal Conservation Found di Londra, che ha identificato 413 Tassi che hanno più di 1000 anni. Molti hanno il doppio o il triplo di quest’età, e alcuni hanno un’età di 4-5000 anni. Il più vecchio, il cui seme dev’essere germinato nella tundra post-glaciale circa 8000 anni fa, si trova a Fortingall, in Scozia. Potrebbe trattarsi dell’albero più antico al mondo.

Mentre le conifere sono in genere ermafrodite, i Tassi sono sia di sesso maschile che di sesso femminile, anche se esistono alberi bisessuati, o che a un certo punto della loro vita sviluppano rami su cui crescono fiori di sesso opposto, proprio come nel caso del Tasso di Fortingall, un albero maschio che recentemente ha sviluppato rami su cui crescono fiori femminili e frutti.

Questo ci mostra non solo la grande vitalità e la capacità di rinnovamento di questi alberi, anche se vecchissimi, ma anche la loro capacità di trascendere le categorie, collocandosi al di fuori del tempo. I Tassi sono creature che mutano con il fluire dell’energia, trasformandosi di continuo, lentissimamente.

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I fiori maschili sono piccole strutture globulari situate singolarmente sull’ascella della foglia, sotto i rami dell’anno precedente, mentre i fiori femminili, sistemati in una posizione simile, sono fiorellini verdi che si espandono dopo l’impollinazione. Il seme è duro, di colore nero-verde e circondato da un arillo la cui forma ricorda una coppa. Verde all’inizio e rosso brillante a maturazione, l’arillo è polposo, dolce ed è l’unica parte non velenosa dell’albero. I semi vengono propagati dagli uccelli, che mangiano il frutto polposo senza intaccare il seme (velenoso) ma restituendolo alla terra intatto.

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Albero dal portamento cespuglioso, che nei rari casi in cui cresce isolato sviluppa una chioma globosa, il Tasso è un albero dall’incredibile vitalità, con varie modalità di riproduzione: in primavera i fiori maschi riempiono l’aria di polline (anch’esso leggermente velenoso) per raggiungere i fiori femminili e inseminarli; il tronco può facilmente produrre nuovi germogli dopo essere stato tagliato o danneggiato da una tempesta e i polloni radicali rappresentano un ulteriore e molto efficace metodo di propagazione. Il Tasso però ha anche una terza forma di riproduzione, molto rara in piante non tropicali, e cioè la margottatura. Un ramo di qualsiasi dimensione può estendersi fino al terreno e mettere radici. La funzione di questo processo sarebbe quella di fornire un sostegno ai rami in continua crescita, ma la nuova radice produce anche giovani germogli, che si dirigono verso l’alto divenendo essi stessi nuovi alberi. Questo accade in tutte le direzioni, cosicché intorno all’albero madre si forma un anello o un boschetto di nuovi alberi facenti tutti parte della pianta originaria.

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Questa caratteristica rende il Tasso un albero particolarissimo, dotato di un Io plurale; una creatura antichissima che si muove e cresce con tempi quasi più simili al quelli dei minerali che della materia organica. E come Gaia, il Tasso può non morire mai (a meno che una disgrazia o l’uomo non ci metta lo zampino), ma rinnovarsi di continuo e cambiare attraverso le ere.

Mitologia e storia:

Il Tasso è albero celebre sin dall’antichità, e da sempre è stato associato dall’uomo ai concetti di morte e, al tempo stesso, di eternità. I due concetti solo apparentemente opposti nel Tasso si fondono e vengono trascesi: la morte diviene un momento di buio e di passaggio verso la rinascita. La morte è un cambiamento di forma.

Albero spesso presente presso i siti sacri dei Celti (Fortingall, Carn nam Marbh, Newgrange, Stonhenge, Avebury), diviene in epoca cristiana anche un ospite quasi fisso dei cimiteri, o meglio, molte chiese e cimiteri vengono costruiti nei pressi di uno o più Tassi perché, consapevolmente o meno, gli uomini sentivano il messaggio di questi alberi, che contribuiscono a catalizzare l’energia sacra dei luoghi in cui scelgono di crescere.

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Il manufatto ligneo più antico del mondo è una lancia in legno di Tasso rinvenuta a Clacton, nell’Essex, e che risale approssimativamente al 150.000 a.C. Un’altra lancia di Tasso, risalente circa al 90.000 a.C., è stata trovata tra le costole di un mammut in Bassa Sassonia. Il legno dell’arco, forte e al tempo stesso flessibile, fu ampiamente utilizzato in passato e fino a tutto il Medioevo per la costruzione di archi, e quest’usanza contribuì grandemente a decimare il numero di questi alberi, che un tempo erano molto più diffusi di oggi. E’ in legno di Tasso l’arco del celebre “Uomo venuto dal ghiaccio” o “Otzi”, la cui mummia venne trovata al confine tra Italia e Austria, sulle Alpi Venoste, vicino al ghiacciaio del Similaun, nel 1991.

Si tratta del corpo di un essere umano di sesso maschile risalente a un’epoca tra il 3300 e il 3100 a.C. (Età del Rame), conservatosi grazie alle particolari condizioni climatiche presenti all’interno del ghiacciaio. L’uomo è alto 1.55 m, con il corpo coperto da tatuaggi che sembrano percorrere la mappa dei meridiani della medicina tradizionale cinese. Il suo arco di Tasso misura invece 1.80 m.

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Oltre ad archi e lance, scavi archeologici condotti in siti di varie epoche (dall’Eta del Bronzo al Medioevo) hanno riportato alla luce talismani in legno di Tasso, alcuni dei quali recanti formule di protezione.

Cesare, nel Libro VI del De Bello Gallico racconta che Catuvolco, capo della tribù degli Eburoni (che significa “popolo del Tasso”), sfinito dagli anni e dalla guerra si tolse la vita con il veleno di Tasso.

Shakespeare nel Macbeth (atto terzo, scena prima) nel diabolico intruglio che le streghe stanno preparando fa mettere “…talee di Tasso/colte mentre le Luna è in eclisse…”; e sempre dal Tasso proviene il veleno che nell’Amleto Claudio versa nell’orecchio del re suo fratello per farlo morire.

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La runa norrena Eihwaz rappresenta il Tasso (soltanto un’altra runa è collegata così strettamente a un albero: Berkana, la Betulla). Ehiwaz ha forma di gancio, e rappresenta il passaggio tra un mondo e l’altro, il viaggio sciamanico, il collegamento fra le dimensioni dell’essere, e al tempo stesso l’inverno, la ferita inguaribile, la prova iniziatica.

Si tratta di una runa dal significato complesso, che ci parla di perseveranza e pazienza, rappresentando in un certo senso la discesa agli inferi (che non sono altro che il nostro lato oscuro) e l’incontro con le avversità. Solo imparando a trasformare le difficoltà in qualcosa di positivo, trovando nuove soluzioni a problemi vecchi, potremo infatti riuscire a integrare il nostro lato oscuro, attraversano il gelido inverno e tornando alla luce completamente rinnovati e al tempo stesso nutriti dalla stessa antichissima radice.

Nel suo libro Arboreto salvatico, Mario Rigoni Stern racconta di una costa scoscesa, alta sopra il mare di Liguria, ove un suo amico un giorno, andando alla ricerca di fossili, ha scoperto tra le cavità di una roccia un minuscolo bosco di una trentina di Tassi che vivono con qualche goccia d’acqua su pochissima terra e non raggiungono l’altezza di quaranta centimetri ma i cui tronchi, esaminati, hanno dimostrato di avere centocinquanta anni!

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Il Tasso è da sempre associato all’Inverno e in particolare al periodo del Solstizio: il momento più scuro dell’anno, in cui la Natura sembra morta e il Sole piccolo e debole. La forza e la resilienza del Tasso, albero amante dell’ombra e dell’oscurità, da sempre visto come custode dei morti, ci forniscono una lezione preziosissima su come affrontare il nostro buio; le sue bacche rosse nutrono gli uccelli e occhieggiano dai rami verde scuro segnalando l’energia di fuoco distillata dall’albero come una promessa di rinascita.

Il Tasso rappresenta il momento più buio dell’anno, il periodo più oscuro della nostra vita, il nostro lato ombra. Tutto ciò che crediamo di non poter accettare, tutto ciò che condanniamo e che ci avvelena dentro. Il Tasso rappresenta innanzitutto la paura di morire, madre di tutte le nostre paure, e al tempo stesso rappresenta l’antidoto definitivo alla morte.

Fitoterapia:

Governato dall’energia di Saturno, il Tasso è conosciuto per la sua tossicità. I principi tossici sono localizzati principalmente nei semi e sono costituiti da alcaloidi: la taxina e, in tracce, l’efedrina.

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E quale proprietà potrebbe essere più appropriata, per un albero della morte in molti sensi, che la capacità di combattere il cancro, impedendo alle cellule tumorali di riprodursi? Il Tasso ci aiuta ad attraversare i momenti più oscuri della vita, affrontando i mostri. Ci insegna che non esiste nulla a cui non si possa sopravvivere, cambiando forma, rinnovandosi. Se il tuo Io è malato, dai vita a un altro Io. Questo ci dice il Tasso. Ci dice che è possibile, su una radice antica, continuare a rinascere.

Negli ultimi anni la ricerca è riuscita a isolare dalla corteccia del fusto del Taxus brevifolia Nutt. alcuni diterpeni, tra cui il taxolo, che ha dimostrato di possedere un’elevata attività antimitotica. Il taxolo si è dimostrato utile contro un ampio spettro di malattie tumorali umane (leucemia, melanoma, cancro mammario, ovarico e polmonare). Questo composto a base di taxolo, conosciuto come paclitaxel, ha dimostrato di contribuire significativamente nella terapia del carcinoma ovarico epiteliale.

Attualmente però, sia per ragioni ecologiche (ridottissima quantità di taxolo presente nella corteccia = elevata quantità di alberi da abbattere), sia per problemi tossicologici (reazioni di ipersensibilità al prodotto, ulcerazioni del tubo digerente,…), si è riusciti a sintetizzare il principio attivo partendo da un suo precursore naturale estraibile dalle foglie rinnovabili di Taxus baccata: il docetaxel. Questo derivato dimostra di essere particolarmente efficace nel trattamento del cancro mammario metastatizzato resistente alle antracicline.

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In caso di intossicazione da taxina, appaiono in una prima fase sintomi digestivi (vomito e diarrea), sintomi nervosi (tremori, alterazioni della vista, midriasi, vertigini) ed ecchimosi; compare quindi eccitazione seguita da depressione, dispnea ingravescente, ipotensione e bradicardia, infine coma con segni convulsivi e collasso cardiovascolare (il tutto in 30 minuti dall’inizio delle manifestazioni).

L’energia del Tasso:

L’energia del Tasso è sottile e non immediata da cogliere, o almeno così è stato per me. Come se si trattasse di un animale gigantesco che si muove lentissimamente, come una creatura connessa ad altre dimensioni dell’Essere, a un’altra forma di tempo, e che comunica con un linguaggio lontanissimo.

Ma una volta entrati in contatto, una volta connessi all’energia del Tasso, questa non ci lascerà più. Continuerà a lavorare con noi e in noi anche nei giorni a seguire, nelle settimane, come una voce che ci sussurra dentro il suo messaggio.

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Il Tasso ci parla di morte e rinascita in un modo unico e profondamente trasformante. La morte per quest’albero non è un fatto che accade in un preciso punto del tempo, ma un processo diffuso, prolungato, che pervade ogni aspetto della vita. Così in effetti è la morte per tutti, solo che noi tendiamo invece, come sempre, a suddividere tramite la mente razionale, confinando l’evento morte in un istante determinato.

La morte è la vita che si trasforma. Questo ci dice il Tasso, ma non solo. Il Tasso ci parla anche di un senso più ampio di intendere la morte, simbolico e psicologico. All’ombra dei Tassi, avvolti dalla sua energia venefica e indecifrabile, ci troviamo di fronte al nostro lato oscuro: quella parte buia di noi, l’inverno dei nostri cuori che abbiamo sempre scelto di evitare o ignorare o rifiutare.

