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La posizione dell’albero (Vrksasana)

Gli alberi sono antichissimi esseri sapienti, che sostengono il suolo, lo nutrono, lo fanno respirare e lo collegano alle forze cosmiche. Sono il respiro del mondo e canali energetici di comunicazione tra la Terra e il Cielo. Con le loro radici sondano le Terra, massaggiandola e parlando con lei, scambiando nutrimenti; con i rami e le foglie comunicano con il Cosmo, canalizzandone le energie. Inoltre, con il respiro delle loro foglie gli alberi permettono all’uomo la vita sul pianeta, che altrimenti, in assenza di una quantità sufficiente di ossigeno, sarebbe impossibile. Viceversa l’uomo, con l’anidride carbonica prodotta dal suo respiro, dà nutrimento agli alberi.

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La simbiosi tra uomo e alberi non si limita a questo: ci sono mille altri modi, fisici e sottili, in cui le due famiglie si scambiano energie e informazioni.

Nonostante gli alberi siano molto più evoluti e sapienti, l’uomo somiglia in certo modo a loro: anch’egli infatti passa la maggior parte del suo tempo in posizione verticale, profondamente legato alla Terra e proteso verso il Cielo. Anch’egli respira, impiega molti anni prima di raggiungere la maturità sessuale e può vivere a lungo, assistendo a numerosi cicli di stagioni e ai mutamenti della Natura, accumulando saggezza da condividere. Questa somiglianza fa sì che la comunicazione tra uomo e alberi sia non soltanto possibile ma anche molto importante e fonte di gratificazione e di crescita.

Imparare ad ascoltare gli alberi e a parlare con loro è una delle più grandi fonti di ricchezza e gioia. Connettersi agli alberi è un modo efficacissimo per ricaricarsi dell’energia che corre lungo il loro tronco come lungo la nostra colonna vertebrale. Stare in mezzo agli alberi espande il nostro respiro connettendolo al respiro del Mondo.

In Vrksasana (che si legge vrikshasana) “imitiamo” gli alberi, radicando un piede a Terra e allungandoci verso il cielo. Durante l’asana è importante cercare di assumere lo stesso atteggiamento di un albero verso il mondo, “sentirsi” un albero, antico e maestoso, simbolo da sempre di vita e armonia.

Vrksasana, la posizione dell’albero, è un asana molto potente, che aiuta a riallineare tutti i chakra e a riconnettersi con la fonte di energia terrestre e cosmica. In particolare stimola il chakra della radice, Muladhara, aumentando il radicamento e la sicurezza in se stessi e nel proprio diritto a esistere; il chakra del cuore, Anahata, connesso alle emozioni superiori e all’Amore cosmico; il chakra della gola, Vishuddha, legato all’espressione dei talenti.

La posizione non presenta controindicazioni e apporta benefici tonificando l’apparato respiratorio, massaggiando lievemente il cuore, tonificando il sistema nervoso, aumentando la concentrazione e il senso dell’equilibrio, sviluppando la forza delle gambe e delle braccia.

Eseguita in un parco, in un bosco o vicino agli alberi è ancora più efficace.

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L’ASANA

In piedi, a gambe leggermente divaricate, percepire la stabilità del nostro corpo, prestando attenzione alle piante dei piedi e alla sensazione che scaturisce dal loro contatto con il suolo. I piedi sono il nostro ancoraggio e mantenere una posizione dritta e stabile, con i piedi ben piantati a terra e le spalle aperte ci aiuta a respirare meglio e a percepire a livello fisico la nostra autorità, influenzando il modo in cui ci rapportiamo al mondo e agli altri. Controllare che la postura sia corretta: le spalle aperte ma rilassate, il bacino leggermente ruotato in avanti così da non avere tensioni nella zona lombare, le ginocchia morbide ma non flesse. Chiudendo gli occhi, ascoltare la fierezza del proprio corpo, la sua apertura, la sua forza pacata che nasce dal contatto e dal radicamento nella Terra. Immaginare che radici invisibili escano dalle piante dei piedi e penetrino sinuose nella Terra, scambiando energia con lei e collegando il nostro corpo al suo corpo, indissolubilmente.

Accompagnare questa centratura con respiri ampi e profondi.

