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Tiglio, la Via del Cuore

Nome: Tilia cordata Mill. (Tiglio selvatico) e Tilia platyphyllos Scop. (Tiglio nostrano) sono le due specie maggiormente rappresentate in Europa e di cui qui ci occuperemo. Queste due varietà si assomigliano e si ibridano molto facilmente, tanto che Linneo le considerava un’unica specie, che chiamò Tilia eurpaea. Appartengono alla famiglia della Tiliaceae (anche se lo Angiosperm Philogeny Group le classifica nella famiglia delle Malvaceae).

Il nome generico Tilia deriva dal greco ptilon, “ala”, per via della brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti. L’epiteto specifico cordata si riferisce alla caratteristica forma a cuore delle foglie di quest’albero, mentre platyphyllos significa “dalle ampie foglie”.

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Botanica:
Il Tiglio è una pianta di grandi dimensioni e uno degli alberi più longevi, può infatti raggiungere i 1000 anni di età, mentre la circonferenza del tronco può arrivare a misurare 10 m. Ha un accrescimento piuttosto lento, che fino verso i 150 anni di età è più rivolto verso l’alto, mentre in seguito cresce soprattutto in larghezza.
Il tronco del Tiglio è robusto, alla sua base spuntano spesso numerosi polloni e la corteccia grigioargentea, liscia negli esemplari giovani, con l’età tende a divenire splendidamente rugosa e fessurata. Le fibre cribrose del suo legno sono molto forti e flessibili e venivano usate sia dai Greci che dagli Anglosassoni per la produzione di corde, zerbini, borse e vestiti (rafia di Tiglio). Negli individui isolati, la chioma è larga e tondeggiante, spesso cuoriforme come le foglie, mentre se il Tiglio si trova vicino ad altri alberi la sua chioma si sviluppa naturalmente più in altezza.

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Non si trova spesso nei boschi, perché crescendo lentamente non gli riesce facile competere con altre essenze più aggressive. In compenso, per via del suo aspetto dolce ed elegante e del suo profumo inconfondibile, lo si trova sovente in aree urbane, vicino a dove vive l’uomo. Il Tiglio sopporta bene l’ombra e predilige terreni freschi e fertili, non troppo acidi. Le foglie sono cuoriformi, dal margine seghettato, più grandi nel T. platyphyllos (fino a 15 cm di lunghezza) e negli esemplari drasticamente potati. I fiori hanno 5 petali di colore bianco giallastro, e sono uniti in gruppi di tre o di cinque, in infiorescenze ascellari protette da una lunga brattea fogliacea verde chiaro, che servirà come ala per la diffusione dei frutti attraverso il vento. Caratteristica dei fiori è quella di emanare un profumo dolcissimo e pacificante che, nelle sere di inizio estate, durante la fioritura, si diffonde nell’aria, rallegrando gli animi e attirando le api, che sembrano letteralmente impazzire per i fiori di quest’albero, dimenticandosi di tutti gli altri.
I frutti sono piccole noci ovali o globose, della grandezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente chiamato carcerulo.

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Fitoterapia:
Il Tiglio è governato da Giove e da Venere, e agisce sull’ipofisi, come sedativo e leggero ipnotico, sui liquidi corporei come diaforetico e come emolliente delle vie respiratorie.
Venerato nel Nord Europa, il suo utilizzo in erboristeria si rifà agli usi popolari, più che alla farmacopea ufficiale, nonostante l’estratto dei suoi fiori sia presente anche in alcun specialità medicinali registrate indicate a scopo sedativo.

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Del Tiglio si usano le infiorescenze disseccate, che contengono polisaccaridi, poliennali (flavonoidi, tannino, leucocianidine) e un olio essenziale ricco in fenoli, alcol e terpeni.
Tradizionalmente i fiori di Tiglio sono impiegati nella preparazione di tisane a scopo diaforetico, cioè per favorire la sudorazione nelle malattie infettive acute febbrili o da raffreddamento, come le sindromi influenzali. I fiori di Tiglio presentano anche proprietà mucolitiche, come sedativi della tosse, e emollienti, oltre che proprietà sedative delicate, e perciò utilizzabili anche per il sonno dei bambini.
In fitocosmesi, l’olio essenziale e l’idrolato ottenuti per distillazione dei fiori vengono utilizzati in tonici e creme per via delle loro proprietà lenitive, emollienti e rinfrescanti.
L’alburno di Tiglio (parte del legno anche detta “seconda corteccia”), pur senza evidenze scientifiche, trova indicazione nella medicina popolare come diuretico, antinfiammatorio, astringente, spasmolitico e analgesico, considerando il suo decotto un rimedio utile in caso di cefalea ed enterite.

Lo Spirito del Tiglio (rimedio erboristico e vibrazionale preparato a partire da gemme, corteccia, fiori, foglie ed energia dell’albero, secondo un sistema ideato da Hubert Bosch e Lucilla Satanassi e spiegato nel libro Incontri con lo Spirito degli Alberi) è utile per favorire l’incontro degli opposti, per facilitare la risoluzione dei conflitti e rinsaldare i legami tramite l’amore, oltre che per facilitare lo stato meditativo e il sonno.

Mitologia e storia:
Un mito greco racconta che la ninfa Filira, figlia di Oceano, viveva nell’isola del Ponto Eusino che porta il suo nome. Un giorno Crono si unì a lei ma, sorpreso dalla moglie Rea, si trasformò in uno stallone e si allontanò al galoppo. Dall’unione fra Crono e Filira nacque Chirone, una strana creatura, mezzo uomo e mezzo cavallo. Filira provò un tale dispiacere per il figlio mostruoso che chiese al padre Oceano di trasformarla in un albero: il Tiglio, che infatti in greco porta il nome della ninfa. Chirone divenne un celebre guaritore, anche grazie al potere ereditato dalla madre, albero dalle numerose virtù medicinali.

Il Tiglio è sacro ad Afrodite. E’ sempre stato associato alla femminilità nel suo aspetto più dolce e accogliente.  Erodoto, nelle sue Storie, riferisce che in Persia vivevano strani uomini-donna, gli Enarei, che Afrodite aveva privato della virilità perché avevano osato saccheggiare il suo tempio ad Ascalona, in Siria, ma in cambio aveva loro concesso il dono di predire il futuro. Gli Enarei praticavano la divinazione con una corteccia di Tiglio: dopo averla divisa in tre strisce, davano responsi avvolgendo e svolgendo le strisce tra le dita. Probabilmente si trattava di figure simili agli sciamani siberiani, che tramite il travestitismo rituale giungevano a una vera e propria mutazione psicologica di sesso acquistando poteri divinatori grazie alla comunione con la dea e all’uso rituale del suo albero.

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Anticamente in Lituania, per ottenere buoni raccolti gli uomini sacrificavano alle Querce, le donne ai Tigli, e questo riporta alla mente anche la leggenda greca di Filemone e Bauci, coppia di anziani che offre ospitalità a Zeus ed Ermes, nonostante questi si presentino al loro uscio travestiti da mendicanti. Come premio per il loro buon cuore, gli dei offrono alla coppia la possibilità di esaudire un desiderio. Filemone e Bauci chiedono di poter morire insieme e così restare uniti anche nella morte. Quando muoiono, Filemone si tramuta in Quercia, mentre la moglie diviene un Tiglio e i due alberi restano per sempre ad accogliere i viandanti di fianco alla porta della loro casa. Mentre la Quercia è legata a un archetipo di accoglienza e accettazione forse più maschile, il Tiglio è il simbolo dell’amore e dell’ospitalità tipicamente femminili, che abbracciano, avvolgono e rappacificano, sfumando con la dolcezza le tensioni del viaggio.