Il nostro lato oscuro, tutto ciò che noi non possiamo accettare di noi stessi, il veleno che ci fa paura, è l’inferno spalancato dentro di noi. E ognuno di noi, prima o poi, durante il suo percorso di vita e di crescita si troverà a dover affrontare il suo viaggio agli inferi, alla scoperta della morte che regna nel suo Io.

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Inanna, dea sumera che affrontò la discesa nell’Ade

La discesa nell’Ade tanto sovente rappresentata nella mitologia e nella letteratura altro non è, su un piano metaforico, che una discesa dentro i lati oscuri del proprio Sé, alla scoperta degli archetipi rigettati, dimenticati, condannati. Scendiamo negli inferi per incontrare la nostra metà della mela, ovvero non qualcun altro ma esattamente noi stessi, quella parte di noi che ci manca per essere completi. Quando ci troviamo di fronte al nero specchio che il nostro lato oscuro ci pone di fronte, sta a noi scegliere cosa fare. Se scappare e continuare a vagare nel limbo, se spaccare lo specchio e distruggere così anche noi stessi, o se guardarci negli occhi, guardare negli occhi la nostra metà orribile (che è divenuta tale solo per mancanza di amore e accettazione) e riconoscerla come parte di noi. La luce non può esistere senza l’ombra. Perché continuiamo a dimenticarcene? Il lato oscuro è parte fondamentale di un essere completo, è la sua metà, è funzionale al suo benessere, è il corpo dell’iceberg sommerso, che permette alla punta di galleggiare.

Incontrare il proprio lato oscuro è un’esperienza profonda e difficile. E il Tasso ci offre ancora, con la sua energia nera e splendente, la chiave per comprendere come attraversare gli inferi. Come è possibile non morire mai se, in effetti, ogni giorno moriamo un po’? Il Tasso ci risponde, con voce sussurrata e roca, che la morte non esiste, almeno non così come la intendiamo noi. La morte è trasformazione. Noi temiamo la morte perché pensiamo di essere un Io individuale e ci identifichiamo con la nostra personalità singolare, che riteniamo unica. Il punto è proprio qui: noi siamo plurali. E a dircelo è proprio il lato oscuro, che ci mostra come al di sotto del pelo dell’acqua ci sia il regno del caos, popolato da migliaia di voci e forme possibili. Tutto questo siamo noi e anche di più. Noi siamo fatti della stessa sostanza di Akasha, il campo di informazioni cosmico ove è registrato ogni evento, ogni cellula, ogni frequenza dall’inizio dei tempi, se mai vi fu un inizio. Nelle nostre cellule è contenuta una capacità di rinnovamento che va oltre i limiti della nostra immaginazione.

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Quando ci troviamo a confronto con il nostro lato oscuro dobbiamo abbracciarlo, anche se ciò ci disgusta, perché sarà proprio lui a innescare il processo di trasformazione che ci farà rinascere. Lasciamo crescere più parti di noi, sviluppiamo i getti più giovani, e piano piano alleggeriamo il nostro cuore, fino a che dentro saremo cavi, vuoti come il tronco di un Tasso millenario, aperto al vento, alla luce, cassa armonica per la sinfonia delle stelle.

Radici antiche, fusti sempre nuovi, un Io plurale eternamente giovane e la consuetudine al veleno, che ci protegge e combatte la morte a sua volta. Soltanto divenendo come il Tasso, provando a sintonizzarci sull’enormità della sua percezione del tempo, potremo giungere a immaginare come deve essere la vita di Gaia, la biosfera, quell’enorme animale che da miliardi di anni vive in simbiosi con il pianeta Terra. Quell’animale di cui noi stessi facciamo parte, come estreme propaggini sensoriali e cognitive, collaborando insieme al resto dell’organismo all’evoluzione della coscienza planetaria.

Il Tasso è un albero di grande saggezza e comprensione. La sua è un’energia difficile. Non per niente le rune norrene associano Eiwhaz al viaggio sciamanico, al passaggio tra le diverse dimensioni e alla ferita primordiale, ovvero quella ferita che ogni vero sciamano reca nel corpo o nell’anima, una ferita inguaribile che causa dolore ma al tempo stesso costituisce un’apertura, un ingresso magico alla coscienza cosmica.

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Non siamo noi a scegliere il Tasso, è lui a scegliere noi. A un certo punto della nostra vita lo incontreremo e da quel momento in avanti nulla sarà più lo stesso. Per fortuna. Tutto assumerà una profondità che prima non sospettavamo, anche grazie al dolore e all’ombra che invaderà i nostri occhi. Quando ci troveremo in quel luogo, potremo chiedere aiuto al Tasso e ispirarci al suo messaggio: nulla muore, tutto si trasforma, il lato oscuro è la parte più viva della vita, la morte è una terra misteriosa, un’avventura che ci conduce a una nuova vita, in una nuova forma. Finché non accetteremo questo, non potremo andare avanti e gli stessi errori, lo stesso percorso continuerà a riproporsi sempre. Il lato oscuro è la via obbligata alla luce.

Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gaio Giulio Cesare, Le Guerre in Gallia – De Bello Gallico, Mondadori, Milano 1992

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Shakespeare W., Amleto, Garzanti, Milano 1993

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Faggio: Bastare a Se stessi e Proteggere il proprio Spazio

Nome: Fagus sylvatica L., famiglia della Fagaceae

L’etimologia del nome deriva probabilmente dal greco phagein, che significa “mangiare”, in quanto il Faggio, così come la Quercia e la castagna, appartenenti alla stessa famiglia, fu in passato fonte importantissima di cibo sia per gli uomini che per gli animali, grazie alle sue foglie edibili ma soprattutto ai suoi frutti, le faggine o faggiole, commestibili crude o abbrustolite oppure trasformabili in olio tramite spremitura.

C’è però chi sostiene (Angelini) che il nome derivi dal celtico fog, cioè “fuoco”, a indicare la natura di “fuoco fattosi materia” di quest’albero, comparso sulla Terra in epoca terziaria, quando si è verificato il raffreddamento del pianeta e il fuoco in superficie si è solidificato.

L’epiteto specifico sylvatica indica invece la sua natura boschiva, sottolineando la tendenza a formare boschi, solitamente puri, dove l’ombra prodotta dall’alto fogliame scoraggia la crescita di quasi qualunque altra pianta.

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Botanica:

Il Faggio è un albero deciduo, dal portamento maestoso, che può raggiungere i 40 metri di altezza e i 500 anni d’età. Il suo apparato radicale, inizialmente fittonante, in seguito si espande, formando una rete di numerose radici secondarie ben approfondite e in simbiosi con funghi che facilitano il recupero di sostanze nutrienti dal terreno. La sua corteccia è liscia, grigio-argentea, lucida, lenticellata sui rami e molto sottile: incidendola è molto facile infatti lesionare il cambio, che si trova subito al di sotto e che contiene i vasi in cui scorre la linfa dell’albero e le cellule che ne garantiscono la crescita. Per questa ragione, nonostante la tentazione di incidere messaggi sul bellissimo tronco dei Faggi sia forte (e spesso su questi alberi si vedono cuori con frecce e nomi di innamorati), sarebbe meglio evitare, poiché è alto il rischio di raggiungere il cambio e così ferire, anche mortalmente, l’albero.

La sua corteccia chiara e liscia inoltre rende il Faggio molto sensibile alla luce. Quest’albero amante dell’ombra infatti, se esposto improvvisamente alla luce del sole per esempio a causa di disboscamento, viene gravemente danneggiato, bruciandosi.

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Il Faggio ama l’ombra e il suoli umidi ma ben drenati. Rifugge i climi troppo secchi così come quelli eccessivamente piovosi, trovando la sua fascia climatiche ideale nelle foreste dell’Europa centrale, a circa 600 metri di altitudine. Una volta che si stabilisce nel suo territorio d’elezione, questa pianta esigente tende a colonizzarlo, formando di preferenza boschi puri. I rami crescono in alto, formando angoli acuti rispetto al tronco, e si ricoprono di fitte foglie sensibilissime alla luce, di colore verde chiaro appena nate e poi più intenso, ovali, semplici e alterne, lunghe dai cinque ai dieci centimetri e con l’apice a volte acuto, altre ottuso. Se anziché in un bosco il Faggio cresce isolato, sviluppa rami anche nelle parti più basse del tronco, ricoperti da un fogliame fitto che lo protegge dalla luce e che forma una chioma tondeggiante.

Trovandosi in un bosco di Faggi, si ha l’impressione di essere all’interno di una cattedrale, e infatti alcuni hanno ipotizzato che l’ispirazione per la forma delle cattedrali gotiche l’uomo l’abbia presa proprio da tali foreste. I rami alti e frondosi filtrano la luce del Sole impedendo a molti dei suoi raggi di raggiungere il suolo, ricoperto in ogni stagione da un tappeto di foglie che si decompongono lentamente contribuendo alla formazione dell’humus, il suolo nuovo, scuro e vivo, profumato di Terra. Se ne ha occasione, il Faggio crea i suoi boschi e li mantiene, scoraggiando, una volta che si è formato, la crescita di altre specie, a eccezione di quelle amanti dell’ombra come il Tasso o l’Agrifoglio. In un bosco di Faggi si respira un’atmosfera ordinata, raccolta, di pace e magia silenziosa. I suoi tronchi, luminosi e puliti, su cui a volte compaiono “occhi” disegnati da poche rughe della corteccia, si stagliano come giganti signore assorte che osservano quietamente gli eventuali ospiti avventurarsi tra loro, accogliendoli sul tappeto di foglie che invita a sdraiarsi, circondandoli con la danza dei dei raggi di Sole che giocano con il verde del fogliame.

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I fiori maschili e quelli femminili crescono sulle stesse piante. I fiori maschili formano amenti lunghi fino a 2 cm, mentre quelli femminili si raggruppano a coppie e danno origine ai frutti: cupole legnose ricoperte da aculei erbacei ricurvi che, giunti a maturità, si aprono in quattro valve liberando due noci rossastre, chiamate faggiole o faggine. I frutti del Faggio sono un’importante fonte di cibo per numerosi animali del bosco, come i cinghiali, i cervi, gli scoiattoli, i tassi, i tordi, i merli e molti altri. Il Faggio fiorisce in aprile.

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Le sue gemme sono lunghe e appuntite, bruno rossastre, dalla tipica forma di lancia. Qualcuno le ha paragonate a dita accusatorie, ma a me paiono più che altro simili a spine o ad antenne che si allungano nell’atmosfera curiose e sottili.

Tipico del Faggio, una volta che ha formato il suo bosco, è nutrire il terreno, formando humus per arricchirlo, rinforzarlo, mantenendolo al tempo stesso drenato e ventilato. Quest’albero infatti ama i terreni freschi, profondi e ben drenati, e cerca di mantenerli sempre così grazie alle sue radici sviluppate e alla simbiosi con i funghi. E’ come se il Faggio, pianta esigente e principesca che per crescere necessita di condizioni specifiche, amasse la sua casa al punto da proteggerla sempre, creando una sinfonia armoniosa tra le foglie che si muovono seguendo il ritmo del Sole, le forme eleganti dei tronchi e dei rami che si allungano verso il cielo e le radici espanse, laboriose, socievoli, che a volte crescono anche sulla superficie del terreno, avvolgendo massi o zolle di terra, simili a serpenti di roccia o a creature leggendarie.

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I suoi bisogni specifici sono probabilmente la ragione per cui, dopo la glaciazione, il ritorno del Faggio è stato uno dei più lenti. Si è diffuso più grazie all’uomo negli ultimi due millenni che per conto proprio nei precedenti sei.

E’ facile per i meno esperti confondere il Faggio con altri alberi quali il Bagolaro (Celtis australis) e il Carpino (Carpinus betulus), che però, a ben guardare, nonostante alcune somiglianze nella corteccia e nella forma delle foglie, sono diversi sia nei frutti che nel portamento, nelle gemme e nei fiori.

