Archivio dell'autore: Dea Bianca

Il Castagno: la Luce dal Profondo

Nome: Castanea sativa Mill. (oppure Castanea vesca Gaertn.), famiglia delle Fagaceae.

Il nome latino Castanea, identico in greco, deriva da Castanis, una città del Ponto, in Asia Minore, da cui si pensava che provenisse la pianta.

Botanica:

Il Castagno è un albero deciduo, probabilmente proveniente dall’Iran o dall’Asia Minore, che cresce nell’area del Mediterraneo, nei boschi mesofili tra i 500 e i 1200 metri di altitudine, tra la fascia degli Ulivi e quella dei Faggi. Può formare boschi puri o vivere in compagnia di altre latifoglie, sopporta abbastanza bene il freddo ma teme le gelate tardive. E’ un albero longevo, che nelle condizioni ideali può anche superare i mille anni. La sua chioma è ampia e rotondeggiante, e il tronco tende a svilupparsi al massimo fino a 35/40 metri in altezza, ma diventa molto robusto. Se viene tagliato, il Castagno butta numerosi polloni, che crescendo vicini possono anche arrivare a fondersi in un unico, nuovo tronco. Il suo apparato radicale è espanso e resistente, si insinua nel suolo in larghezza e profondità. La corteccia degli esemplari più giovani presenta lenticelle (fessure a forma di occhio che permettono gli scambi gassosi con l’esterno) ed è solcata da rughe longitudinali che, negli alberi più maturi, si dispongono a formare spirali antiorarie.

Illustration_Castanea_sativa0

Le gemme sono ovoidali, glabre e di colore rossastro. Le foglie, semplici e alterne, hanno forma allungata di lancia e possono raggiungere una lunghezza di 25 cm e una larghezza anche di 8 cm. Sono dentate in corrispondenza delle nervature, ricoperte da peluria quando giovani e poi glabre, con ghiandole giallastre sulla pagina inferiore e un picciolo breve. I fiori maschili e femminili crescono sulle stesse piante, ma tra i fiori di una stessa pianta non può avvenire la fecondazione. I fiori maschili sono amenti giallo-verdastri che si sviluppano ritti verso il cielo, mentre i fiori femminili sono piccole infiorescenze che nascono alla base dei fiori maschili e da cui si formerà il frutto: una noce (castagna) racchiusa in una cupola spinosa. In ogni cupola (o riccio) sono generalmente contenute da 1 a 3 castagne e quando giunge a maturità la cupola si apre spontaneamente in quattro valve, liberando i frutti. Il Castagno fiorisce a primavera inoltrata e i suoi fiori vengono  bottinati dalle api, nonostante l’impollinazione di quest’albero sia prevalentemente anemogama: il Castagno dona volentieri il suo polline agli insetti, che ne fanno un miele particolare, leggermente amaro e dal profumo intenso. I semi del castagno germogliano molto facilmente, indicando la grande vitalità dell’albero, il suo desiderio di vivere.

Per crescere rigoglioso il Castagno necessita di un suolo profondo e ricco di humus, tendente all’acido, poco calcareo: questa pianta infatti è calcifuga, ovvero mal sopporta la presenza di calcio nel terreno, prediligendo il fosforo e il silicio. Questa caratteristica già ci dice qualcosa sull’energia del Castagno: il calcio è un elemento che struttura e dà forza al materico, mentre fosforo (dal greco phosphoros: portatore di luce) e silicio sono figli della Luce, Luce della Terra.

Un altro genere di suolo che il Castagno ama è quello di origine vulcanica (di nuovo: fuoco della Terra, luce dal profondo).

Il Castagno è molto sensibile ad alcune malattie, che negli ultimi decenni ne hanno decimato i boschi (cancro corticale, mal dell’inchiostro, gli insetti che ne mangiano le foglie quali il balanino delle castagne, la tignola, la carpocapsa e il bombice dispari). Inoltre, dal 2002 è presente in Italia un insetto originario dell’Estremo Oriente, il cinipide galligeno del Castagno (Dryocosmus kuriphilus), che sta danneggiando pesantemente la popolazione di Castagni europea.

Dryocosmus_kuriphilus

Il cinipide punge le gemme e deposita le uova provocando la formazione di galle, cioè ingrossamenti di varie forme e dimensioni da cui poi, l’anno successivo, sfarfalleranno i nuovi insetti adulti. Questo interferisce con il ciclo vitale dei Castagni, spesso impedendone la fioritura o la fruttificazione, e sottraendo linfa ed energia vitale.

Mitologia e storia:

Non sembra che esistano miti riguardo al Castagno, o almeno io non sono riuscita a reperirne.

Quest’albero grandissimo e umile che da tantissimi secoli vive a fianco dell’uomo sembra non avere leggende che lo ritraggono, come se anche l’immaginario popolare l’avesse tralasciato… Vedremo più avanti che questa caratteristica ci dice molto sull’energia e il messaggio del Castagno.

Il Castagno era noto fin dall’antichità e fu portato in Europa dall’Asia Minore dai Greci, che diedero il via alla sua diffusione in tutto l’areale mediterraneo e anche più a nord, fino in Inghilterra (dove però quest’albero ha una stagione vegetativa molto breve e non vive più di 500 anni).

Fino a dopo il Medioevo, costituiva un’importante fonte di cibo (i suoi frutti ricchi di amido erano alla base dell’alimentazione di gran parte della popolazione) e di legname (i suoi tronchi duri alla decomposizione costituiscono un ottimo materiale per fondamenta e costruzioni).

Castanea_sativa_004

A dispetto dell’importanza sociale ricoperta però, Plinio lo svaluta. Parlando della castagne scrive: “Esse sono protette da una cupola irta di spine, ed è veramente strano che siano di così scarso valore dei frutti che la natura ha con così tanto zelo occultato. (…) Sono più buone da mangiare se tostate; vengono anche macinate e costituiscono una sorta di surrogato del pane durante il digiuno delle donne (qui probabilmente Plinio fa riferimento ai culti femminili di Cibele, Cerere e Iside, in cui era proibito l’uso di cereali, sostituiti con pane di castagne)”. (Gaio Plinio Secondo, Naturalis Historia)

Evidentemente, a Plinio sfuggiva qualcosa.

A partire dal Rinascimento, in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e lo sviluppo crescente della cerealicoltura, il Castagno come fonte di cibo e legname iniziò a perdere importanza e gli uomini smisero di prendersi cura dei suoi boschi. La crisi della castanicoltura (a cui concorsero molteplici cause tra cui il cambiamento delle abitudini alimentari, l’introduzione di nuovi materiali quali il metallo e l’interesse verso altre essenze forestali da legno) continuò fino alla fine dell’Ottocento, quando ebbe inizio il suo vero e proprio declino, dovuto alle decimazioni causate dalle malattie che iniziavano a diffondersi (cancro del castagno e mal dell’inchiostro in primis).

Nonostante questa triste storia di abbandono e conseguente fragilità, il Castagno continua a vivere accanto alle comunità umane, offrendo al giungere di ogni autunno i suoi dolcissimi frutti.

chestnut-199355_640

Oltre a costituire una fonte di nutrimento essenziale per i vivi, le castagne fin dall’antichità sono sempre state considerate anche cibo per i morti. In alcune zone della Francia e dell’Italia era (e da qualche parte ancora è) in uso consumare castagne nel giorno di Ognissanti, in corrispondenza a Samhain, la festività celtica legata dall’apertura dei confini tra i mondi e all’inizio del nuovo anno lunare. Nella tradizione popolare le castagne costituiscono il pasto rituale della veglia del giorno dei morti, e in certe case si lasciano le castagne sul tavolo, come omaggio ai defunti. Nella Vienne, in Francia, durante la notte che precedeva il 31 ci si riuniva nei castagneti per cuocervi le castagne.

Secondo Angelini, il Castagno è governato da Giove (funzione primaria) e da Venere (funzione secondaria) ed è legato alla fonte dell’Energia Ancestrale che secondo i Cinesi e gli Egizi esce dai reni, si dirige verso gli organi genitali e risale lungo il meridiano posteriore e anteriore fino alla sommità del cervello, per entrarvi e uscire di nuovo terminando nell’interno del labbro superiore e inferiore.

Uno degli alberi più famosi e vecchi d’Italia è il Castagno dei Cento Cavalli, che vive forse da più di tremila anni nel comune di Sant’Alfio, sulle pendici dell’Etna. Si narra che sotto i suoi rami trovarono rifugio durante un temporale Giovanna d’Aragona e i cento cavalieri che l’accompagnavano per una gita sul vulcano.

url

Fitoterapia:

Le foglie del Castagno sono state utilizzate fin dall’antichità (da sole o in associazione ad altre piante quali l’Eucalipto e il Timo) nelle affezioni delle vie respiratorie in virtù delle loro proprietà espettoranti, sedative della tosse e batteriostatiche.