Presso i Norreni, il Tiglio era l’albero di Freyja, la dea germanica dell’amore, della bellezza e della fertilità. In nessun insediamento mancava un Tiglio e sotto questo magnifico albero gli innamorati si giuravano fedeltà. Celebrare un matrimonio sotto a un Tiglio era considerato di buon auspicio, perché il Tiglio avrebbe generato un forte legame fra gli sposi, forte come le corde che una volta si fabbricavano dal suo floema. E il Tiglio è ancora l’albero più diffuso nelle zone urbane dell’Europa centrale, dove per millenni fu il centro della vita sociale. Ogni tribù si riuniva regolarmente per prendere decisioni politiche ed esprimere giudizi. Tali assemblee erano chiamate Thing e si tenevano all’aperto. Ogni tribù aveva un luogo per l’assemblea, chiamato “piazza Thing” e solitamente posto in cima a una collina, in un bosco sacro, sotto a un Tiglio o più raramente sotto a una Quercia. Si pensava che il Tiglio aiutasse a comprendere le esigenze di tutti e a trovare un’intesa, mentre la Quercia sosteneva di più l’applicazione rigorosa delle leggi.

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Il Tiglio era anche l’albero sotto al quale si incontravano gli abitanti a fine giornata per parlare, cantare e ballare. Veniva piantato vicino alla fontana, dove aiutava le donne a rinsaldare il loro legame, e nella piazza del mercato, dove aiutava a trovare un accordo tra venditore e compratore. Nell’area di lingua tedesca esistono più di 1000 paesi che contengono il nome del Tiglio (Linde) nel loro toponimo.
Per i sacerdoti antichi del Nord il Tiglio era l’albero dell’oracolo, che permetteva di abbandonare il controllo mentale  e così avere la visione del mondo sottile.

Già alcuni millenni fa, il Tiglio veniva utilizzato dall’uomo, che produceva vestiti, corde e borse con lo strato interno della sua corteccia, il libro o floema. Gli autori romani raccontano che i Celti si vestivano con il libro di Tiglio. Le foglie giovani costituivano un’integrazione dell’alimentazione umana, come aggiunta all’insalata, e i contadini antichi le utilizzavano fresche o essicate come foraggio, per aumentare il contenuto di grasso nel latte. Il legno di Tiglio, morbido e facile da lavorare, viene usato per lavori di intaglio e intaso, ma anche per fabbricare strumenti musicali. Una vecchia tradizione suggerisce di piantare un Tiglio quando nasce il primogenito, per trasmettere la sua longevità al casato.

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L’energia del Tiglio:
Il Tiglio è un balsamo per il cuore, forse il più dolce tra gli alberi. La sua energia ci parla della Madre presente in ciascuno di noi, il lato della femminilità che accoglie, lenisce, ammorbidisce e trasmette ottimismo e gioia. E’ un albero fortemente comunicativo e bellissimo, generoso, che straripa bellezza e inonda di profumo il mondo.
La sua energia ci parla di Amore, sintonizzandosi con le frequenze del nostro chakra del cuore (Anahata) e stabilizzandole. E’ l’abbraccio di una madre che conforta e riporta al presente, una madre solida dalle radici profonde e dalla memoria antica, che offre tutto di se stessa per il benessere dell’uomo, per vestirlo, curarlo e alleviare le sue pene. E fa tutto ciò con leggerezza, semplicità, anche da vecchia il profumo di questa madre è dolcissimo, come quello di una fanciulla.

Il Tiglio parla direttamente al nostro cuore, infondendo fiducia e piacere per la vita. La sua energia trasmette comprensione, tolleranza, ottimismo e una sensazione di eterna abbondanza e di un presente eterno, anche se connesso alla ciclicità della natura. Ogni anno, quando il suo profumo torna a inebriare i cuori e le api, sappiamo che c’è ancora speranza, che ovunque, anche nel cuore delle città o nei posti più isolati, l’amore arriva, volando come un seme o spandendosi nell’aria come un aroma.

L’energia che scorre in quest’albero è impetuosa e soave al tempo stesso. E’ un flusso di gioia, di spensieratezza profondamente radicata, di fiducia nella vita. Ed è facile connettersi a lui, sembra anzi che non aspetti altro che fare dono di sé, condividersi.
Il Tiglio rappresenta la Via del Cuore, la più semplice e al tempo stesso la più difficile da seguire. Perché implica l’abbandono delle difese, l’apertura al mondo, la generosità della condivisione che abbatte la paura. Con il suo esempio, Madre Tiglio ci mostra come fare dono di noi stessi agli altri,  manifestando in ogni nostro aspetto la forma del nostro cuore. Ammansisce la rabbia e il rancore, appiana i conflitti ricordandoci la bellezza che ci circonda e ci permea, consola la disperazione avvolgendo nel suo abbraccio senza confini.
Per questo il Tiglio è forse il più amoroso tra gli alberi, così rassicurante ed espansivo. Vicino al Tiglio sentiamo il nostro cuore aprirsi e lui ci sussurra “Non avere paura. Siamo tutti collegati in una rete d’amore, in ogni momento. Condivisione è la chiave e dolcezza il linguaggio.”

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Bibliografia:
-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014
-Angelini A., Il serto di Iside, Vol. I e II, Kemi, Milano 2008
-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012
-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991
-La magia delle piante, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1992
-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004
-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013
-Chiereghin P., Farmacia verde, Edagricole, Milano 2011
-Firenzuoli F., Le 100 erbe della salute, Tecniche Nuove, Milano 2000
-Gobel T., La configurazione dello spazio nel mondo degli alberi e dell’uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2011
-Graves R., I miti greci, Longanesi, Milano 1992
-Junius M.M., Alchimia verde, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore 2010
-Pomini L., Erboristeria italiana, Edizioni Vitalità, Torino 1973
-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011
-Steiner R., Universo, Terra e Uomo, Editrice Antroposofica, Milano 2005
-Impulsi scientifico-spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura, Editrice Antroposofica, Milano 2009
-Tudge C., The Tree, Three Rivers Press, New York 2005
-Wohlleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena 2016

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Meditazione dei Pianeti

Questa è una meditazione che aiuta a ricaricarsi profondamente e a riconnettersi con l’energia che pervade perennemente il nostro corpo e l’intero Cosmo, diventando consapevoli dell’Adesso e dell’armonia che regola ogni nostro movimento. Aiuta a percepire l’identità tra microcosmo e macrocosmo, comprendendo a livello cellulare l’antica verità: “Come sopra, così sotto”. E’ una meditazione d’Amore.

Si può leggere il testo memorizzandone i momenti principali, oppure si può leggerlo ad alta voce, lentamente e con frequenti pause, e registrarlo per poi ascoltarlo durante la meditazione. Oppure ancora si può chiedere a un amico di leggerlo per noi.

Sdraiati a pancia in su in una stanza, possibilmente in penombra e avvolta dal silenzio. Oppure in un prato all’aperto, in un posto tranquillo ombreggiato dagli alberi.