Mitologia e storia:

Albero governato dall’energia del pianeta Saturno, il Faggio esprime con tutto se stesso le caratteristiche simboleggiate da questo pianeta, connesso all’archetipo del Grande Vecchio e del Regolatore. Esso porta lo Spirito all’interno della Materia. Il Faggio, nella sua composta e ritmica eleganza, ci mostra come sia possibile creare una perfetta sintonia tra le varie dimensioni, condensando la danza sottile dell’energia all’interno di una forma definita, funzionale e bellissima.

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La sua corteccia liscia e leggera fu uno dei primi supporti utilizzati in Europa per la scrittura, e infatti il nome tedesco del Faggio, Buche, ha la stessa etimologia di Buch, che significa libro. E’ pertanto un albero legato alla saggezza e alla tradizione, alla conservazione della memoria.

Tacito racconta che i popoli germanici usavano lanciare bastoncini di Faggio incisi con Rune su un telo bianco affinché i sacerdoti, osservando la disposizione in cui i bastoncini ricadevano, potessero ottenere chiarezza sulle questioni poste.

Non esistono particolari miti o divinità legate a quest’albero, probabilmente anche per il fatto che non si tratta di un’essenza particolarmente longeva. Veniva però considerato con grande rispetto un tramite tra gli uomini e gli dèi, circondato da aura divina, e Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, e che le coppe utilizzate per i sacrifici erano intagliate nel suo legno. Per i Celti esso era un albero simbolo di conoscenza, saggezza e lucidità, rappresentando anche le qualità di concentrazione e purezza necessarie ai druidi per poter entrare in contatto con l’altro mondo.

L’unione tra Spirito e Materia e tra uomo e Dio simboleggiata dal faggio si può trovare anche nel significato dei numeri presenti nei frutti: 2 semi di forma triangolare (3) sono uniti in 1 riccio composto da 4 valve. Nella numerologia, l’1 rappresenta l’assoluto, il principio divino; il 2 simboleggia la dualità, il 3 è il numero della conoscenza e del superamento della dualità e infine il 4 rappresenta la materia, costituita appunto dai quattro elementi.

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La foresta di Verzy, in Francia, era celebre per la presenza di alcuni Faggi mostruosi il cui tronco insieme con i rami più bassi formava ammassi confusi e contorti, probabilmente per via di malformazioni causate da una mutazione avvenuta in seguito alla caduta di un meteorite radioattivo nei primi secoli della nostra era. I Faggi “mostruosi” sono già citati in un cartulario dell’abbazia di Saint-Basle del VI secolo.

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Faggio nella foresta di Verzy

Il legno del Faggio è un legno che ben di adatta alle mani dell’uomo e infatti in passato è spesso stato utilizzato per costruire i manici degli attrezzi da lavoro. Per via del suo basso contenuto in tannini, invece, e dunque della sua scarsa resistenza alla decomposizione, non è indicato per la costruzione di mobili o case.

Fitoterapia:

La corteccia, il legno, le foglie e i semi del Faggio sono usati in medicina per le loro proprietà astringenti, antisettiche e disinfettanti. Il Faggio è una pianta rinfrescante: una preparazione fatta con la corteccia è un vecchio rimedio contro le febbre e stare sotto a un Faggio calma, rinfresca e stimola.

Un tempo la cenere di quest’albero  era utilizzata per produrre unguenti contro le infiammazioni della pelle di uomini e animali, così come per la preparazione di soluzioni saponose utili per pulire o lavare le superfici e la pelle.

Le foglie del Faggio sono commestibili e possono essere consumate fresche, in insalata o in minestre. I suoi frutti contengono il 50% di olio e sono stati utilizzati fin dall’antichità per il nutrimento di uomini e animali.

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Dalla distillazione del legno si ottiene il creosoto, una sostanza fungicida e insetticida che veniva utilizzata per curare funghi e altri problemi della pelle ma che, essendo piuttosto tossica per l’uomo e per l’ambiente, è oggi vietata. Già 200 anni fa però Hanemann, il padre dell’omeopatia, ne aveva notato gli effetti collaterali, trasformandolo in un importante rimedio omeopatico (Kreosotum).

In gemmoterapia, Fagus sylvatica, preparato con le gemme del Faggio, agisce sulle vie urinarie e sul sistema reticolo-endoteliale, ha notevoli proprietà antistaminiche, svolge un’azione diuretica, aumenta le gammaglobuline e riequilibra l’assetto lipidico, rivelandosi utile nella prevenzione e nel trattamento di sindromi allergiche, ipogammaglobulinemie, sovrappeso, cellulite e ritenzione idrica.

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In floriterapia, i fiori del Faggio costituiscono la base dell’importante essenza floreale Beech, rimedio che aiuta le persone ipercritiche ed esigenti, che tendono a isolarsi, a tenere un atteggiamento di superiorità come barriera difensiva, sentendosi incomprese e deluse dal mondo. Beech risveglia in queste persone la virtù della tolleranza e dell’accettazione, permettendo loro di mettere la loro grande lucidità, sensibilità e capacità di osservazione al servizio attivo di se stesse e degli altri.

L’energia del Faggio:

Il Faggio non comunica in maniera diretta e per ascoltare il suo messaggio occorre sintonizzarsi delicatamente con lui e restare in ascolto con ogni cellula del proprio corpo. Si sentirà allora diffondersi lungo la pelle, nelle vene e attraverso i canali energetici una sensazione sottile di benessere e completezza, che non solo pervade il nostro corpo ma permea tutta l’atmosfera del bosco che ci circonda, unificando il campo aurico e armonizzando le nostre frequenze. Stando seduti in meditazione in una faggeta, o sdraiati sul tappeto di foglie contemplando i rami più alti che si sfiorano, s’intrecciano e giocano con la luce, si entra dolcemente a far parte del bosco e così scompare l’illusione di essere separati. Ogni pensiero si placa, l’ansia svanisce e il Faggio ci trasmette la sua energia, mostrandoci con perfetta semplicità come bastare a noi stessi. Siamo calmi ora, siamo connessi. Non ci manca niente. Stare in una faggeta è come stare materialmente seduti nel centro del Cosmo.

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L’energia del Faggio avvolge e penetra i nostri corpi e ci parla di autonomia, di solitudine, libertà e protezione. Ci insegna che a ognuno è possibile bastare a se stesso, poiché ogni cosa è connessa e noi non abbiamo in realtà bisogno di nient’altro che di trovare il nostro Centro, ascoltare la nostra vera Voce, che è la Voce del Centro del Cosmo. Il Faggio ci insegna la forza e la severità necessarie a delineare il nostro spazio sacro, proteggendolo dalle influenze negative. Ci mostra come diventare bosco, nutrendo il terreno che ci nutre e intrecciando le nostre radici con quelle dei nostri simili, facendoci sostenere in questo dai funghi, che in natura sono simbolo della coscienza cosmica che tutto connette. Ci insegna anche a non svalutare le nostre esigenze, ma a cercare con costanza e pazienza l’ambiente giusto per poter prosperare. Ci insegna l’autostima, e che nessuno rispetterà noi e i nostri bisogni se non lo facciamo noi stessi per primi.

Dal Faggio possiamo imparare a creare un nostro spazio sacro (sia interiore che esteriore), meraviglioso come una cattedrale il cui dio siamo noi stessi, identificati con la Natura. Ci dice che non siamo mai soli, anche quando siamo soli. Ci parla della solitudine come strumento di conoscenza e di libertà, che ha bisogno di protezione e di quella disciplina armoniosa che vediamo in atto ovunque nella Natura: nel ricorrere continuo di ritmi e di reti energetiche che costituiscono la sostanza stessa della Vita.

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L’energia pulita e chiara del Faggio ci può aiutare a riconnetterci al nostro Centro e a pensare con lucidità e saggezza, sbrogliando la matassa inutile di condizionamenti e catene che provengono dalla programmazione inconscia a cui siamo stati sottoposti fin dalla nascita.

Quest’albero simbolo di libertà consapevole ci mostra quanto nutrimento e quanta ricchezza possono originare dalla solitudine, se quest’ultima è in armonia con il ciclo della Vita. Imparando a stare soli con noi stessi e proteggendo il nostro spazio sacro possiamo formare enormi boschi meravigliosi, possiamo espanderci e crescere, moltiplicarci, diventare giganti pur mantenendo pelli-cortecce sottili, lisce e luminose.

Non bisogna fraintendere l’atteggiamento di apparente chiusura del Faggio come una fuga dalla realtà, o come snobismo. Bisogna invece apprendere da esso l’indipendenza e la forza dell’autoconsapevolezza e dell’autodisciplina. Proteggere il nostro spazio sacro ed essere capaci di bastare a noi stessi ci permette infatti di conservare la nostra sensibilità alla Luce.

“Divieni la tua opera d’arte” ci dice la saggia voce del Faggio, “Trasformati in ciò che sei veramente. Esigi con dolcezza tutta la Bellezza che ti meriti. Non temere, hai la forza di mille radici che ti nutre e le tue foglie tenere si alimentano dell’energia del Sole. Non ti manca nulla. Abbi pazienza, coltiva i tuoi talenti, non svenderti, non concederti a compagnie inappropriate. Abbi il coraggio di scegliere la solitudine, se necessario, e impara ad amarla. La solitudine ti insegna la libertà.  Ci vogliono cent’anni per costruire una cattedrale ma, una volta finita, sarà facile intuire che non poteva essere altrimenti e che ne è valsa la pena fino all’ultimo secondo, fino all’ultimo centimetro, fino all’ultima radice, foglia, micelio di fungo. E nella tua cattedrale gli occhi della Dea, i tuoi occhi, ti osserveranno quieti, dandoti l’unica risposta possibile.”

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Il Castagno: la Luce dal Profondo

Nome: Castanea sativa Mill. (oppure Castanea vesca Gaertn.), famiglia delle Fagaceae.

Il nome latino Castanea, identico in greco, deriva da Castanis, una città del Ponto, in Asia Minore, da cui si pensava che provenisse la pianta.

Botanica:

Il Castagno è un albero deciduo, probabilmente proveniente dall’Iran o dall’Asia Minore, che cresce nell’area del Mediterraneo, nei boschi mesofili tra i 500 e i 1200 metri di altitudine, tra la fascia degli Ulivi e quella dei Faggi. Può formare boschi puri o vivere in compagnia di altre latifoglie, sopporta abbastanza bene il freddo ma teme le gelate tardive. E’ un albero longevo, che nelle condizioni ideali può anche superare i mille anni. La sua chioma è ampia e rotondeggiante, e il tronco tende a svilupparsi al massimo fino a 35/40 metri in altezza, ma diventa molto robusto. Se viene tagliato, il Castagno butta numerosi polloni, che crescendo vicini possono anche arrivare a fondersi in un unico, nuovo tronco. Il suo apparato radicale è espanso e resistente, si insinua nel suolo in larghezza e profondità. La corteccia degli esemplari più giovani presenta lenticelle (fessure a forma di occhio che permettono gli scambi gassosi con l’esterno) ed è solcata da rughe longitudinali che, negli alberi più maturi, si dispongono a formare spirali antiorarie.

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Le gemme sono ovoidali, glabre e di colore rossastro. Le foglie, semplici e alterne, hanno forma allungata di lancia e possono raggiungere una lunghezza di 25 cm e una larghezza anche di 8 cm. Sono dentate in corrispondenza delle nervature, ricoperte da peluria quando giovani e poi glabre, con ghiandole giallastre sulla pagina inferiore e un picciolo breve. I fiori maschili e femminili crescono sulle stesse piante, ma tra i fiori di una stessa pianta non può avvenire la fecondazione. I fiori maschili sono amenti giallo-verdastri che si sviluppano ritti verso il cielo, mentre i fiori femminili sono piccole infiorescenze che nascono alla base dei fiori maschili e da cui si formerà il frutto: una noce (castagna) racchiusa in una cupola spinosa. In ogni cupola (o riccio) sono generalmente contenute da 1 a 3 castagne e quando giunge a maturità la cupola si apre spontaneamente in quattro valve, liberando i frutti. Il Castagno fiorisce a primavera inoltrata e i suoi fiori vengono  bottinati dalle api, nonostante l’impollinazione di quest’albero sia prevalentemente anemogama: il Castagno dona volentieri il suo polline agli insetti, che ne fanno un miele particolare, leggermente amaro e dal profumo intenso. I semi del castagno germogliano molto facilmente, indicando la grande vitalità dell’albero, il suo desiderio di vivere.