Dopo qualche minuto, riaprire gli occhi, unire i palmi delle mani davanti al petto nel gesto di preghiera e scaricare il peso del corpo sulla gamba sinistra, spostando il centro di equilibrio. Inspirando, sollevare piano la gamba destra, prima semplicemente appoggiandola alla caviglia sinistra poi, anche aiutandosi con la mano destra, facendo salire il piede fino al ginocchio sinistro e, se ci si riesce fino al perineo, facendo aderire la pianta destra all’interno coscia della gamba sinistra. Cercare di stare dritti il più possibile e di non compensare eventuali squilibri sbilanciando il bacino.

Lentamente, inspirando, sollevare le mani sopra la testa e portarle in alto, nel gesto di saluto al cielo, estendendo la spina dorsale e poi riabbassarle fino a che non si trovino sopra al capo. Spingere i palmi delle mani uno contro l’altro, per rafforzare la braccia. Mantenere le spalle rilassate.

Una volta entrati in posizione, contrarre i glutei e fissare un punto davanti a sé per mantenersi meglio in equilibrio. Immaginare radici che dalla pianta del piede sinistro sprofondano nella Terra e un filo di luce che dal Cielo si collega alla cima del nostro capo, sostenendoci. Immaginare di essere un albero, ancorato alla Terra e teso verso il Cielo. Immobile, tranquillo e sereno spettatore del mondo, canale energetico che collega il basso all’alto, respirando insieme al respiro del cosmo.

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Mantenere la posizione da una decina di respiri calmi a qualche minuto. All’inizio potrebbe risultare difficile mantenere l’equilibrio ma con la pratica sarà sempre più semplice.

Una volta usciti dalla posizione, prestare per qualche istante attenzione alla differente sensazione che ora si prova nelle due gambe. Come si sente la gamba sinistra?

Ripetere secondo le stesse modalità e con gli stessi tempi anche a destra.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

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Letture consigliate:

-Cella G., Il grande libro dello yoga, Rizzoli, Milano 2009

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

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Frassino: l’Incontro con Se Stessi

Nome

Fraxinus excelsior (dal greco phrassein: “assiepare”), famiglia delle Oleaceae

Botanica

Il Frassino è endemico e diffuso in tutta Europa, fino al Caucaso. Non è raro trovarne nei pressi delle fonti, poiché predilige terreni profondi e umidi. Può arrivare a misurare 45 metri di altezza, raggiunge la maturità dopo i cento anni e in genere vive fino circa a trecento anni. Il legno del suo tronco slanciato è solido e resistente. La corteccia grigio-marrone, liscia in giovane età, successivamente si screpola longitudinalmente e spesso è ricoperta di muschio. Il frassino ama la luce e la lascia passare attraverso il suo fogliame verde brillante, che crea riflessi e ombre come nessun altro albero. Le sue foglie sono lanceolate e imparipennate, cioè costituite da più foglioline di colore verde intenso dai margini leggermente dentellati disposte a coppie sui rami, con una fogliolina singola in cima. La distribuzione del fogliame, ordinata e parallela al suolo, lascia passare i raggi di luce, donando all’albero il suo aspetto caratteristico e regalando a coloro che guardano il cielo attraverso la sua chioma la visione di uno splendido ricamo di luci e ombre. Così come si slancia verso la luce, si immerge nell’oscurità del terreno: dalle sue lunghe e profonde radici piatte si dirama una fitta rete di radici più sottili. Grazie a questo e al ricco strato di foglie che ogni anno deposita al suolo, il frassino è molto importante nella produzione di humus, facilitando il processo di decomposizione e ventilando il terreno.

I suoi fiori possono essere maschili, femminili o ermafroditi e possono crescere sullo stesso albero o su esemplari diversi. In primavera, i fiori compaiono prima delle foglie, tra marzo e maggio, e sono piccoli e privi di calice e corolla, di colore olivastro o porpora scuro. Le gemme del frassino sono particolari: dure e nerissime, vellutate, dalla forma fallica. I frutti sono samare: i semi sono accompagnati da un’ala e crescono in grappoli sotto il fogliame. Solo venti molto intensi riescono a strapparli via: allora volteggiano nell’aria intorno al loro asse longitudinale, seguendo una traiettoria elicoidale. In autunno le foglie cadono dall’albero ancora verdi.