Stendi le mani ai lati del tuo corpo, mettiti comoda, cercando di lasciare andare le tensioni. Rilassa le spalle e socchiudi le labbra, tenendo la mascella morbida. Abbandonati alla Terra, senti il suo corpo al di sotto del tuo, che ti sostiene e respira insieme a te.

Chiudi gli occhi e respira profondamente. A ogni inspirazione, senti l’aria entrare nei tuoi polmoni e l’energia riempire il tuo corpo e poi diffondersi per le tue membra, raggiungendo ogni cellula. A ogni espirazione, lascia andare ogni tensione, rilassati sempre di più. Immagina le tossine e le energie negative abbandonare il tuo corpo e disperdersi nell’atmosfera.

Svuota la mente, sintonizzandoti con il tuo respiro. Sii presente, ora, adesso. Sei al sicuro, non c’è nulla in questo momento che ti minacci, sei tutt’uno con il grande corpo della Terra.

Ora sposta la tua attenzione all’interno del tuo corpo. Permetti alla tua consapevolezza di diventare piccola come una scintilla che inizia a esplorare il tuo corpo, il suo interno calmo e buio, gli organi, i tessuti, le cellule.

Sotto forma di scintilla, compi un viaggio attraverso il tuo corpo, dai piedi alla testa, scivolando lungo il tuo spazio interiore e sondandone ogni angolo. Passa dalle dita dei piedi ai piedi, alle gambe, alle ginocchia e alle cosce. Esplora il tuo basso ventre, lo spazio dietro al monte di Venere, il tuo utero, le ovaie, l’intestino e tutti gli organi dell’addome. Sali fino a i polmoni, al cuore, ai bronchi, alla trachea. Passa nelle braccia, sempre scivolando leggera fino alle mani, che sono rilassate, a terra di fianco a te. Poi sali nel collo e su fino alla testa, al cervello, gli occhi, le cavità nasali, le orecchie e la bocca. Una volta arrivata lì, sempre respirando profondamente, esci dal tuo corpo, attraverso la fessura tra le labbra, e prendi a salire.

Salendo sempre di più, abbandona la stanza o il prato in cui ti trovi e vai in alto, verso il cielo, attraverso le nuvole.

Ora la Terra sotto di te è un meraviglioso paesaggio che si fa sempre più lontano e astratto, una tavolozza di colori tenui…

Attraversa volando l’atmosfera, la luce brillante e i cirrocumuli. Guardati intorno: la Terra sotto di te è verde, blu e bianca, rotonda e avvolta da garze di nubi. Intorno a te c’è il blu profondo dello spazio, le stelle baluginano in lontananza e altri corpi celesti si avvicinano: sono la Luna, il Sole e gli altri pianeti del sistema solare.

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Fluttuando nel vuoto, osserva la danza della Terra e della Luna: la Luna percorre la sua orbita intorno alla Terra scivolando lentamente, senza mai allontanarsi troppo dalla sua sorella. Terra e Luna si guardano, ruotando nello spazio e su se stesse. Una potente forza di attrazione le tiene unite, un’energia magnetica che non è altro che puro Amore. Osservando la loro danza circolare, senti l’Amore che le lega l’una all’altra, permettendo loro di comunicare e di sintonizzarsi in un equilibrio di energie. La Terra e la Luna si amano, sono corpi celesti continuamente presenti a se stessi, la cui splendida coreografia è mossa dal motore dell’Amore, che altro non è se non energia, la stessa energia che costituisce la stoffa di cui è fatto l’intero Cosmo.

Intorno alla danza d’Amore tra la Luna e la Terra, ci sono tutti gli altri pianeti e la Galassia. Allontanati ancora un poco nello spazio e osserva le orbite dei pianeti del sistema solare: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone, ciascuno con i suoi colori, il suo ritmo e la sua dimensione. Scivolano danzando attorno al Sole che emette un’intensa luce ed energia. Anche il Sole sta ruotando. Su se stesso e intorno al centro della Galassia, la Via Lattea, che a sua volta è una spirale che ruota…

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Facendo attenzione, puoi riuscire a percepire il suono dei pianeti, la sinfonia celeste prodotta dal movimento dei loro corpi mentre si muovono gli uni intorno agli altri, influenzandosi a vicenda, in armonia. Gli asteroidi che a volte sfrecciano tra un pianeta e l’altro, seguono la loro rotta nell’Universo, governati anch’essi dalla stessa forza: l’Amore.

Sei una scintilla in mezzo al sistema solare, che osserva il moto dei pianeti, spostandosi con loro e ammirandone la coreografia. E’ tutto un gioco di attrazione e repulsione, di energia che tiene insieme tutto.

Oltre alla musica dei pianeti, ascolta anche la vibrazione di fondo dell’Universo. E’ un suono profondo, poco più che silenzio. Ma se fai attenzione la puoi percepire. E’ la frequenza dell’Amore, il suono cosmico originario, l’OM che pervade l’Universo fin dalla sua nascita e che continua a diffondersi attraverso il Cosmo, trasportando il suo messaggio, riempiendo il vuoto di informazioni. Come scintilla, sintonizzati con la vibrazione dell’OM, lascia che anche il tuo piccolo corpo di luce vibri con la frequenza di fondo dell’Universo. Siete una cosa sola: tu, la Terra, la Luna e i pianeti, la Galassia e l’interno Cosmo siete la stessa energia che vibra a frequenze differenti, e questo permette il moto e la vita. Ma l’energia è la stessa. E’ un’energia divina, di puro Amore, in cui esiste soltanto l’Adesso. Danza con i pianeti al ritmo della loro attrazione, scivola nello spazio, leggera e consapevole solo dell’Ora.

Il movimento dei pianeti intorno al Sole nella Galassia è lo stesso delle tue cellule. Non c’è differenza tra microcosmo e macrocosmo: la stessa armonia che regna quassù regna anche nel tuo corpo. L’Universo altro non è che un immenso corpo di energia, e l’energia  un modo di chiamare l’Amore. Senti l’identità profonda che esiste tra te e l’Universo e immergiti in questo presente di gioia. Sei puro Amore che vibra in sintonia con i corpi celesti, che sono fatti della tua stessa sostanza. Sintonizzati con la coscienza del Cosmo, con la sua immensa consapevolezza silente. Sei lucida e felice. C’è un grande spazio dentro di te, un grande spazio intorno a te, e ovunque pianeti, stelle e cellule danzano insieme un canto d’Amore, in un’estasi continua. Tu e l’Universo siete la stessa cosa.

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Quando vuoi ritornare da questo viaggio, ringrazia e saluta i pianeti e lascia che la tua scintilla scivoli indietro, avvicinandosi sempre più al grande corpo della Terra.

Rientra nell’atmosfera, attraversa di nuovo le nuvole e torna a casa, nella tua stanza o sul prato dove il tuo corpo materiale giace rilassato a occhi chiusi. Senza fretta, rientra dentro di lui dalla bocca socchiusa e connettiti nuovamente al suo respiro calmo e regolare. Respira. Inspira ed espira profondamente.

Ora sei di nuovo nel tuo corpo, il tuo tempio personale, il veicolo attraverso cui ogni giorno percepisci la realtà. Anche lui è fatto d’Amore. Rendigli onore e percepisci la sua profonda connessione con la Terra, che lo nutre e lo sostiene sempre. Senti il suo peso contro il suolo e l’energia che passa dal suo corpo al corpo della Terra e viceversa. La Terra è il tuo pianeta, è meraviglioso, vivo e preziosissimo. E’ fonte di nutrimento e Amore. Le tue radici affondano nel suo grande corpo generoso, rendendoti tutt’uno con lei.