Per crescere rigoglioso il Castagno necessita di un suolo profondo e ricco di humus, tendente all’acido, poco calcareo: questa pianta infatti è calcifuga, ovvero mal sopporta la presenza di calcio nel terreno, prediligendo il fosforo e il silicio. Questa caratteristica già ci dice qualcosa sull’energia del Castagno: il calcio è un elemento che struttura e dà forza al materico, mentre fosforo (dal greco phosphoros: portatore di luce) e silicio sono figli della Luce, Luce della Terra.

Un altro genere di suolo che il Castagno ama è quello di origine vulcanica (di nuovo: fuoco della Terra, luce dal profondo).

Il Castagno è molto sensibile ad alcune malattie, che negli ultimi decenni ne hanno decimato i boschi (cancro corticale, mal dell’inchiostro, gli insetti che ne mangiano le foglie quali il balanino delle castagne, la tignola, la carpocapsa e il bombice dispari). Inoltre, dal 2002 è presente in Italia un insetto originario dell’Estremo Oriente, il cinipide galligeno del Castagno (Dryocosmus kuriphilus), che sta danneggiando pesantemente la popolazione di Castagni europea.

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Il cinipide punge le gemme e deposita le uova provocando la formazione di galle, cioè ingrossamenti di varie forme e dimensioni da cui poi, l’anno successivo, sfarfalleranno i nuovi insetti adulti. Questo interferisce con il ciclo vitale dei Castagni, spesso impedendone la fioritura o la fruttificazione, e sottraendo linfa ed energia vitale.

Mitologia e storia:

Non sembra che esistano miti riguardo al Castagno, o almeno io non sono riuscita a reperirne.

Quest’albero grandissimo e umile che da tantissimi secoli vive a fianco dell’uomo sembra non avere leggende che lo ritraggono, come se anche l’immaginario popolare l’avesse tralasciato… Vedremo più avanti che questa caratteristica ci dice molto sull’energia e il messaggio del Castagno.

Il Castagno era noto fin dall’antichità e fu portato in Europa dall’Asia Minore dai Greci, che diedero il via alla sua diffusione in tutto l’areale mediterraneo e anche più a nord, fino in Inghilterra (dove però quest’albero ha una stagione vegetativa molto breve e non vive più di 500 anni).

Fino a dopo il Medioevo, costituiva un’importante fonte di cibo (i suoi frutti ricchi di amido erano alla base dell’alimentazione di gran parte della popolazione) e di legname (i suoi tronchi duri alla decomposizione costituiscono un ottimo materiale per fondamenta e costruzioni).

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A dispetto dell’importanza sociale ricoperta però, Plinio lo svaluta. Parlando della castagne scrive: “Esse sono protette da una cupola irta di spine, ed è veramente strano che siano di così scarso valore dei frutti che la natura ha con così tanto zelo occultato. (…) Sono più buone da mangiare se tostate; vengono anche macinate e costituiscono una sorta di surrogato del pane durante il digiuno delle donne (qui probabilmente Plinio fa riferimento ai culti femminili di Cibele, Cerere e Iside, in cui era proibito l’uso di cereali, sostituiti con pane di castagne)”. (Gaio Plinio Secondo, Naturalis Historia)

Evidentemente, a Plinio sfuggiva qualcosa.

A partire dal Rinascimento, in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e lo sviluppo crescente della cerealicoltura, il Castagno come fonte di cibo e legname iniziò a perdere importanza e gli uomini smisero di prendersi cura dei suoi boschi. La crisi della castanicoltura (a cui concorsero molteplici cause tra cui il cambiamento delle abitudini alimentari, l’introduzione di nuovi materiali quali il metallo e l’interesse verso altre essenze forestali da legno) continuò fino alla fine dell’Ottocento, quando ebbe inizio il suo vero e proprio declino, dovuto alle decimazioni causate dalle malattie che iniziavano a diffondersi (cancro del castagno e mal dell’inchiostro in primis).

Nonostante questa triste storia di abbandono e conseguente fragilità, il Castagno continua a vivere accanto alle comunità umane, offrendo al giungere di ogni autunno i suoi dolcissimi frutti.

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Oltre a costituire una fonte di nutrimento essenziale per i vivi, le castagne fin dall’antichità sono sempre state considerate anche cibo per i morti. In alcune zone della Francia e dell’Italia era (e da qualche parte ancora è) in uso consumare castagne nel giorno di Ognissanti, in corrispondenza a Samhain, la festività celtica legata dall’apertura dei confini tra i mondi e all’inizio del nuovo anno lunare. Nella tradizione popolare le castagne costituiscono il pasto rituale della veglia del giorno dei morti, e in certe case si lasciano le castagne sul tavolo, come omaggio ai defunti. Nella Vienne, in Francia, durante la notte che precedeva il 31 ci si riuniva nei castagneti per cuocervi le castagne.

Secondo Angelini, il Castagno è governato da Giove (funzione primaria) e da Venere (funzione secondaria) ed è legato alla fonte dell’Energia Ancestrale che secondo i Cinesi e gli Egizi esce dai reni, si dirige verso gli organi genitali e risale lungo il meridiano posteriore e anteriore fino alla sommità del cervello, per entrarvi e uscire di nuovo terminando nell’interno del labbro superiore e inferiore.

Uno degli alberi più famosi e vecchi d’Italia è il Castagno dei Cento Cavalli, che vive forse da più di tremila anni nel comune di Sant’Alfio, sulle pendici dell’Etna. Si narra che sotto i suoi rami trovarono rifugio durante un temporale Giovanna d’Aragona e i cento cavalieri che l’accompagnavano per una gita sul vulcano.

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Fitoterapia:

Le foglie del Castagno sono state utilizzate fin dall’antichità (da sole o in associazione ad altre piante quali l’Eucalipto e il Timo) nelle affezioni delle vie respiratorie in virtù delle loro proprietà espettoranti, sedative della tosse e batteriostatiche.

Le gemme agiscono sui vasi linfatici, con una funzione di drenaggio sulla circolazione linfatica degli arti inferiori, dove la stasi linfatica è responsabile di edemi e senso di pesantezza (il Castagno, come si nota dalle spirali ascendenti della sua corteccia e dalla direzione dei fiori maschili, hanno la capacità di far fluire l’energia dal basso verso l’alto, si nutrono della Luce che trovano incastonata del buio della Terra, incanalandola verso il Cielo).

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Il gemmoderivato Castanea vesca gemme associato a Sorbus domestica gemme è un ottimo rimedio per l’insufficienza venosa degli arti inferiori, mentre associato a Aesculus hippocastanum è efficace nel trattamento dell’eritema eczematoso degli arti inferiori. Insieme a Castanea vesca foglie, invece, è utile contro a cellulite (angiocapillarite sottocutanea) (Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia).

In floriterapia, con i fiori del Castagno si prepara tramite bollitura l’essenza Sweet Chestnut, un rimedio vibrazionale molto potente e di grande importanza, che ci parla di Luce nelle tenebre e che corre in aiuto di coloro che stanno attraversando “la notte oscura dell’anima” (San Giovanni della Croce definisce così il viaggio attraverso il buio e la disperazione che affrontano le anime durante il progresso della loro unione con il principio divino).

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La grande floriterapeuta Mechthild Scheffer scrive a proposito dell’essenza floreale: “Lo stato Sweet Chestnut è legato al principio della liberazione. Nello stato Sweet Chestnut negativo l’individuo arriva a convincersi che per lui non esiste alcuna speranza di aiuto.” (Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach)

L’essenza dei fiori di Castagno ci soccorre nell’ora della verità, durante il confronto estremo della personalità con se stessa, durante il suo ultimo tentativo di opporsi a un cambiamento interiore decisivo da cui sente, erroneamente, di doversi difendere. Questo stato è la notte senza la quale non può sorgere un nuovo giorno e Sweet Chestnut porta un barlume di Luce in tutto questo gran buio, risvegliando in noi la capacità di avere fiducia nonostante le avversità, permettendoci di attraversare la fasi dolorose di inevitabile trasformazione senza smarrirci o crollare del tutto. Nel momento in cui lasciamo andare anche l’ultima resistenza, quando sfiniti dalla lotta cediamo e ci abbandoniamo a ciò che ci appare come la fine di tutto, decidendo che non abbiamo più la forza di opporci al destino e che accetteremo ciò che dovrà succedere… Proprio in quel momento, qualunque cosa accada, avviene la magia: la trasformazione che così tanto temevamo può avere luogo, liberandoci finalmente dal nostro vecchio sé, dall’esistenza passata, dal dolore, rigenerandoci e facendoci rinascere alla Luce. Sweet Chestnut risveglia in noi l’intuizione di questa possibilità, facendo vibrare la nostra Luce dal profondo e donandoci fiducia nel fluire dell’Universo, sostenendo tutti i processi di grande dolore e trasformazione, accompagnandoci nel viaggio attraverso la Notte, la Morte, l’Aldilà, senza dimenticare che, alla fine del buio, sorgerà un nuovo Sole.

L’energia del Castagno:

Quella che si sente camminando in un bosco di Castagni è una sensazione particolare. Ci si sente circondati da un’attenzione silenziosa, accolti e abbracciati dalle fronde degli alberi, come se questi ci osservassero, desiderosi di conoscerci e un po’ emozionati. L’energia che circola è molto intensa e si sente un fervere di attività sottile e vibrante tutto intorno.

Il Castagno è un albero speciale. L’uomo lo ha portato in Europa dall’Asia interessato alla sua utilità e il Castagno, generosamente, si è adattato ai nuovi climi, formando boschi vicino agli abitati dove gli uomini potevano comodamente andare a raccogliere legna e nutrimento. Nonostante amasse climi più caldi, ha accettato di crescere in Europa, fiorendo molto tardi e ogni anno quasi disperando di poter sbocciare in nuovi fiori. Eppure ha resistito, anzi la sua vitalità gli ha permesso di diffondersi, i suoi germogli attecchiscono con facilità e i suoi frutti cadono numerosi dai rami in ottobre, producendo quei tonfi secchi che sono per eccellenza il rumore dell’Autunno.

Ma l’uomo non ha mai avuto grande rispetto per quest’albero. Non lo ha onorato con miti e leggende, nonostante sia evidente che i suoi boschi pullulano di gnomi, fate e folletti. Non appena ha avuto un’alternativa, ha abbandonato i castagneti a se stessi, sostituendo i loro doni con prodotti considerati più efficienti o più facili da utilizzare, recandosi fra i loro tronchi amichevoli soltanto nelle domeniche di ottobre, per depredarli delle castagne, raccogliendo frettolosamente i frutti tra il fogliame caduto che ricopre il suolo di mille sfumature di colori caldi.

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E’ come se ogni autunno i Castagni preparassero per la maturazione dei loro frutti una grande festa colorata, cercando di risollevarsi dalla tristezza dell’abbandono, e quasi nessuno ci facesse caso. Le famiglie di umani, nelle domeniche di ottobre, si addentrano nei boschi schiamazzando allegre con i cesti in mano, raccolgono più castagne che possono (sempre meno, viste le malattie che hanno decimato la produzione) e poi se ne vanno a pranzare in qualche ristorante senza ringraziare i loro ospiti arborei. I Castagni nel pomeriggio di queste domeniche rimangono di nuovo soli, depredati e immersi nel silenzio. Nessuno si è accorto di loro, per l’ennesima volta li hanno solamente usati.

Questa storia triste accade continuamente nel mondo, non solo ai Castagni. Ma questi alberi sono particolarmente sensibili proprio perché amano molto l’uomo, così come amano tutte le creature. L’abbandono li rende esposti alle malattie e la loro vita si fa ancora più cupa, giungere a frutto diventa ancora più difficile.