Le gemme agiscono sui vasi linfatici, con una funzione di drenaggio sulla circolazione linfatica degli arti inferiori, dove la stasi linfatica è responsabile di edemi e senso di pesantezza (il Castagno, come si nota dalle spirali ascendenti della sua corteccia e dalla direzione dei fiori maschili, hanno la capacità di far fluire l’energia dal basso verso l’alto, si nutrono della Luce che trovano incastonata del buio della Terra, incanalandola verso il Cielo).

bud-292337_640

Il gemmoderivato Castanea vesca gemme associato a Sorbus domestica gemme è un ottimo rimedio per l’insufficienza venosa degli arti inferiori, mentre associato a Aesculus hippocastanum è efficace nel trattamento dell’eritema eczematoso degli arti inferiori. Insieme a Castanea vesca foglie, invece, è utile contro a cellulite (angiocapillarite sottocutanea) (Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia).

In floriterapia, con i fiori del Castagno si prepara tramite bollitura l’essenza Sweet Chestnut, un rimedio vibrazionale molto potente e di grande importanza, che ci parla di Luce nelle tenebre e che corre in aiuto di coloro che stanno attraversando “la notte oscura dell’anima” (San Giovanni della Croce definisce così il viaggio attraverso il buio e la disperazione che affrontano le anime durante il progresso della loro unione con il principio divino).

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La grande floriterapeuta Mechthild Scheffer scrive a proposito dell’essenza floreale: “Lo stato Sweet Chestnut è legato al principio della liberazione. Nello stato Sweet Chestnut negativo l’individuo arriva a convincersi che per lui non esiste alcuna speranza di aiuto.” (Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach)

L’essenza dei fiori di Castagno ci soccorre nell’ora della verità, durante il confronto estremo della personalità con se stessa, durante il suo ultimo tentativo di opporsi a un cambiamento interiore decisivo da cui sente, erroneamente, di doversi difendere. Questo stato è la notte senza la quale non può sorgere un nuovo giorno e Sweet Chestnut porta un barlume di Luce in tutto questo gran buio, risvegliando in noi la capacità di avere fiducia nonostante le avversità, permettendoci di attraversare la fasi dolorose di inevitabile trasformazione senza smarrirci o crollare del tutto. Nel momento in cui lasciamo andare anche l’ultima resistenza, quando sfiniti dalla lotta cediamo e ci abbandoniamo a ciò che ci appare come la fine di tutto, decidendo che non abbiamo più la forza di opporci al destino e che accetteremo ciò che dovrà succedere… Proprio in quel momento, qualunque cosa accada, avviene la magia: la trasformazione che così tanto temevamo può avere luogo, liberandoci finalmente dal nostro vecchio sé, dall’esistenza passata, dal dolore, rigenerandoci e facendoci rinascere alla Luce. Sweet Chestnut risveglia in noi l’intuizione di questa possibilità, facendo vibrare la nostra Luce dal profondo e donandoci fiducia nel fluire dell’Universo, sostenendo tutti i processi di grande dolore e trasformazione, accompagnandoci nel viaggio attraverso la Notte, la Morte, l’Aldilà, senza dimenticare che, alla fine del buio, sorgerà un nuovo Sole.

L’energia del Castagno:

Quella che si sente camminando in un bosco di Castagni è una sensazione particolare. Ci si sente circondati da un’attenzione silenziosa, accolti e abbracciati dalle fronde degli alberi, come se questi ci osservassero, desiderosi di conoscerci e un po’ emozionati. L’energia che circola è molto intensa e si sente un fervere di attività sottile e vibrante tutto intorno.

Il Castagno è un albero speciale. L’uomo lo ha portato in Europa dall’Asia interessato alla sua utilità e il Castagno, generosamente, si è adattato ai nuovi climi, formando boschi vicino agli abitati dove gli uomini potevano comodamente andare a raccogliere legna e nutrimento. Nonostante amasse climi più caldi, ha accettato di crescere in Europa, fiorendo molto tardi e ogni anno quasi disperando di poter sbocciare in nuovi fiori. Eppure ha resistito, anzi la sua vitalità gli ha permesso di diffondersi, i suoi germogli attecchiscono con facilità e i suoi frutti cadono numerosi dai rami in ottobre, producendo quei tonfi secchi che sono per eccellenza il rumore dell’Autunno.

Ma l’uomo non ha mai avuto grande rispetto per quest’albero. Non lo ha onorato con miti e leggende, nonostante sia evidente che i suoi boschi pullulano di gnomi, fate e folletti. Non appena ha avuto un’alternativa, ha abbandonato i castagneti a se stessi, sostituendo i loro doni con prodotti considerati più efficienti o più facili da utilizzare, recandosi fra i loro tronchi amichevoli soltanto nelle domeniche di ottobre, per depredarli delle castagne, raccogliendo frettolosamente i frutti tra il fogliame caduto che ricopre il suolo di mille sfumature di colori caldi.

12112005_1618466798404629_796119728291789985_n

E’ come se ogni autunno i Castagni preparassero per la maturazione dei loro frutti una grande festa colorata, cercando di risollevarsi dalla tristezza dell’abbandono, e quasi nessuno ci facesse caso. Le famiglie di umani, nelle domeniche di ottobre, si addentrano nei boschi schiamazzando allegre con i cesti in mano, raccolgono più castagne che possono (sempre meno, viste le malattie che hanno decimato la produzione) e poi se ne vanno a pranzare in qualche ristorante senza ringraziare i loro ospiti arborei. I Castagni nel pomeriggio di queste domeniche rimangono di nuovo soli, depredati e immersi nel silenzio. Nessuno si è accorto di loro, per l’ennesima volta li hanno solamente usati.

Questa storia triste accade continuamente nel mondo, non solo ai Castagni. Ma questi alberi sono particolarmente sensibili proprio perché amano molto l’uomo, così come amano tutte le creature. L’abbandono li rende esposti alle malattie e la loro vita si fa ancora più cupa, giungere a frutto diventa ancora più difficile.

I Castagni sono alberi ospitali, amichevoli, generosi. Hanno chiome frondose e tronchi possenti anche se a volte pare che si sfaldino. Ma soprattutto, hanno la capacità di connettersi con la Luce contenuta nella viscere della Terra e di lasciare che questa li attraversi, sotto forma di energia, liberandola nell’atmosfera. Il Castagno ha qualcosa che lo rende una creatura ultraterrena, che cerca ovunque la Luce e che di Luce è fatta. Non desidera il calcio (che è materico e dà struttura) ma fosforo e silicio, il suo tronco è avvolto da spirali, i suoi fiori si sporgono verso il sole, le api (esseri intimamente legati all’elemento Fuoco) amano il suo nettare e i suoi frutti sono pieni di Fuoco… Il Castagno è un albero della Luce, un albero magico che riesce a sopravvivere in un mondo che non sa ascoltare il suo linguaggio. Il Castagno resiste, non perde la sua grandezza, è sempre amichevole e le forme di vita della Natura lo adorano: fra i suoi rami vivono moltissimi insetti, uccelli e piccoli mammiferi, oltre che numerosi esseri elementali.

Le sue mille voci ci mormorano segreti che provengono da altre dimensioni, memorie cosmiche, melodie antichissime.

In un bosco di Castagni ho incontrato uno gnomo. Almeno credo che fosse uno gnomo, perché non l’ho proprio visto. Per scorgere gli elementali occorre essere molto allenati, non avere barriere mentali a sbarrarci la percezione, ma in ogni caso vederli non è necessario. Basta sentirli.

Stavo in ascolto e avevo comunicato agli alberi la mia apertura a ricevere il loro messaggio. Era l’inizio dell’autunno, ancora le foglie erano verdi ma si respirava già un’aria diversa, già le prime castagne schioccavano giù dai rami sul terreno. D’un tratto, alle mie spalle ho percepito una presenza. Mi sono voltata e ho capito che di fronte a me, vicino a un tronco, c’era uno spirito del bosco. Era piccolo, proprio come immaginiamo sarebbe uno gnomo. Era arrabbiato. Mi ha detto soltanto “Lasciateci in pace!” e poi se n’è andato.

Sul momento ci rimasi male. Pensai “Ma come, io sono qua in ascolto e voi mi dite soltanto questo!”. Ma poi mi guardai intorno. Sentii l’enorme bontà, la Luce che filtrava dalle grandi creature che mi circondavano quasi abbracciandomi, offrendomi con semplicità tutto il loro Amore. Lo gnomo aveva espresso, a buon diritto, l’insofferenza del bosco e dei suoi abitanti verso l’uomo-rapace, che schiamazza e fa rumori molesti, che depreda oppure abbatte, che prende senza ringraziare, che non sa vedere, non sa ascoltare, che dimentica… Per lo gnomo io non ero altro che una di “quelli lì”, che fanno casino e portano distruzione. E aveva fatto molto bene a dirmi quello che mi aveva detto, perché così io avrei potuto ripeterlo ai miei compagni umani: “LASCIATELI IN PACE!”