Poi lentamente, con affetto, risveglia il tuo corpo. Incomincia muovendo piano le dita dei piedi e delle mani, stiracchiandoti, e poi apri piano gli occhi.

Bentornata. Non dimenticare la danza d’Amore dei pianeti. Ricorda che stai sempre danzando con loro!

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Betulla: la Triplice Dea dei Nuovi Inizi

Nome: Betula pendula (o alba), famiglia delle Betulaceae.

Il nome latino è una forma vezzeggiativa del nome gaelico dell’albero: beith.

Il nome inglese invece, birch, così come il vichingo birk e l’antico alto tedesco birka derivano molto probabilmente dalla radice indoeuropea bher(e)g, da cui tra l’altro deriva anche il sanscrito bhurja, e che significa “brillare”, oppure “bianco, splendente”.

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Botanica: Tutte le Betulle provengono dall’emisfero nord della Terra. Il rimboschimento dopo l’era glaciale iniziò proprio dalle Betulle. Oggi la Betulla bianca cresce quasi in tutta Europa. Nelle radure forestali è lei ad avviare la successione ma n genere finisce per soccombere alla concorrenza di altre specie arboree. Solo su lande e aree isolate riesce ad affermarsi in modo duraturo. La sua altezza non supera quasi mai i 25 metri.  Ha una chioma leggera di foglie dalla forma di asso di carta da gioco (da romboidale a rotonda-triangolare) che compaiono molto presto in primavera (la Betulla e il Sambuco sono i primi a mettere le foglie). Contemporaneamente alle foglie, sui suoi rami flessuosi compaiono anche i fiori, su ogni albero sia maschili che femminili. Gli amenti maschili sono penduli e si sviluppano sui rami dell’anno precedente, mentre quelli femminili, rivolti verso l’alto, crescono sui rami dell’anno in corso. Il polline della Betulla (a cui non poche persone sono allergiche) è abbondante e polveroso e si diffonde facilmente tramite il vento.

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Dopo che il fiore femminile è stato impollinato, l’amento fruttifero giunto a maturazione si disgrega, liberando piccole noci fornite di due ali che possono raggiungere lunghe distanza con l’aiuto del vento, colonizzando velocemente vaste aree. Solo con il tempo, però, le Betulle creano dense foreste. I compagni preferiti sotto la loro chioma leggera sono i prati e in seguito, quando il terreno lo permette, come per esempio le Querce. Poiché non vive molto a lungo (80, 100 o al massimo 120 anni), e poiché molti germogli avvizziscono sotto l’albero madre, sempre nuovamente la Betulla lascia spazio ad altri alberi, dopo aver migliorato il terreno in loro favori tramite le sue foglie che già alla fine dell’estate ingialliscono e cadono al suolo facilmente, formando una coperta fertilizzante per la Terra; e grazie alle sue radici sottili e sensibili che arieggiano il terreno, scambiando energia e ospitando micorrize e altre creature del suolo.

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Il legno della Betulla è duttile e leggero ma al tempo stesso resistente: questo lo rende adatto alla costruzione di mobili, attrezzi sportivi come gli sci, ed eliche. Anche il fuoco che produce è molto utile, perché si accende con facilità, anche se fresco (per via della presenza abbondante di catrame nella corteccia) e può bruciare in campo aperto senza produrre scintille.

Oltre alla chioma ariosa di foglie singole e generalmente minute, quasi cuoriformi, che vibrano al vento, un’altra importante caratteristica distintiva della betulla è senza dubbio la sua corteccia magnifica, tipicamente bianca cartacea a strisce orizzontali, con squarci neri di forma diamantata (in altre varietà di Betulla si può trovare anche marrone o addirittura nera però), ricca di catrame che la rende buona da bruciare ma anche impermeabile. Per questo veniva impiegata dai Nativi Americani per la costruzione dei tetti delle loro abitazioni, le wigwam, o per la costruzione di canoe. Anche le popolazioni del Nord Europa ne facevano e ne fanno tutt’oggi uso per la coibentazione dei tetti delle abitazioni tradizionali.

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Il colore bianco della corteccia, che ricopre un il colore rosso che sta al di sotto, è dovuto a cristalli di betullina incolori, che riflettono la luce del sole insieme all’aria contenuta nelle cellule.

I suoi rami principali crescono in verticale, mentre quelli secondari sono penduli. Tutti i rami durante l’inverno acquistano una tonalità violacea e sono ricoperti di uno strato di cera viola che dà alla Betulla una grande resistenza al freddo e al brutto tempo.

Mentre il legno di Betulla marcisce piuttosto in fretta, la corteccia si può conservare molto più a lungo. Per questa ragione può capitare di trovare, nei boschi, cilindri di corteccia di Betulla svuotati del loro contenuto.

Essendo un albero pioniere, la Betulla riesce a colonizzare bene i terreni incolti o che sono stati devastati da incendi. Può crescere su terreni pietrosi, sabbiosi e brughiere acide. Il suo sistema di radici poco profonde indica che non si aspetta molto dal suolo. I pochi minerali di cui ha bisogno vengono elaborati dai funghi che spesso le fanno gradita compagnia.

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La Betulla è un albero con un alto grado di adattabilità, che ben sopporta terreni umidi (grazie al fatto che le sue radici, non andando in profondità, non soffrono di asfissia a causa dell’acqua), acidi, brulli, poveri. E’ molto fertile e produce molti semi che sparge grazie all’aiuto del vento. E’ una coraggiosa colonizzatrice di terre estreme, una portatrice di vita. L’unica cosa di cui non può fare a meno è la luce. La luce che dona il colore al suo tronco e che fa danzare le sue foglie. La Betulla non sopravvive infatti in contesti boschivi troppo bui, se altri alberi crescono troppo vicino a lei, soccombe. O meglio, i suoi semi volano altrove, alla ricerca di nuove lande da fecondare, nuove terre in cui aprirsi alla luce e riflettere la sua gioia tutt’intorno.

Tuttavia non sono rari i boschi di Betulle, in cui i tronchi aggraziati di questi alberi crescono uno di fianco all’altro come sorelle. Le cortecce bianche donano un aspetto fantasmagorico a questi boschi, un’atmosfera fatata. Non per niente la betulla viene anche chiamata la Signora Bianca e in Irlanda e nel Galles è spesso associata al mondo delle Fate o all’altro mondo, Tir na nOg.

Spesso infine, si trovano anche Betulle gemelle, cresciute a gruppi di due o, più di frequente, tre tronchi con base comune.

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Trovare tre Betulle “siamesi” ha sempre qualcosa di magico: la Betulla infatti è un albero strettamente legato al culto del femminile e della Grande Dea, soprattutto nella sua forma triplice: Bianca, Rossa e Nera. La corteccia della betulla presenta tutti e tre i colori della Dea e quindi incontrare tre Betulle gemelle indica chiaramente che si è in presenza di una manifestazione della Dea e che il luogo in cui ci si trova è sacro.

Mitologia e storia: La Betulla è considerata un albero sacro presso numerose civiltà dell’emisfero boreale ed è da sempre stata una compagna fidata e ispiratrice dell’uomo.