I Castagni sono alberi ospitali, amichevoli, generosi. Hanno chiome frondose e tronchi possenti anche se a volte pare che si sfaldino. Ma soprattutto, hanno la capacità di connettersi con la Luce contenuta nella viscere della Terra e di lasciare che questa li attraversi, sotto forma di energia, liberandola nell’atmosfera. Il Castagno ha qualcosa che lo rende una creatura ultraterrena, che cerca ovunque la Luce e che di Luce è fatta. Non desidera il calcio (che è materico e dà struttura) ma fosforo e silicio, il suo tronco è avvolto da spirali, i suoi fiori si sporgono verso il sole, le api (esseri intimamente legati all’elemento Fuoco) amano il suo nettare e i suoi frutti sono pieni di Fuoco… Il Castagno è un albero della Luce, un albero magico che riesce a sopravvivere in un mondo che non sa ascoltare il suo linguaggio. Il Castagno resiste, non perde la sua grandezza, è sempre amichevole e le forme di vita della Natura lo adorano: fra i suoi rami vivono moltissimi insetti, uccelli e piccoli mammiferi, oltre che numerosi esseri elementali.

Le sue mille voci ci mormorano segreti che provengono da altre dimensioni, memorie cosmiche, melodie antichissime.

In un bosco di Castagni ho incontrato uno gnomo. Almeno credo che fosse uno gnomo, perché non l’ho proprio visto. Per scorgere gli elementali occorre essere molto allenati, non avere barriere mentali a sbarrarci la percezione, ma in ogni caso vederli non è necessario. Basta sentirli.

Stavo in ascolto e avevo comunicato agli alberi la mia apertura a ricevere il loro messaggio. Era l’inizio dell’autunno, ancora le foglie erano verdi ma si respirava già un’aria diversa, già le prime castagne schioccavano giù dai rami sul terreno. D’un tratto, alle mie spalle ho percepito una presenza. Mi sono voltata e ho capito che di fronte a me, vicino a un tronco, c’era uno spirito del bosco. Era piccolo, proprio come immaginiamo sarebbe uno gnomo. Era arrabbiato. Mi ha detto soltanto “Lasciateci in pace!” e poi se n’è andato.

Sul momento ci rimasi male. Pensai “Ma come, io sono qua in ascolto e voi mi dite soltanto questo!”. Ma poi mi guardai intorno. Sentii l’enorme bontà, la Luce che filtrava dalle grandi creature che mi circondavano quasi abbracciandomi, offrendomi con semplicità tutto il loro Amore. Lo gnomo aveva espresso, a buon diritto, l’insofferenza del bosco e dei suoi abitanti verso l’uomo-rapace, che schiamazza e fa rumori molesti, che depreda oppure abbatte, che prende senza ringraziare, che non sa vedere, non sa ascoltare, che dimentica… Per lo gnomo io non ero altro che una di “quelli lì”, che fanno casino e portano distruzione. E aveva fatto molto bene a dirmi quello che mi aveva detto, perché così io avrei potuto ripeterlo ai miei compagni umani: “LASCIATELI IN PACE!”

I Castagni, loro, non avrebbero mai usato un tono del genere. Ma è ormai evidente che la disperazione (il polo negativo della Luce immensa di questi alberi) li sta fiaccando sempre più. Gli gnomi sono arrabbiati perché essi conoscono l’importanza dei Castagni e sono stufi di vedere le loro case depredate dall’uomo.

Le malattie li assediano e i Castagni faticano a reagire. L’uomo non ascolta il loro grido. Cosa desiderano i Castagni? Io non lo so. Non so neanche se fra le loro attività vi sia qualcosa come “desiderare”. So però che si meritano una mitologia, delle storie che li raccontino, attenzioni, cure e rispetto, ammirazione per la loro incomparabile bellezza e per la loro abbondanza, generosità, amicizia… Soprattutto, come ogni altro albero e creatura, meritano di essere ascoltati e amati. E anche noi, stupidi piccoli uomini che non sanno vedere, ci meriteremmo di imparare ad ascoltarli e ad amarli. La Luce che ancora risplende in essi rifulgerebbe allora come una cometa, colmando le nostre vite. Abbracciamo i Castagni, sentiamo la Luce che scorre attraverso i loro corpi. Lo scambio energetico che avviene quando abbracciamo un albero è terapeutico sia per noi che per loro. Abbracciamoli! Uniamo la nostra energia a quella dei Castagni, per attraversare la disperazione onorando la Luce dentro di noi.

Onore ai Castagni perché, per quanto dolore li assedi, sono sempre donatori di vita, esseri di Luce, grandi amici del piccolo uomo!

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Bibliografia:

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Betulla: la Triplice Dea dei Nuovi Inizi

Nome: Betula pendula (o alba), famiglia delle Betulaceae.

Il nome latino è una forma vezzeggiativa del nome gaelico dell’albero: beith.

Il nome inglese invece, birch, così come il vichingo birk e l’antico alto tedesco birka derivano molto probabilmente dalla radice indoeuropea bher(e)g, da cui tra l’altro deriva anche il sanscrito bhurja, e che significa “brillare”, oppure “bianco, splendente”.

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Botanica: Tutte le Betulle provengono dall’emisfero nord della Terra. Il rimboschimento dopo l’era glaciale iniziò proprio dalle Betulle. Oggi la Betulla bianca cresce quasi in tutta Europa. Nelle radure forestali è lei ad avviare la successione ma n genere finisce per soccombere alla concorrenza di altre specie arboree. Solo su lande e aree isolate riesce ad affermarsi in modo duraturo. La sua altezza non supera quasi mai i 25 metri.  Ha una chioma leggera di foglie dalla forma di asso di carta da gioco (da romboidale a rotonda-triangolare) che compaiono molto presto in primavera (la Betulla e il Sambuco sono i primi a mettere le foglie). Contemporaneamente alle foglie, sui suoi rami flessuosi compaiono anche i fiori, su ogni albero sia maschili che femminili. Gli amenti maschili sono penduli e si sviluppano sui rami dell’anno precedente, mentre quelli femminili, rivolti verso l’alto, crescono sui rami dell’anno in corso. Il polline della Betulla (a cui non poche persone sono allergiche) è abbondante e polveroso e si diffonde facilmente tramite il vento.

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Dopo che il fiore femminile è stato impollinato, l’amento fruttifero giunto a maturazione si disgrega, liberando piccole noci fornite di due ali che possono raggiungere lunghe distanza con l’aiuto del vento, colonizzando velocemente vaste aree. Solo con il tempo, però, le Betulle creano dense foreste. I compagni preferiti sotto la loro chioma leggera sono i prati e in seguito, quando il terreno lo permette, come per esempio le Querce. Poiché non vive molto a lungo (80, 100 o al massimo 120 anni), e poiché molti germogli avvizziscono sotto l’albero madre, sempre nuovamente la Betulla lascia spazio ad altri alberi, dopo aver migliorato il terreno in loro favori tramite le sue foglie che già alla fine dell’estate ingialliscono e cadono al suolo facilmente, formando una coperta fertilizzante per la Terra; e grazie alle sue radici sottili e sensibili che arieggiano il terreno, scambiando energia e ospitando micorrize e altre creature del suolo.

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Il legno della Betulla è duttile e leggero ma al tempo stesso resistente: questo lo rende adatto alla costruzione di mobili, attrezzi sportivi come gli sci, ed eliche. Anche il fuoco che produce è molto utile, perché si accende con facilità, anche se fresco (per via della presenza abbondante di catrame nella corteccia) e può bruciare in campo aperto senza produrre scintille.

Oltre alla chioma ariosa di foglie singole e generalmente minute, quasi cuoriformi, che vibrano al vento, un’altra importante caratteristica distintiva della betulla è senza dubbio la sua corteccia magnifica, tipicamente bianca cartacea a strisce orizzontali, con squarci neri di forma diamantata (in altre varietà di Betulla si può trovare anche marrone o addirittura nera però), ricca di catrame che la rende buona da bruciare ma anche impermeabile. Per questo veniva impiegata dai Nativi Americani per la costruzione dei tetti delle loro abitazioni, le wigwam, o per la costruzione di canoe. Anche le popolazioni del Nord Europa ne facevano e ne fanno tutt’oggi uso per la coibentazione dei tetti delle abitazioni tradizionali.

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Il colore bianco della corteccia, che ricopre un il colore rosso che sta al di sotto, è dovuto a cristalli di betullina incolori, che riflettono la luce del sole insieme all’aria contenuta nelle cellule.

I suoi rami principali crescono in verticale, mentre quelli secondari sono penduli. Tutti i rami durante l’inverno acquistano una tonalità violacea e sono ricoperti di uno strato di cera viola che dà alla Betulla una grande resistenza al freddo e al brutto tempo.

Mentre il legno di Betulla marcisce piuttosto in fretta, la corteccia si può conservare molto più a lungo. Per questa ragione può capitare di trovare, nei boschi, cilindri di corteccia di Betulla svuotati del loro contenuto.

Essendo un albero pioniere, la Betulla riesce a colonizzare bene i terreni incolti o che sono stati devastati da incendi. Può crescere su terreni pietrosi, sabbiosi e brughiere acide. Il suo sistema di radici poco profonde indica che non si aspetta molto dal suolo. I pochi minerali di cui ha bisogno vengono elaborati dai funghi che spesso le fanno gradita compagnia.

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La Betulla è un albero con un alto grado di adattabilità, che ben sopporta terreni umidi (grazie al fatto che le sue radici, non andando in profondità, non soffrono di asfissia a causa dell’acqua), acidi, brulli, poveri. E’ molto fertile e produce molti semi che sparge grazie all’aiuto del vento. E’ una coraggiosa colonizzatrice di terre estreme, una portatrice di vita. L’unica cosa di cui non può fare a meno è la luce. La luce che dona il colore al suo tronco e che fa danzare le sue foglie. La Betulla non sopravvive infatti in contesti boschivi troppo bui, se altri alberi crescono troppo vicino a lei, soccombe. O meglio, i suoi semi volano altrove, alla ricerca di nuove lande da fecondare, nuove terre in cui aprirsi alla luce e riflettere la sua gioia tutt’intorno.

Tuttavia non sono rari i boschi di Betulle, in cui i tronchi aggraziati di questi alberi crescono uno di fianco all’altro come sorelle. Le cortecce bianche donano un aspetto fantasmagorico a questi boschi, un’atmosfera fatata. Non per niente la betulla viene anche chiamata la Signora Bianca e in Irlanda e nel Galles è spesso associata al mondo delle Fate o all’altro mondo, Tir na nOg.

Spesso infine, si trovano anche Betulle gemelle, cresciute a gruppi di due o, più di frequente, tre tronchi con base comune.

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Trovare tre Betulle “siamesi” ha sempre qualcosa di magico: la Betulla infatti è un albero strettamente legato al culto del femminile e della Grande Dea, soprattutto nella sua forma triplice: Bianca, Rossa e Nera. La corteccia della betulla presenta tutti e tre i colori della Dea e quindi incontrare tre Betulle gemelle indica chiaramente che si è in presenza di una manifestazione della Dea e che il luogo in cui ci si trova è sacro.

Mitologia e storia: La Betulla è considerata un albero sacro presso numerose civiltà dell’emisfero boreale ed è da sempre stata una compagna fidata e ispiratrice dell’uomo.

Da un lato è l’albero sciamanico per eccellenza presso varie tribù siberiane, come i Buriati e i Samoiedi Avam, protagonista dei rituali di iniziazione sacri e vista come una scala su cui arrampicarsi per entrare nell’Altromondo, il mondo dei Morti e degli Spiriti dove il corpo dell’aspirante sciamano sarebbe stato fatto a pezzi, cucinato e rimesso insieme in modo diverso, ora dotato di poteri di guarigione e di una sapienza misterica; segnato per sempre da una ferita inguaribile che lo separa dal resto dell’umanità ma al tempo stesso gli dona una seconda Vista, un secondo Udito, la capacità di comunicare con gli Spiriti, di viaggiare nel tempo  nello spazio, superando la morte per recuperare frammenti di anime andati perduti, schegge di conoscenza nascoste fra i mondi. Lo sciamano è una creatura a metà fra l’aldiqua e l’aldilà, fra la vita e la morte. Non è più un uomo normale ma è un mago, in grado di influenzare la Realtà con la sua mente, che ha superato il concetto di separazione, di limite, e pertanto può qualsiasi cosa, poiché è in intimo contatto con le forse della Natura, è un tutt’uno con esse e ne è profondamente consapevole.