I Castagni, loro, non avrebbero mai usato un tono del genere. Ma è ormai evidente che la disperazione (il polo negativo della Luce immensa di questi alberi) li sta fiaccando sempre più. Gli gnomi sono arrabbiati perché essi conoscono l’importanza dei Castagni e sono stufi di vedere le loro case depredate dall’uomo.

Le malattie li assediano e i Castagni faticano a reagire. L’uomo non ascolta il loro grido. Cosa desiderano i Castagni? Io non lo so. Non so neanche se fra le loro attività vi sia qualcosa come “desiderare”. So però che si meritano una mitologia, delle storie che li raccontino, attenzioni, cure e rispetto, ammirazione per la loro incomparabile bellezza e per la loro abbondanza, generosità, amicizia… Soprattutto, come ogni altro albero e creatura, meritano di essere ascoltati e amati. E anche noi, stupidi piccoli uomini che non sanno vedere, ci meriteremmo di imparare ad ascoltarli e ad amarli. La Luce che ancora risplende in essi rifulgerebbe allora come una cometa, colmando le nostre vite. Abbracciamo i Castagni, sentiamo la Luce che scorre attraverso i loro corpi. Lo scambio energetico che avviene quando abbracciamo un albero è terapeutico sia per noi che per loro. Abbracciamoli! Uniamo la nostra energia a quella dei Castagni, per attraversare la disperazione onorando la Luce dentro di noi.

Onore ai Castagni perché, per quanto dolore li assedi, sono sempre donatori di vita, esseri di Luce, grandi amici del piccolo uomo!

Sweet_Chestnut_Forest

Bibliografia:

-Angelini A., Il serto di Iside, Kemi, Milano 2008

-Barnard J., Fiori di Bach, Forma e funzione, Tecniche nuove, Milano 2004

-Bosch H., Satanassi L., Incontri con lo Spirito degli Alberi, Humus Edizioni, Sarsina 2012

-Brosse J., Mitologia degli alberi, Rizzoli, Milano1991

Campanini E., Manuale pratico di gemmoterapia,  Tecniche Nuove, Milano 2005

-Campanini E., Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, Tecniche Nuove, Milano 2004

-Cattabiani A., Florario, Mondadori, Milano 2013

-Motti R., Botanica sistematica e forestale, Liguori Editore, Napoli 2010

-Rigoni Stern M., Arboreto salvatico, Einaudi, Torino1996

-Scheffer M., Il Grande Libro dei Fiori di Bach, Corbaccio, Milano 2000

-Spohn M. e R., Guida agli alberi d’Europa, Franco Muzzio, Roma 2011

nelboscodelladea_nocciolo

Ambra, la pietra solare della Grande Madre

L’Ambra non è un minerale, ma una resina fossile. Il reperto di Ambra più antico risale al tardo Carbonifero (320 milioni di anni fa), ma i reperti più abbondanti appartengono a un periodo di circa 123-135 milioni di anni fa, al periodo Cretaceo.

A quell’epoca il Nord Europa era ricoperto da immense foreste di conifere appartenenti a una specie ora estinta (Pinites succinifer o Pinus succinifera), i cui tronchi essudavano una resina terpenica non molto diversa da quella prodotta oggi da pini e abeti. Quando le foreste vennero ricoperte dal mare, la resina finì sul fondale e venne sepolta da strati di sabbia e detriti che si trasformarono in rocce sedimentarie al cui interno, grazie al calore e alla pressione, la resina solidificò, incontrando le condizioni adatte per conservarsi fino ai giorni nostri.

Un tempo, i popoli baltici raccoglievano l’Ambra lungo le rive del mare. Durante le mareggiate, ciottoli di Ambra grezza venivano staccati dalle rocce che li includevano e sospinti fino al bagnasciuga. Le popolazioni indigene che la raccoglievano la utilizzavano come combustibile, come incenso o come ornamento, oppure vi scolpivano talismani e figure di animali magici o genitali, utilizzati per propiziare la fertilità. L’Ambra è la pietra preziosa più antica: già nel Paleolitico veniva impiegata in rituali o come gioiello: collane d’ambra e talismani sono stati rinvenuti in numerose tombe preistoriche in tutta Europa e nel Mediterraneo.

nelboscodelladea_ambra

Grazie agli scambi con i mercanti infatti, lungo quella che prese appunto il nome di Via dell’Ambra, questa pietra raggiungeva luoghi anche molto lontani, come il Medio Oriente o l’Egitto, e il suo mistero affascinava tutte le culture con cui giungeva in contatto: la sua luce, il fatto che a volte portava incastonati insetti o piccoli rettili o fiori, e la sua capacità di elettrizzarsi se strofinata con lana o seta.

nelboscodelladea_ambra

Il termine con cui la chiamavano i Greci era infatti elektron, da cui proviene l’italiano elettricità. Il termine Ambra invece viene dal suo nome arabo: anbar.

Plinio il Vecchio, nel II sec. d.C.,  già supponeva si trattasse di un prodotto di origine vegetale, infatti si riferisce all’Ambra con il termine succinus, ovvero succo di alberi. Aveva notato infatti che l’Ambra, se bruciata, produce un odore simile a quello delle altre resine. Ma oltre a questa numerose teorie erano state formulate in merito alla sua formazione, tra cui quella di Nicia, molto suggestiva, che supponeva si trattasse di raggi di sole al tramonto solidificati.

Pytheas di Marsiglia, nel IV secolo a.C., fu forse il primo Greco a visitare le terre del Nord e a descriverle nel suo libro, Sull’Oceano, andato perduto e giunto a noi solo sotto forma di frammenti citati da altri autori, tra cui lo stesso Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Pytheas, commerciate marsigliese, comprò una nave con la quale compì il periplo delle coste d’Europa, dal sud della Francia fino ai Paesi Baltici, dove scoprì la terra quella che lui chiama l’isola di Abalo (ancora non esattamente individuata, forse identificabile con l’Heligoland o la penisola di Samland), luogo d’origine dell’Ambra.

nelboscodelladea_ambra

Secondo alcune leggende proveniva dall’India, secondo altre dall’Africa, secondo altre ancora da certe isole chiamate Elettridi situate alla foce del Po. Il mistero sulle origini di questa pietra era alimentato probabilmente anche dai mercanti, che preferivano tenere nascosta l’esatta provenienza di una delle loro merci più preziose, che gli indigeni vendevano per pochissimo e che nel Mediterraneo era invece acquistata come bene di lusso.

Un mito greco narra che quando Zeus colpì Fetonte, figlio di Apollo, con un fulmine, per fermare la sua pazza corsa attraverso il cielo a bordo del carro del Sole (aveva già bruciato un pezzo di cielo, formando la Via Lattea, e un pezzo di terra, trasformando la Libia in deserto), il giovane cadde morto sulle rive del fiume Eridano (il Po) e le sue sorelle, le Eliadi, lo piansero con così tante lacrime che Zeus, impietosito, le trasformò in Pioppi, e le loro lacrime in grani d’Ambra.

Nei Paesi Baltici invece le origine dell’Ambra vengono fatte risalire a quando Juraté, regina del mare, si innamorò di Kastytis, un pescatore. Il padre della dea, geloso, punì l’amore della figlia distruggendo il suo palazzo di Ambra e trasformando lei stessa in schiuma di mare. I pezzi del palazzo di Juraté, sotto forma di grani, si sparpagliarono per il mare, e a volte raggiungevano le sue rive…

nelboscodelladea_ambra

Nonostante un tempo l’Ambra si raccogliesse come conchiglie lungo la riva del mare, oggi per procurarla è quasi sempre necessario effettuare delle trivellazioni, che vanno a recuperare l’Ambra ancora incastonata nei fondali marini. Un metodo sicuramente meno romantico, e molto più violento, che risveglia questo fossile dal suo lungo sonno senza attendere che la Natura lo consegni spontaneamente alle rive del mare…

Altre varietà di Ambra, oltre all’Ambra baltica (la più famosa e diffusa) sono quella dominicana e quella messicane (risalenti a epoche più recenti – circa 40 milioni di anni fa) e la simetite, estratta in Sicilia e risalente al Miocene.