Da un lato è l’albero sciamanico per eccellenza presso varie tribù siberiane, come i Buriati e i Samoiedi Avam, protagonista dei rituali di iniziazione sacri e vista come una scala su cui arrampicarsi per entrare nell’Altromondo, il mondo dei Morti e degli Spiriti dove il corpo dell’aspirante sciamano sarebbe stato fatto a pezzi, cucinato e rimesso insieme in modo diverso, ora dotato di poteri di guarigione e di una sapienza misterica; segnato per sempre da una ferita inguaribile che lo separa dal resto dell’umanità ma al tempo stesso gli dona una seconda Vista, un secondo Udito, la capacità di comunicare con gli Spiriti, di viaggiare nel tempo  nello spazio, superando la morte per recuperare frammenti di anime andati perduti, schegge di conoscenza nascoste fra i mondi. Lo sciamano è una creatura a metà fra l’aldiqua e l’aldilà, fra la vita e la morte. Non è più un uomo normale ma è un mago, in grado di influenzare la Realtà con la sua mente, che ha superato il concetto di separazione, di limite, e pertanto può qualsiasi cosa, poiché è in intimo contatto con le forse della Natura, è un tutt’uno con esse e ne è profondamente consapevole.

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La Betulla è la madrina dei rituali iniziatici degli sciamani siberiani, che la considerano l’asse del mondo, nonostante non sia un albero di grandi dimensioni. Ma la Betulla è anche un albero-fantasma, un albero-spirito, permeata di luce e aria, bianca e ricoperta di occhi neri, stagliata sola in mezzo a campi di neve, riflettendo la luce con la sua corteccia che si squama come il corpo di un serpente e le sua foglie che tremano al minimo soffio di vento. E’ un albero di confine, la cui chioma che balugina controluce sotto i cieli del Nord può apparire come un occhio che si apre e si chiude, come una porta per un altra dimensione. E’ facile quindi comprendere come mai gli sciamani siberiani le identificano come una scala che conduce nell’Altromondo. Una volta in cime a una Betulla, si scompare nella Luce.

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Oltre a comparire nei rituali, la Betulla compare come albero magico anche in numerosi sogni iniziatici in cui il futuro sciamano, affetto da una malattia apparentemente incurabile e da febbre alta, viene trasportato in viaggi astrali durante i quali incontra gli Spiriti dell’aldilà che gli insegnano a curare.

Il legno di Betulla ha inoltre la caratteristica di modulare molto bene i toni alti con quelli bassi e per questa ragione viene spesso usato, fin dall’antichità, come legno per costruire tamburi.

Questa qualità di albero limitare, di confine tra i mondi, caratterizza la Betulla anche presso le culture di origine celtica, dove è considerata un albero delle fate, nei pressi del quali dimorano spiriti magici o spettri.

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Oltre ad essere l’albero degli sciamani, la betulla è però anche l’albero della Grande Dea, in moltissime culture associata al principio femminile, probabilmente per via della sua grazia e leggerezza, della sua grande fertilità, del suo coraggio e della sua forza, del suo amore per la luce.

E’ un albero consolatorio, generoso, dotato di un grande slancio vitale.

E’ l’albero di Freya, dea della fecondità e dell’amore presso la cultura norrena; di Venere presso i Romani; di Berchta, di Brigit, di Ostara, di Cerridwen; Sarasvati, dea hindu delle acque, viene spesso rappresentata seduta a gambe incrociate su un fiore di loto, con in una delle mani una corteccia di Betulla su cui sono scritti versi dei Veda.

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Infatti, la corteccia di Betulla, per via della facilità con cui si stacca dal tronco e della sua conservabilità, è stato uno dei più antichi supporti per la scrittura in Russia e nel nord dell’India. I più antichi reperti dei Veda che abbiamo sono scritti su corteccia di Betulla.

Durante Beltane, una delle quattro feste stagionali celtiche che si celebrava il 1 maggio di ogni anno, le coppie di amanti andavano a fare l’amore nei boschi di betulle.

Sempre durante la festa della Primavera oppure della Pentecoste, i giovani portavano ghirlande di Betulla alle ragazze che amavano.

La Runa Berkana deriva il suo nome dalla Betulla, la cui energia rappresenta. Berkana è il principio femminile di maternità ed eterna fluidità, di nascita e rinascita; è l’anima della Natura, il Nuovo Inizio, la concretizzazione.

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Beith è inoltre la prima lettera dell’alfabeto arboreo oghamico.

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Ma oltre ad essere simbolo di Amore, di fluidità e di rinascita, di forza palingenetica che riporta la vita sulle ceneri degli incendi, la Betulla è allo stesso tempo anche simbolo di vecchiaia e di morte. Il bianco della sua corteccia, che fa apparire il suo tronco come un fantasma, e il suo ruolo di guardiana del confine tra la vita e la morte, la rendono protettrice delle soglie, saggia megera dai capelli candidi che non teme la morte perché sa di essere immortale;  la Perchta, vecchia madre sapiente, che custodisce i segreti della femminilità e protegge donne e bambini.

A questo aspetto è legato il suo potere purificatore: il mese della Betulla inizia il 1 novembre, con Samhain, la festa stagionale che segna l’inizio dell’anno lunare, il capodanno celtico. A Samhain le porte fra i mondi si aprono ed è possibile incontrare spiriti guida e spettri. Inoltre, a Samhain (durante la prima luna nuova dopo il 1 novembre) la Terra viene investita da una grande energia di purificazione, preparandosi ad attraversare l’inverno.

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Scope di rami di Betulla (non strappati dagli alberi ma raccolti da terra con rispetto, chiedendo all’albero madre il permesso di poterli utilizzare) venivano usate e vengono usate tutt’oggi per spazzare il pavimento scacciando le energie negative, ripulendo e purificando l’aura del luogo.

Nella saune dell’Europa del nord si usa ancora frustare dorsi e gambe delle persone con rami di Betulla, per favorire la circolazione.

La linfa di Betulla, che si raccoglie a inizio primavera da fori praticati nel suo tronco, è un rimedio per drenare e per purificare il sangue.

Inoltre la Betulla è da sempre connessa alla Triplice Dea (presente in tutte le culture indoeuropee fin dal Neolitico), sia per via della sue spiccate qualità di albero femminile, sia per via dei tre colori della sua corteccia (bianco, rosso e nero, come i colori della Dea giovane, matura e vecchia), sia per via del fatto che spesso si possono trovare gruppi di tre Betulle cresciute dallo stesso ceppo, che segnano luoghi sacri e costituiscono portali magici.

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La sua corteccia che si squama come la pelle di un serpente richiama anch’essa l’idea di morte e rinascita, di trasformazione, di nuovo inizio (abbandonare la pelle vecchia, ritornare giovani…) e contribuisce anche ad associarla alle immagini della Dea Serpente neolitica.

E’ l’albero nazionale di Finlandia e Russia.

Dove c’è tanta luce, c’è anche tanta ombra. E il potere della Betulla è proprio quello di non soccombere al lato oscuro ma di continuare a danzare la danza della vita, con grazia e sapiente leggerezza. E’ una vecchia, una vecchissima che però sembra sempre giovane. E’ il rinnovamento continuo, il morire e disseminarsi, scivolando in bilico tra Buio e Luce, scintillando.