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Mitologia e storia

L’immagine più grandiosa del mitico Albero del mondo, dell’Asse del mondo che s’innalza fino al cielo e giunge negli inferi sostenendo e rigenerando l’universo , è quella del Frassino Yggdrasill descritto nell’Edda di Snorri Sturlsson, un testo che, pur risalendo all’inizio del XIII secolo, riflette tradizioni antichissime ed è un riassunto in prosa della mitologia nordica.

Yggdrasill “è fra tutti gli alberi il maggiore e il migliore; i suoi rami sovrastano il cielo”. E’ sorretto da tre possenti radici che si spingono in diverse direzioni. La prima arriva nella terra degli Asi, gli dèi celesti: sotto di essa vi sono una fonte e una bella sala dove risiedono tre fanciulle, le Norne che “danno agli uomini la vita” determinandone il destino, e si prendono cura dell’albero perché non secchi né marcisca, attingendo ogni giorno alla fonte l’acqua sacra con la quale, mescolata all’argille che si trova nelle vicinanze, ne irrorano i rami.

La seconda radice è nella terra dei giganti della brina, là dove un tempo vi era il baratro primordiale Ginnungagap, spazio cosmico colmo di forze magiche, abisso in cui era contenuto allo stato informe e potenziale l’esistente. Il gigante Ymir, dal cui corpo fu tratto il mondo, venne sacrificato nel mezzo di tale baratro. Accanto a questa radici scorre la sorgente Mimir dove sono celati saggezza e acume.

La terza radice del Frassino sta in cielo: sotto di essa vi è una fonte particolarmente sacra, l’Urdhabrunnr: là gli dèi hanno il loro tribunale.

Sul tronco di Yggdrasill si svolge l’antagonismo, la dialettica tra la sfera divina e quella demoniaca, come testimonia lo scoiattolo Ratatoskr che vi scende e sale riportando le male parole scambiate da un’aquila, accovacciata sui rami e fra i cui occhi è appollaiato un falco, e il serpente che ne rode le radici. Altri animali, tra cui un cervo, circondano l’albero e si nutrono delle sue foglie.

L’albero è fonte della saggezza cosmica e infatti Odino apprende i misteri della vita universale, rappresentati dalle Rune, restando appeso a testa in giù per nove giorni e nove notti a uno dei rami di Yggdrasill, superando tre prove iniziatiche. il legame con Odino è testimoniato anche dal nome: Yggdrasill significa in fatti “il cavallo (cioè metaforicamente la forca) di Yggr”, uno dei nomi del dio. Per questo motivo nell’alfabeto runico di Odino tutte le lettere sono formate con rametti di Frassino.

Yggdrasill sopravviverà al Ragnarok, la fine del mondo, e al crepuscolo degli dèi, pur tremando nel momento più spaventoso dell’apocalittico dramma cosmico. Dopo la terribile prova “la terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”. Un nuovo sole apparirà nel cielo popolato di divinità, figlie di quelle morte, mentre resusciterà Baldr, il dio buono (un altro dei nomi di Odino, indicante una delle sue numerose forme), il cui assassinio aveva provocato la catastrofe. Racchiusi nel legno del Frassino, sopravviveranno un uomo e una donna, Lif e Lifthrasir, che si nutriranno esclusivamente della rugiada mattutina. Saranno loro i nuovi progenitori dell’umanità.

Anche i progenitori dell’umanità attuale, secondo l’Edda, discesero da alberi. Anzi, gli dèi li plasmarono proprio a partire da due tronchi trovati lungo la spiaggia. E Askr, “Frassino”, fu il primo uomo, mentre Embla, “Olmo”, la prima donna.

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In Irlanda, terra celtica, tre dei cinque alberi sacri, il cui abbattimento nel 665 d.C. segnò il trincò del cristianesimo sul paganesimo tradizionale, erano Frassini. Fra i Celti essi erano considerati simboli di rinascita e capaci di operare guarigioni miracolose. Fino a due secoli fa nella contea inglese di Selborne era usanza, prima del levar del sole, far passare nudo un bambino malato di ernie o di rachitismo nel cavo di un vecchio Frassino; oppure, dopo aver praticato un tagli longitudinale in una pianta giovane, lo si faceva passare nella fenditura tre volte, o tre volte per tre. Poi, richiusa la fenditura con argille, si legava il tronco: se il taglio si cicatrizzava, l’ernia sarebbe scomparsa. Chi ne aveva goduto i benefici vegliava sull’albero perché, se lo si fosse abbattuto, la malattia sarebbe ricomparsa, insieme a una cancrena mortale.