La natura dell’Ambra in quanto pietra è molto particolare. Trattandosi di un fossile di origine vegetale, le sue vibrazioni sono più simili a quelle del mondo organico rispetto a quelle di altre pietre. Inoltre, la sua genesi e la sua storia la collegano intimamente all’Akasha, quel tessuto di informazioni vibrazionali in cui ogni evento accaduto rimane registrato. L’Ambra non proviene dalle viscere della Terra, come i minerali, ma è nata sulla superficie del pianeta, come noi, ed è stata parte di un albero, ne è stata il pianto. Milioni di anni fa ha iniziato il suo lungo viaggio, durante il quale è sprofondata sui fondali marini per trasmutarsi in pietra preziosa. Gli antichi reputavano l’Ambra un essere vivente, e in effetti essa lo è, è viva (come del resto lo è ogni pietra, viva, anche se di una vita molto lontana dal nostro tempo, una vita lentissima per noi, di contemplazione profonda), è viva e carica di memorie della Terra. Nelle sue cellule sono rimaste impresse le vibrazioni energetiche di milioni di anni di trasformazioni, nella sua trama sono intessute le memorie dei boschi primordiali, del mare e anche del Fuoco, perché essendo resina, è legata all’elemento Fuoco e al calore che le conifere distillano e sprigionano grazie al loro metabolismo interno.

nelboscodelladea_ambra

E’ perciò una pietra, se per praticità così vogliamo chiamarla, molto interessante: il suo patrimonio di memorie le conferisce una saggezza profonda, che attraversa le epoche. La sua vibrazione a contatto con l’aura umana è diversa da quella delle altre pietre: è meno precisa, il suo raggio meno “chirurgico” nell’azione, il suo effetto più rotondo, dolce, simile a quello dei vegetali per l’appunto.

L’Ambra è una pietra di Terra e di Sole, legata al culto della Grande Madre nella sua forma di Signora del Mare. Nell’Ambra gli elementi danzano insieme e si tengono abbracciati: la Terra, il Fuoco, l’Etere (Akasha), l’Acqua e anche l’Aria, contenuta nei grani sotto forma di bollicine di eterno presente. La sua sacralità veniva riconosciuta già nella preistoria, quando già la si utilizzava in rituali magici legati alla fertilità e al culto della Dea, di cui l’Ambra rappresentava il volto solare.

nelboscodelladea_ambra

Anche questo aspetto la rende speciale: il Sole è generalmente associato al principio maschile, mentre l’Ambra ci mostra la forza e l’autorità solare in tutta la loro femminilità, superando la dualità nella fusione degli opposti.

L’Ambra è una pietra di grande protezione, che sostiene i processi di guarigione e di riequilibrio energetico, ispirando saggezza e centratura. E’ una pietra di terzo chakra (Manipura), come mostra il suo colore giallo, ma anche in questo è particolare: l’Ambra infatti stimola le qualità più femminili legate al terzo chakra, le sue qualità più interiori: utilizzata come gioiello o nella meditazione ci aiuta a trovare il nostro centro, il nostro equilibrio interiore, l’autostima e la fiducia in noi stessi, sviluppando il lato femminile dell’autorità e della forza.

L’Ambra ci dice che soltanto da un cuore aperto e da un sole interiore che vibra ad elevata frequenza possono nascere azioni efficaci e scelte giuste. La tenacia, la determinazione, la perseveranza, la forza (tutte qualità del terzo chakra) si disperdono se alla loro origine non hanno un sole splendente, un palazzo dorato, un grande lago calmo le cui acque sono continuamente alimentate da una sorgente di luce interiore.

L’Ambra inoltre stimola anche il secondo chakra, Svadhisthana, legato all’energia creativa e alla fertilità, non solo biologica) e il quarto chakra, Anahata, il chakra del Cuore, connesso all’Amore per se stessi e per gli altri. Indossare una collana di grani d’Ambra (facendo attenzione che si tratti di Ambra naturale  e non di una delle numerose contraffazioni in commercio o addirittura di un falso in plastica o vetro) stimola tutti e tre i chakra, donandoci fiducia in noi stessi, apertura di cuore e stimolando la nostra creatività. La sua azione è più delicata e necessita di più tempo rispetto a quella di altri cristalli, ma la sua dolce luce penetra in profondità nella nostre cellule, sostenendoci anche nei periodi più oscuri.

nelboscodelladea_ambra

Un uso molto specifico di questa pietra è legato al suo potenziale akashico. L’Ambra è una pietra della memoria, e come tale può essere d’aiuto durante le meditazioni volte a far emergere dal mare del nostro inconscio ricordi sepolti, antichi, risalenti forse ad altre vite. Con la sua luce interiore e il suo calore, l’Ambra ci protegge e ci permette di contemplare questi grani di memoria inondandoli di sole e donando loro un senso nel contesto della nostra vita. Questo è però un uso molto avanzato e delicato dell’Ambra, un uso sacro, un dono offerto a chi è pronto per esplorare la sua connessione con l’Akasha ed espandere la consapevolezza del Sé.

L’Ambra è la pietra della Dea, un gioiello da Regine. Le donne la possono indossare per risvegliare la Dea dentro di sé, e gli uomini per dare più spazio al proprio lato femminile, per renderlo più fiero, più robusto.

Rudolph Steiner consigliava di far indossare collanine d’ambra anche ai bambini durante la dentizione, in quanto riteneva che questa pietra facilitasse il processo. In effetti, l’Ambra è portatrice di energia solare e protettrice di tutti i processi di crescita.

Secondo alcuni testi del Buddhismo Mahayana, l’Ambra è la pietra preziosa associata simbolicamente al quarto dei Sette Gioielli (sette virtù), e cioè a spathika, il gioiello dell’altruismo (che secondo altri testi è invece simboleggiato da perle o dal cristallo).

nelboscodelladea_ambra

La Visione dell’Ambra:

L’Ambra parla con voce di miele. E’ la voce della Dea Madre, Iemanjà, che abita il Mare. I suoi capelli sono schiuma dorata dai raggi del Sole, il suo corpo sono le Acque, sull’orlo delle sue vesti si stendono immense Foreste verde scuro.

Figlia alchemica del Mare e degli Alberi, io porto il Sole dentro di me. Porto i segreti degli insetti, la memoria di boschi sommersi, la musica di millenni di onde. Sono lacrime di Luce, grani d’Estate, il mio calore è un calore antichissimo, generato da un Fuoco nato milioni di anni fa e mai estinto. Il Fuoco non si spegne, ma si trasforma di continuo. Io ne sono la prova vivente. Io vivo nel contatto profondo, con me ritornano le memorie del Mondo custodite dal Mare dell’Inconscio.

Sono essenza di Bosco solidificata e la mia Luce ti collega all’infinito Akasha, dove puoi ritrovare la tua connessione all’Uno. Esisto grazie al tempo, proprio come te, ma il tempo non mi imprigiona. E’ solo un modo di essere, un ponte verso il Sé. Oltre il tempo, io sono ancora resina di alberi in foreste lussureggianti, sono ancora calore di fuoco, sono ancora ciottolo nel mare profondo che protegge la mia cottura lunghissima, la mia trasmutazione. Sono ancora zanzara e felce, sono bolla d’aria, sono schiuma di mare e sabbia, sono corteccia, ago di pino, balsamo, fumo d’incenso, sono talismano, sono raggio di Sole, moneta di scambio, monile divino, lacrime di donne albero, scaglie di un palazzo sottomarino. Sono tutte queste cose e molte altre ancora. Non c’è limite al mio essere, sono tutto contemporaneamente e reco in me la memoria delle Stelle. Nel mio corpo sono registrate vibrazioni marine, terrestri e cosmiche di milioni di anni, eppure sono leggera, quasi trasparente, tiepida. Puoi portarmi con te e quando mi guardi ricordare le ere che contengo. Io ti faccio dono di me, adagiandomi sulla riva del Mare, perché tu possa apprendere la mia saggezza e viaggiare insieme a me oltre il Tempo, nell’Akasha. Figlia alchemica del Mare e degli Alberi, sono il tuo gioiello. Vestimi e diventa la Dea che già sei.

nelboscodelladea_ambra

Parole chiave: protezione, guarigione, fiducia in se stessi, Grande Madre, memoria akashica

Colore: giallo oro con sfumature arancio, marroni o verdi

Chakra stimolati: II, III, IV

Per approfondire:

-M.Gienger, L’arte di curare con le pietre, ed. Crisalide, Spigno Saturnia, 1997

-K.Raphaell, La luce dei cristalli, ed. Verdechiaro, Baiso, 2012

Stony beach of Baltic Sea

Meditazione del Naufrago

Prima di iniziare questa meditazione, sdraiati a pancia in su in una stanza in penombra, avvolta dal silenzio o con una musica rilassante in sottofondo. Connettiti al tuo respiro e, per qualche minuto, pensa solo a quello. Senti il tuo addome sollevarsi mentre inspiri e quando espiri lascia che ogni tensione scivoli via dal tuo corpo e venga accolta da Madre Terra, che tutto trasforma nel suo ventre generoso. Ascolta il tuo respiro. E’ grazie a questo alternarsi di vuoto e di pieno, questa altalena fra dentro e fuori, questo intervallo tra due apnee che tu sei viva. Ascolta il tuo corpo respirare e lascia che la Terra ti sostenga. Lascia andare ogni tensione, sempre di più ad ogni respiro, abbandonati al suo ritmo dolce. E’ il tuo ritmo, il ritmo della tua vita. Seguendo la sua danza, lascia andare ogni fardello, ogni pensiero, ogni contrazione muscolare inutile. Stai qui con te, sei al sicuro adesso. Respira… Quando senti di avere raggiunto uno stato di rilassamento e connessione, inizia la meditazione, che avrai letto alcune volte in precedenza per impararne i passaggi o che avrai registrato in modo da poterla ascoltare.