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La Betulla è la madrina dei rituali iniziatici degli sciamani siberiani, che la considerano l’asse del mondo, nonostante non sia un albero di grandi dimensioni. Ma la Betulla è anche un albero-fantasma, un albero-spirito, permeata di luce e aria, bianca e ricoperta di occhi neri, stagliata sola in mezzo a campi di neve, riflettendo la luce con la sua corteccia che si squama come il corpo di un serpente e le sua foglie che tremano al minimo soffio di vento. E’ un albero di confine, la cui chioma che balugina controluce sotto i cieli del Nord può apparire come un occhio che si apre e si chiude, come una porta per un altra dimensione. E’ facile quindi comprendere come mai gli sciamani siberiani le identificano come una scala che conduce nell’Altromondo. Una volta in cime a una Betulla, si scompare nella Luce.

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Oltre a comparire nei rituali, la Betulla compare come albero magico anche in numerosi sogni iniziatici in cui il futuro sciamano, affetto da una malattia apparentemente incurabile e da febbre alta, viene trasportato in viaggi astrali durante i quali incontra gli Spiriti dell’aldilà che gli insegnano a curare.

Il legno di Betulla ha inoltre la caratteristica di modulare molto bene i toni alti con quelli bassi e per questa ragione viene spesso usato, fin dall’antichità, come legno per costruire tamburi.

Questa qualità di albero limitare, di confine tra i mondi, caratterizza la Betulla anche presso le culture di origine celtica, dove è considerata un albero delle fate, nei pressi del quali dimorano spiriti magici o spettri.

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Oltre ad essere l’albero degli sciamani, la betulla è però anche l’albero della Grande Dea, in moltissime culture associata al principio femminile, probabilmente per via della sua grazia e leggerezza, della sua grande fertilità, del suo coraggio e della sua forza, del suo amore per la luce.

E’ un albero consolatorio, generoso, dotato di un grande slancio vitale.

E’ l’albero di Freya, dea della fecondità e dell’amore presso la cultura norrena; di Venere presso i Romani; di Berchta, di Brigit, di Ostara, di Cerridwen; Sarasvati, dea hindu delle acque, viene spesso rappresentata seduta a gambe incrociate su un fiore di loto, con in una delle mani una corteccia di Betulla su cui sono scritti versi dei Veda.

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Infatti, la corteccia di Betulla, per via della facilità con cui si stacca dal tronco e della sua conservabilità, è stato uno dei più antichi supporti per la scrittura in Russia e nel nord dell’India. I più antichi reperti dei Veda che abbiamo sono scritti su corteccia di Betulla.

Durante Beltane, una delle quattro feste stagionali celtiche che si celebrava il 1 maggio di ogni anno, le coppie di amanti andavano a fare l’amore nei boschi di betulle.

Sempre durante la festa della Primavera oppure della Pentecoste, i giovani portavano ghirlande di Betulla alle ragazze che amavano.

La Runa Berkana deriva il suo nome dalla Betulla, la cui energia rappresenta. Berkana è il principio femminile di maternità ed eterna fluidità, di nascita e rinascita; è l’anima della Natura, il Nuovo Inizio, la concretizzazione.

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Beith è inoltre la prima lettera dell’alfabeto arboreo oghamico.

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Ma oltre ad essere simbolo di Amore, di fluidità e di rinascita, di forza palingenetica che riporta la vita sulle ceneri degli incendi, la Betulla è allo stesso tempo anche simbolo di vecchiaia e di morte. Il bianco della sua corteccia, che fa apparire il suo tronco come un fantasma, e il suo ruolo di guardiana del confine tra la vita e la morte, la rendono protettrice delle soglie, saggia megera dai capelli candidi che non teme la morte perché sa di essere immortale;  la Perchta, vecchia madre sapiente, che custodisce i segreti della femminilità e protegge donne e bambini.

A questo aspetto è legato il suo potere purificatore: il mese della Betulla inizia il 1 novembre, con Samhain, la festa stagionale che segna l’inizio dell’anno lunare, il capodanno celtico. A Samhain le porte fra i mondi si aprono ed è possibile incontrare spiriti guida e spettri. Inoltre, a Samhain (durante la prima luna nuova dopo il 1 novembre) la Terra viene investita da una grande energia di purificazione, preparandosi ad attraversare l’inverno.

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Scope di rami di Betulla (non strappati dagli alberi ma raccolti da terra con rispetto, chiedendo all’albero madre il permesso di poterli utilizzare) venivano usate e vengono usate tutt’oggi per spazzare il pavimento scacciando le energie negative, ripulendo e purificando l’aura del luogo.

Nella saune dell’Europa del nord si usa ancora frustare dorsi e gambe delle persone con rami di Betulla, per favorire la circolazione.

La linfa di Betulla, che si raccoglie a inizio primavera da fori praticati nel suo tronco, è un rimedio per drenare e per purificare il sangue.

Inoltre la Betulla è da sempre connessa alla Triplice Dea (presente in tutte le culture indoeuropee fin dal Neolitico), sia per via della sue spiccate qualità di albero femminile, sia per via dei tre colori della sua corteccia (bianco, rosso e nero, come i colori della Dea giovane, matura e vecchia), sia per via del fatto che spesso si possono trovare gruppi di tre Betulle cresciute dallo stesso ceppo, che segnano luoghi sacri e costituiscono portali magici.

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La sua corteccia che si squama come la pelle di un serpente richiama anch’essa l’idea di morte e rinascita, di trasformazione, di nuovo inizio (abbandonare la pelle vecchia, ritornare giovani…) e contribuisce anche ad associarla alle immagini della Dea Serpente neolitica.

E’ l’albero nazionale di Finlandia e Russia.

Dove c’è tanta luce, c’è anche tanta ombra. E il potere della Betulla è proprio quello di non soccombere al lato oscuro ma di continuare a danzare la danza della vita, con grazia e sapiente leggerezza. E’ una vecchia, una vecchissima che però sembra sempre giovane. E’ il rinnovamento continuo, il morire e disseminarsi, scivolando in bilico tra Buio e Luce, scintillando.

Fitoterapia:

La Betulla è governata dal pianeta Venere (sistema linfatico, gola, larigne, corde vocali, reni, surreni) e in seconda istanza da Saturno (di nuovo le sue due anime!) ed è connessa alle potenzialità del segno Bilancia, che calibra in sé gli opposti, ma agisce efficacemente su tutti i segni ed è quindi da considerare una pianta delle più utili, da sempre molto importante per le popolazioni delle zone artiche e temperate.

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E’ uno dei diuretici e diaforetici più efficaci (soprattutto le foglie), in quanto è un potente eliminatore dei cloruri, dell’urea e dell’acido urico. Si impiega nei casi di reumatismi gottosi, litiasi urinarie, coliti nefritiche, albuminuria e applicata localmente con lavande nel caso di affezioni delle vie urinarie. E’ la pianta principe dei ricambi cellulari di sodio e potassio. Le foglie fresche sono più attive e ciò fa supporre che l’olio essenziali rinforzi l’attività diuretica.

Inoltre, l’estratto fluido, acquoso e secco ottenuto dalle foglie ha anche attività antibiotica.

E’ largamente impiegata nel trattamento della cellulite, favorendo l’eliminazione di acido urico e colesterolo e di conseguenza l’eliminazione e la scomparsa dei noduli fibroconnettivali.

Infusi di foglie di Betulla si usano, esternamente, contro la caduta dei capelli, mentre con la corteccia si possono preparare pediluvi utili contro il sudore profuso dei piedi.

Influendo sulle surrenali, la Betulla è anche un debole stimolante sessuale, ed è ottima ed efficace anche nei casi di ipercolesterolemia.

La corteccia e il legno di Betulla danno per distillazione secca un catrame che viene utilizzato nella cura delle affezioni cutanee. L’olio essenziale ottenuto dal catrame di Betulla si una in pomata (8%) contro il reumatismo e può essere impiegato in prodotti per il massaggio sportivo.

In Gemmoterapia è da segnalare la Linfa di Betulla (conosciuta come Betula verrucosa linfa), che contiene due eterosidi i quali liberano per via enzimatica salicilato di metile ad attività analgesica, antinfiammatoria e diuretica. Nel trattamento dell’iperglicemia può essere considerata rimedio principe, in quanto la sua assunzione regolare per due o tre mesi ne permette la riduzione del 20-30%: si riesce così a ottenere una diminuzione non solo del rischio vascolare, ma anche articolare, sempre presente nell’uricemia. Per l’aumentata attività diuretica che determina, può anch’essa essere utilizzata nel trattamento delle litiasi urinarie.

L’indicazione principale per la linfa di Betulla è comunque quella riguardante il trattamento della cellulite, ove riduce l’impastamento e la componente dolorosa oltre a contrastare, grazie all’aumento della diuresi, la ritenzione idrica. Per queste peculiarità e per l’attività ipocolesterolemizzante, la linfa di Betulla rientra anche nei protocolli terapeutici per il trattamento del sovrappeso.

La linfa di Betulla viene raccolta con una tecnica particolare: all’inizio del mese di marzo, durante la montata di linfa primaverile, si praticano nelle Betulle adulte, che crescono in zone boschive, e di preferenza sulla parte del tronco esposta a sud, alcuni fori a circa un metro da terra, profondi da due a cinque centimetri, leggermente obliqui verso l’alto, nei quali si introduce un ubichino da cui la linfa defluisce nei recipienti posi a terra. La raccolta risulta più proficua quando le Betulle sono di media grandezza, crescono in luoghi elevati e l’inverno è stato rigido. Ricordiamoci, qualora volessimo tentare queste tecnica, di chiedere il permesso alla Betulla, di trattarla con rispetto e gentilezza ed esserle profondamente grati per il dono che ci sta facendo. Non abusiamo della sua generosità, tuteliamo al sua salute e integrità: la linfa è il suo sangue!

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In Gemmoterapia, oltre a Linfa di Betulla, si utilizzano anche altri gemmoderivati, tutti dalle magnifiche proprietà e preziosi per l’uomo. Eccone un breve elenco (Betula verrucosa Ehrart, Betula alba L. e Betula pendula Roth sono tre nomi differenti usati per indicare lo stesso albero):

Betula verrucosa gemme MGDH1: processi di natura infiammatoria o infettiva, disturbi della cresctia:

Betula verrucosa semi MGDH1: navrastenia da affaticamento intellettuale, depressione;

Betula pubescens amenti MGDH1: astenia sessuale, sovrappeso;

Betula pubescens gemme MGDH1: infezioni recidivanti delle vie aeree (azione immunostimolante), disturbi della crescita;

Betula pubescens radichette MGDH1: iperuricemia, ritenzione idrica, ipercolesterolemia.

Nel repertorio floreale alaskano c’è un’essenza che si ricava dai fiori di Betulla, in particolare quelli di Betula papyrifera, una specie di Betulla diffusa in Alaska, la cui corteccia tende a sfaldarsi in riccioli. Il rimedio, Paper Birch, è utile in tutte in quelle occasioni in cui ci sentiamo insicuri, non riusciamo a comprendere dove siamo sul nostro cammino, abbiamo difficoltà a prendere decisioni che incidono sul nostro cammino oppure quando non abbiamo sufficiente determinazione nel raggiungere in nostri obiettivi una volta che sono stati identificati e facciamo quello che gli altri vogliono che facciamo piuttosto che ciò che noi vogliamo fare.

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Paper Birch porta calma determinazione, salda consapevolezza dei propositi e una continuità di focalizzazione che viene da una connessione chiara e attiva con i livelli profondi del sé. Paper Birch rinnova la nostra prospettiva su ciò che stiamo facendo nella vita e introduce un’energia calmante, chiarificante e rilassante che ci aiuta a spostare l’obiettivo  dai pensieri caotici e dalle emozioni confuse alla pace e alla gioia che sono sempre presenti nel centro del nostro essere. Da questo luogo di consapevolezza siamo più capaci di prendere decisioni fondamentali nella nostra vita che supportino la verità di ciò che siamo.