Fitoterapia:

La Betulla è governata dal pianeta Venere (sistema linfatico, gola, larigne, corde vocali, reni, surreni) e in seconda istanza da Saturno (di nuovo le sue due anime!) ed è connessa alle potenzialità del segno Bilancia, che calibra in sé gli opposti, ma agisce efficacemente su tutti i segni ed è quindi da considerare una pianta delle più utili, da sempre molto importante per le popolazioni delle zone artiche e temperate.

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E’ uno dei diuretici e diaforetici più efficaci (soprattutto le foglie), in quanto è un potente eliminatore dei cloruri, dell’urea e dell’acido urico. Si impiega nei casi di reumatismi gottosi, litiasi urinarie, coliti nefritiche, albuminuria e applicata localmente con lavande nel caso di affezioni delle vie urinarie. E’ la pianta principe dei ricambi cellulari di sodio e potassio. Le foglie fresche sono più attive e ciò fa supporre che l’olio essenziali rinforzi l’attività diuretica.

Inoltre, l’estratto fluido, acquoso e secco ottenuto dalle foglie ha anche attività antibiotica.

E’ largamente impiegata nel trattamento della cellulite, favorendo l’eliminazione di acido urico e colesterolo e di conseguenza l’eliminazione e la scomparsa dei noduli fibroconnettivali.

Infusi di foglie di Betulla si usano, esternamente, contro la caduta dei capelli, mentre con la corteccia si possono preparare pediluvi utili contro il sudore profuso dei piedi.

Influendo sulle surrenali, la Betulla è anche un debole stimolante sessuale, ed è ottima ed efficace anche nei casi di ipercolesterolemia.

La corteccia e il legno di Betulla danno per distillazione secca un catrame che viene utilizzato nella cura delle affezioni cutanee. L’olio essenziale ottenuto dal catrame di Betulla si una in pomata (8%) contro il reumatismo e può essere impiegato in prodotti per il massaggio sportivo.

In Gemmoterapia è da segnalare la Linfa di Betulla (conosciuta come Betula verrucosa linfa), che contiene due eterosidi i quali liberano per via enzimatica salicilato di metile ad attività analgesica, antinfiammatoria e diuretica. Nel trattamento dell’iperglicemia può essere considerata rimedio principe, in quanto la sua assunzione regolare per due o tre mesi ne permette la riduzione del 20-30%: si riesce così a ottenere una diminuzione non solo del rischio vascolare, ma anche articolare, sempre presente nell’uricemia. Per l’aumentata attività diuretica che determina, può anch’essa essere utilizzata nel trattamento delle litiasi urinarie.

L’indicazione principale per la linfa di Betulla è comunque quella riguardante il trattamento della cellulite, ove riduce l’impastamento e la componente dolorosa oltre a contrastare, grazie all’aumento della diuresi, la ritenzione idrica. Per queste peculiarità e per l’attività ipocolesterolemizzante, la linfa di Betulla rientra anche nei protocolli terapeutici per il trattamento del sovrappeso.

La linfa di Betulla viene raccolta con una tecnica particolare: all’inizio del mese di marzo, durante la montata di linfa primaverile, si praticano nelle Betulle adulte, che crescono in zone boschive, e di preferenza sulla parte del tronco esposta a sud, alcuni fori a circa un metro da terra, profondi da due a cinque centimetri, leggermente obliqui verso l’alto, nei quali si introduce un ubichino da cui la linfa defluisce nei recipienti posi a terra. La raccolta risulta più proficua quando le Betulle sono di media grandezza, crescono in luoghi elevati e l’inverno è stato rigido. Ricordiamoci, qualora volessimo tentare queste tecnica, di chiedere il permesso alla Betulla, di trattarla con rispetto e gentilezza ed esserle profondamente grati per il dono che ci sta facendo. Non abusiamo della sua generosità, tuteliamo al sua salute e integrità: la linfa è il suo sangue!

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In Gemmoterapia, oltre a Linfa di Betulla, si utilizzano anche altri gemmoderivati, tutti dalle magnifiche proprietà e preziosi per l’uomo. Eccone un breve elenco (Betula verrucosa Ehrart, Betula alba L. e Betula pendula Roth sono tre nomi differenti usati per indicare lo stesso albero):

Betula verrucosa gemme MGDH1: processi di natura infiammatoria o infettiva, disturbi della cresctia:

Betula verrucosa semi MGDH1: navrastenia da affaticamento intellettuale, depressione;

Betula pubescens amenti MGDH1: astenia sessuale, sovrappeso;

Betula pubescens gemme MGDH1: infezioni recidivanti delle vie aeree (azione immunostimolante), disturbi della crescita;

Betula pubescens radichette MGDH1: iperuricemia, ritenzione idrica, ipercolesterolemia.

Nel repertorio floreale alaskano c’è un’essenza che si ricava dai fiori di Betulla, in particolare quelli di Betula papyrifera, una specie di Betulla diffusa in Alaska, la cui corteccia tende a sfaldarsi in riccioli. Il rimedio, Paper Birch, è utile in tutte in quelle occasioni in cui ci sentiamo insicuri, non riusciamo a comprendere dove siamo sul nostro cammino, abbiamo difficoltà a prendere decisioni che incidono sul nostro cammino oppure quando non abbiamo sufficiente determinazione nel raggiungere in nostri obiettivi una volta che sono stati identificati e facciamo quello che gli altri vogliono che facciamo piuttosto che ciò che noi vogliamo fare.

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Paper Birch porta calma determinazione, salda consapevolezza dei propositi e una continuità di focalizzazione che viene da una connessione chiara e attiva con i livelli profondi del sé. Paper Birch rinnova la nostra prospettiva su ciò che stiamo facendo nella vita e introduce un’energia calmante, chiarificante e rilassante che ci aiuta a spostare l’obiettivo  dai pensieri caotici e dalle emozioni confuse alla pace e alla gioia che sono sempre presenti nel centro del nostro essere. Da questo luogo di consapevolezza siamo più capaci di prendere decisioni fondamentali nella nostra vita che supportino la verità di ciò che siamo.

Il messaggio di Paper Birch è “Sono attivamente connesso con i livelli più profondi del mio vero sé. Seguo il sentiero della mia vita con calma determinazione.”

L’energia della Betulla:

La Betulla è un albero che amo moltissimo. E’ uno spirito libero, l’incarnazione della libertà e della gioia di vivere. E’ coraggiosa, una pioniera, una vera e propria guerriera della luce la cui arma è però la leggerezza, la fluidità, la danza. E’ un’acrobata che percorre il confine fra Buio e Luce, è una Porta fra i Mondi che grazie alla sua profonda saggezza sa ridere, sdrammatizzare. La sua danza di gioia, la sua chioma che ondeggia nel vento, le sue foglie che cantano luce, i suoi rami flessuosi, il suo aspetto lieve di giovane ballerina non deve trarre in inganno: è proprio la sua grande sapienza, il suo conoscere i segreti per il passaggio tra le varie dimensioni, il suo vivere vicina al ricambio tra vita e morte, a renderla così “spensierata”. Come gli sciamani, che si dice ridano spesso, di quasi qualunque cosa: è perché conoscono la Realtà e sanno che non c’è nulla oltre la gioia. La gioia non è quindi segno di immaturità: chi danza davvero, come la Betulla, lo fa perché sa che non c’è nient’altro, oltre la danza.