Ti svegli sdraiata sulla riva del mare. Il sole scalda il tuo corpo e le onde delicate ti lambiscono i piedi, fino alle caviglie. Sopra di te, il cielo è sereno, limpidissimo, e i gabbiani lo attraversano con ampi voli ad ali tese. Non ricordi nulla, se non che la notte prima c’è stata una grande burrasca e la tua nave ha fatto naufragio. Quando sei caduta in mare nel buio, prima di perdere i sensi, hai creduto che saresti morta e hai detto addio a tutto.

Invece ora ti sei svegliata qui. Ma non ricordi nient’altro. Non ricordi chi sei né che lavoro facevi o dove era diretta la nave su cui ti trovavi.  Forse stavi scappando da qualcosa, forse stavi andando da qualcuno. Non ricordi, tuttavia ti senti molto tranquilla. I tuoi vestiti sono a brandelli, solo stracci ormai. Ti guardi intorno. La spiaggia è deserta: a parte te e i gabbiani non c’è nessun altro. Ti alzi in piedi ed esplori. La mareggiata della notte scorsa ha lasciato ammassi di alghe lungo la riva. Dopo la spiaggia inizia subito la foresta tropicale. Ci sono palme e liane, una vegetazione lussureggiante. Ti addentri nella foresta e vedi uccelli colorati che cantano volando bassi tra le fronde. Trovi anche un corso d’acqua limpida. La bevi e senti che è buona, fresca e placa la tua sete. Ti sciacqui il viso con quest’acqua dolce e giovane. Da un albero vicino a te pendono alcuni frutti maturi, arancioni e rotondi. Ne cogli uno e lo assaggi. E’ delizioso, la polpa è dolcissima, morbida. Mangiarlo ti sazia. Ora che sei all’ombra degli alberi, nella frescura, ti accorgi che la tua pelle abbronzata ha un forte odore di sale e di sole, intenso e buonissimo. Ti spogli dei brandelli di vestiti che ancora ti rimanevano addosso e resti nuda. Un brivido di puro piacere ti sale lungo la spina dorsale, contagiando poi ogni cellula del tuo corpo. Ti senti viva, sei completamente assorbita dal presente. Non hai memoria, né preoccupazioni. Hai tutto ciò che ti serve. Il profumo dell’aria che ti circonda sa di fiori e il torrente canta tra le foglie grandi che colorano l’ombra di tanti verdi diversi. Una farfalla enorme passa a pochi centimetri dal tuo naso e va a posarsi s’un fiore dai lunghi petali rossi. Inspiri ed espiri profondamente. Senti i muscoli delle spalle sciogliersi, come se per la prima volta dopo tantissimo tempo avessero lasciato andare un grande peso.

Quando lo desideri, torni sulla spiaggia, nel sole del mattino. Una leggera brezza spira dal mare.  La sabbia è bianca e l’acqua così azzurra e luminosa da sembrare fosforescente. Cammini lungo la riva e d’un tratto, vicino alle alghe, trovi un oggetto che prima non avevi notato. Ti chini e lo raccogli, lo osservi rigirandolo fra le mani. E’ un oggetto che viene dal tuo passato e risveglia in te un ricordo. Uno solo. Continui a non sapere chi sei e da dove vieni, ma questo oggetto ha acceso una memoria che ora rifulge netta e isolata nella tua mente spaziosa. Assapora tutta la sua luce. Se si tratta di un ricordo gioioso, crogiolati nella gioia, senza pensare al passato e al futuro, a cosa è successo prima o dopo quel ricordo. Se si tratta di un ricordo doloroso, accetta la sensazione che porta con sé, accoglila, non rifiutarla. Lasciati attraversare dalla corrente di dolore e disperazione che evoca, vivila con ogni cellula, senza giudicare, senza pensare alle conseguenze. Concentrati sul ricordo soltanto, solo su quella immagine. E’ il tuo unico ricordo. Amalo. Amalo intensamente, che sia bello o che sia brutto, danza con lui lungo la riva del mare, lasciandoti trasportare dal ritmo del suo respiro. Guarda il ricordo respirare dentro di te, stringi l’oggetto fra le mani. Cullalo come un bambino.

Poi, quando ti senti pronta, lascia andare il ricordo. Lascialo passare attraverso di te come una folata di vento, per poi lasciarti libera. Lascia che si sciolga come una medusa arenata sulla sabbia, nel sole. Lascialo disfarsi, perché quel ricordo non sei tu. Se vuoi, lancia l’oggetto in acqua, offrendolo alla Dea del Mare, oppure seppelliscilo nel suolo scuro della foresta e offrilo alla Dea della Terra, oppure ancora, se vuoi, fai un piccolo fuoco e brucialo, offrendolo alla Dea dell’Aria e delle Nuvole. Liberati dell’oggetto rendendogli grazie, onora il tuo ricordo ormai scomparso. Le tue memorie sono la tua storia, ciò che ti ha resa quel che sei, e per questo devi onorarle. Ma esse ora non esistono più. L’unica ad esistere sei tu, viva, tutta intera, sola nel tuo immenso presente di luce. Continua a camminare sulla spiaggia, se vuoi corri, canta se vuoi, o tuffati in mare e nuota tra i pesci.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

16818198578606282_sFXmPjJO

Ecate, il volto oscuro della Luna

Per i Greci Ecate era figlia dei Titani Perse e Asteria (dea delle stelle) e nipote della titanessa Febe (antica dea della Luna), ed era considerata una delle divinità più misteriose e potenti del pantheon. Rappresentata rarissime volte, il suo culto era però persistente in tutte le città e nelle campagne, e la pratica del Deipnon (la celebre Cena di Ecate) nella notte di Luna nuova di ogni mese, era ovunque diffusa e rimase a lungo anche dopo l’insorgere del cristianesimo, come pratica iniziatica e “sotterranea”.

Ecate è menzionata da Esiodo come divinità benevola che realizza i desideri di coloro che hanno il suo favore, e nell’inno omerico a Demetra si narra che fu proprio lei ad avvisare la madre disperata che la figlia Persefone era stata rapita da Ade e portata nell’aldilà. Questo ci testimonia, oltre che della natura materna e solidale della dea, anche del suo legame con Demetra e Persefone, divinità alle quali fu sempre connessa in virtù di un’origine comune: sono le tre divinità che simboleggiano i cicli delle stagioni e ciascuna di esse rappresenta un’età della donna: Persefone è la vergine, Demetra la madre, Ecate la vecchia saggia. E’ probabile che un tempo si trattasse dei tre volti di un’unica dea triplice che rappresentava la Natura, il Tempo ciclico e la Femminilità nella sua interezza.

Demetra e Persefone

Demetra e Persefone

Ecate è una psicopompa, una guida dell’anima (Persefone) nell’aldilà che essa conosce così bene, essendo una divinità liminale, una titanessa ma anche una dea, signora dei confini tra civiltà e terre selvagge, tra luce e buio, tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Ecate si sposta, la sua dimora è il ponte sottile di luce bianca della Luna che sta per scomparire.

Ecate è la figura femminile principale degli Oracoli Caldaici (celebri commentari di epoca ellenistica a un poema misterico molto più antico, composto da vari oracoli di origine babilonese) e la protettrice della Sibilla.

Viene a volte raffigurata con tre teste, ed è anche adorata come dea dei crocevia, dove tre strade si incrociano. La tradizione ermetica la rappresentava con una testa di cane, una di cavallo e una di serpente. E’ l’unica dea, oltre a Zeus, il cui potere si estende sui tre regni: terra, mare e cielo. Come la Luna, Ecate cambia volto e a volte scompare. I Greci la identificavano soprattutto con l’aspetto della Luna calante e nuova e con il mondo sotterraneo dei segreti e dell’aldilà.

nelboscodelladea_ecate

Per loro Ecate era una divinità ctonia, legata al mondo dell’oscurità, dei morti, degli spettri e della magia. Era la depositaria del sapere erboristico, dea delle pozioni magiche, dei farmaci e dei veleni (che in greco hanno si indicano con lo stesso termine: pharmakon), ed era inoltre l’unica oltre a Zeus ad avere il potere di avverare i desideri degli uomini o di negarne la realizzazione.

Una dea immensa, l’unica die Titani a non essere stata sprofondata da Zeus nel Tartaro dopo che gli dei dell’Olimpo li sconfissero, conquistando il potere sul Mondo. Una dea oscura, che Sofocle ed Euripide presentano come signora della stregoneria e delle Keres (demonesse figlie della Notte, che i latini chiamavano Tenebrae), profondamente legata anche al tempo della vecchiaia.