Il messaggio di Paper Birch è “Sono attivamente connesso con i livelli più profondi del mio vero sé. Seguo il sentiero della mia vita con calma determinazione.”

L’energia della Betulla:

La Betulla è un albero che amo moltissimo. E’ uno spirito libero, l’incarnazione della libertà e della gioia di vivere. E’ coraggiosa, una pioniera, una vera e propria guerriera della luce la cui arma è però la leggerezza, la fluidità, la danza. E’ un’acrobata che percorre il confine fra Buio e Luce, è una Porta fra i Mondi che grazie alla sua profonda saggezza sa ridere, sdrammatizzare. La sua danza di gioia, la sua chioma che ondeggia nel vento, le sue foglie che cantano luce, i suoi rami flessuosi, il suo aspetto lieve di giovane ballerina non deve trarre in inganno: è proprio la sua grande sapienza, il suo conoscere i segreti per il passaggio tra le varie dimensioni, il suo vivere vicina al ricambio tra vita e morte, a renderla così “spensierata”. Come gli sciamani, che si dice ridano spesso, di quasi qualunque cosa: è perché conoscono la Realtà e sanno che non c’è nulla oltre la gioia. La gioia non è quindi segno di immaturità: chi danza davvero, come la Betulla, lo fa perché sa che non c’è nient’altro, oltre la danza.

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La danza della Betulla è la Danza della Vita, i suoi tronchi bianchi riempiono gli occhi di luce ma portano addosso anche squarci di nero, e sono proprio quegli squarci ad essere i loro occhi… Il bianco riflette la luce dell’aria, ma il nero assorbe, introietta. Nella Betulla troviamo il bianco, il nero e il rosso della Fertilità, una grande fiducia nella rigenerazione, nel mondo: la betulla sparge i suoi semi al vento, lasciando che questi, con il coraggio che deriva dalla gioia e la fiducia che nasce dalla forza e dalla saggezza, volino per il mondo e fecondino la Terra.

Dopo l’era glaciale, quando l’emisfero boreale non era che una landa umida e desolata, lunare, è stata lei, la Dama Bianca, a colonizzare i prati riempiendoli della sua luce, nutrendoli con la sua energia, trasformandoli in magnifici boschi.

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Quest’albero sottile, vicino al mondo degli spiriti, emana chiaramente due tipi di energia, che si fondono e confondono l’uno nell’altro: una è l’energia materna e accogliente, simpatica, della ragazza dei boschi. Incontrare durante le passeggiate i tronchi occhieggianti delle Betulle alleggerisce immediatamente l’animo, fa sentire accolti, a casa, tra le braccia delle proprie sorelle, allegre e al tempo stesso discrete. L’altra energia è quella fantasmagorica, spiritica, sempre richiamata dal colore bianco. Un bosco di Betulle, mentre sembra una famiglia di sorelle che accolgono, proprio al tempo stesso, contemporaneamente, sembra anche un bosco di fantasmi, di spiriti assiepati che osservano e proteggono la sacralità del luogo. Non spaventano, ma per un attimo fermano il cuore, facendoci riflettere sul fatto che l’Altromondo è molto più vicino di quanto siamo soliti credere, è proprio qui di fianco a noi, anzi, in mezzo a noi: pervade il nostro mondo, ci siamo dentro in questo preciso momento…

La Betulla è legata sia a Beltane, festa della primavera, che a Samhain, festa di purificazione, capodanno delle Streghe, cuore dell’inverno.

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E’ la grande Madre, la Sorella e la Vecchia Saggia.

Il suo aspetto muta, in alcuni momenti è un’anziana signora dai capelli candidi, in altri una giovane che danza con la chioma luminosa sciolta nel vento.

Il suo segreto sta nel cambiare pelle, nello sfaldarsi della sua corteccia, nel rinnovamento continuo e nel non attaccamento. La Betulla sa che la vita è un ciclo di morti e rinascite il cui cuore è il continuo mutamento, il ricambio, lo slancio che inizia le danze, la corsa verso la luce.

La sua potente energia protegge tutti i nuovi inizi, donando leggerezza e fiducia ma anche forza, coraggio, adattabilità e saggezza.

In ogni nuova impresa, quando dovete lasciare andare il vecchio per intraprendere il nuovo, fate come la Betulla, questa antica e bellissima Maestra: entrate in contatto con la fluidità tutta femminile e l’ispirazione che brilla dentro di voi, sentite la vita pulsare nel vostro centro, pulsare di gioia. Screpolate via la pelle morta dalle vostre membra, fate la muta, rinnovatevi da capo a piedi lasciando scivolare via da voi le cellule morte, le energie del passato. Fate una girandola tra Buio e Luce, lanciate per aria i vostri semi, affidandoli al Vento, espandetevi danzando senza paura, correte libere per i prati attraversando l’inverno certe del ritorno della Luce, felici anche nel Buio. Siate voi stesse a cambiare il mondo, con la vostra energia feconda. Tutto è possibile, basta non smettere di danzare, anche quando sembra di essere immobili. La danza è nella luce degli occhi, nell’aria che respiriamo, e nutre ogni nostra cellula di gioia immensa.

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“I’d like to get away from earth awhile

And then come back to it and begin over.

May no fate willfully misunderstand me

And half grant what I wish and snatch me away

Not to return. Earth’s the right place for love:

I don’t know where it’s likely to go better.

I’d like to go by climbing a birch tree,

And climb black branches up a snow-white trunk

Toward heaven, till the tree could bear no more,

But dipped its top and set me down again.

That would be good both going and coming back.

One could do worse than be a swinger of birches.”

(Da Birches di Robert Frost)

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Bibliografia:

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-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Bellini G., Carmignani U., Runemal, Età dell’Acquario, Torino

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Mediterranee Edizioni, Roma 1953

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-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Frassino: l’Incontro con Se Stessi

Nome

Fraxinus excelsior (dal greco phrassein: “assiepare”), famiglia delle Oleaceae

Botanica

Il Frassino è endemico e diffuso in tutta Europa, fino al Caucaso. Non è raro trovarne nei pressi delle fonti, poiché predilige terreni profondi e umidi. Può arrivare a misurare 45 metri di altezza, raggiunge la maturità dopo i cento anni e in genere vive fino circa a trecento anni. Il legno del suo tronco slanciato è solido e resistente. La corteccia grigio-marrone, liscia in giovane età, successivamente si screpola longitudinalmente e spesso è ricoperta di muschio. Il frassino ama la luce e la lascia passare attraverso il suo fogliame verde brillante, che crea riflessi e ombre come nessun altro albero. Le sue foglie sono lanceolate e imparipennate, cioè costituite da più foglioline di colore verde intenso dai margini leggermente dentellati disposte a coppie sui rami, con una fogliolina singola in cima. La distribuzione del fogliame, ordinata e parallela al suolo, lascia passare i raggi di luce, donando all’albero il suo aspetto caratteristico e regalando a coloro che guardano il cielo attraverso la sua chioma la visione di uno splendido ricamo di luci e ombre. Così come si slancia verso la luce, si immerge nell’oscurità del terreno: dalle sue lunghe e profonde radici piatte si dirama una fitta rete di radici più sottili. Grazie a questo e al ricco strato di foglie che ogni anno deposita al suolo, il frassino è molto importante nella produzione di humus, facilitando il processo di decomposizione e ventilando il terreno.

I suoi fiori possono essere maschili, femminili o ermafroditi e possono crescere sullo stesso albero o su esemplari diversi. In primavera, i fiori compaiono prima delle foglie, tra marzo e maggio, e sono piccoli e privi di calice e corolla, di colore olivastro o porpora scuro. Le gemme del frassino sono particolari: dure e nerissime, vellutate, dalla forma fallica. I frutti sono samare: i semi sono accompagnati da un’ala e crescono in grappoli sotto il fogliame. Solo venti molto intensi riescono a strapparli via: allora volteggiano nell’aria intorno al loro asse longitudinale, seguendo una traiettoria elicoidale. In autunno le foglie cadono dall’albero ancora verdi.

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Mitologia e storia

L’immagine più grandiosa del mitico Albero del mondo, dell’Asse del mondo che s’innalza fino al cielo e giunge negli inferi sostenendo e rigenerando l’universo , è quella del Frassino Yggdrasill descritto nell’Edda di Snorri Sturlsson, un testo che, pur risalendo all’inizio del XIII secolo, riflette tradizioni antichissime ed è un riassunto in prosa della mitologia nordica.

Yggdrasill “è fra tutti gli alberi il maggiore e il migliore; i suoi rami sovrastano il cielo”. E’ sorretto da tre possenti radici che si spingono in diverse direzioni. La prima arriva nella terra degli Asi, gli dèi celesti: sotto di essa vi sono una fonte e una bella sala dove risiedono tre fanciulle, le Norne che “danno agli uomini la vita” determinandone il destino, e si prendono cura dell’albero perché non secchi né marcisca, attingendo ogni giorno alla fonte l’acqua sacra con la quale, mescolata all’argille che si trova nelle vicinanze, ne irrorano i rami.

La seconda radice è nella terra dei giganti della brina, là dove un tempo vi era il baratro primordiale Ginnungagap, spazio cosmico colmo di forze magiche, abisso in cui era contenuto allo stato informe e potenziale l’esistente. Il gigante Ymir, dal cui corpo fu tratto il mondo, venne sacrificato nel mezzo di tale baratro. Accanto a questa radici scorre la sorgente Mimir dove sono celati saggezza e acume.

La terza radice del Frassino sta in cielo: sotto di essa vi è una fonte particolarmente sacra, l’Urdhabrunnr: là gli dèi hanno il loro tribunale.

Sul tronco di Yggdrasill si svolge l’antagonismo, la dialettica tra la sfera divina e quella demoniaca, come testimonia lo scoiattolo Ratatoskr che vi scende e sale riportando le male parole scambiate da un’aquila, accovacciata sui rami e fra i cui occhi è appollaiato un falco, e il serpente che ne rode le radici. Altri animali, tra cui un cervo, circondano l’albero e si nutrono delle sue foglie.

L’albero è fonte della saggezza cosmica e infatti Odino apprende i misteri della vita universale, rappresentati dalle Rune, restando appeso a testa in giù per nove giorni e nove notti a uno dei rami di Yggdrasill, superando tre prove iniziatiche. il legame con Odino è testimoniato anche dal nome: Yggdrasill significa in fatti “il cavallo (cioè metaforicamente la forca) di Yggr”, uno dei nomi del dio. Per questo motivo nell’alfabeto runico di Odino tutte le lettere sono formate con rametti di Frassino.

Yggdrasill sopravviverà al Ragnarok, la fine del mondo, e al crepuscolo degli dèi, pur tremando nel momento più spaventoso dell’apocalittico dramma cosmico. Dopo la terribile prova “la terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”. Un nuovo sole apparirà nel cielo popolato di divinità, figlie di quelle morte, mentre resusciterà Baldr, il dio buono (un altro dei nomi di Odino, indicante una delle sue numerose forme), il cui assassinio aveva provocato la catastrofe. Racchiusi nel legno del Frassino, sopravviveranno un uomo e una donna, Lif e Lifthrasir, che si nutriranno esclusivamente della rugiada mattutina. Saranno loro i nuovi progenitori dell’umanità.

Anche i progenitori dell’umanità attuale, secondo l’Edda, discesero da alberi. Anzi, gli dèi li plasmarono proprio a partire da due tronchi trovati lungo la spiaggia. E Askr, “Frassino”, fu il primo uomo, mentre Embla, “Olmo”, la prima donna.

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In Irlanda, terra celtica, tre dei cinque alberi sacri, il cui abbattimento nel 665 d.C. segnò il trincò del cristianesimo sul paganesimo tradizionale, erano Frassini. Fra i Celti essi erano considerati simboli di rinascita e capaci di operare guarigioni miracolose. Fino a due secoli fa nella contea inglese di Selborne era usanza, prima del levar del sole, far passare nudo un bambino malato di ernie o di rachitismo nel cavo di un vecchio Frassino; oppure, dopo aver praticato un tagli longitudinale in una pianta giovane, lo si faceva passare nella fenditura tre volte, o tre volte per tre. Poi, richiusa la fenditura con argille, si legava il tronco: se il taglio si cicatrizzava, l’ernia sarebbe scomparsa. Chi ne aveva goduto i benefici vegliava sull’albero perché, se lo si fosse abbattuto, la malattia sarebbe ricomparsa, insieme a una cancrena mortale.