Nell’alfabeto arboreo celtico il Frassino era il terzo (o il quinto, in merito gli studiosi non concordano) albero della serie e designava il mese precedente l’equinozio di primavera. Il nome del Frassino in gaelico è Nion.

Sia presso i Vichinghi che presso i Celti il legno di Frassino era usato per costruire le lance (in sostituzione del resistente legno di Tasso, utilizzato per le armi del Neolitico).

Oltre alle armi, erano solitamente in legno di Frassino i bastoni dei druidi, come quello rivenuto ad Anglesey, risalente al I secolo d.C. e decorato con un motivo solare a spirale.

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Il culto del Frassino è sopravvissuto fino a oggi presso i berberi dell’Africa del Nord, nonostante la colonizzazione islamica. Per i berberi è il primo albero creato da dio e all’ombra di un Frassino sacro si svolgono le assemblee dei santi e degli invisibili. Nella Grande Cabilia è per eccellenza l’albero delle donne, alle quali è riservato il compito di arrampicarvisi per tagliare le foglie destinate al bestiame. Inoltre esse vi appendono amuleti, soprattutto quelli legati a magie d’amore. Agli uomini invece il Frassino è vietato. Questo stretto legame con il mondo femminile potrebbe indicare la sopravvivenza di una tradizione arcaica dell’area mediterranea, quando il Frassino era consacrato alla Triplice Dea, alla Luna dai tre volti, immagine della Grande Madre.

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Secondo alcuni il nome latino dell’albero, fraxinus, anziché dal greco phrassein (che significa “assiepare”) deriverebbe dalla stessa radice di fragor (schianto, fracasso) e di fractura (frattura), Siccome in Grecia il Frassino era consacrato a Poseidone, dio dell’oceano e dei sismi, il legame semantico con fragor può essere compreso. D’altronde prima di Apollo era Poseidone a profetizzare a Delfi con il pykròn, un metodo di divinazione col fuoco provocato forse dal fulmine attirato dal Frassino.

Poseidone divenne, dopo la spartizione del cosmo con gli altri due fratelli Zeus e Ade, il dio che regnava soprattutto sulle acque. Ritroviamo il legame del Frassino con le acque anche fra i Germani perché Yggr, da cui deriva Yggrdrasill, è connesso, come osserva Robert Graves, con ygra, l'”elemento umido” e, per estensione, il mare. In terre celtiche, per esempio in Irlanda e nel Galles, i remi e le stecche delle imbarcazioni erano fatti con il legno di Frassino, che si riteneva proteggesse dai naufragi. Poco più di un secolo fa, a Killura vi era un Frassino discendente da un altro albero sacro, quello di Creevna, il cui legno era considerato un amuleto contro l’annegamento, tant’è vero che gli emigranti che partirono per l’America dopo la grande carestia delle patate se lo portarono via pezzo per pezzo.

In Grecia il Frassino era abitato dalle ninfe melìadi. Esiodo racconta che Urano generò i Titani dalla Madre Terra dopo aver cacciato i suoi figli ribelli, i Ciclopi, nel Tartaro, un luogo così distante dalla terra che un’incudine di ferro precipitava per nove giorni prima di toccare il fondo. Per vendicarsi Madre Terra convinse il più giovane dei Titani, Crono, a evirare il padre Urano con un falcetto. Gocce di sangue sgorgate dalla ferita caddero sulla Madre Terra che generò da queste le Erinni, i Giganti e infine le ninfe melìadi, immagini greche della Triplice Dea del Frassino, analoghe alle Norne germaniche.

I mitografi greci narrano anche di Melia, la ninfa deal Frassino che sposò Inaco, al quale diede tre figli: Egialeo, Egeo e Foroneo. Quest’ultimo, oltre a fondare la città di Argo, fu il primo a scoprire l’uso del fuoco dopo che Prometeo l’ebbe rubato.