Molti indizi indicano un’origine preindoeuropea di Ecate. Prima che le ondate migratorie di Ioni, Eoli, Dori e Achei investissero il territorio greco, Ecate veniva già adorata, in una forma più luminosa probabilmente, la forma che mantenne anche in seguito in Tracia, dove era considerata la dea delle zone di confine e delle terre selvagge.

Per i Greci era una vergine, ma in alcuni miti si narrava fosse la madre di Circe, quindi un’antenata di Medea; in altri che avesse dato alla luce il mostro Scilla. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la maga Medea aveva imparato l’arte della magia direttamente dalle dea Ecate.

nelboscodelladea_ecate

Il suo nome ha una significativa somiglianza con quello di Heqet, dea egizia dal volto di rana che proteggeva le partorienti. Heqet era la dea levatrice, simbolo di fertilità e di nuova vita. E’ interessante notare anche che nella lingua degli Egizi la parola heka significava magia e conteneva al suo interno il termine ka, cioè anima, energia vitale. Heka era quindi la magia intesa come un rendere attivo il ka, plasmarlo, avere potere sull’energia vitale. Somiglianze così forti non possono essere casuali, così come il fatto che la rana sia un animale che dall’acqua passa alla terra, un animale quindi liminale, di confine, ci riporta alla natura di Ecate, ricollegandoci al tempo stesso con uno dei volti della Grande Dea Neolitica, spesso rappresentata in forma di rana quando associata soprattutto al culto della fertilità e alla protezione della nascita. Sono numerose le statuette ritrovate in vari siti archeologici neolitici in Europa e nel bacino del Mediterraneo che ci mostrano la dea con le gambe divaricate per partorire, che in effetti non sono altro che zampe di rana nella tipica posizione del nuoto.

nelboscodelladea_ecate

Ecate dea antichissima, Dea del Tempo Circolare, della magia, delle erbe, protettrice della vita. Il suo animale prediletto era il cane (altro indizio della sua origine non greca: presso i Greci i cani erano tenuti in scarso conto; e anche altro indizio del suo legame con le partorienti e il dare alla luce: il cane era sacro anche a Eileithyia, dea della nascita). Si diceva che il latrato dei cani annunciasse la sua presenza e durante le cene di Ecate era uso comune sacrificare un cane (spesso una cucciola dal pelo nero) a questa dea misteriosa. I cani sono i protettori della casa, guardiani dei cancelli e delle porte così come Ecate, protettrice delle soglie, purificatrice degli ambienti famigliari. Renderle onore mensilmente, nelle notti più buie, con cene a lei dedicate e offerte lasciate sulle porte o presso i crocevia, era considerato un rituale importante per purificare la casa dagli spiriti che la infestavano, invocando la protezione della Dea Oscura, signora dei confini che come una nera nuvola viaggiava attraverso i mondi al comando di schiere di spettri e di cani ululanti.

nelboscodelladea_ecate

Altri animali a lei sacri erano il serpente, il cavallo, la mucca, il cinghiale. Un mito dolcissimo spiega come mai anche la puzzola fosse un animale molto caro a Ecate (e di nuovo ci parla di protezione delle partorienti e della nascita). Si narra infatti che nella città di Tebe vivesse Galinthias, figlia di Proitos. Questa fanciulla era amica di Alkmene, figlia di Elektryon, incinta di Eracle. Quando venne il momento della nascita del semidio e le doglie iniziarono a tormentare Alkmene, le Moire e Eileithyia (la dea della Nascita), per solidarietà con Era (che con Alkmene Zeus aveva tradito per l’ennesima volta), incrociarono le braccia e in questo modo prolungarono il travaglio di Alkmene, senza permettere al bambino di uscire. Galinthias, temendo che i dolori terribili patiti dall’amica l’avrebbero fatta impazzire, corse dalle Moire e dalla dea Eileithyia e annunciò loro che per desiderio di Zeus Alkmene aveva dato alla luce un bambino e quindi era inutile continuassero a tenere le braccia incrociate. Costernate, le Moire sciolsero le loro braccia, così il lungo travaglio di Alkmene ebbe fine e immediatamente nacque Eracle. Ma non appena scoprirono l’imbroglio, le Moire si adirarono con Galinthias e per punizione la privarono dei genitali e la trasformarono in una puzzola, condannandola altresì a vivere in luoghi nascosti e ad accoppiarsi in maniera grottesca: sarebbe stata montata attraverso le orecchie e avrebbe dato alla luce dalla gola. Quando lo seppe, Ecate fu molto dispiaciuta per la severa punizione di Galinthias e per alleviare la sua pena la scelse come uno dei suoi animali sacri.

nelboscodelladea_ecate

Tra le piante di Ecate troviamo il Tasso, albero velenoso per eccellenza, dall’incredibile capacità di rinnovarsi, estremamente longevo, oscuro, portale di connessione fra i mondi; la mandragora, tipica pianta delle streghe, per scavare la cui radice spesso si ricorreva all’aiuto dei cani; l’origano eretico, il cipresso, l’aconito, la belladonna e l’aglio.

nelboscodelladea_ecate

Altri suo simboli erano le chiavi e la torcia: per aprire le porte e fare luce nel buio della notte.

Ecate dea guardiana, guida delle anime attraverso i mondi, signora delle erbe medicinali, conoscitrice dei segreti della Magia. E’ la saggezza femminile antichissima e profonda, temuta e rispettata perfino dal re degli dei, Zeus. Ecate conosce segreti noti soltanto a lei, sa volare (come sanno volare le sue figlie, le streghe), sa realizzare i desideri, ha potere sulle tempeste (ciò che la rende tra l’altro la patrona di pastorì e marinai).

Ecate è perciò anche la dea della vecchiaia delle donne e della menopausa, il tempo della vita in cui la donna diviene maga, padrona di tutti i suoi aspetti, libera dal ciclo riproduttivo. Ecate è la saggezza che deriva dalla conoscenza dell’oscurità, per questo divenne signora delle streghe e fu considerata un demone dal cristianesimo, senza tuttavia soccombere ma resistendo nel folklore e trasformandosi nell’amichevole, innocua Befana, la vecchia che vola nel cielo di notte, portando doni e realizzando i desideri dei bambini che hanno fatto i bravi. In realtà la Befana non è che un travestimento: Ecate è la Dea del potere femminile e delle conoscenze iniziatiche che attraversa i secoli, le ere, le religioni, amata e temuta da tutti, davvero immortale nella sua capacità di mutare forma, travestendosi ora da strega ora da vecchia zitella ma mantenendo sotto al mantello tutto il suo oscuro splendore e il suo bagaglio di sapere e potere. Dietro alle varie maschere, ognuna delle quali rappresenta un suo aspetto altrettanto reale che gli altri, si nasconde la Grande Dea, la Dea Triplice della Nascita e della Natura, del Tempo Circolare (il ciclo lunare, quello mestruale e quello delle stagioni, ma anche i cicli più lunghi dei pianeti e del cosmo).

nelboscodelladea_ecate

William Blake, La Triplice Ecate (The Night of Enitharmon’s Joy)

Invochiamo Ecate quando vogliamo contattare la strega che è in noi, la vecchia saggia e potente. Chiediamo la sua guida attraverso le terre oscure del nostro inconscio, affidiamoci a lei per attraversare la nostra notte. Rendiamole onore e purifichiamoci in suo nome, affinché i nostri corpi e le nostre case siano protette contro l’azione malvagia degli spiriti senza pace. Fidiamoci del sapere senza tempo di Ecate quando risvegliamo le memorie iniziatiche che risiedono in noi, nel buio sacro dei nostri corpi. Riserviamole un pensiero nelle notti buie, quando il suo abbraccio oscuro ci avvolge, sollevandoci nell’immensità della notte, dove ogni segreto è custodito. Connettiamoci a Ecate quando raccogliamo erbe medicinali, quando prepariamo infusi o pozioni. Ecate è la maga che vive in ciascuna di noi, il suo sapere antico viene tramandato di generazione in generazione da tempo incalcolabile. Lontanissima nel tempo, vicinissima dentro di noi, come il matriarcato, come il sapere segreto delle fiabe, come la magia naturale, come il gesto di raccogliere le radici per scoprirne i poteri.