Nell’alfabeto arboreo celtico il Frassino era il terzo (o il quinto, in merito gli studiosi non concordano) albero della serie e designava il mese precedente l’equinozio di primavera. Il nome del Frassino in gaelico è Nion.

Sia presso i Vichinghi che presso i Celti il legno di Frassino era usato per costruire le lance (in sostituzione del resistente legno di Tasso, utilizzato per le armi del Neolitico).

Oltre alle armi, erano solitamente in legno di Frassino i bastoni dei druidi, come quello rivenuto ad Anglesey, risalente al I secolo d.C. e decorato con un motivo solare a spirale.

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Il culto del Frassino è sopravvissuto fino a oggi presso i berberi dell’Africa del Nord, nonostante la colonizzazione islamica. Per i berberi è il primo albero creato da dio e all’ombra di un Frassino sacro si svolgono le assemblee dei santi e degli invisibili. Nella Grande Cabilia è per eccellenza l’albero delle donne, alle quali è riservato il compito di arrampicarvisi per tagliare le foglie destinate al bestiame. Inoltre esse vi appendono amuleti, soprattutto quelli legati a magie d’amore. Agli uomini invece il Frassino è vietato. Questo stretto legame con il mondo femminile potrebbe indicare la sopravvivenza di una tradizione arcaica dell’area mediterranea, quando il Frassino era consacrato alla Triplice Dea, alla Luna dai tre volti, immagine della Grande Madre.

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Secondo alcuni il nome latino dell’albero, fraxinus, anziché dal greco phrassein (che significa “assiepare”) deriverebbe dalla stessa radice di fragor (schianto, fracasso) e di fractura (frattura), Siccome in Grecia il Frassino era consacrato a Poseidone, dio dell’oceano e dei sismi, il legame semantico con fragor può essere compreso. D’altronde prima di Apollo era Poseidone a profetizzare a Delfi con il pykròn, un metodo di divinazione col fuoco provocato forse dal fulmine attirato dal Frassino.

Poseidone divenne, dopo la spartizione del cosmo con gli altri due fratelli Zeus e Ade, il dio che regnava soprattutto sulle acque. Ritroviamo il legame del Frassino con le acque anche fra i Germani perché Yggr, da cui deriva Yggrdrasill, è connesso, come osserva Robert Graves, con ygra, l'”elemento umido” e, per estensione, il mare. In terre celtiche, per esempio in Irlanda e nel Galles, i remi e le stecche delle imbarcazioni erano fatti con il legno di Frassino, che si riteneva proteggesse dai naufragi. Poco più di un secolo fa, a Killura vi era un Frassino discendente da un altro albero sacro, quello di Creevna, il cui legno era considerato un amuleto contro l’annegamento, tant’è vero che gli emigranti che partirono per l’America dopo la grande carestia delle patate se lo portarono via pezzo per pezzo.

In Grecia il Frassino era abitato dalle ninfe melìadi. Esiodo racconta che Urano generò i Titani dalla Madre Terra dopo aver cacciato i suoi figli ribelli, i Ciclopi, nel Tartaro, un luogo così distante dalla terra che un’incudine di ferro precipitava per nove giorni prima di toccare il fondo. Per vendicarsi Madre Terra convinse il più giovane dei Titani, Crono, a evirare il padre Urano con un falcetto. Gocce di sangue sgorgate dalla ferita caddero sulla Madre Terra che generò da queste le Erinni, i Giganti e infine le ninfe melìadi, immagini greche della Triplice Dea del Frassino, analoghe alle Norne germaniche.

I mitografi greci narrano anche di Melia, la ninfa deal Frassino che sposò Inaco, al quale diede tre figli: Egialeo, Egeo e Foroneo. Quest’ultimo, oltre a fondare la città di Argo, fu il primo a scoprire l’uso del fuoco dopo che Prometeo l’ebbe rubato.

Secondo Esiodo la terza stirpe di uomini, quelle di bronzo (prima vi furono la stirpe d’oro e quella d’argento) era discesa dai Frassini.

Possiamo notare come presso le varie culture il Frassino sia ora legato all’Acqua e al principio femminile, ora al Fuoco, al Sole, al Fulmine, al principio maschile: un albero importante e utile per l’uomo, sacro ma allo stesso tempo utilizzato per costruire strumenti e armi, ma anche per intagliare bastoni druidici e custodire amuleti, guarire infanti, ospitare assemblee, sorreggere l’intero cosmo. La tradizione ce lo presenta quindi come un albero di unione degli opposti, in cui il femminile e il maschile convivono in un’armonia sacra, in cui il quotidiano e il divino si fondono in un eterno presente indistruttibile. Questa convivenza degli opposti si rivela anche nell’aspetto fisico dell’albero: il Frassino esiste infatti sia in forma dioica (alberi maschili e femminili separati) sia in forma monoica (fiori femminili, maschili ed ermafroditi sulla stessa pianta).

Fitoterapia

 In fitoterapia il Frassino (soprattutto le sue foglie e la corteccia) viene impiegato principalmente come diuretico, antinfiammatorio e contro la ritenzione idrica e la cellulite (nota: anche qui acqua e sole). Viene spesso utilizzato come coadiuvante nei regimi dimagranti e nel trattamento della litiasi renale (il fraxoside, contenuto nelle foglie e nella corteccia, è uricolitico, cioè scioglie i cristalli di acido urico). Le sue foglie, inoltre, hanno un’alta concentrazione di acido malico, sali di calcio e mannitolo, comportando così una blanda azione lassativa, senza effetti collaterali quali le coliche. La corteccia del Frassino è ritenuta tonica e febbrifuga: in passato infatti la pianta veniva chiamata China d’Europa. Nei semi si trovano un olio essenziale e un olio grasso simile per composizione a quello del girasole, e anche i semi in passato si utilizzavano, avendo proprietà analoghe a quelle delle foglie.

In gemmoterapia, le gemme del Frassino manifestano un organotropismo nei confronti delle vie urinarie e dell’apparato locomotore. Svolgono attività diuretica, uricosurica, antinfiammatoria e ipocolesterolemizzante. L’azione antinfiammatoria non si manifesta solo a livello di ligiamente e sinovia, ma anche a livello della parete della cistifellea, infatti il suo gemmoderivato viene utilizzato in combinazione con quello di Acer campestris per il trattamento della calcolosi biliare. Le indicazioni terapeutiche pertanto riguardano il trattamento di cellulite, ipercolesterolemia,, iperglicemia. Max Tétau, uno dei padri della gemmoterapia, ne segnala l’impiego, insieme a Tilia tormentosa, il Tiglio, nel trattamento della nevrosi d’angoscia (E. Campanini, Manuale pratico di gemmoterapia, op. cit.).

Può essere inoltre associato al gemmoderivato di Olea europea, l’Ulivo, nel trattamento dell’ipertensione arteriosa.

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L’energia del Frassino

 La storia di come ho incontrato il Frassino e la sua Voce è una storia molto particolare e  vale la pena di raccontarla. Per lungo tempo infatti l’avevo cercato, senza mai riuscire a trovarlo. A volte vedevo un albero e mi sembrava potesse trattarsi di lui, ma invece era sempre qualcos’altro, un Carpino, o un Olmo, e il Frassino rimaneva celato ai miei occhi. In seguito ho compreso perché.

Un giorno, in un momento molto speciale, difficile e delicato della mia vita (proprio durante il mese del Frassino), andai a camminare al parco del mio paese natale, da cui ero stata lontana per molti anni. In passato avevo avuto un rapporto conflittuale con il paese da cui provenivo e in cui viveva la mia famiglia, e per questa ragione ero stata a lungo altrove, cercando di dimenticarlo. Ma poi la vita, con la sua irresistibile corrente magica, mi ci ha riportata improvvisamente e inaspettatamente. Di punto in bianco ho dovuto (e voluto) ritornarvi, e mi ci sono stabilita.

Eccomi dunque in un momento chiave del mio percorso, una fase di grande perdita e transizione, uno di quei momenti in cui si cammina in bilico tra il baratro e il paradiso. Un mattino vado dunque a camminare al parco, come avevo già fatto altre volte, in passato. Ed ecco che, appena entrata, proprio vicino all’ingresso, vedo per la prima volta tre meravigliosi Frassini, uno più grande e vecchio dell’altro. Indubbiamente erano sempre stati lì, ma io non li avevo mai notati. Ero andata in giro per il mondo a cercare Il Frassino, senza trovarlo, e invece guarda un po’ dov’era: a casa mia! Dovevo soltanto tornare a me stessa!

Mi avvicino, saluto e ringrazio i tre alberi. E’ l’inizio dell’estate e grossi grappoli di frutti alati pendono da sotto le foglie ordinate. I Frassini si stagliano verso il cielo con una gentilezza e una semplicità disarmanti, ma allo stesso tempo maestosamente: sono pieni di luce e grazia. Appoggio la fronte al più grande dei tre. Carezzo la corteccia con i palmi delle mani. Poi lo abbraccio. Mi giro e faccio aderire la mia colonna vertebrale al tronco, lasciando che le nostre correnti scorrano parallele, sintonizzandosi. Ascolto la sua energia e rimango in attesa, qualora voglia condividere con me la sua Voce. E improvvisamente il Frassino mi parla. Chiarissima, sento questa frase: “Ti aspettavo da tutta la vita”.

Mi commuovo. Comprendo. Il Frassino rappresenta me stessa, è l’archetipo dell’Io, l’Asse del cosmo che ciascuno di noi è (non per niente Yggrdrasill sorregge tutto l’universo: macrocosmo e microcosmo sono una cosa soltanto).

Il Frassino si staglia al centro di noi stessi: è la nostra identità più profonda, la forma perfetta del nostro Io, quella che non muta e ci sostiene attraverso la vita. Può capitare che noi ce ne dimentichiamo, che andiamo lontano e magari ci perdiamo. Per ritrovarci, per ritrovare l’Albero al centro di noi, non dobbiamo fare altro che rinunciare a tutto e tornare a casa. Lì ci aspetta il nostro Yggrdrasill, gentile e maestoso, perfetto in ogni sua parte. Scopriamo allora che lui era sempre stato lì, dentro di noi, magari proprio in quella parte di cui ci eravamo voluti dimenticare. Ed è stupendo ritrovarlo, ritrovare se stessi ancora così magnifici. Si ride dallo stupore e si piange, incontrando il proprio Io, quella parte di sé connessa direttamente al Sé universale eppure unica, individuale. L’Albero che sostiene e ospita il nostro mondo, la struttura invisibile su cui gli opposti convivono armoniosamente, senza fondersi, mantenendo ciascuno la propria identità fondamentale per la vita in questa dimensione, ma in pace. Una pace di luce e acqua, con grandi radici dolci e un tronco altissimo, solido, e tantissime foglie perfette e grappoli di frutti fruscianti e gemme nere, nude, dure, come minuscole zampe di cerbiatto. Le radici del Frassino esplorano la terra, le sue foglie disegnano il cielo con la luce. La parte più autentica e profonda di noi stessi, il nostro Io quando diviene (anzi, quando si accorge di non essere altro che) Sé,  superando la mente angusta e fluendo nella Vita Universale, è un meraviglioso Frassino, generoso e accogliente ma anche forte, indistruttibile. E non dobbiamo andare a cercarlo in capo al mondo. No, lui è esattamente nel posto in cui non avremmo mai pensato di trovarlo, il posto più vicino e scontato, magari un luogo che abbiamo rinunciato ad amare tanto tempo fa, partendo per posti diversi. Ma lui invece è rimasto lì, bellissimo, in attesa del nostro ritorno, sorridendo come sanno sorridere gli alberi. Grazie Frassino, per avermi permesso di incontrare me stessa. Non cercherò più di dimenticare chi sono. Grazie.

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Bibliografia

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

-Sturlsson S., Edda, traduzione a cura di G.Dolfini, Adelphi, Milano 1975

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