Secondo Esiodo la terza stirpe di uomini, quelle di bronzo (prima vi furono la stirpe d’oro e quella d’argento) era discesa dai Frassini.

Possiamo notare come presso le varie culture il Frassino sia ora legato all’Acqua e al principio femminile, ora al Fuoco, al Sole, al Fulmine, al principio maschile: un albero importante e utile per l’uomo, sacro ma allo stesso tempo utilizzato per costruire strumenti e armi, ma anche per intagliare bastoni druidici e custodire amuleti, guarire infanti, ospitare assemblee, sorreggere l’intero cosmo. La tradizione ce lo presenta quindi come un albero di unione degli opposti, in cui il femminile e il maschile convivono in un’armonia sacra, in cui il quotidiano e il divino si fondono in un eterno presente indistruttibile. Questa convivenza degli opposti si rivela anche nell’aspetto fisico dell’albero: il Frassino esiste infatti sia in forma dioica (alberi maschili e femminili separati) sia in forma monoica (fiori femminili, maschili ed ermafroditi sulla stessa pianta).

Fitoterapia

 In fitoterapia il Frassino (soprattutto le sue foglie e la corteccia) viene impiegato principalmente come diuretico, antinfiammatorio e contro la ritenzione idrica e la cellulite (nota: anche qui acqua e sole). Viene spesso utilizzato come coadiuvante nei regimi dimagranti e nel trattamento della litiasi renale (il fraxoside, contenuto nelle foglie e nella corteccia, è uricolitico, cioè scioglie i cristalli di acido urico). Le sue foglie, inoltre, hanno un’alta concentrazione di acido malico, sali di calcio e mannitolo, comportando così una blanda azione lassativa, senza effetti collaterali quali le coliche. La corteccia del Frassino è ritenuta tonica e febbrifuga: in passato infatti la pianta veniva chiamata China d’Europa. Nei semi si trovano un olio essenziale e un olio grasso simile per composizione a quello del girasole, e anche i semi in passato si utilizzavano, avendo proprietà analoghe a quelle delle foglie.

In gemmoterapia, le gemme del Frassino manifestano un organotropismo nei confronti delle vie urinarie e dell’apparato locomotore. Svolgono attività diuretica, uricosurica, antinfiammatoria e ipocolesterolemizzante. L’azione antinfiammatoria non si manifesta solo a livello di ligiamente e sinovia, ma anche a livello della parete della cistifellea, infatti il suo gemmoderivato viene utilizzato in combinazione con quello di Acer campestris per il trattamento della calcolosi biliare. Le indicazioni terapeutiche pertanto riguardano il trattamento di cellulite, ipercolesterolemia,, iperglicemia. Max Tétau, uno dei padri della gemmoterapia, ne segnala l’impiego, insieme a Tilia tormentosa, il Tiglio, nel trattamento della nevrosi d’angoscia (E. Campanini, Manuale pratico di gemmoterapia, op. cit.).

Può essere inoltre associato al gemmoderivato di Olea europea, l’Ulivo, nel trattamento dell’ipertensione arteriosa.

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L’energia del Frassino

 La storia di come ho incontrato il Frassino e la sua Voce è una storia molto particolare e  vale la pena di raccontarla. Per lungo tempo infatti l’avevo cercato, senza mai riuscire a trovarlo. A volte vedevo un albero e mi sembrava potesse trattarsi di lui, ma invece era sempre qualcos’altro, un Carpino, o un Olmo, e il Frassino rimaneva celato ai miei occhi. In seguito ho compreso perché.

Un giorno, in un momento molto speciale, difficile e delicato della mia vita (proprio durante il mese del Frassino), andai a camminare al parco del mio paese natale, da cui ero stata lontana per molti anni. In passato avevo avuto un rapporto conflittuale con il paese da cui provenivo e in cui viveva la mia famiglia, e per questa ragione ero stata a lungo altrove, cercando di dimenticarlo. Ma poi la vita, con la sua irresistibile corrente magica, mi ci ha riportata improvvisamente e inaspettatamente. Di punto in bianco ho dovuto (e voluto) ritornarvi, e mi ci sono stabilita.