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La danza della Betulla è la Danza della Vita, i suoi tronchi bianchi riempiono gli occhi di luce ma portano addosso anche squarci di nero, e sono proprio quegli squarci ad essere i loro occhi… Il bianco riflette la luce dell’aria, ma il nero assorbe, introietta. Nella Betulla troviamo il bianco, il nero e il rosso della Fertilità, una grande fiducia nella rigenerazione, nel mondo: la betulla sparge i suoi semi al vento, lasciando che questi, con il coraggio che deriva dalla gioia e la fiducia che nasce dalla forza e dalla saggezza, volino per il mondo e fecondino la Terra.

Dopo l’era glaciale, quando l’emisfero boreale non era che una landa umida e desolata, lunare, è stata lei, la Dama Bianca, a colonizzare i prati riempiendoli della sua luce, nutrendoli con la sua energia, trasformandoli in magnifici boschi.

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Quest’albero sottile, vicino al mondo degli spiriti, emana chiaramente due tipi di energia, che si fondono e confondono l’uno nell’altro: una è l’energia materna e accogliente, simpatica, della ragazza dei boschi. Incontrare durante le passeggiate i tronchi occhieggianti delle Betulle alleggerisce immediatamente l’animo, fa sentire accolti, a casa, tra le braccia delle proprie sorelle, allegre e al tempo stesso discrete. L’altra energia è quella fantasmagorica, spiritica, sempre richiamata dal colore bianco. Un bosco di Betulle, mentre sembra una famiglia di sorelle che accolgono, proprio al tempo stesso, contemporaneamente, sembra anche un bosco di fantasmi, di spiriti assiepati che osservano e proteggono la sacralità del luogo. Non spaventano, ma per un attimo fermano il cuore, facendoci riflettere sul fatto che l’Altromondo è molto più vicino di quanto siamo soliti credere, è proprio qui di fianco a noi, anzi, in mezzo a noi: pervade il nostro mondo, ci siamo dentro in questo preciso momento…

La Betulla è legata sia a Beltane, festa della primavera, che a Samhain, festa di purificazione, capodanno delle Streghe, cuore dell’inverno.

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E’ la grande Madre, la Sorella e la Vecchia Saggia.

Il suo aspetto muta, in alcuni momenti è un’anziana signora dai capelli candidi, in altri una giovane che danza con la chioma luminosa sciolta nel vento.

Il suo segreto sta nel cambiare pelle, nello sfaldarsi della sua corteccia, nel rinnovamento continuo e nel non attaccamento. La Betulla sa che la vita è un ciclo di morti e rinascite il cui cuore è il continuo mutamento, il ricambio, lo slancio che inizia le danze, la corsa verso la luce.

La sua potente energia protegge tutti i nuovi inizi, donando leggerezza e fiducia ma anche forza, coraggio, adattabilità e saggezza.

In ogni nuova impresa, quando dovete lasciare andare il vecchio per intraprendere il nuovo, fate come la Betulla, questa antica e bellissima Maestra: entrate in contatto con la fluidità tutta femminile e l’ispirazione che brilla dentro di voi, sentite la vita pulsare nel vostro centro, pulsare di gioia. Screpolate via la pelle morta dalle vostre membra, fate la muta, rinnovatevi da capo a piedi lasciando scivolare via da voi le cellule morte, le energie del passato. Fate una girandola tra Buio e Luce, lanciate per aria i vostri semi, affidandoli al Vento, espandetevi danzando senza paura, correte libere per i prati attraversando l’inverno certe del ritorno della Luce, felici anche nel Buio. Siate voi stesse a cambiare il mondo, con la vostra energia feconda. Tutto è possibile, basta non smettere di danzare, anche quando sembra di essere immobili. La danza è nella luce degli occhi, nell’aria che respiriamo, e nutre ogni nostra cellula di gioia immensa.

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“I’d like to get away from earth awhile

And then come back to it and begin over.

May no fate willfully misunderstand me

And half grant what I wish and snatch me away

Not to return. Earth’s the right place for love:

I don’t know where it’s likely to go better.

I’d like to go by climbing a birch tree,

And climb black branches up a snow-white trunk

Toward heaven, till the tree could bear no more,

But dipped its top and set me down again.

That would be good both going and coming back.

One could do worse than be a swinger of birches.”

(Da Birches di Robert Frost)

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Bibliografia:

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Bellini G., Carmignani U., Runemal, Età dell’Acquario, Torino

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Mediterranee Edizioni, Roma 1953

-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

-Hidalgo S., The healing power of Trees, Llewellyn Publications, Woodbury 2014

-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazzi Editore, Bassano del Grappa 2004

-Paterson J.M., Tree Wisdom, Thorsons, London 1996

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

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Inanna, la dea alchemica

Inanna è una delle principali divinità del pantheon mesopotamico. Per i Sumeri, che governarono la Mesopotamia dal 4000 a.C. al 1500 a.C. circa, si chiamava Inanna, mentre gli Accadi l’avrebbero chiamata Ishtar. Il suo principale centro di culto si trovava nella città di Uruk, nell’odierno Iraq.

Inanna è la dea del cielo, dell’amore, della fertilità e della guerra.

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E’ una dea bipolare, che presenta due volti, uno benevolo e uno distruttivo, una dea potente e disinibita, diretta discendente dalla Dea Uccello neolitica. Infatti, nell’iconografia, Inanna viene spesso rappresentata con le ali e con zampe da uccello che poggiano sul dorso di due leoni (simbolo di potere e di regalità), accompagnata da due civette.

Viene associata al pianeta Venere, stella della sera e stella del mattino, e come lei anche Inanna, in uno dei suoi miti principali e giunti a noi meglio conservati, affronta la discesa  nel mondo dei morti e scompare dal cielo per poi farvi ritorno, precorrendo nel viaggio infero Odino, Orfeo e Ulisse.

Enheduanna, figlia del grande re accadico Sargon (che per primo sottomise l’intera Mesopotamia al suo potere) e prima sacerdotessa di Nanna, dio della Luna, scrisse numerosi inni, tra cui alcuni di incomparabile fascino e bellezza, dedicati alla dea.

Gli inni risalgono circa al 2300 a.C., sono scritti in cuneiforme su tavolette di argilla e costituiscono  la prima testimonianza scritta di un “autore”, anzi, di un’autrice: per la prima volta nella storia qualcuno usa la scrittura non per tenere dei registri commerciali o per scrivere dei promemoria, ma per fare poesia e per esprimere sentimenti e stati psicologici.

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Negli inni, Enheduanna si rivolge a Inanna chiamandola “Signora dal cuore immenso” e descrivendola come una donna piena d’amore, di luce ma anche come una belva assetata di sangue, che fa scempio dei corpi dei nemici sul campo di battaglia, straziandone le carni.

Discendenti dall’archetipo incarnato da Inanna sono Ishtar, appunto, dea accadica dell’amore, del sesso e della fertilità, e la dea Afrodite, quest’ultima già molto più “addomesticata” però, rispetto alla dea sumera, modellata per adattarsi alla mentalità patriarcale greca, in cui il potere riservato alle divinità femminili era stato ridimensionato, incasellato, razionalizzato, polarizzato.

Inanna, pur facendo parte del pantheon di una società patriarcale, riecheggia ancora fieramente quelle che erano le caratteristiche delle dee del Neolitico che, fino a non molto tempo prima dell’arrivo dei sumeri, venivano adorate dalle civiltà indigene del Medio Oriente e non solo.