Ecate ama la sue figlie, è benevola e terribile, come un farmaco può guarire o avvelenare, come il tasso offre ai suoi discepoli di accompagnarli in viaggi al di là del tempo, al di là di ogni confine. Il prezzo da pagare è la discesa nell’oltretomba, per conoscere il buio che c’è in noi. “Vinci la tua paura del buio” ci dice Ecate “Accetta di scomparire, di divenire tutta nera come la Luna, solo così potrai tornare a splendere. Il rinnovamento passa innanzitutto dalla morte. Fidati di me, tocca la mia mano e lascia che ti sollevi in volo attraverso questa notte. Una volta che sarai nella profondità più oscura vedrai la Terra da lontano e ne scoprirai la vera Bellezza. Seguimi, ti insegnerò i segreti delle stelle, delle radici, delle profondità nere dell’oceano. Nell’oscurità tutto è Uno. Lì puoi trovare ogni conoscenza. Il buio è il mantello che avvolge il mondo, è la parte interiore di ciascuno di noi. Scendi insieme a me nel tuo buio, dove si estende la saggezza infinita. La luce è meravigliosa, ma è il buio che le permette di esistere. Impara ad amarlo e i segreti della Notte diverranno anche i tuoi. Le mie chiavi schiudono le porte del tuo inconscio: seguimi, sarò la tua compagna quando incontreremo gli spettri che lo abitano. Anche gli spettri meritano amore e io sono la loro signora. Te li farò conoscere e imparerai a parlare con loro. Seguimi, vola via con me, non avere paura del tuo potere. La Luna c’è sempre, anche quando scompare. Ascolta la Voce del Buio.”

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Il Tasso di Ashbrittle, che si stima abbia più di 3000 anni

Bibliografia e sitografia:

-Monaghan P., Figure di Donna nei Miti e nelle Leggende (Dizionario delle dee e delle eroine), Red!, Milano 2004

-Il cerchio della Luna: http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Ecate.htm

-Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Hecate#cite_note-67

nelboscodelladea_ecate

Full Moon Reflection: la Luce bianca della Verità interiore

Full Moon Reflection (Riflesso della Luna piena) è una delle essenze ambientali del repertorio alaskano scoperto da Steve Johnson. Raccontando la preparazione di questa preziosa essenza, Johnson scrive: “Questa essenza fu preparata in una fredda e limpida notte d’inverno, in un canyon che domina la baia di Kachemak nella zona centromeridionale dell’Alaska. Una ciotola d’acqua fu posizionata sulla neve in modo che potesse ricevere la luce diretta della luna piena, ma anche il riflesso della luce della luna sull’acqua della baia e del canyon bianco, colmo di neve.”

La Luna piena è un momento di allineamento cosmico, di grandissima energia purificatrice e di luce nelle tenebre, in cui il magnetismo della Luna influisce sulle acque del nostro pianeta e dentro di noi (il 70% della Terra consiste di acqua, proprio come il 70% del corpo umano). Il mare si gonfia, le piante stendono i loro steli verso il cielo, la Terra freme, ogni nostra cellula si connette all’energia crescente rispondendo con luce alla Luce, in una sinfonia di vibrazioni allineate a quelle della Luna, signora della notte, dama bianca che benedice e con i suoi raggi argentei rischiara le nostre parti più recondite, oscure, portando comprensione.

L’essenza ambientale caricata dell’energia di una Luna piena così potente, dei riflessi della neve e delle acque di un lago incontaminato, è un concentrato di luce offertoci per illuminare le nostre coscienze sognanti, espandendo la consapevolezza.

Quest’essenza ha un’azione molto particolare e importantissima in questo momento storico di grande accelerazione nella crescita spirituale: ci riconnette alla nostra Verità interiore, illuminando le parti più buie, ciò che giace non risolto sotto la superficie della nostra coscienza. Non appena questa luce bianca irrora le nostre cellule, si schiude per noi l’opportunità di lasciar andare quelle strutture inconsce che influenzano noi e gli altri senza che ce ne rendiamo conto.

Spesso, nelle relazioni con gli altri, proiettiamo inconsciamente le nostre paure e i nostri pregiudizi, pensando che la causa dei nostri fastidi e malesseri risieda nei comportamenti altrui. Così ci capita di attribuire agli altri la responsabilità delle nostre emozioni di rabbia o frustrazione, pretendendo che essi modifichino il loro comportamento o il loro modo di essere per farci stare meglio. Queste proiezioni, nell’ambito delle relazioni umane, possono raggiungere alti livelli di complessità, causando dolore e incomprensione. Vediamo errori e difetti negli altri, senza accorgerci che in realtà, come in uno specchio, ciò che stiamo criticando, ciò che giudichiamo male e che ci fa soffrire, in realtà è dentro di noi, e soltanto da lì, dal nostro cuore, può partire il processo di trasmutazione che attraverso l’accettazione, il perdono e il superamento porta allo sciogliersi dei nodi e alla trasformazione dell’energia negativa in Amore.

Il benessere delle relazioni, soprattutto quelle più strette, dipende grandemente dalla nostra consapevolezza dei pattern inconsci, questi copioni che continuiamo a recitare. Divernirne consapevoli, possibilmente insieme alle altre persone coinvolte nella relazione, è il primo passo verso la riconquista dell’armonia e verso una maggiore autenticità delle relazioni stesse.

Togliendo le maschere che indossiamo automaticamente, mostrando il nostro vero volto con un atto di libertà e consapevolezza profonde, guardando veramente l’altro per quello che è, senza proiettare su di lui i nostri fantasmi, ci può aprire un mondo di luce e onestà che prima non speravamo nemmeno esistere. Rompere i copioni che ripetiamo da una vita può risultare difficile, come difficile è identificare, smascherare le nostre proiezioni, distinguerle da ciò l’altro effettivamente è, o fa. Aspettative e pregiudizi sono programmi che abbiamo introiettato da lungo tempo per difenderci dall’immensità imprevedibile del mondo, e anche se ci fanno soffrire, siamo inconsciamente convinti che quel dolore sia un prezzo che va pagato, in cambio di protezione. Alla radice di tutto sta infatti la paura. Ogni giudizio nasce dalla paura di perdere se stessi, una paura che però è quasi sempre ingiustificata e che, anziché proteggerci, ci tiene prigionieri, riduce il nostro spazio vitale, soffoca il nostro respiro. E’ la paura dell’animale braccato che deve a tutti i costi sopravvivere, è un residuo biologico dei nostri copri antichi che oggi non ci serve più ma anzi ci impedisce di evolvere.

Full Moon Reflection porta tutta la luce della Luna piena e tutto il suo potere purificatore all’interno delle nostre cellule, illuminando le nostre coscienze e permettendoci di vedere chiaramente i pattern che governano le nostre relazioni, sostenendo il processo di rottura del copione e il riconoscimento del fatto che solo e soltanto noi siamo i responsabili delle nostre emozioni. Ciò che ci fa male negli altri non è che il riflesso di una ferita che si trova dentro di noi, e a noi spetta guarirla. Si tratta di un grande privilegio perché proprio attraverso questo processo di guarigione possiamo imparare la nostra lezione e crescere lungo il Sentiero.

Questa preziosa essenza ci sostiene nel fare luce sulle dinamiche delle nostre relazioni e può efficacemente essere assunta da entrambe le persone coinvolte in un rapporto che abba bisogno di chiarezza. Full Moon Reflection “può aiutare ad aumentare il grado di onestà e di rivelazione all’interno di una relazione, portando consapevolezza su tematiche irrisolte, che sono state reciprocamente soppresse e proiettate, così che possano essere risolte con una reciproca accettazione, comprensione e compassione.” (S.Johnson, L’Essenza della Guarigione)

E’ possibile unire l’azione dell’essenza all’energia delle notti di Luna piena, per celebrarne i poteri con una meditazione sulla luce bianca, lasciando che i suoi raggi portatori di comprensione e di Amore incondizionato pervadano i nostri corpi, armonizzando le nostre frequenze vibrazionali e aiutandoci a vedere con chiarezza, a guardare con il Cuore, a infrangere i copioni che continuiamo a ripetere da troppo tempo, forse anche da troppe vite. La Luna piena ci offre l’opportunità di uno sguardo lucido e sincero per comprendere i nodi karmici e scegliere di risolverli. Quest’essenza è pertanto anche una sorta di “facilitatore” karmico, che come uno strumento di precisione, al momento giusto, ci accompagna nel salto verso la luce.

Messaggio: “Apro la mia vita alla Luce della Verità; chiedo che nulla possa rimanere nascosto ad essa. Mi assumo la responsabilità dei miei sentimenti.”

Indicazioni: necessità di fare luce su un sentimento o su una relazione, bisogno di chiarezza nei pensieri e nelle emozioni, proiezione di pattern inconsci sugli altri, rifiuto di assumersi la responsabilità per ciò che si prova o che accade, dinamiche relazionali ripetitive, necessità di rompere il copione

Parole chiave: Verità interiore, onestà, comprensione, responsabilità, rottura del copione

Chakra attivati: IV, VII

Letture consigliate:

-Johnson S., L’Essenza della Guarigione, Bruno Galeazza, Bassano del Grappa 2011

nelboscodelladea_pietradiluna

Celebrando Mabon, l’Equinozio d’Autunno

La festa celtica di Mabon cade annualmente tra i giorni 21 e 23 settembre, in corrispondenza dell’Equinozio d’Autunno, spostandosi leggermente da un anno all’altro poiché l’Equinozio è un punto astrologico che segue le oscillazioni della Terra sul suo asse. Quest’anno è oggi, 23 settembre, alle 8.22 del mattino, con la Luna crescente appena entrata in Capricorno e il Sole nel segno della Bilancia. L’Equinozio d’Autunno accade quando il Sole attraversa la linea dell’Equatore durante il suo apparente viaggio verso Sud, e noi facciamo esperienza di un giorno e una notte dalla stessa durata. Fino a Mabon, le ore di luce erano più numerose di quelle della notte, ma d’ora in avanti succede il contrario: il buio si allunga sempre più, stringendo il giorno in un abbraccio di nebbia o gelide stelle.