Eccomi dunque in un momento chiave del mio percorso, una fase di grande perdita e transizione, uno di quei momenti in cui si cammina in bilico tra il baratro e il paradiso. Un mattino vado dunque a camminare al parco, come avevo già fatto altre volte, in passato. Ed ecco che, appena entrata, proprio vicino all’ingresso, vedo per la prima volta tre meravigliosi Frassini, uno più grande e vecchio dell’altro. Indubbiamente erano sempre stati lì, ma io non li avevo mai notati. Ero andata in giro per il mondo a cercare Il Frassino, senza trovarlo, e invece guarda un po’ dov’era: a casa mia! Dovevo soltanto tornare a me stessa!

Mi avvicino, saluto e ringrazio i tre alberi. E’ l’inizio dell’estate e grossi grappoli di frutti alati pendono da sotto le foglie ordinate. I Frassini si stagliano verso il cielo con una gentilezza e una semplicità disarmanti, ma allo stesso tempo maestosamente: sono pieni di luce e grazia. Appoggio la fronte al più grande dei tre. Carezzo la corteccia con i palmi delle mani. Poi lo abbraccio. Mi giro e faccio aderire la mia colonna vertebrale al tronco, lasciando che le nostre correnti scorrano parallele, sintonizzandosi. Ascolto la sua energia e rimango in attesa, qualora voglia condividere con me la sua Voce. E improvvisamente il Frassino mi parla. Chiarissima, sento questa frase: “Ti aspettavo da tutta la vita”.

Mi commuovo. Comprendo. Il Frassino rappresenta me stessa, è l’archetipo dell’Io, l’Asse del cosmo che ciascuno di noi è (non per niente Yggrdrasill sorregge tutto l’universo: macrocosmo e microcosmo sono una cosa soltanto).

Il Frassino si staglia al centro di noi stessi: è la nostra identità più profonda, la forma perfetta del nostro Io, quella che non muta e ci sostiene attraverso la vita. Può capitare che noi ce ne dimentichiamo, che andiamo lontano e magari ci perdiamo. Per ritrovarci, per ritrovare l’Albero al centro di noi, non dobbiamo fare altro che rinunciare a tutto e tornare a casa. Lì ci aspetta il nostro Yggrdrasill, gentile e maestoso, perfetto in ogni sua parte. Scopriamo allora che lui era sempre stato lì, dentro di noi, magari proprio in quella parte di cui ci eravamo voluti dimenticare. Ed è stupendo ritrovarlo, ritrovare se stessi ancora così magnifici. Si ride dallo stupore e si piange, incontrando il proprio Io, quella parte di sé connessa direttamente al Sé universale eppure unica, individuale. L’Albero che sostiene e ospita il nostro mondo, la struttura invisibile su cui gli opposti convivono armoniosamente, senza fondersi, mantenendo ciascuno la propria identità fondamentale per la vita in questa dimensione, ma in pace. Una pace di luce e acqua, con grandi radici dolci e un tronco altissimo, solido, e tantissime foglie perfette e grappoli di frutti fruscianti e gemme nere, nude, dure, come minuscole zampe di cerbiatto. Le radici del Frassino esplorano la terra, le sue foglie disegnano il cielo con la luce. La parte più autentica e profonda di noi stessi, il nostro Io quando diviene (anzi, quando si accorge di non essere altro che) Sé,  superando la mente angusta e fluendo nella Vita Universale, è un meraviglioso Frassino, generoso e accogliente ma anche forte, indistruttibile. E non dobbiamo andare a cercarlo in capo al mondo. No, lui è esattamente nel posto in cui non avremmo mai pensato di trovarlo, il posto più vicino e scontato, magari un luogo che abbiamo rinunciato ad amare tanto tempo fa, partendo per posti diversi. Ma lui invece è rimasto lì, bellissimo, in attesa del nostro ritorno, sorridendo come sanno sorridere gli alberi. Grazie Frassino, per avermi permesso di incontrare me stessa. Non cercherò più di dimenticare chi sono. Grazie.

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Bibliografia

-Adams M., The Wisdom of Trees, Head of Zeus Ltd, London 2014

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Graves R., La Dea Bianca, Adelphi, Milano 2001

-Hageneder F., Lo spirito degli alberi, Crisalide, Latina 2001

– Sentier E., Trees of the Goddess, Moon Books, Hants 2014

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

-Sturlsson S., Edda, traduzione a cura di G.Dolfini, Adelphi, Milano 1975

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