E’ dea dell’amore, volubile e perennemente innamorata, vogliosa, disinibita (in alcuni suoi inni chiede al suo compagno Dumuzi di penetrarla, di toccare la sua vagina). E’ una regina che sa quello che vuole e pretende di ottenerlo. E’ la dea della fertilità della terra, spesso rappresentata con in mano giunchi ripiegati a formare anelli, che pretende sacrifici e grandi feste in suo onore.

Ma è anche dea della guerra, e questo all’epoca non era visto come contraddittorio: la dea dell’amore è anche la dea della guerra, che protegge il suo popolo e garantisce la vittoria ai re da lei prescelti, distruggendo i nemici in battaglia con i suoi artigli.

La femminilità prorompente e libertina di Inanna, che in alcuni inni è chiamata anche hyeròdula, ovvero prostituta sacra, supera la contraddizioni riunificando in sé gli opposti ed è una femminilità vissuta a pieno titolo, senza limitazioni, traboccante di orgoglio.

Inanna è anche la dea del cielo, la stella del mattino e della sera, dea di luce abbagliante. Per integrare il suo lato oscuro affronta un viaggio nel mondo dei morti (regno da cui nessuno ha mai fatto ritorno), durante il quale incontra il suo lato ombra, sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba che per gelosia, con un inganno, costringe Inanna a morire, a restare per sempre laggiù con lei.

Inanna, spogliata con un tranello (di cui non s’accorge o di cui finge di non accorgersi) di tutti i suoi simboli sacri (tra cui una collana di lapislazzuli) e delle sue vesti, muore. Il suo cadavere in putrefazione viene appeso a un gancio.

E’ la sua sacerdotessa, Ninshubur, che Inanna aveva preventivamente istruito, a salvarla, ricorrendo all’aiuto di Enki, dio dell’acqua e della saggezza che dallo sporco sotto alle dita degli dèi modella due creature asessuate (che non possono riprodursi e quindi non possono morire) da mandare nell’aldilà, a recuperare Inanna.

Al loro arrivo, le due creature inviate da Enki trovano Ereshkigal in travaglio, torturata dalle doglie di un parto dolorosissimo. La regina dell’oltretomba offre loro qualunque cosa in cambio di un po’ di sollievo e così i due ottengono la liberazione di Inanna. Possono prendere il suo cadavere e portarlo nell’aldiqua. I demoni guardiani del mondo dei morti pretendono però un altro cadavere che sostituisca quello della dea.

Inanna, trovando il suo compagno Dumuzi che, anziché piangere la sua morte, riposa tranquillo sotto alle foglie degli alberi, decide di consegnarlo ai demoni. E così Dumuzi, dopo aver tentato di inutilmente di fuggire, viene trascinato nell’ade.

La sorella di Dumuzi, che lo ama moltissimo, implora di poter fare scambio con lui e le viene accordato che per metà dell’anno Dumuzi dovrà stare nell’oltretomba, ma per l’altra metà dell’anno potrà ritornare, mentre la sorella prenderà il suo posto. Qui troviamo una dinamica tipica dei culti della fertilità della terra, che spiegano l’alternarsi delle stagioni e il ritorno della vegetazione con la discesa e la risalita di un dio (Tammuz, Osiride, Persefone e Demetra… lo stesso Gesù che risorge a Pasqua ricorda questa forma).

Nel mito, Inanna, dopo averlo condannato a morte, piange la perdita dell’amato.

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In questa storia di discesa ed incontro con l’ombra, di morte e resurrezione, Inanna ci si presenta come una dea regale, coraggiosa ma anche vendicativa, orgogliosa.

Già migliaia e migliaia di anni fa (probabilmente milioni, perché le radici dei miti affondano nell’alba dei tempi) si raccontavano storie di discese iniziatiche nel mondo dei morti, di incontri con la propria ombra, di morte e resurrezione, di amori impossibili.

Inanna, che affronta il viaggio nell’oscurità e tornata si vendica di un amante che non è alla sua altezza, per poi però piangere la sua assenza, ci offre un meraviglioso ventaglio di femminilità completa, emancipata, vivente in ogni sua parte.

L’energia di Inanna è un’energia alchemica, di risoluzione degli opposti. Un’energia del femminile in cui c’è spazio per l’amore così come per l’odio, la guerra, e in cui gli istinti sono vissuti fino in fondo, senza vergogna, ed elevati al cielo.

Inanna ha vari amanti ma nessun marito. E’ dea dell’amore ma non è madre, il suo non è mai affetto materno ma sempre passione, lussuria. E’ una dea selvatica, una regina incoercibile.

Meditare sull’energia offerta dalla dea Inanna può aiutarci ad accettare l’emersione dei lati più oscuri del nostro Io. Solo lasciandoli emergere, accettandoli, sarà poi possibile tramutarli in luce. La discesa agli inferi è viaggio iniziatico necessario, ancora più per noi, figlie del patriarcato, per incontrare la nostra sorella ombra e morire a lei, permettendole a sua volta di partorire.

E’ un mito potentissimo, di trasformazione e di ritorno alla vita. Dall’oltretomba si può tornare. Dalla morte si fa ritorno più forti e più sagge, più complete. Ma prima occorre rimanere nude, lasciarsi sopraffare dalla propria ombra e morire, decomporsi (nella tradizione sciamanica siberiana, spesso nei sogni o nelle esperienze iniziatiche le nuove sciamane vedono il loro corpo putrefare, smembrato da corvi o da altri animali selvatici. Dopo, il corpo viene rimesso insieme ma è un corpo nuovo, un corpo magico).

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Inoltre, Inanna ci insegna la fierezza, la disinibizione, l’orgoglio di una femminilità piena, mai sottomessa. Ci insegna che siamo regine del cielo, signore dal cuore immenso in cui c’è spazio per tutto, anche per il dolore – per ogni cosa, tranne che per la paura.

Il nostro cuore è un crogiolo in cui ogni emozione, ogni energia può venire trasmutata in oro. Sta a noi accorgercene e dare il via al processo.

Riporto qui di seguito uno degli inni che la sacerdotessa Enedhuanna scrisse per Inanna:

Regina di tutti i Me

Sfolgorante di luce chiara

Donna vestita di luce

Il cielo e la terra sono i tuoi indumenti

Tu sei l’eletta, la santificata.

Oh tu grandiosa per le tue doti

Coronata dalla tua immensa bontà

Somma sacerdotessa, sei giusta

La tua mano si afferra ai sette poteri

Mia sovrana, tu dalla forza fondamentale

custode delle origini cosmiche essenziali

Tu esalti gli elementi

Legali alle tue mani

Riunisci in te i poteri

Imprigionali nel tuo cuore

Come un drago lanci veleno sulla terra dei nemici

Ruggisci come il dio della tormenta

Come il seme che imputridisce nella terra

Sei il fiume in piena che precipita già dalle montagne

Sei Inanna

Suprema in cielo e in terra”

(da Inanna. Signora dal cuore immenso, di Betty De Shong Meador, Venexia, Roma 2009

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Letture consigliate:

-Brinton Perera S., Descent to the Goddess, Inner City Books, Toronto 1981

-Campbell J., L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012

-De Shong Meador B., Inanna. Signora dal cuore immenso, Venexia, Roma 2009

-Eliade M., Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni mediterranee, Roma 2005

-Francia L., Le tredici lune, Venexia, Roma 2011

-Frazer J., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri, Torino 2012

-Gimbutas M., The Living Goddesses, University of California, Berkeley 2001

(e qualunque altro libro di Marija Gimbutas)

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