Mabon corrisponde anche con il cuore del tempo di raccolta, è un periodo in cui giorno e notte sono uguali e per il momento la natura è in equilibrio. E’ il tempo per raccogliere ciò che si ha seminato, per ringraziare del raccolto e dell’abbondanza che la Terra ci offre. E’ anche il tempo giusto per portare a termine vecchi progetti e per piantare i semi di nuove imprese, o per un cambio nello stile di vita. Mabon è il tempo in cui si celebra l’equilibrio. Non a caso siamo appena entrati nel segno della Bilancia.

nelboscodelladea_mabon

In queste giornate puoi guardare alle tue spalle, non soltanto l’anno passato, ma anche la tua vita, e puoi pianificare il futuro. L’anno si trova in bilico tra i due opposti e la Natura è in procinto di sprofondare nella sua ciclica morte sognante, ma ancora splende di frutti maturi e foglie dorate. Nel ritmo dell’anno, Mabon rappresenta il momento del riposo e del ringraziamento, della festa dopo il duro lavoro del raccolto. A tiepide giornate autunnali fanno seguito notti fredde, mentre il vecchio Dio Sole ritorna tra le braccia della Dea.

Il passaggio di Mabon è inevitabile, così come la morte del Dio Sole, che lento scivola verso le Terre d’Inverno. Un altro anno volge al termine. Mabon ci ricorda che ogni cosa ha una fine e quando le cose finiscono è il momento adatto per celebrare i nostri successi, accettare ciò che ci è stato concesso, fare il punto della situazione, ringraziare noi stessi e coloro che ci hanno aiutato, prendendo parte all’equilibrio e all’armonia della vita.

Sintonizziamoci con l’energia di Mabon, questo tempo di riflessione e di equilibrio, sentendo questo stesso equilibrio al nostro interno, concedendoci un attimo di riposo. Approfittiamo di questa giornata temporalesca per ritirarci dentro noi stesse, come chiocciole o come scoiattoli nelle loro tane piene di foglie croccanti. Passiamo in rassegna i frutti che stiamo raccogliendo e gettiamo un’occhiata ai semi che stringiamo nella mano, pronte ad affidarli alle cure di Madre Terra, perché il suo tepore sotterraneo li culli attraverso il sogno dell’Inverno, mentre si accumulano le energie per il germogliare di un’altra Primavera. Ascoltiamo la gratitudine espandersi da dietro il nostro sterno in tutto il nostro corpo, come un’onda calda di silenzio.

OM. Shanti. Shanti. Shanti.

nelboscodelladea_mabon

Isa: la Verità del Ghiaccio

Isa (fonetica “I”) in norreno significa “ghiaccio” e deriva dalla stessa radice dell’inglese ice.

Di questa runa non esiste la posizione capovolta e questo indica che il suo significato è sempre velato di ambiguità: l’estrazione di Isa non è mai un segno fausto né infausto di per sé.

In un poema runico islandese si dice che Isa, il ghiaccio, è la corteccia dei fiumi. Quest’immagine suggestiva ci rimanda a un processo di cristallizzazione, solidificazione e concentrazione: la corteccia è la scorza esterna dell’albero, la parte dura che protegge l’interno vivo e fluido. Da questo punto di vista Isa rappresenta l’indurimento esterno, un atteggiamento di protezione e chiusura. In effetti, già con la sua semplice forma, questa runa ci parla di isolamento dal mondo, di essenzialità e ritiro in se stessi, è una runa “invernale”, che invita alla meditazione e alla contemplazione del vuoto.

nelboscodelladea_isa

Isa significa distacco, morte esteriore, solitudine, riflessione. Il ghiaccio è anche la parte esterna, superficiale dei corsi d’acqua in inverno, e luccica al sole come uno specchio. Fa pensare quindi al concetto di illusione com’è intesa per esempio nella cultura buddista: Maya è il velo che ricopre la Realtà impedendoci di percepirla per come è veramente, il teatro di finzione che inganna i nostri sensi imprigionandoci nel dolore di samsara, l’eterno ritorno. Per uscirne, occorre seguire l’insegnamento del Buddha: praticare l’arte del distacco, del ritiro in se stessi e al tempo stesso dell’espansione della mente oltre le apparenza del mondo fisico.

Sul ghiaccio si può scivolare. Isa ci indica quindi anche un percorso pericoloso, da affrontare con circospezione e lentezza.

Isa rappresenta il lutto e della sua elaborazione: per superare il dolore dobbiamo lasciare andare ogni attaccamento a cose e persone, focalizzandoci nell’eterno presente rappresentato da questa runa: un sottile ponte tra Terra e Cielo, tutto concentrato nell’Adesso.

La divinità collegata a Isa è la Norna Verdandi, una delle tre sorelle del Destino. Mentre Urd è il Passato e Skuld il Futuro, Verdandi è il Presente, il Qui-e-Ora, l’unica cosa che esiste davvero per colui che medita.

Le tre Norne

Le tre Norne

L’estrazione di questa runa ci mette in guardia da un dispendio di energie poco oculato, ci avvisa che stiamo attraversando il nostro inverno e che ci conviene risparmiare le nostre energie e guardare dentro noi stessi. Dobbiamo fermarci, lasciare che una lastra di ghiaccio ricopra e protegga il fluire della vita dentro di noi, in attesa della primavera. Ci consiglia di coltivare la solitudine, di imparare ad apprezzare i pregi dell’isolamento, di prendere dimestichezza con il distacco dalle cose del mondo, che sono impermanenti, frutto e causa di dolore.

Isa ci dice di aspettare, non compiere mosse avventate ma riflettere, senza temere l’apparente fine delle cose, connettendosi con il proprio centro, che è anche il centro dell’Universo.

Questa runa è legata al colore bianco, al freddo e all’immobilità. Secondo il runologo Edred Thorsson Isa rappresenta anche l’antimateria, contrapposta a Fehu che è l’abbondanza sempre rigenerata della vita. Isa è energia centripeta, concentrata in se stessa fino a divenire un potente centro di attrazione e annullamento al tempo stesso.

Nel tempo ciclico, che è il vero tempo del mondo, gli opposti si avvicendano come aspetti della medesima cosa. L’espirazione segue all’inspirazione così come la notte segue al giorno e la morte alla vita. Isa rappresenta il momento di vuoto, l’apnea tra un respiro e l’altro, la morte apparente della natura in inverno a cui farà inevitabilmente seguito la rinascita primaverile.

E’ un tempo di attesa che ci viene offerto non per disperare ma per conoscerci meglio. Solo conoscendo le profondità di noi stessi infatti impariamo a conoscere Dio.

nelboscodelladea_isa

Approfittiamo dunque di questa stasi, del ghiaccio che ci circonda, avvolgiamoci in noi stessi ed immergiamoci nel nostro paesaggio interiore. Impariamo a scendere oltre lo strato luccicante, oltre il velo dell’illusione, a guardare in faccia il vuoto che ci costituisce. Diventiamo forti, lasciamo che l’isolamento ci tempri: solo quando sapremo stare da soli, potremo stare bene anche insieme agli altri. Accettiamo di morire al dolore, lasciamo andare ciò che è morto. Vediamo cosa rimane. Quello che resta è la nostra essenza, ciò che non ci potrà mai essere tolto e che come un ponte ci collega all’Uno Infinito. Concentriamoci, raccogliamoci nel nostro centro fino a scomparire nella sua luce bianca. In questo consiste la meditazione in fondo: nello smettere di pensare per essere uno nel qui e ora. Morti, più che mai vivi.

Parole chiave: ghiaccio, meditazione, isolamento, vuoto, distacco, concentrazione, eterno presente

Divinità che la presiedono: la Norna Verdandi e la dea Hel, figlia di Loki

Chakra: VI

nelboscodelladea_isa

Per approfondire:

-Bellini G., Galimberti U., Runemal – Il grande libro delle Rune, L’Età dell’Acquario, Torino 2009

-Thorsson E., Futhark – A Handbook of Rune Magic, Red Wheel/Weiser, San Francisco 1983

-Thorsson E., Runelore, Red Wheel/Weiser, San Francisco,1987

nelboscodelladea_isa